Revolver
di Marco Allfredo Biazzetti

 

 

Revolver. Lo chiamavamo così. Nessuno sapeva il suo vero nome.

Non c’è bisogno di suonare il campanello per entrare nel reparto psichiatria: appena svoltato l’angolo l’ho metto a fuoco in fondo al corridoio. Curvo, con una vestaglia bordeaux, strascica i piedi a papera sul pavimento grigio dell’ospedale. Una fatica terribile.

Revolver.

Manca poco al Natale del 1996, e sono circa due anni che non lo vedo. Sollevo lentamente un braccio, in segno di pace, e gli vado incontro. Nei venti metri che ci separano ripercorro un tempo in cui sono successe molte cose, in cui il dramma delle sue ossessioni s’è finalmente concentrato in qualcosa di reale: quattro flaconi di Alcion e una bottiglia di scotch.

"Sintesi" la definisce lui. "Dell’acqua non mi fidavo. Ho comprato il miglior scotch al bar sotto casa, e poi ho tirato giù tutto in un colpo solo."

"Quanto ci hai impiegato?" gli chiedo.

"Un minuto."

Un soffio d’alito e crolla a terra senza vita.

Le ginocchia e le sue mani si muovono vorticosamente, fanno tremare anche la panca. Sembra di stare su una vecchia 500 in fase d’accensione. Stringo le dita attorno ai braccioli di ferro. I dottori sostengono che la sua epilessia è in una fase intermedia, per il momento facile da tenere sotto controllo con i farmaci. Poi si vedrà. L’odore di disinfettante è quasi piacevole, rassicurante. Le infermiere sono vestite di bianco, calzano scarpe bianche, portano calze di nylon poco trasparenti, fedi nuziali al dito, spingono lettighe, carrelli di medicinali, piantane con flebo; le infermiere hanno un sorriso affascinante.

"Sono le donne più belle del mondo" dice lui.

"Hai ragione" annuisco.

Due anni, ma è come fosse passata mezz’ora; non abbiamo molto da dirci. Spesso conoscersi a fondo è un segno di vecchiaia Ci siamo frequentati per quindici anni. Quante volte abbiamo guardato in silenzio la strada buia di fronte a noi? Quante? Mille?

"Raccontami qualcosa" faceva lui.

E io iniziavo. Una bottiglia, sigarette, fumo, storie brutte, storie belle.

Lui è voltato da una parte, io dall’altra. Cosa c’è d’interessante da guardare in un reparto di psichiatria, i matti, le infermiere, i grassi flaconi che traboccano di antidepressivi?

Fine anni Settanta, il cielo era nitido, pieno di punti interrogativi. Khomeini e Revolver, vite quasi parallele. Il primo tornava in Iran dall’esilio per fare una rivoluzione, il secondo tornava dalla discoteca e aveva una fame da lupo. Lo conobbi in una pizzeria, alle due di notte. Era con degli amici comuni. Ci presentarono, poi lui si mise a tavola e alla sua sedia si ruppe una gamba. Per un pelo non finì con il culo per terra. Tutti si voltarono, il sorriso già pronto, lui si mise due dita sulla bocca, il pollice rivolto verso l’alto, e nessuno fiatò. Revolver.
Un anno dopo andammo a vedere Shining insieme.
Nel gennaio 1982, Revolver usciva con Antonella, pettinatrice, conduceva una vita tranquilla, guardava Fantastico alla tv e non si perdeva un gran premio di Formula Uno. Era combattuto se appendere in camera il poster di Niki Lauda o di Gilles Villeneuve. Pochi mesi dopo, 8 maggio, Gilles uscì di strada a Zolder e ci lasciò le penne. Revolver decise per il poster dell’austriaco. La sfida, la competizione prima di tutto. Per i crisantemi c’era tempo.
Nel marzo 1984, Antonella se n’era andata da qualche mese con un camionista, Revolver, invece, dava strani segni di cambiamento. Un altro uomo. Non votava più i Dorotei, non giocava più a tennis, non beveva più amari, non vedeva più i grand prix, ascoltava i Violent Femmes, leggeva romanzi e quotidiani, faceva foto bellissime e andava matto per i film di Carlo Lizzani; Banditi a Milano su tutti.
Alto, spalle leggermente curve, occhi scuri infossati, penetranti, capelli corvini lisci, naso aguzzo, orecchie a sventola e labbra fini a vederlo non stimolava grande interesse. Non parlava molto di sé e non si sapeva bene da dove venisse, né la vera origine di quel soprannome. Una volta, sotto effetto di alcol e droghe, mi aveva accennato di una 38 d’ordinanza sfilata a uno sbirro durante un posto di blocco. Possibile? Prima di conoscermi cadeva dalle sedie, vita liscia e morbida, era magro come un chiodo e le ragazze, a parte Antonella, pettinatrice, non lo consideravano. Non era mai stato a Londra, a Parigi, mai una cena intima con una donna tanto per corteggiarla dando il meglio di sé. Come dire, era rimasto inattivo finché non aveva sperimentato un altro mondo.
Be’, non fu tutto così semplice. Ci volle qualche anno di rodaggio, un matrimonio disastroso e sonore bevute prima di ingranare. Il cambio di marcia avvenne nell’estate del 1985, a Leningrado, qualche mese dopo l’insediamento di Gorbaciov al Cremlino, sei mesi dopo il suo divorzio da Cristina.
Il matrimonio, durato poco più di un anno, l’aveva spremuto come un limone, la gelosia reso un fanatico delle sceneggiate: quando lei usciva di casa lui s’ingolfava, diventava matto, lanciava ferri da stiro sulle auto dei vicini. Non parlava più, metteva il whisky nel cartoccio del latte e ascoltava Aznavour. In Russia ci venne per smaltire le sbornie, scattare qualche foto e non combinare altri danni in casa e nella vita altrui.
Foto ne fece parecchie - tutte le statue di Lenin tra Mosca e la Leningrado - vodka e caviale, spumante sovietico, donne spogliate con gli occhi ma, a ventiquattrore dal nostro ritorno a casa, non era ancora riuscito a spiaccicare una parola, a togliersi l’ombra di sua moglie dal letto.
L’ultima sera rientrammo verso mezzanotte, i caffè del Leningrad Hotel pullulavano di splendide ragazze poliglotte. Revolver puntò deciso verso l’ascensore e pigiò il tasto numero 4. In ogni piano c’era una reception con una donna che controllava i documenti di soggiorno. Dopo dieci giorni, avevamo una certa confidenza con la responsabile notturna del nostro piano, Svetlana, di mezz’età, ottimo italiano, battuta facile, sveglia, spiritosa. Quando Revolver ed io uscimmo dall’ascensore, ci accolse con un sorriso accattivante; quindi sollevò un braccio e schioccò le dita. Un cenno verso il buio. Improvvisamente, da un angolo uscì una ragazza con un giubbotto di pelle e una minigonna cortissima. Da mozzare il fiato. Tutte le resistenze di Revolver crollarono in un istante, praterie sconfinate si aprirono davanti a lui per scaricare a terra tutti i suoi cavalli. La Rossa aveva gambe molto lunghe, fascino da vendere; con due passi lo raggiunse ed esclamò: "Revolver!"
Già, Revolver. Non sapeva una sola parola di russo, da qualche tempo odiava pettinatrici, colf, sguattere, domestiche ed era convinto che, per dimenticare la moglie infermiera, ci volesse una donna di classe, o una come Jessica Lange, della quale aveva intenzione di attaccare un poster nel suo bagno. E invece, zac, dal buio viene fuori la Rossa, bella di giorno, intrigante di notte.
Per un po’ si scrissero, non so in che lingua, ma che importa, in un bagno italiano, invece di Jessica Lange ci finì lei, la Rossa. Il primo vero grande amore. Revolver fece dei sogni bellissimi. Il Palazzo d’Inverno, i grandi discorsi di Lenin, il sole che non tramonta d’estate, poi, si sa, di Rosse è pieno il mondo.
Il sorriso di Jessica Lange riprese a splendere, e il bagno di Revolver assunse tutta un’altra luce: da quella pura e cristallina dei sogni, a quella ingannatrice dei riflettori. Ad ogni modo, Hollywood o meno, il sorriso di Jessica era una favola. L’unica cosa che risaltava in un bell’appartamentino diventato, tutt’a un tratto, una stamberga buia e maleodorante. Buone bottiglie, certo, ma l’ambiente non era molto appropriato per godersele. Tirai su le serrande, aprii le finestre e gli concessi la spalla per versare nuove lacrime. Per qualche settimana disseppellì sua moglie con motivazioni strampalate, del tipo: "Un’infermiera in casa fa sempre comodo…", poi, anche se con un certo timore, lo portai a vedere un concerto dei CCCP. Be’, da non crederci: cantò "Spara Yuri" a squarciagola, pugno alzato, corpo a corpo con una punk trentenne che non prometteva nulla di buono. A fine concerto mi fece una sola domanda: "I CCCP non sono sovietici, vero?"
A volte bastano poche parole per proiettare i sogni di un uomo dalla cruda realtà quotidiana ai magici influssi lunari. Paolo Conte aveva un taglio di baffi simile a quello di Stalin. Una volta si proponevano i Beatles alle ragazze, ma i tempi erano cambiati e la Milonga dell’avvocato di Asti scioglieva anche le melodie dei Fab Four.
Il 26 febbraio 1986, Gorbaciov lanciò la Perestrojka durante il XXVII congresso del Pcus. Revolver apprese la notizia al telegiornale, poi andò in camera e staccò il poster di Niki Lauda dal muro. Secondo lui, riforme e velocità non andavano d’accordo. Quello di Jessica Lange resistette per un po’, poi anche quello finì in sotto un armadio.
Il giorno dell’esplosione della centrale di Chernobil conobbe una ragazza d’origini francesi, Chantal, carina, psicologa, amante della buona tavola, irresistibilmente simpatica. Tirata per i capelli (rossi), poteva anche somigliare alla Rossa. Aveva ventisei anni e molte frecce nel suo arco, ma ne dimostrava trenta.
In breve tempo Revolver scoprì che Chantal era un’ubriacona, con la tendenza a ingrassare, una che per evitare la sua ombra, psicanalizzava pure il gatto del vicino. Ma chi se ne frega, pensò; aveva un sacco di soldi e il vino d’annata non glielo faceva mancare.
"D’accordo, ci dà dentro parecchio" spiegò lui un giorno. "Ma è socia onoraria dell’A.A.A e, prima o poi, si tirerà fuori, vedrai."
"Certo" dissi "Che vuol dire A.A.A.?"
Quasi s’irritò. "Come, non lo sai? E’ l’avanguardia degli alcolismi anonimi!"
Grazie alla francesina, Revolver pensionò definitivamente Niki Lauda, e Alain Prost divenne il nuovo mentore della velocità. Prost, che da qualche parte in Germania voleva anche dire "alla salute".
Per il resto, Chantal era un vero enigma. Professionista della psiche, a vederla - quando non era sbronza - pareva tutta casa e chiesa. Parlava di dadaismo, lavatrici, Musatti, grand cru, cioccolatini, moda, muscoli e sciocchezze. Leggeva di tutto, da Liala al Manifesto, appena apriva bocca trasmetteva una sensazione di confusione mentale poco rassicurante.
Tuttavia, Chantal si sforzò di compiere la straordinaria impresa di rimettere in piedi il passato di Revolver. Tanta fatica per nulla: una 38 d’ordinanza sfilata a uno sbirro durante un posto di blocco...
Un giorno, delusa, mi disse la sua in merito al cervello di Revolver: "Vedi, la sua mente non è totalmente padrona in casa propria! Deve coabitare con meccanismi che la portano a imboccare alcune direzioni senza che essa se ne renda conto!"
Eravamo alla Festa dell’Unità, due bicchieri di vinaccio rosso ci separavamo. Che cacchio voleva dire?
Alla fine del 1987 accaddero due cose: Reagan e Gorbaciov s’incontrarono a Washington come due vecchi amici, Chantal tradì Revolver con un camionista iscritto al Fronte della Gioventù. Dopo un mese passato a puntare il trentatré alla roulette di Saint Vincent, Revolver piantò Chantal e se ne andò una settimana tutto solo a Washington, dove fumò crack, si scolò diverse bottiglie di bourbon, non fece molte parole e si comprò una pistola.
Dopo Chantal cominciò a sparare.
All’inizio erano bottiglie, poi divennero corvi e, infine, pneumatici. Autobus, motorini, Fiat, bici da corsa e da passeggio: sparava in continuazione. Inutile discutere più di tanto, sotto l’effetto delle droghe era incapace di ascoltare. Quando gli chiedevi una spiegazione, lui rispondeva in modo lapidario: "Non traggo mai dal nulla la soluzione a un problema."
Parlava come Chantal. Diceva che certi cambiamenti "casuali", avvengono per far fronte a nuove esigenze: "Il mondo è una rete di adattamenti necessari alla sopravvivenza."
E come Darwin…
La rottura con la francesina aveva provocato una lesione profonda nel suo modo di vedere le cose. Il 99% di ciò che combinava era al di fuori del dominio della coscienza, ma continuava ad ascoltare Paolo Conte e Jessica Lange era rientrata in bagno con il suo sorriso da favola. Tutto sommato, a parte la pistola, non c’era di che preoccuparsi.
Niki Lauda si ritirò dalle corse dopo aver vinto 25 Gran Premi e totalizzato 420 punti in 171 gare. Revolver se ne rese conto con qualche anno di ritardo. Una cassa di vodka nostalgica, qualche migliaio di neuroni abbattuti, poi andò in campagna e fece fuori un caricatore sparando al cielo. Non avrebbe mai volato sulla Lauda Air. Nel suo intimo, tuttavia, continuava ad enfatizzare quella volta che Niki, il "Calcolatore", vinse a Montecarlo con la rossa Ferrari 312 T, sfiorando i muri dei palazzi del Principato, guidando come un pazzo. Una dimostrazione d’incoscienza eccezionale.
Come lui, più nessuno.
E invece arrivò Ayrton Senna da Silva. Una cotta tremenda. Con Senna arrivò anche il periodo del terrore: chi s’azzardava a parlare male del brasiliano, si ritrovava le gomme dell’auto sforacchiate. Revolver non faceva sconti a nessuno, sparava alle auto degli amici degli amici anche per sentito dire.
Giusto un anno dopo la loro separazione, né un giorno in più né uno in meno, Revolver rivide Chantal in un bar di Torino. Eravamo appena usciti da vedere Donne sull’Orlo di una crisi di Nervi, e fu un vero choc. Lei era in splendida forma, ben vestita, beveva Sambuca. Dopo 365 giorni di silenzio, si scambiarono un’occhiata feroce, poi attaccarono a litigare. Per non freddarla con la pistola, Revolver cercò di ferirla con la velocità.
"Senna vale mille dei tuoi Prost!"
(i molti presenti annuirono silenziosamente)
Chantal, toccata sul vivo, si aggiustò i capelli rossi, tirò il fiato, ordinò un’altra Sambuca e preparò la replica. Aveva molte frecce nel suo arco, la psicologa, ingollò il drink un colpo solo e poi gracchiò un nome tedesco che dovette ripetere tre volte perché nessuno lo comprese.
Michael Schumacher.
"E’ ancora un ragazzino, ma sarà lui il più grande. Non scordartelo, Schumacher."
Pagò anche le nostre consumazioni e si apprestò a uscire senza salutare. Dopo un secondo d’imbarazzo, Revolver la raggiunse sulla porta. La guardò con passione, sembrava dovesse stamparle un bacio mozzafiato e portarla all’altare, invece scosse la testa e farfugliò: "Non è francese, vero?"
Lei scappò via. Fu l’ultima volta che la vide correre. Qualche mese dopo fu investita da un camionista sulle strisce pedonali. Revolver buttò la prima manciata di terra nella sua fossa, quindi si fece portare all’aeroporto e prese il primo aereo per Washington D.C. Nella capitale USA rimase due giorni, poi si spostò a New York, dove rimase quasi un mese. Non sprecò molte parole, vagò sotto i grattacieli di Manhattan con il bourbon nel sacchetto del pane e il crack che gli fondeva il cervello; digiunò seriamente, non guardò una donna.
Tornò a casa con una nuova arma. Era una Beretta, lucida e tenebrosa. Difficile capire il motivo di tanta strada per procurarsi una pistola italiana. Un mistero. Uno dei tanti.
E riprese a sparare. Stavolta pure ai camionisti. Se commettevano un’infrazione, mirava ad altezza d’uomo. Non so davvero se ne stese qualcuno, ma di camionisti che violavano il Codice della Strada era piena l’Italia. Lo ripeteva tutti i giorni.
Gli Ottanta finirono peggio degli anni Settanta. Non c’era più tanto da divertirsi. Per costruire qualcosa di concreto ci voleva sempre più tempo, e sempre meno per distruggere tutto. Il Muro di Berlino cadde in una notte, Khomeini, a giugno, ci aveva impiegato un po’ di più; prima di morire, le ultime parole di Ceausescu furono: "Classe operaia". In occasione del Natale 1989, Revolver si comprò il videoregistratore, la televisione, il computer e il compact disc in un colpo solo. Sembrava sul punto di murarsi vivo.
Nel marzo del 1990 suo padre fu vittima di un ictus, e lui meditò seriamente di farlo fuori durante l’orario di visite in ospedale. Non erano mai andati molto d’accordo e, per una volta, desiderava comportarsi da bravo figliolo, ubbidiente.
Invece del padre, in ospedale incontrò la sua ex moglie, Cristina, abbronzata, single, più bella e intelligente che mai. Dopo la separazione si era tinta i capelli di rosso e riscritta all’Università. Laureata con lode, lavorava nel reparto di psichiatria e aveva in mente di risposarsi. Con chi? Dopo un breve scambio di battute, lui perse il filo del discorso, il motivo per cui era lì, la testa.
Il sorriso di Jessica Lange tramontò in un cassonetto dell’immondizia.
L’idea era quella di fare un figlio. Le frasi di prammatica non mancarono:
  1. Per quanto riguarda certe cose ho già dato.
  2. Non si può restare bambino per tutta la vita. E’ ora di fare il papà.
  3. Un uomo senza figli, che razza di uomo è?
D’amore neanche un cenno.
Per alcuni anni ci provarono e riprovarono. Notte e giorno. Senza tregua. Ci fu anche una diffida da parte dell’inquilino del piano di sotto, un camionista terrorizzato dalla possibilità che il letto di Revolver gli potesse finire sulla testa. Revolver fu convocato in Questura e informato dei fatti. Tornò a casa, prese la Beretta e scese a parlare con il vicino. Trovarono subito un’intesa, tra un bicchiere di vino e una fetta di lardo. Il camionista faceva la tratta Torino-Amsterdam-Torino una volta la settimana, e poteva procurargli tutto ciò che voleva. Revolver rimise la pistola nella giacca e negò con un cenno del capo: "Solo erba" disse. "Mia moglie lavora in ospedale."
La marijuana logorò il loro rapporto e fece dormire sonni tranquilli al vicino. Nel timore che i testosteroni di Revolver si riagitassero, ogni settimana il camionista aumentava la dose di solvente che spruzzava sull’erba durante il tragitto dall’Olanda. Revolver aveva spesso la febbre, non usciva più di casa, si era ributtato sulle gare di Formula Uno e le uniche soddisfazioni di quel periodo erano lo spinello del mattino e Ayrton Senna da Silva. Il re delle corse. Aveva dovuto litigare con Cristina per riappendere un suo poster nella camera da letto.
Non bastarono le pastiglie corroboranti, il peperoncino, la pappa reale, lo champagne, il latte d’asino per fargli tornare la grinta nelle mutande. Inaspettatamente, lo snervante cigolio del letto si spostò dal piano di sopra a quello di sotto. Revolver resistette per due mesi, poi fece il 113 e denunciò il vicino per "offesa alla quiete pubblica". La notizia passò sulla bocca di tutti: la psichiatra e lo cheffeur. L’ultimo a saperlo fu proprio lui, Revolver, in Questura, quando lei era già incinta di due mesi. Dopo aver appreso la notizia, un groviglio d’istinti bestiali assediò il suo cervello. Si potevano fare mille cose atroci, o partire per New York.
Per trovare un attimo di relax e riflettere con più calma, mise su un disco di Paolo Conte e accese la tv sulle prove del Gran Premio di Imola. Era il 1° maggio 1994. In diretta assistette all’incidente mortale di Senna. Spense la tele. Cosa ci andava a fare in America?
Gli scherzi del destino sono come la fortuna: non vengono mai da soli. Quattro scatole di Alcion scadute e il miglior scotch in circolazione: trangugiò tutto a occhi chiusi, poi caricò la Beretta e scese a trovare l’amico camionista.
Il vicinato udì un colpo solo, nitido, rotondo.
Revolver non ebbe nemmeno il tempo di scappare: la miscela di sonniferi e alcol esplose nel suo cervello, e lui cadde in coma sulla sua vittima.
In prigione non l’hanno tenuto. Non è pazzo ma solo affetto da una sindrome scoperta prima dagli economisti che dai medici: Insicurezza Totale.
Il suo nuovo mondo si chiama Analisi, entra ed esce dalla psichiatria, vede Cristina tutti i giorni. Lei ha un figlio che è spiaccicato a lui. Si chiama Niki, spalle leggermente curve, occhi scuri infossati, penetranti, capelli corvini lisci, naso aguzzo, orecchie a sventola e labbra fini; non ama né automobili né pistole: suona il piano e gioca a pallavolo.
Il poster Ayrton Senna chissà dov’è finito.
Il sorriso favoloso di Jessica Lange striscia sulle labbra di tutte le infermiere.

 

 

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