
(Fonte: Al Jazeera)
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Per
la teoria politica contemporanea "sfera
pubblica" è il "luogo" (virtuale,
non fisico) della formazione delle opinioni attraverso
il dibattito, la deliberazione, la contestazione
ad opera di cittadini, gruppi, movimenti, organizzazioni
facenti parte della comunità politica: è lo "spazio" di
discussione aperto dalla possibilità di
parlare in pubblico, di scrivere sui giornali,
di intervenire in televisione, di organizzare una
raccolta di firme, una manifestazione di piazza
e così via.
La genesi e l'allargamento di questo spazio accompagnano
la transizione storica dai regimi politici assolutistici
ai regimi costituzionali sino alla nascita
delle democrazie moderne. Se nelle monarchie assolute l'individuo doveva essere "suddito" in
pubblico e "uomo" (autonomo, scettico, ateo) solo in privato (in segreto),
con l'affermazione della società borghese si realizza invece la possibilità di
esprimere le proprie idee e discuterne in una cerchia relativamente ampia quale
quella dei membri di un'accademia scientifica, dei frequentatori di un caffè,
dei lettori di un giornale.
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E'
come se lo spazio interiore della coscienza umana,
che nei regimi assoluti era privato, chiuso, segreto,
si caricasse di una valenza politica: la morale individuale
si contrappone al potere dello stato, e diventando
opinione pubblica finisce per fare concorrenza alle
leggi statali, prima semplicemente criticandole,
poi organizzandosi per cambiarle. Così, il
passaggio dalla condizione di suddito a quella di
cittadino si può descrivere come il passaggio
dalla libertà morale interiore a una libertà politica
anche esteriore (Koselleck 1959: 99).
Nelle
democrazie contemporanee, dopo gli equivoci e le
illusioni dei populismi e dei nazionalismi,
lo spazio pubblico per un verso si è chiuso
alla partecipazione dei cittadini, saturato dai politici
di professione e regolato dalle logiche della comunicazione
di massa; per un altro verso, però, le tecnologie
dell'informazione hanno prodotto una moltiplicazione
e "capillarizzazione" dei discorsi, hanno
reso agevoli i contatti e gli scambi tra persone
e luoghi anche molto distanti, aprendo uno spazio
pubblico nuovo e scarsamente controllabile, capace,
talvolta, di influenzare le decisioni politiche delle élite.
La televisione e il cinema a basso costo, i "blog",
il giornalismo "leggero" (per cui un cronista
può realizzare un reportage anche da solo,
senza bisogno di assistenti, fotografi, operatori,
laboratori fotografici), la rete Internet, consentono
scambi di informazioni e forme di comunicazione che
possono, in qualche caso, sfuggire al destino di
omologazione e banalizzazione che colpisce i prodotti
del "circo mediatico". La stessa televisione,
del resto, non ha soltanto eroso la celebre distinzione
liberale fra "pubblico" e "privato",
né ha solo involgarito
e svilito i modi della comunicazione personale e
politica, riducendo ogni discorso all'insignificanza
della "melassa mediatica" (Sartori 1997);
la televisione ha anche contribuito a plasmare i
costumi e la mentalità dei cittadini, modificando
abitudini e stereotipi diffusi attraverso la proposta
di stili di vita e modelli di convivenza inconsueti
o alternativi a quelli consolidati.

La giornalista Christiane Amampour e la
sua troupe della
CNN (Foto: Annie Leibowitz)
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In
altre parole, se è vero
che la democrazia non è il
governo del
popolo,
ma il governo basato sul consenso dei governati, è pur
vero che la democrazia, per funzionare in modo
efficace e legittimo,
ha bisogno di qualche forma di partecipazione (che è poi
un'altra forma di consenso, quanto meno di
riconoscimento della legittimità delle
istituzioni democratiche). Nell'epoca della
globalizzazione la
partecipazione politica assume forme diverse
dal passato, e la sfera
pubblica si allarga e si complica: non è più solo
la platea dei lettori dei giornali o degli
spettatori del telegiornale nazionale, né dei
frequentatori delle riunioni di partito, ma
include, oltre ai navigatori della rete, soprattutto
i diversi pubblici, ormai eterogenei, dei programmi
radiofonici e televisivi, dai telegiornali
(al plurale) ai talk-show, dalle sit-com alle
telenovelas, dai reality-show alle
fiction,
dagli spot pubblicitari ai video musicali.
In tutti questi casi si "produce" opinione
pubblica, si generano atteggiamenti, si criticano
comportamenti, si influenzano opinioni, mentalità,
modi espressivi: cambiano così i modi
in cui i nonni trattano i nipoti, i figli i
genitori, gli uomini le
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donne (e
viceversa), si affermano nuovi stereotipi verbali,
diversi modi
di vestire,
di mangiare, di abitare, di celebrare le festività; cambia naturalmente
anche l'estensione della sfera pubblica, che già ai
tempi della rivoluzione francese non coincideva semplicemente
con la nazione,
ma era estesa all'intera Europa,
e che oggi si è allargata
a tutto il mondo (si
pensi ad esempio alle manifestazioni "globali" come
la marcia per la pace di Londra del 15/2/2003,
o ai concerti del World Live Aid). Cambia, insomma,
la "sensibilità etica" dei cittadini,
in modi e sensi di cui i governi devono tenere
conto, come mostrano le norme che in molti paesi
occidentali stanno trasformando la legislazione
in materia di famiglia, sessualità, bioetica.
Sul piano più strettamente politico, inoltre,
gli elettori hanno l'opportunità di osservare
da vicino i propri governanti, di criticarli,
di conoscere i dettagli delle decisioni politiche,
di ascoltare i pareri di statisti e di esperti,
e di formarsi così un'opinione in tema
di diritto, economia, sanità, ambiente,
in breve, su tutte le principali questioni di
cui
i loro governi si occupano.
Accade
così che più intensamente e
più diffusamente che in ogni altro periodo
storico, i cittadini delle democrazie oggi possano
accedere ai molteplici nodi che compongono la "rete" della
sfera pubblica. Naturalmente la diffusione e l'intensificazione
della comunicazioni non si traducono necessariamente
in una democrazia più matura, più consapevole
e più partecipata, tutt'altro: l'esperienza
mostra che i mezzi di comunicazione di massa inducono
con lo stessa disinvoltura consapevolezza e ottundimento, autonomia e
conformismo, conoscenza e ignoranza. In questo
senso acquistano particolare importanza
la legislazione e l'educazione: da un lato, la
legislazione deve garantire le condizioni della
libera formazione
dell'opinione in una sfera pubblica aperta e accessibile
a tutti i soggetti; dall'altro, lo stato deve garantire
ai cittadini il diritto a un'educazione tale da
consentire loro di accedere ai processi della sfera
pubblica,
nonché di intervenire in essi in modo attivo
e consapevole.
Se la democrazia radicale conserva ancora un significato
ideale e normativo nel
tempo della globalizzazione, esso non assomiglia
più al
progetto dell'autogestione socialista, ma resta affidato ai "flussi comunicativi
di una sfera pubblica vitale che s'inserisce dentro una cultura politica liberale" (Habermas
1997: 117): ovvero, se la convivenza democratica può esprimere ancora
aspirazioni di giustizia, libertà ed eguaglianza molto dipenderà dalla
capacità dei cittadini di
sostenere uno spazio pubblico di dialogo, contestazione, argomentazione razionale
che sia aperto a tutti, refrattario
alla coercizione
e ad esiti predeterminati.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BENHABIB,
S., "Toward a Deliberative
Model of Democratic Legitimacy", in S. Benhabib
(a cura di), Democracy and Difference. Contesting
the Boundaries of the Political, Princeton, Princeton University
Press 1996, pp. 67-94.
HABERMAS, J., Solidarietà tra estranei. Interventi
su "Fatti e norme", a cura di L. Ceppa, Milano,
Guerini e associati 1997.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della
società borghese (1959), Bologna, Il Mulino 1972.
RAWLS, J., Political Liberalism, New York, Columbia
University Press 1993.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli
1994 (1a edizione: 1993).
SARTORI, G., Homo videns, Roma-Bari, Laterza1997.

Cremlino,
Mosca, conferenza stampa di Vladimir Putin, 01/02/2007
(Foto: James Hill)
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