Il natale del '39
di Bruno Bianco

 

 

Lo ricordo bene quel Natale del '39. La balilla era arrivata nel cortile poco prima di mezzogiorno. Dalla porta mia mamma era uscita strofinandosi le mani nel grembiule, mentre mio padre e mio zio stavano aggiustando una ruota del carro sotto il portico, mio nonno stava cambiando l' acqua ghiacciata del cane e mio fratello cercava di sistemarsi lo slittino che aveva appena finito di spaccare nelle sue discese; e io, io stavo facendo un pupazzo di neve. Ma quella balilla, il rumore del motore, le cromature lucide, mi avevano subito fatto dimenticare il pupazzo e persino che c' era mia sorella che non vedevo da tre mesi. Così tutta la mia famiglia era rimasta ferma, senza osare avvicinarsi alla macchina, con la tipica timidezza della povera gente verso quelli che hanno i soldi; solo io, con la spontaneità dei miei sei anni, ero corso verso di loro sotto lo sguardo di rimprovero di mia mamma. L' ingegner Guido Boroni portava un cappotto nero e un cappello di Borsalino che nemmeno il podestà o il dottore del nostro paese avevano. Per non parlare dell' eleganza della moglie; la signora Giulia aveva una pelliccia che lasciava intravedere un abito grigio dai bottoni dorati. In testa un cappello dello stesso colore che non avevo mai visto prima; credo che fosse la moda del momento in città. Com' era diversa la signora Giulia da mia madre. All' incirca avranno avuto la stessa età, ma mia mamma sembrava molto più vecchia; forse per il modo di vestire, forse perché non era truccata, forse perché era più grassa. Chissà perché in campagna le donne dai quarant' anni in su iniziavano a ingrassare, mentre invece in città erano tutte esili come la signora Giulia.
-Signora Boroni, che piacere rivedervi, avervi qui per il Natale. Fate attenzione, non è mai nevicato tanto come quest' anno; noi la neve l' abbiamo levata, ma il ghiaccio, sapete com' è, ce ne vuole di tempo prima che vada via. Ingegnere, non sapete come siamo felici di avervi qui. Spero che il viaggio sia andato bene; certo che è lunga da Torino a qui.-
-Signora, con una macchina come questa uno non si accorge nemmeno di viaggiare. Ma poi cos' è questo "voi"? Se ricordo ben dovevate darvi del tu. Diglielo Giulia, diglielo che dovete darvi del tu.-
-Mio marito ha ragione. Mi devi chiamare Giulia, come io chiamo te Anna. Ma adesso vai ad abbracciare Lucia; sono tre mesi che non vi vedete. Non vi era mai successo di stare lontani per così tanto tempo.- Erano gentili, erano proprio bravi l' ingegnere e la signora. Noi li chiamavamo sempre così; lui era l' ingegnere, lei era la signora, senza bisogno di aggiungere nomi e cognomi. Erano le persone più ricche che noi conoscessimo, ma anche le più brave; di colpo, quest' estate, quando si davano ancora del "voi", la signora aveva detto a mia mamma.
-Vostra figlia è brava a scuola, è intelligente, ama studiare; ora che ha finito questo ciclo, che intenzioni avete? Non vorrei che le mie parole vi offendessero, però Lucia deve avere l' opportunità di studiare e voi come fate a darle questa possibilità? Lasciate che venga con noi a Torino. La iscriveremo al ginnasio, io mi occuperò di lei come se fosse mia figlia; ad ogni vacanza ve la riporterò a casa e in estate sarà sempre qua.
- Avevano quasi litigato i miei genitori per quella proposta; mio papà diceva che non potevamo permetterci di far studiare Lucia e che comunque non era utile.
-Se l' ingegnere e la signora vogliono davvero aiutare Lucia, la portino pure a Torino, ma che la tengano a servizio; così almeno guadagna qualche soldo e si abitua a lavorare. Troppo comodo portarla via per farla studiare, tenerla come una figlia; fanno così solo perché loro non possono avere figli e allora vogliono prendersi la nostra!
-Sulla storia che non potevano avere figli si erano già dette tante di quelle parole che non si sarebbe potuto aggiungere niente di nuovo. I signori Boroni erano arrivati nella primavera del' 34; avevano comprato un pezzo di casa vicino alla nostra e si era subito capito che erano brave persone. Dicevano che avevano preso la casa perché ogni tanto volevano passare qualche giorno a respirare l' aria di campagna; la signora soffriva di asma e in certi periodi diceva che a Torino si sentiva soffocare, che solo il cambiare aria le dava sollievo. Ogni anno venivano qualche giorno a Pasqua e poi qualche domenica; in estate avevano permanenze più lunghe, le loro vacanze, le chiamavano. Poi venivano ancora una volta a fine estate e fino alla Pasqua successiva non li rivedevamo. Era nata un' amicizia tra la signora e mia mamma, se di amicizia si può parlare tra una donna ricca e un' altra che ricca non era; mia mamma le insegnava a fare il bagnet per il bollito, la bagna cauda, il minestrone di fagioli e la signora si divertiva un mondo a preparare quei piatti. L' ingegnere invece si faceva accompagnare da mio padre nei campi, si faceva spiegare i vari lavori, a volte provava anche a fare qualcosa; diceva che gli piaceva tanto la terra e che un giorno o l' altro avrebbe comprato un cascina enorme e avrebbe coltivato tutto, meliga e grano, frutta e vigna. Ne aveva di soldi l' ingegnere. Sentivo i miei genitori dire che lavorava per una grossa impresa, forse per lo stato; che faceva di tutto, case di abitazione e centrali elettriche, che era un alto dirigente, uno che guadagnava dei soldi, che aveva amicizie importanti. Però se marito e moglie di questo tipo, alla loro età, non avevano ancora figli, l' unica spiegazione era che non potessero averne.
-Vedi com' è fatta la signora; così magra, così pallida. E poi l' hanno detto loro che vengono in campagna per la salute della signora; per me è lei che non può avere figli.-
-Magari invece è l' ingegnere. Tanto ricco, tanto elegante e poi nel letto è un po' molle.
- Quante ne aveva sentite di queste battute! E tutti a ridere, uomini e donne, dimenticando per un momento l' invidia per i loro soldi, la loro posizione e le loro amicizie altolocate.
Alla fine, anche se a denti stretti, mio padre aveva accettato; così a settembre mia sorella era partita sulla loro balilla, con una valigia dove aveva messo quei pochi vestiti buoni che aveva. Tutte le domeniche a mezzogiorno telefonava; mia mamma andava al bar della Mariuccia e si faceva trovare lì alle 11,"caso mai oggi telefona prima" e aspettava con la stesa ansia di quando doveva partorire la nostra mucca o quando dopo la grandinata si andava nella vigna a vedere i danni. A mezzogiorno spaccato suonava il telefono, mia mamma diceva che era per lei e Mariuccia che lo sapeva le passava subito la cornetta. Afferrava quell' aggeggio e parlava forte, quasi gridava per paura di non farsi sentire; un po' si commuoveva e un po' era contenta di sentire che Lucia era felice, che a scuola andava bene, che con i signori Boroni andava d' accordo. Poi al telefono arrivava la signora a dire a mia mamma che Lucia era proprio brava, che lei e suo marito erano tanto contenti di averla in casa, di accompagnarla a scuola, di andare a parlare ai professori e sentire i loro complimenti. Così ogni domenica, per tre mesi; però un conto è parlare al telefono, un conto vederla di persona. Ecco perché quella vigilia di Natale del '39 a casa mia c' era grossa agitazione e perché quando arrivò la balilla tutti uscirono in cortile; dopo tre mesi finalmente rivedevamo Lucia.
-Io non so come ringraziarvi per quello che fate per Lucia; e poi perché siete venuti giù con questo freddo. Se permettete, mio marito viene ad accendervi la stufa; qui non è come a Torino, qui è molto più freddo.-
-Devi smettere di ringraziarmi per Lucia; sono io che devo ringraziare voi perché vi siete fidati ad affidarmela. E poi freddo o non freddo non potevo certo tenerla lontana da voi il giorno di Natale; noi restiamo qui solo due giorni e sia io sia mio marito abbiamo gradito molto l' invito di passare il Natale con voi. Comunque vedo che non riesci proprio a darmi del tu.- No, mia mamma non ci riusciva proprio; e pensare che avrebbero passato due giorni praticamente insieme. Così mentre mio padre e l' ingegnere entrarono nella casa dei signori Boroni, mia mamma accompagnò la signora a casa nostra.
-Gli agnolotti! Non ho mai visto prepararli. Mi devi insegnare, devo provare anch' io a farli.
-Vicino al tavolo c' era mia nonna che impastava e mia zia che preparava il ripieno; era da stamattina alle sette che erano al lavoro. C' era da preparare un pranzo di Natale e non uno qualunque; era un pranzo che aveva come ospiti la signora e l' ingegnere. Un ripieno come quello non lo avevano mai fatto; con tanto coniglio, maiale e persino carne di vitello. Poi il sugo di coniglio, con tanta carne, non la solita bagnarola di pomodoro che mangiavamo gli altri anni.
-Metti delle uova, mettine tante. La pasta deve essere bella solida.- aveva detto mia mamma alla nonna. Non aveva venduto neanche un uovo stavolta; le aveva tenute tutte per il pranzo, senza nemmeno dirlo a mio papà che si sarebbe arrabbiato da morire.-
-Signora Giulia, è meglio che andiamo adesso da Ettore; tra un po' chiude.-
La signora avrebbe voluto mettersi un grembiule e dare una mano, però bisognava sbrigarsi perché il macellaio chiudeva. La signora al telefono era stata chiara: "Noi accettiamo l' invito a pranzo, ma voglio prendere io il bollito". Così andarono al negozio di Ettore; davanti all' ingresso c' era il solito drappo con la testa di vitello al centro e sul bancone i pezzi di carne con le mosche che volavano sopra. Ettore ogni tanto con una ramazza di salici dava dei colpi, un po' alla carne, un po' alle mosche.
-Ettore, mi raccomando. Abbiamo la signora come ospite a Natale.-
-Signora Boroni, che piacere. Vi do il pezzo migliore che abbiamo. Avete visto il lenzuolo lì fuori; la testa del bue che abbiamo ammazzato era uguale a quella. Un bue grasso così, voi a Torino non l' avete mai visto.-
Tanto mia mamma lo sapeva che Ettore diceva così a tutti, anche se credo che la signora un po' di soggezione la mettesse anche a lui. Uscirono dal negozio con un borsone di bollito, testina, lingua e cervella; mi ricordo di avere sentito la mamma dire a mio papà che la signora aveva speso una cifra enorme e che la carne che aveva preso era per un reggimento. Così il pomeriggio le donne erano rimaste in casa tutto il giorno a cucinare; tra loro la signora con il grembiule addosso, le maniche della camicetta arrotolate, a cercare di aiutare o piuttosto di imparare. Mia mamma era più attenta a guardare lei che non alle faccende, timorosa che potesse tagliarsi o che potesse capitare qualunque tipo di accidente; le faceva continuamente i complimenti, le diceva che era molto brava, mentre la signora si scherniva e si scusava continuamente di essere di impiccio, ma le piaceva così tanto stare in cucina con loro.
L' ingegnere invece era con mio papà, in giro per i campi. Era buffo vedere l' ingegnere vestito proprio come si vestono quelli di città quando vanno in campagna, senza giacche, cravatte e cappotti, con abiti meno classici, ma sempre più eleganti di quelli dei campagnini; voleva andare dappertutto, anche se c' era più di mezzo metro di neve che ti infradiciava i piedi, ti entrava negli stivali e ti bagnava tutte le calze. Poi avevano proseguito per il paese e l' ingegnere aveva insistito per offrire una china calda a mio papà. In paese mio papà si inorgogliva perché quando era con l' ingegnere gli sembrava che tutti lo rispettassero di più; tutti salutavano l' ingegnere e con altrettanta deferenza facevano lo stesso con lui, come ad averlo nominato sul campo primo amico dell' ingegnere. Poi incontrarono il podestà che si fermò a parlare con loro. Mio padre era un po' imbarazzato a sentire i loro discorsi su Mussolini, sulla Germania e sulla guerra e gli sembrava quasi di essere di troppo; ma l' ingegnere ogni tanto si rivolgeva anche a lui, come per non tagliarlo fuori dalla conversazione. Mio padre era contento, perché si era accorto che da quando Lucia era andata a Torino dai signori Boroni il podestà era sempre gentile con lui. Tutte le volte che lo incontrava gli diceva: Salutatemi l' ingegnere". Oppure "Come sta l' ingegnere ?" O ancora "Quando viene giù l' ingegnere?".
Io ero rimasto con Lucia e mio fratello. Lucia parlava dei tranvai e delle macchine per la strada che bisognava stare attenti ad attraversare; poi aveva visto la Mole Antonelliana, Piazza Castello e il parco del Valentino. Era anche andata a Superga dove " C' è una vista lassù che si vede tutta Torino".
-E la scuola, com' è la scuola?" le chiedeva mio fratello, lui che era il più asino di tutti e il pensiero che Lucia andasse ancora a scuola lo terrorizzava.
-Ma non è come la nostra scuola. Ci sono tante materie, ci sono i professori che spiegano il greco e il latino. Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa.-
-Cos' è questo rosario?-
Ricordo che Lucia alle mie parole si era messa a ridere e rideva così tanto che sembrava non riuscisse più a smettere; mi ha sempre detto di non aver mai dimenticato né la mia domanda né la sua risata. Come nessuno può aver dimenticato la sera, una delle più fredde di tutto l' inverno. Per aspettare la messa di mezzanotte eravamo andati tutti nella stalla; da una parte le donne a cucire, rammendare e spettegolare, dall' altra gli uomini a giocare a carte e a bere vino. Noi bambini un po' a giocare e un po' a insistere con i vecchi che ci raccontassero le storie; loro finivano sempre per raccontare storie di masche e di spiriti dei boschi, mentre noi ci coprivamo la faccia dallo spavento.
-Sedetevi qua, signora. Voi non siete mai stata in campagna d' inverno, ma noi in questa stagione la sera la passiamo nella stalla; è il posto più caldo. State solo attenta a non sporcare la pelliccia; qui è tutto pulito, ma una stalla è sempre una stalla.-
Quella sera avevamo anche noi il vestito della festa, pronti per la messa di mezzanotte, però la pelliccia della signora e l' abito del' ingegnere erano tutta un' altra cosa. Già, l' ingegnere. Giocava a scopa con mio papà e gli altri uomini; da quello che sentivo mi sembrava che non fosse molto bravo, si scordava le carte e sovente perdeva tallone. Con lui erano tutti più permissivi, non gli dicevano gli insulti che si prendeva chi sbagliava una carta; però a parte questo e a parte il vestito, sembrava quasi uno come loro, con il toscano in bocca e il bicchiere di fianco. Ogni tanto si sentiva il solito rumore e allora automaticamente uno degli uomini si alzava, andava vicino alla mucca che l' aveva fatta, con il tridente copriva l' escremento con un po' di fieno non senza aver dato un mezzo giro e poi riprendeva la partita. L' ingegnere e la signora incrociavano lo sguardo e trattenevano la ghignata che diventava solo un sorriso frenato; adesso che ripenso ai loro sguardi e alla loro mimica, vedo che non erano per niente schifati, anzi quasi timorosi di disturbare un mondo così lontano dal loro. E al pranzo di Natale sono sicuro che si erano divertiti come non mai. Un pranzo così lungo io non lo ricordo; quando i grandi si alzarono da tavola mio nonno aveva detto "Adesso è ora di fare cena" e tutti avevamo riso, ma lui parlava sul serio, perché mio nonno la cena non la voleva mai saltare. La signora aveva portato da Torino il panettone; una scatola rotonda di cinque chili che rimase poi come scatola dei giochi per tutta la mia infanzia. Poi i cioccolatini gianduia e i biscotti savoiardi; io in quel momento avevo capito perché Lucia si trovasse così bene a Torino, perché c' erano i dolci più buoni del mondo. Così quando il giorno di Santo Stefano i signori Boroni ripartirono per Torino, eravamo tutti in cortile, schierati come se dovessimo fare una foto di gruppo, veramente dispiaciuti che se ne andassero. Restammo lì finché la balilla non scomparve dalla nostra vista e ricordo mia mamma che disse ancora una volta "Dovevi vedere quanto ha speso la signora da Ettore per tutto quel bollito". Parlava del bollito, della pelliccia della signora, della balilla dell' ingegnere, dei ricchi che vivono a Torino e di tanto altro che non ricordo più; tutti rientrammo in casa, ma per giorni, settimane e mesi se ne parlò ancora, come se al mondo non ci fosse niente, ma proprio niente di più importante.

Non so perché, ma il Natale degli anni dopo io non lo ricordo così bene; forse perché furono uguali a quello del '39, con il bollito di Ettore, il panettone e la sera nella stalla tra le vacche che la facevano continuamente. Però ricordo di nuovo bene il Natale del '43. Alla fine dell' estate Lucia non era più ripartita per Torino; la signora aveva detto che era pericoloso in città, con i bombardamenti e tutto il resto. Così quel Natale, senza più il motivo di riportare mia sorella, i signori Boroni avevano avvisato che non sarebbero venuti. Invece a mezzogiorno delle vigilia, come gli anni precedenti, li vedemmo arrivare in cortile; senza balilla, senza pelliccia, senza cappotto nero. Arrivarono su un camioncino sgangherato guidato da uno sconosciuto; la signora con un mantello liso e l' ingegnere con un pastrano simile a quelli dei contadini. L' autista del camion non aveva nemmeno spento il motore; il tempo di far scenderei i signori Boroni ed era ripartito nella sua nuvola di fumo nero. Sembrava quasi come gli altri anni, quando arrivavano con la balilla e tutti uscivano in cortile a riceverli; quasi. L' ingegnere tenendo per un braccio la signora, anzi spingendola, aveva detto solo poche parole a bassa voce.
-Non dite niente; fateci solo entrare in casa. In fretta, per favore.-
Mia mamma fece uscire tutti; noi bambini, ma anche i vecchi. Seduti intorno al tavolo soltanto i miei genitori, l' ingegnere con la sua barba incolta e la signora così pallida che sembrava dovesse svenire da un momento all' altro; soltanto molti anni dopo mia mamma mi raccontò tutta la storia che mi sembra di vederli con i miei occhi e sentirli con le mie orecchie. Erano scappati da Torino perché i partigiani li cercavano per farli fuori; molti del loro giro erano già stati fucilati e il loro giro era quello di chi credeva negli ideali del fascio, di chi era solito frequentare e fare affari con i gerarchi, di chi lavorava e prosperava vicino agli ambienti dei fascisti che contavano.
-L' autista del camion che ci ha portato qui è un mio vecchio operaio che ha accettato di correre il rischio di farsi prendere; adesso però noi abbiamo bisogno del vostro aiuto. Dovete nasconderci per qualche giorno, non so quanti, quelli necessari perché qualcuno dei pochi amici che ci sono rimasti riesca a organizzare la fuga; dovete nasconderci e non dirlo a nessuno, perché presto anche i partigiani di qui verranno a cercarci.
- Ai signori Boroni i miei non potevano proprio dire di no; nemmeno adesso che non avevano più la balilla e i vestiti eleganti, ma erano come quegli sfollati che arrivavano dalle città bombardate. Veramente erano peggio di loro, perché i signori Boroni oltre ad aver perso tutto, in più avevano anche paura di morire. No, non si poteva dire di no, però nei giorni successivi lo sentivo mio padre che borbottava.
-Chissà cos' hanno fatto quei due in questi anni! La bella vita, mentre le camicie nere andavano in giro a picchiare la povera gente. Te lo dico io, l' ingegnere era un pezzo grosso, uno che dava del tu al Duce. Poi perché dobbiamo rischiare noi? Se i partigiani li trovano, prima fanno fuori loro e poi fanno fuori noi. Non dico di consegnarli, dico solo di mandarli via; da qualche parte riusciranno a nascondersi e alla fine si salvano ancora. Quella gente lì è dura a morire.-
Mi mamma lo zittiva di malo modo, tanto sapeva che lui diceva solo per dire, che era sempre un bastian contrario e che parlava perché aveva una fifa nera. Comunque era sempre mia mamma che andava nel fienile a portare da mangiare ai signori Boroni; avevano perso il loro aspetto elegante, ma non i loro modi cittadini. Anche in quelle condizioni disagiate mangiavano con la loro tipica raffinatezza e sempre grazie, per favore e per piacere a qualunque richiesta; mia mamma come sempre continuava a dare del voi alla signora, ma adesso lei non cercava più di convincerla a usare il tu, forse era l' ultimo aspetto che la faceva ancora sentire sicura nella sua dignità, visto che aveva perso anche Lucia.
-Io quei due non li voglio vedere. Se non li consegno ai partigiani è solo per voi. Ma non chiedetemi di andare anche solo a salutarli!
-Era successo in fretta, prima che arrivasse l' inverno; all' inizio solo a parole, poi anche nei fatti. Si era messa contro quel fascismo che prima neppure conosceva; faceva di tutto per i partigiani, la messaggera, la vedetta, la generica aiutante. Mio papà come al solito non era d' accordo.
-Ma cosa importa a te dei fascisti? E' brava gente, non hanno mai fatto del male. Non è mica giusto andare ad ammazzare la gente; e poi è anche pericoloso con tutto quello che c' è in giro!- diceva, come se fosse un altro ad aver detto quelle parole contro i signori Boroni e i loro amici fascisti.
-Tu adesso vai a salutare la signora e l' ingegnere; e poi stai anche un po' con loro. Qui dentro fai quello che diciamo io e tuo padre.-
Alla fine Lucia aveva fatto quello che voleva mia mamma e una volta al giorno andava a trovare i signori Boroni; però anche due persone deboli e spaventate come loro capivano che in Lucia non c' era più lo stesso sentimento di qualche mese prima. Ma almeno non li denunciò; anzi, nessuno li denunciò. Otto giorni dopo il loro arrivo, proprio nella notte di Capodanno, entrò nel nostro cortile un camioncino scassato molto simile a quello che li aveva portati. Il rumore svegliò anche me; dalla finestra vidi l' ingegnere che aiutava a salire la signora, sempre più magra, sempre più pallida, sempre più malata. Poi fece un cenno di saluto ai miei genitori e il camion si allontanò; io rimasi immobile a fissare il veicolo che si allontanava, fino a quando il rosso dei fanalini non scomparve nella notte.

Dove fossero fuggiti nessuno della nostra famiglia e mai riuscito a saperlo; anzi non ricordo di aver più sentito i miei genitori parlare dei signori Boroni. Credo che ne parlassero solo tra loro, quando nessuno poteva ascoltarli. Poi una mattina di luglio del 1947 lo vedemmo arrivare, lui, l' ingegnere. Era giunto con il primo treno e vederlo entrare a piedi nel cortile, faceva un certo effetto; non era più quello del Natale '39 con balilla e tutto il resto, ma nemmeno quello spaventato e trasandato del camion in piena notte. Seduto sotto la pergola, con pintone e bicchieri su un tavolo, in mezzo a mio papà e mia mamma, aveva detto che preferiva non raccontare molto; si sentiva solo in dovere di dire che la signora era mancata questa primavera, per la tisi, o forse per tutto quello che aveva patito in quegli anni. Poi disse ancora che aveva un debito con loro, un debito di riconoscenza, un debito che non avrebbe mai potuto pagare, ma che sarebbe riuscito a fare qualcosa in cambio; disse che era sua intenzione venire giù più spesso, in quel suo pezzo di casa vicino alla nostra. Poi arrivò Lucia e non ci fu bisogno degli ordini di mamma; mia sorella è sempre stata troppo orgogliosa per commuoversi e anche allora non le uscì neppure una lacrima. Io non capivo se il suo abbraccio all' ingegnere era frutto dell' ubbidienza materna o del suo sentimento sincero; non lo capivo allora e non sono mai riuscito a capirlo. Forse perché la mia conoscenza dei fatti arriva da strade diverse; qualcosa l' ho visto con i miei occhi, altro l' ho sentito nei discorsi dei grandi, altro ancora mi è stato raccontato successivamente. Tanti aspetti mi sono sfuggiti, altrettanti forse li conosco in maniera errata; ma ad essere sincero ormai non mi interessano più di tanto e credo proprio che il tutto non abbia più alcuna rilevanza.

Se faccio un bilancio devo ammettere che la vita non è stata cattiva verso di me e la mia famiglia; i miei genitori sono morti in età avanzata, io, mio fratello e mia sorella siamo arrivati ormai sulla settantina, abbiamo dei figli bravi e siamo lì lì per diventare nonni tutti e tre. La pagnotta non ci è mai mancata, anzi non possiamo lamentarci del lavoro. Già, il lavoro. Lucia dopo la guerra ha continuato gli studi, addirittura si è laureata, è diventata anche abbastanza famosa nel suo giro. Giornalista, scrittrice, ha perfino insegnato all' università; in fondo è sempre stata l' elemento intelligente della nostra famiglia. Io e mio fratello in tanti anni ci siamo limitati a leggere la Gazzetta dello Sport sul bancone dei gelati nel bar del paese. Però abbiamo imparato un mestiere e alla fine abbiamo anche aperto in società una piccola officina meccanica; torni, frese, rettifiche, insomma le nostre soddisfazioni le abbiamo avute anche noi. Anche l' ingegnere è morto in età avanzata, a Torino, ma ha voluto farsi seppellire nel cimitero del nostro paesino; si trovava bene da noi, ne passava di tempo qui, anche per lavoro. La sua esperienza e la sua capacità lo avevano portato in poco tempo a essere di nuovo sulla breccia, a essere uno di quelli che contava; nel nostro paese tutti lo ricordano perché ha fatto ricostruire tante case distrutte, ha fatto fare l' acquedotto e la cantina sociale, l' oratorio parrocchiale e il mercato coperto per il bestiame. Poi diciamo che se non fosse stato per lui, non credo che Lucia sarebbe riuscita a prendere la laurea; anche il nostro primo datore di lavoro, mio e di mio fratello, quello che ci ha insegnato a usare il tornio e la fresa, era un suo amico. L' unico rammarico è non aver avuto la cultura sufficiente per seguire la carriera di Lucia, per capire quello che le succedeva; ha ricoperto incarichi importanti in istituti storici, ha fatto convegni e scritto libri sulla resistenza. Ne aveva tutti i requisiti, lei che dopo la fuga dei signori Boroni, era diventata una vera partigiana; in quegli anni ha partecipato a tutte le lotte nella nostra zona e conserva ancora appeso in cucina quel fazzoletto rosso a cui tiene più che alla sua fede nuziale, lei che ha avuto anche un' onorificenza per l' impegno nella resistenza. Poi negli ultimi anni è comparsa più volte sui giornali, per quei dibattiti e quelle discussioni che fanno quelli che hanno studiato. So che parlava e scriveva dei partigiani e dei fascisti, di Salò e della rappacificazione, di guerra civile e di crimini di guerra; mia sorella è sempre intervenuta con decisione, ma proprio non saprei dire da che parte stava.
Alla mia età però non mi interessa più approfondire l' argomento, alla mia età si ricorda molto bene il passato, come se fosse tutto fatto di immagini.
La balilla che entra nel cortile, la signora con la pelliccia, il camion che arriva, i signori Boroni che scendono, il camion che li porta via, l' ingegnere che aiuta la signora a salire, l' ingegnere in maniche di camicia che beve un bicchiere di vino sotto la pergola, Lucia che abbraccia l' ingegnere.
E alla fine mi sembra un' unica grande immagine; come se tutto fosse successo nel Natale del '39.

 

 

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