
Fedeli
riuniti nella moschea di Istqlal, a Giacarta,
la più grande del mondo,
1996 (Foto: Sebastiao Salgado)
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L'Islam è caratterizzato
in questa fase storica da una forte alterità all'Occidente,
che non si lascia ridurre né a differenza
teologica, né a semplice differenza culturale
tra le altre. Per molti musulmani l'Occidente è responsabile,
attraverso l'imposizione dell'esperienza della
modernità, dello stato di decadenza in cui
versa l'antica comunità del Profeta. Per
i delusi da una modernità cui non riescono
ad accedere pienamente, il rifiuto verso l'Occidente
diventa così uno strumento di riscatto
collettivo.
R. Guolo, L'Islam è compatibile
con la democrazia?
Nelle
società contemporanee
la pratica della cittadinanza deve fare i conti
con atteggiamenti e comportamenti che sempre più frequentemente
si richiamano o si ispirano a una qualche appartenenza
religiosa. La riflessione sulle trasformazioni
della cittadinanza nel mondo globalizzato non può trascurarli.
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E'
plausibile affermare che la moderna
concezione della politica si sia delineata proprio
a partire dalla netta separazione
fra politica e religione, e soprattutto dalla netta
distinzione fra la sfera pubblica dello stato, depositario
della sovranità e detentore del monopolio
della violenza legittima, e la sfera privata della
fede,
in cui ogni individuo può venerare la o le
divinità di
sua scelta; secondo questa concezione le confessioni
religiose vanno considerate alla stregua di associazioni private,
non molto dissimili da associazioni culturali o ricreative,
libere di organizzare i propri aderenti
in vista del perseguimento dei fini associativi (in
questo caso, la salvezza della propria anima). I
processi di secolarizzazione della politica e di
interiorizzazione
della fede furono avviati dalle conseguenze della
Riforma protestante e delle guerre di religione del
XVI secolo,
e ricevettero decisivo impulso dalla diffusione delle
idee dell'Illuminismo, sino ad apparire quasi compiuti
alle soglie del XX secolo, così che un osservatore
attento come il filosofo americano William James
poteva definire la religione come "le emozioni,
gli atti e le esperienze dei singoli individui in
solitudine,
quando comprendono di trovarsi in rapporto con qualunque
cosa possano considerare divino" (Le varietà dell'esperienza
religiosa, 1902).
Nel mondo contemporaneo, invece, non solo il discorso
religioso appare tanto diffusamente presente nell'ambito
pubblico da limitare drasticamente gli spazi
della politica laica, ma anche l'esperienza religiosa risulta meno "individualistica" che
in passato, e strettamente intrecciata con una ricerca collettiva di identità che
modifica il modo in cui ciascuno rappresenta se stesso, nonché i modi
della politica stessa. Grazie anche all'efficacia e alla capillarità delle
tecnologie elettroniche di informazione e comunicazione, in tutto il mondo
la religione ha conquistato il centro della scena politica e caratterizza ormai
la cultura nel suo complesso: "Quasi ovunque (forse con l'eccezione di Singapore
[…]) vediamo come tutto quello che si sta spingendo verso il centro dell'attenzione
culturale assuma una portata religiosa" (Geertz 1996: 107). Più in
generale, sembra che in molti casi la religione funga da veicolo privilegiato
per le identificazioni collettive: di fronte alle tensioni disgregatrici indotte
dalle vicende storiche degli ultimi vent'anni (accresciuta mobilità geografica,
emigrazione, sradicamento, confronto-coesistenza con altre culture, marginalità economica
e sociale, dissoluzione di modelli etici consolidati, globalizzazione), molti
individui hanno riscoperto la fede e l'esperienza di comunità che
essa consente. Dall'identificazione religiosa alla sua traduzione in termini
etico-politici
il passo è stato breve: è la "riconfigurazione religiosa della
politica della forza", per cui la religione cessa di essere un'esperienza
soggettiva e individuale e diventa la condivisione di un senso (un piano di valori,
un progetto teologico-politico) che è legittimo imporre (Geertz 1996:
113).
Occorre ricordare che qui non si tratta solo del famigerato interrogativo "se
l'Islam sia compatibile con la democrazia", a cui opportunamente è stato
risposto che non esiste un unico Islam, che i fanatici integralisti sono un'esigua
minoranza, e che per la maggior parte degli immigrati musulmani la religione
tende a trasformarsi da appartenenza ascrittiva, acquisita per nascita, in appartenenza volontaria,
individuale, coerente con l'autonomia del singolo (Guolo 2004:
106-107).
Qui si tratta anche, e in termini più generali, della riabilitazione della
religione nel discorso della politica democratica. Accade cioè che da
alcuni anni, da più parti e con intenti diversi, si argomenti in favore
della necessità che la democrazia venga sostenuta da
una qualche sensibilità etico-religiosa.
Naturalmente la questione non è nuova: basti pensare alla "democrazia
religiosa" dei puritani inglesi del XVII secolo, o ai motivi teologici della
ribellione delle colonie americane del Nordamerica nel XVIII, ma è significativo
che venga riproposta in tempi in cui il senso comune della politica, almeno
in Europa, si riteneva sicuramente aconfessionale. Semplificando solo un poco, si
possono distinguere due posizioni principali.

Pentecostali
di Harlem (New York), durante una funzione
religiosa (Foto: Angel
Franco, 2007)
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Abbiamo,
da un lato, i sostenitori delle "radici
religiose dell'Europa",
per riprendere una locuzione che ha suscitato
polemiche politiche e giornalistiche all'epoca
della redazione del progetto di costituzione
europea. Essi difendono l'idea di una "sostanza
cristiana", una "vera essenza del
cristianesimo" che dovrebbe permeare il
diritto e la morale della società democratica
infondendole precisi orientamenti: l'uomo è una
creatura di Dio, lo scopo dell'uomo e della
donna è l'unione
familiare che deve garantire continuità biologica
e spirituale all'umanità, il riconoscimento
giuridico delle unioni omosessuali è distruttivo per la famiglia
e per il tessuto sociale, e così via.
Secondo questa prospettiva, la religione deve
svolgere un ruolo primario nell'indirizzare
l'azione politica e le sue scelte di fondo,
proponendo una precisa immagine dell'uomo e
della società, fornendo cioè i "valori
assoluti" a una cultura disorientata e
sempre più relativista (Ratzinger 2004).
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Dall'altro
lato abbiamo i sostenitori della comunità civica,
o neorepubblicani, per i quali una democrazia non
può durare senza l'adesione convinta dei cittadini
ai valori morali e politici che la caratterizzano
e la definiscono. Per questi autori "La nazione è un
evento terrestre ma carico di senso trascendente.
E' un dato politico che pretende tuttavia un consenso
metapolitico" (Rusconi 1997: 20). In altri termini,
lo
Stato laico vive di presupposti di valore che
non può produrre direttamente. Ha bisogno,
cioè, di riferimenti etici senza i
quali il suo esercizio di potere rischia
di essere
delegittimato. Questi riferimenti di valore
dovrebbero essere
patrimonio
comune di tutti i cittadini in quanto tali
e dovrebbero essere offerti loro dalle culture
politiche presenti
nell'arena politica. (Rusconi 1999: 3)
In
questo senso, i rapporti dei cittadini con lo
stato non possono essere quelli di semplici
clienti
di una burocrazia erogatrice di servizi,
ma devono
includere i doveri di solidarietà che
impongono una redistribuzione delle risorse
e dei vantaggi
della cooperazione sociale. In uno stato
laico, argomentano i neorepubblicani, i comportamenti
solidali possono
essere motivati solo da una cultura civica repubblicana,
cioè da un insieme
di atteggiamenti e valori condivisi improntati
al rispetto
dei diritti
e dei doveri di cittadinanza. Lo stato laico,
in
altre parole,
avrebbe bisogno di quella che Jean-Jacques
Rousseau chiamava "religione
civile",
ossia di una sorta di adesione consapevole,
ma connotata
in senso
affettivo ed emotivo, ai valori e alle istituzioni
della repubblica. L'attaccamento laico e
patriottico
alla comunità nazionale,
rafforzato dal simbolismo politico, dalla
buona amministrazione
e dalla storiografia critica, costituirebbe
il collante sociale in grado di persuadere
i cittadini
a continuare
a vivere insieme (pagando le tasse e
rispettando le leggi), malgrado i dissidi
politici, morali,
etnici, religiosi, e così via.
E' chiaro del resto che la contrapposizione
qui abbozzata è una semplificazione,
i casi concreti sono sempre più complicati. Si consideri il caso
dell'Italia: qui la costituzione si dichiara laica (all'art.
3) ma individua una singola istituzione religiosa come propria interlocutrice
privilegiata (artt. 7 e 8); qui, inoltre,
cinquant'anni di storia repubblicana non sono stati sufficienti a "produrre
vincoli e comportamenti solidali che siano civicamente motivati",
né a "fissare
obiettivi che vadano oltre il catalogo dei diritti individuali e dei
gruppi di appartenenza" (Rusconi 1999: 21); qui, ancora, la Chiesa
cattolica, uscita intatta dalla guerra malgrado le sue complicità e
compromissioni con il regime fascista, ha plasmato i valori degli italiani
supplendo alle assenze della
politica e dello stato (Bodei 1998: 20). Ed è in Italia, infine,
che vale la pena di chiedersi "quale cattolicesimo sia compatibile
con la democrazia":
secondo la celebre indagine di Robert Putnam, l'impegno civico degli
italiani sarebbe inversamente proporzionale alle loro dimostrazioni di
religiosità e
clericalismo.
Le
organizzazioni religiose in Italia rappresentano
un'alternativa alla comunità civica,
non ne sono un elemento costitutivo. [...]
A livello regionale, tutte le manifestazioni di religiosità e
clericalismo quali l'andare a Messa, il matrimonio religioso opposto
a quello civile, il rifiuto
del divorzio […] sono inversamente collegate, nei nostri sondaggi,
all'impegno civile […]. Anche a livello individuale, i sentimenti
religiosi e l'impegno civile sembrano essere reciprocamente incompatibili.
(Putnam 1993: 125)
Naturalmente
occorre distinguere fra modi diversi di essere
cattolici:
Putnam cita l'esperienza dell'Azione Cattolica, che negli anni Cinquanta
fu un fenomeno
civico di grande portata, giungendo a contare circa un decimo degli
italiani, e la cui appartenenza ebbe "una distribuzione regionale
quasi contraria a quella clericale […]. Da un punto di vista
geografico, l'Azione Cattolica rappresentava la faccia più 'civica'
del cattolicesimo italiano" (Putnam
1993: 126). Analogo discorso si potrebbe azzardare oggi di fronte alla
massiccia presenza delle organizzazioni cattoliche nelle attività del "terzo
settore": nei vari campi dell'assistenza (anziani, malati, indigenti,
migranti), nella formazione professionale, nella diffusione del commercio
equo e solidale,
molti cattolici italiani mostrano di saper coniugare l'impegno del
credente con i doveri del cittadino. Essi dimostrano che la comunità civica
ha molto bisogno di laici, siano essi cattolici, buddisti, cristiani,
ebrei, musulmani,
atei e così via; non ha molto bisogno di clericali.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
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Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli
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PUTNAM, R. (con Leonardi, R. e Nanetti, R.Y.), La
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RATZINGER, J., "Intervista a Papa Benedetto XVI,
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RUSCONI, G. E., Patria e repubblica, Bologna, Il Mulino
1997.
RUSCONI, G. E., Possiamo fare a meno di una religione
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VIROLI M., Per amore della patria. Patriottismo
e nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza 1995.
WALZER, M., The Revolution of the Saints. A Study
in the Origins of Radical Politics, Cambridge, Harvard
University Press 1965.

Joseph
Ratzinger (Papa Benedetto XVI) benedice la folla
in piazza S. Pietro, a Roma
(Foto: Osservatore romano, 25/12/2006)
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