
Terence
Abbot, Soapbabbles
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In
una concezione organica della società lo
scopo dell'organizzazione politica è la
conservazione del tutto. Non vi è posto
in essa per diritti che non solo la precedono
ma pretendono addirittura di restarne fuori,
anzi di sottoporla alle proprie esigenze. La
stessa espressione 'associazione politica' è totalmente
estranea al linguaggio dell'organicismo: 'associazione'
si dice una formazione sociale volontaria, derivata
da una convenzione. [...] In una concezione organica
della società le parti sono in funzione
del tutto. (Bobbio 1989: 128)
Secondo
Bobbio il pensiero politico moderno nascerebbe
proprio dalla svolta teorica con cui viene abbandonata
la teoria politica "organicistica",
risalente ad Aristotele,
secondo cui l'uomo sarebbe animale politico,
quindi per nascita membro di gruppi sociali naturali
e gerarchicamente organizzati (famiglia,
villaggio, polis). I più importanti
corollari di questa concezione sono che l'uomo
trova la regola, il senso e il compimento del
proprio essere nella società di cui è parte
(che ha piuttosto le caratteristiche della comunità),
e che il potere politico procede dall'alto verso
il basso (da qui le raffigurazioni del governante
come, volta a volta, pastore, nocchiero, padre,
e dei governati come gregge, ciurma, figli minorenni). |
La
svolta è opera dei pensatori giusnaturalisti
e illuministi, che all'organicismo politico contrappongono
la sua antitesi radicale, ovvero la teoria individualistica
della società e della storia, secondo la quale l'associazione politica è "artificiale" (non
naturale), convenzionale e volontaria, e che il fine di essa è la
salvaguardia dei diritti dell'individuo:
in questa prospettiva la società è al
servizio dell'individuo, non viceversa. Ne consegue che l'individuo conserva
propri spazi di libertà impermeabili
all'ingerenza della società,
e che il potere politico scaturisce dal contratto sociale liberamente (e idealmente)
stipulato dagli individui singolarmente considerati. Si badi, dagli individui,
non dal popolo: "La democrazia moderna riposa sulla sovranità non
del popolo ma dei cittadini.
Il popolo è un'astrazione che è stata
spesso usata per coprire una realtà molto diversa" (Bobbio
1989: 129).
La fine, o quanto meno la dissoluzione, della società organica segna
allora l'inizio della modernità politica:
individui liberi ed eguali detentori di diritti inalienabili sottoscrivono
patti di associazione,
rettificano le diseguaglianze naturali, sciolgono le servitù tradizionali,
aboliscono le gerarchie ereditarie e si impegnano reciprocamente al rispetto
di regole comuni fondate sulla ragione. Così almeno voleva la Dichiarazione
dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789: "Gli uomini
nascono liberi e restano liberi e eguali nei diritti". Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BOBBIO,
N., "L'eredità della
grande Rivoluzione" (1989), in N. Bobbio, L'età dei
diritti, Torino, Einaudi 1990, pp. 121-141.
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