
(Foto:
Aurelia Mihai, 2006)
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Come
ha notato Etienne Balibar, sulle orme di Michel
Foucault, ogni società che
si prefigga di realizzare l'universalità dei
diritti si fonda inevitabilmente su qualche
forma di esclusione (Balibar 1991: 50). Non
fece eccezione
la società nata dalla rivoluzione
francese: allorché la Dichiarazione
dei diritti dell'uomo e del cittadino enunciò i
diritti che avrebbero dovuto valere universalmente,
sorse la questione di quali soggetti
potessero godere di tale "universalità".
All'epoca le esclusioni dalla cittadinanza
attiva furono giustificate con due ordini di
ragioni:
da un lato la violazione dell'implicito patto
di fiducia su cui si riteneva fosse basata
la società (era
il caso di aristocratici, bancarottieri, debitori
insolventi, individui senza fissa dimora, pregiudicati;
nonché, per analogia, degli ebrei, ritenuti
più fedeli alla propria comunità che
alla nazione);
dall'altro, la "naturale" incapacità di
libertà e autonomia,
ritenuta propria di nullatenenti, donne,
domestici, schiavi (Rosanvallon 1992). |
Non
fanno eccezione nemmeno le società contemporanee,
in cui le ragioni dichiarate dell'esclusione sono volta
a volta l'appartenenza o
la non-appartenenza a una determinata cultura, etnia, nazione,
gruppo tribale o linguistico; non meno importanti,
ma non sempre esplicite,
sono naturalmente le ragioni più profonde, di
cui quelle dichiarate sono spesso un pretesto, come
il timore, da parte di un gruppo sociale maggioritario
o dominante, di dover rinunciare alla propria egemonia
o di dover ridurre il proprio tenore di vita; la volontà di
preservare le proprie
istituzioni
politiche o culturali; l'ostilità o quanto meno
l'insofferenza nei confronti dello straniero o
dell'estraneo;
e così via.
È ben vero che le dichiarazioni universalistiche hanno un valore performativo,
cioè indicano un dover essere, una condizione dettata dai principi di
giustizia condivisi da tutti (si veda la Dichiarazione
universale dei diritti
dell'uomo del 1948), o addirittura
incitano alla ribellione in nome dell'eguaglianza e della libertà (Balibar
1991: 52). È altresì vero che a livello teorico esiste una diffusa
consapevolezza che una vera democrazia esige la "piena inclusione" di
tutti i residenti su un certo territorio (Dahl 1998: 83). È infine
vero,
come ha scritto T. H. Marshall, che i diritti di cittadinanza possono
svolgere un'importante funzione di integrazione sociale
in contesti di
profonda discriminazione e diseguaglianza (Marshall 1950).
Tuttavia, da un lato, le società contemporanee sembrano esprimere una
domanda di differenziazione sociale almeno altrettanto forte di quella di integrazione,
come testimonia la diffusione di posizioni "multiculturaliste" che
reclamano la cittadinanza differenziata. Dall'altro lato, la retorica dei mezzi
di comunicazione di massa mostra con molta evidenza che l'universalità dei
diritti enuncia un'esigenza morale spesso priva di efficacia politica e giuridica,
facilmente trasformabile in una formula vuota disponibile a usi propagandistici:
anzi, la realtà è che in tutti i paesi occidentali vivono, accanto
ai cittadini, altri soggetti (meteci, stranieri, immigrati, zingari) che, proprio
in quanto sono esclusi dallo spazio giuridico comune, cioè sono privi
dei diritti civili fondamentali, sono ridotti al rango di "non persone" (Dal
Lago 1999).
Naturalmente è possibile che l'universalità non sia mai del tutto
raggiungibile: "il significato de 'l'universale' si dimostra variabile a
seconda delle culture, e le specifiche articolazioni culturali dell'universale
operano contro la sua pretesa transculturale"; le pretese di riconoscimento
degli esclusi mettono in evidenza il "limite contingente dell'universalismo" e
spingono a sempre nuove riformulazioni del termine, ogni volta che nuovi gruppi
vengono inclusi. Tale estensione-riformulazione richiede un'operazione di interpretazione
dell'universale, che deve però evitare i due estremi dell'imposizione
forzosa di un universale su una cultura che gli resiste, e dell'addomesticamento
della sfida posta dall'alterità (come quando si vuole dimostrare che l'universale è già stato
raggiunto): che ciò accada è il segno di una democrazia dinamica,
di pratiche politiche che si aprono alla possibilità del nuovo e dell'imprevisto
(Butler 1996: 50-51).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti
bibliografici
BALIBAR,
E., "Citizen Subject", in E. Cadava, P. Connor
e J. L. Nancy (a cura di), Who comes after the Subject? New
York-London, Routledge 1991, pp. 33-57.
BUTLER, J., "Universality in Culture", in Nussbaum,
M. et al., For Love of Country. Debating the Limits
of Patriotism, a cura di J. Cohen, Boston, Beacon Press
1996.
DAHL, R., Sulla democrazia (1998), Roma-Bari,
Laterza 2000.
DAL LAGO, A., Non-persone. L'esclusione dei migranti
in una società globale, Milano, Feltrinelli
1999.
DERRIDA, J., La democrazia aggiornata, in J. Derrida,
Oggi l'Europa. L'altro capo, Milano, Garzanti 1991.
MARSHALL, T.H., Citizenship and social class (1950),
ora in T. H. Marshall e T. Bottomore, Citizenship
and Social Class, London-Concord, Pluto Press
1992.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza.
Storia del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi
1994.
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