"Popolo" è un
concetto ambiguo, che attraversa tutta la storia
del pensiero politico assumendo significati anche
molto diversi a seconda degli autori e dei contesti.
L'ambiguità si deve in gran parte al fatto
che nei testi che dichiarano la sovranità del
popolo non è detto in modo altrettanto chiaro
che cosa esso sia, chi ne faccia parte, a che titolo
e perché: si pensi al populus romanus o
alla distinzione fra "popolo grasso" e "popolo
minuto" della società medievale, o al
peuple che fu protagonista della rivoluzione
francese. Inoltre il concetto è ambiguo perché sembra
oscurare la differenza fra "popolo", cioè l'insieme
dei detentori di diritti politici (i diritti di cittadinanza
attiva: iura activae civitatis),
e "popolazione", cioè gli abitanti
e residenti abituali di un territorio, detentori
dei soli diritti civili (iura civitatis). "Popolo",
infine, evoca l'idea di una totalità organica e
omogenea, un tutto che pensa e agisce in modo compatto
e unitario: per questo
ricorre anche nelle formule utilizzate da monarchi
e dittatori. Invece
La
democrazia moderna riposa sulla sovranità non
del popolo ma dei cittadini. Il popolo è un'astrazione
che è stata spesso usata per coprire una realtà molto
diversa. È stato detto che dopo il nazismo la
parola Volk è diventata impronunciabile. E chi
non ricorda che l'organo ufficiale del regime fascista
si chiamava 'Il Popolo d'Italia'? Non vorrei essere
frainteso, ma anche la parola 'peuple' dopo l'abuso
che se ne fece
durante la Rivoluzione francese è diventata
sospetta: il popolo di Parigi abbatte la Bastiglia,
compie le stragi
di settembre, giudica e giustizia il re. Ma che cosa
ha a che fare questo popolo coi cittadini di una democrazia
contemporanea? (Bobbio 1898b: 129)
Quindi,
la democrazia moderna
si fonda sulla sovranità dei cittadini.
E' chiaro allora che il soggetto delle decisioni, in una democrazia, non è un
corpo collettivo, tanto meno una totalità organica,
poiché gli elettori tramite il voto esprimono
la loro volontà individuale;
e quando si dice "la volontà popolare" si intende il risultato
di una complessa mediazione politica che parte dalla somma aritmetica dei
voti individuali. Com'è noto, l'evento decisivo della rivoluzione
francese, più che la presa della Bastiglia, fu il rifiuto dei deputati
del Terzo stato di votare "per ordine", secondo le modalità tradizionali
di consultazione dei ceti del regno (clero, nobiltà, popolo o terzo
stato), e la loro pretesa di votare invece "per testa": fu questa
pretesa a marcare il confine fra la politica di ancien régime,
incarnata nella rappresentanza per gruppi degli Stati Generali, e la politica moderna,
determinata dalla volontà dei singoli cittadini in base al principio "una
testa, un voto" che sarebbe stato adottato dall'Assemblea Nazionale
Costituente.
Tuttavia le democrazie moderne sembrano non saper fare a meno del popolo,
a cominciare dalla Repubblica italiana, nella cui costituzione si legge: "La sovranità appartiene
al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art.1,
comma 2).
Può allora essere utile distinguere fra tre accezioni di popolo: i)
popolo in senso etnico, ovvero l'insieme dei dati etno-antropologici e culturali
di
una collettività, a cui ci si riferisce nelle espressioni "gli
italiani", "i
francesi", ecc.; ii) popolo in senso giuridico, ovvero l'astrazione
con cui si identifica la fonte della sovranità, come nell'espressione "in
nome del popolo italiano"; iii) popolo in senso civico,
ovvero il soggetto ideale della partecipazione alla
vita di una comunità politica
in cui i cittadini si identificano e si riconoscono, come nell'espressione "il
popolo fiorentino è il miglior difensore delle proprie libertà" (Rusconi
1999).
In questo senso, allora, si potrebbe dire che lo stato moderno è diventato
stato nazionale attraverso la costruzione simbolica del popolo, ovvero quando
il popolo, da semplice dato etno-antropologico, è stato trasformato
in soggetto di sovranità giuridica capace di mobilitazione politica.
In altre parole, tramite un processo lungo e accidentato, in parte casuale
in parte guidato
dai governi (la cosiddetta "nazionalizzazione delle masse"), la
popolazione di un dato territorio è stata trasformata
in "nazione", e la
nuova coscienza nazionale ha fornito il senso di appartenenza e
condivisione su cui è stato possibile costruire la comunità civica
solidale:
i
cittadini plasmano una nuova forma di identità collettiva
che va al di là delle lealtà ereditate nei confronti di villaggio
e famiglia, regione e dinastia. Il simbolismo culturale di un certo 'popolo' – che
nella presunta condivisione di discendenza, linguaggio e storia si accerta
del suo carattere peculiare, ossia del suo 'Volksgeist' – produce unificazione,
per quanto immaginaria essa sia. Esso fa prendere coscienza agli abitanti
dello stesso territorio di una loro 'appartenenza comune', fino a quel momento
soltanto
giuridicamente mediata. Solo la costruzione simbolica di un 'popolo' fa dello
stato moderno uno stato nazionale.
La coscienza nazionale procura allo stato territoriale, che si è costituito
nelle forme del diritto moderno, il sostrato culturale necessario alla
solidarietà civica.
Con essa i legami formatisi tra appartenenti a una comunità concreta – dunque
i legami fondati sulla conoscenza personale – si trasformano in una
nuova e più astratta forma di solidarietà. Pur essendo (e
restando) estranei l'uno per l'altro, i cittadini della stessa nazione
si sentono ora reciprocamente
responsabili fino al punto di essere disposti a fare dei 'sacrifici' (per
esempio, prestare servizio militare o sopportare una tassazione a fini
redistributivi).
(Habermas 1999: 38)
Sino
a ieri, l'artificio politico-culturale del popolo-nazione
ha garantito la tenuta dello stato democratico: i costi individuali della
cooperazione
sociale erano tollerati in nome della solidarietà che univa i
cittadini della stessa comunità nazionale.
Oggi, tuttavia, lo stato-nazione è sottoposto
a un duplice attacco: dall'interno, la crisi dello stato sociale e la
fine dell'illusione dell'omogeneità etno-antropologica;
dall'esterno, l'erosione della sovranità territoriale
sia in campo amministrativo sia in campo economico, mettono in evidenza
come il concetto
astratto di popolo nazionale
riassuma in verità una vicenda di contingenze storiche, di lotte
territoriali, scontri culturali e decisioni burocratiche (Benhabib 2004).
In Italia non meno che altrove, la globalizzazione rende più visibile
l'arbitrarietà degli assetti burocratici ereditati e più trasparenti
le tensioni che li circondano: il riferimento al "popolo italiano" non
impedisce, ad esempio, che molti altoatesini continuino a sentirsi sudtirolesi,
o che molti comaschi e varesini si sentano più svizzeri che italiani,
e così via. Se fino a ieri la generosità delle provvidenze statali
e una consuetudine di rispetto per le istituzioni avevano conservato l'amalgama,
oggi le inefficienze dell'amministrazione, la crescente disaffezione verso ciò che è "pubblico" e
la diffusione di particolarismi culturali, economici, corporativi sembrano indicare
il venir meno delle ragioni dell'associazione politica. D'altra parte persiste,
nei discorsi dei media e del senso comune, la retorica della patria e dell'identità nazionale,
soprattutto in funzione anti-straniero, il nuovo capro espiatorio della crisi
economica, della criminalità, del degrado sociale e morale dei tempi.
Si approfondisce così la distanza fra l'orientamento ideale delle istituzioni
politiche e i loro elettorati: le élite politiche, soprattutto in Europa,
teorizzano astrattamente il superamento dei "popoli nazionali" in direzione
di un popolo di cittadini e, possibilmente, di cittadini cosmopoliti, mentre
il popolo degli europei si rifugia nel nuovo "sciovinismo del benessere" per
difendersi dalle conseguenze, spesso gravose, di una globalizzazione mal governata.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BENHABIB, S., The
Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press
2004.
BOBBIO, N., "L'eredità della grande Rivoluzione" (1989),
in N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino,
Einaudi 1990, pp. 121-141.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale.
Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli
1999.
MOSSE, G., The Nationalization of the Masses. Political
Symbolism and Mass Movements in Germany from the Napoleonic
Wars through the Third Reich, Ithaca, Cornell University
Press 1975.
RUSCONI, G. E., Possiamo fare a meno di una religione
civile?, Roma-Bari, Laterza 1999.
 Dimostranti
cantano slogan anti-israeliani in piazza Palestina
a Teheran, Iran, 18/07/06
(Foto: Reza Moattarian) |
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