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Ciò che
costituisce la miseria umana è la contraddizione
che esiste tra le nostra condizione e le nostre
inclinazioni, tra la natura e le istituzioni
sociali, tra l'uomo e il cittadino. Se riuscirete
a eliminare questa duplicità, renderete
l'uomo tanto felice quanto può esserlo.
Datelo tutto intero allo stato, o lasciatelo
tutto intero a se stesso; se ne dividerete il
cuore, questa lacerazione lo renderà infelice.
Quest'essere morale che voi chiamate felicità pubblica, è in
se stesso una chimera: se il sentimento del benessere
non alberga in ogni persona, è come se
fosse inesistente; la famiglia, infatti, non
può essere fiorente se i figli non crescono
sani e robusti.
Fate sì che gli uomini non siano in contraddizione
con se stessi: che
essi siano ciò che vogliono sembrare e appaiano ciò che sono. In
tal modo avrete radicato la legge sociale nel profondo dei cuori, ed essi, uomini
civili per natura e cittadini per inclinazione, saranno onesti, buoni, felici,
e la loro felicità formerà anche quella della repubblica; giacché,
essendo niente senza di essa, saranno tutto attraverso di essa, ed essa avrà tutto
ciò che essi hanno e sarà tutto ciò che essi sono. Alla
forza della costrizione avrete aggiunto quella della volontà, al tesoro
pubblico avrete unito le fortune dei privati; essa sarà tutto ciò che
può essere solo quando comprenderà in sé tutto. [...] Quando
ciascuno pretende di essere felice soltanto per se stesso, non vi può essere
alcuna felicità per la patria.
J.-J. Rousseau, "La felicità pubblica", in Frammenti politici
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Costretto
a combattere la natura o le istituzioni sociali, bisogna optare tra
fare un uomo e fare un cittadino: giacché non si può fare
al tempo stesso l'uno e l'altro [...] L'uomo naturale è tutto
per se stesso; è l'unità numerica, l'intero assoluto, che
non ha rapporto se non con se stesso o col proprio simile. L'uomo civile
non è che una
frazione, dipendente dal denominatore, e il cui valore è nel suo
rapporto con l'intero, che è il corpo sociale. Le buone istituzioni
sociali sono quelle che meglio riescono a snaturare l'uomo, a togliergli
la sua esistenza
assoluta per dargliene una relativa, e trasferire l'io nell'unità comune;
di modo che ciascun individuo non si creda più uno, ma parte dell'unità,
e non sia più sensibile che entro il tutto. Un cittadino di Roma
non era né Caio né Lucio; era un Romano; egli amava perfino
la patria come esclusivamente sua [...]. Colui che, nell'ordine civile,
vuole conservare
il primato dei sentimenti della natura, non sa quel che vuole. Sempre
in contraddizione con se stesso, sempre oscillante tra le sue inclinazioni
e i suoi doveri, non
sarà mai né uomo né cittadino: non sarà buono
né per
sé né per gli altri. Sarà uno di quegli uomini dei
nostri giorni, un Francese, un Inglese, un borghese, cioè niente
[...]. Da questi oggetti necessariamente opposti derivano due forme
contrarie d'istituzioni:
una pubblica e comune, l'altra particolare e domestica.
J.-J. Rousseau, Emilio
Colui
che osa prendere l'iniziativa di fondare una nazione deve sentirsi
in grado di cambiare, per
così dire, la natura umana; deve essere capace
di trasformare ogni individuo, che in sé stesso è un tutto perfetto
e isolato, in una parte di un tutto più grande, da cui questo individuo
ricavi in qualche modo la vita e l'essere; di alterare la costituzione dell'uomo
per rinforzarla; di sostituire un'esistenza parziale e morale all'esistenza
fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuto dalla natura. Bisogna insomma
che egli tolga all'uomo le forze che gli sono proprie, per dargliene altre
che gli siano estranee, e di cui non possa fare uso senza l'aiuto di altri.
[...] Così, quando ogni cittadino non è niente e non può niente
se non per mezzo di tutti gli altri, e quando la forza acquisita dal tutto è uguale
o superiore alla somma delle forze naturali di tutti gli individui, si può dire
che la legislazione ha raggiunto il massimo grado di perfezione.
J.-J. Rousseau, Contratto sociale, II, 7
È stato Rousseau
(seguito a breve distanza da Immanuel Kant) a dare alla cittadinanza la sua
fondazione filosofica moderna, riprendendo la concezione
classico-repubblicana risalente ad Aristotele, Plutarco, Tacito (e ai loro
interpreti: Machiavelli, Harrington, Montesquieu, Mably), e collegandola
alla propria teoria del consenso.
Per Rousseau cittadino è l'individuo
libero e autonomo,
che fa, o partecipa a fare le leggi a cui obbedisce; è questa
infatti la sua definizione di libertà, intesa in senso morale:
obbedienza a una legge che imponiamo a noi stessi (Contratto sociale,
I, 8). La libertà dunque è il
risultato di un'autocreazione etica che può avvenire solo
nella comunità politica;
solo i cittadini che rinunciano ai propri interessi privati e alle
proprie
affiliazioni
parziali (ceto,
etnia, partito) e "accorrono
all'assemblea" possono essere sia liberi che moralmente giusti.
La repubblica potrà vivere soltanto se ogni cittadino troverà la
propria felicità nell'attività pubblica
anziché in quella privata:
allora la ricerca della felicità rafforzerà la
virtù, sia individuale sia pubblica, che sola mantiene lo
stato ben ordinato.
Com'è noto, questa concezione della cittadinanza
ha ben poco da fare con quella delle moderne democrazie rappresentative:
Rousseau
pensava a uno stato di piccole dimensioni, una comunità politica
di relazioni "faccia-a-faccia" in cui tutti si conoscessero
e fossero capaci di cancellare se stessi come individui privati per
rinascere come cittadini
e patrioti, custodi della Legge intesa come espressione
della ragione che vuole il bene comune, ovvero della "volontà generale" (Sartori
1993: 163, 169).
Nondimeno essa ebbe una straordinaria influenza sulla politica moderna,
soprattutto grazie all'interpretazione che ne diedero i protagonisti
della rivoluzione francese, i giacobini,
che la declinarono nel senso di una
democrazia "onnivora e totalitaria" (Sartori 1993: 166).
Secondo una celebre interpretazione, Rousseau avrebbe eretto a principio
politico il
metodo della critica di stampo illuminista, "che consiste nel
proclamare vera realtà ciò che è razionalmente
richiesto e davanti al quale il presente si annulla", in altri
termini, dopo aver progettato in astratto una finzione politica razionale,
Rousseau l'avrebbe scambiata per
una realtà politica realizzabile e da realizzare a ogni costo.
Con Rousseau l'utopia illuminista della società giusta sfocia
nella dittatura della volontà generale: l'innocenza impone
la rivoluzione; la guerra civile è annunciata
dall'uomo virtuoso (Koselleck 1959: 210).
In ogni caso, a Rousseau spetta comunque il merito di aver tentato
di coniugare il concetto repubblicano di
cittadinanza con quello di democrazia:
la sua soluzione appare inadeguata alla complessità delle
nazioni moderne, resta
però un monito contro
la riduzione della cittadinanza a pura protezione e godimento di
benefici. Come
ha ricordato Michael Walzer,
la sicurezza e la protezione che le autorità forniscono devono
essere a loro volta assicurate, talvolta persino contro le autorità stesse:
quindi anche la cittadinanza passiva richiede,
di quando in quando, partecipazione,
attivismo politico, mobilitazione,
che non sono
semplici mezzi ma anche modi di realizzazione della libertà.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
ALATRI,
P., "Introduzione",
in J.-J. Rousseau, Scritti politici, op. cit.,
pp. 9-72.
DERATHÉ, R., Jean-Jeacques Rousseau et la
science politique de son temps, Paris, P.U.F. 1950.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della
società borghese (1959), Bologna, Il Mulino 1972.
ROUSSEAU, J.-J., Scritti politici, a cura di P. Alatri,
Torino, Utet 1970.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli
1994 (1a edizione: 1993).
VIROLI M., Per amore della patria. Patriottismo
e nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza 1995.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J.
Farr e R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation
and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University
Press 1989, pp. 211-219.
WALZER, M., "The Civil Society Argument",
in C Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical
Democracy. Pluralism, Citizenship, Community,
New York, Verso 1992, pp. 89-107.
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