La
patria è la terra d'origine, il luogo di nascita
a cui si è legati da vincoli affettivi o culturali
(reali o idealizzati), capace di ispirare sentimenti
intensi e profondi, che sostengono e alimentano la
nazione:
Nazione è la
comunità politica
che tramite apposite istituzioni organizza una
popolazione insediata
su un determinato territorio, tutelandola all'esterno
e rappresentandone la proiezione identitaria in senso
forte. Patria è invece qualcosa che le sta dietro,
che la precede logicamente e anche cronologicamente: è il
luogo fisico dove l'ambiente e il paesaggio - costruiti
o modificati dalla vita activa delle generazioni -
svolgono una funzione primaria di protezione e rassicurazione
esistenziale, e dove una cultura non semplicemente
verbale
produce affinità, consonanze, parentele ideali
e morali; non solo, è anche luogo principe dell'immaginario,
dove simboli e miti garantiscono quell'autorappresentazione
senza la quale nessun gruppo sociale è in grado
di sopravvivere. (Lanaro 1996)
Nell'epoca
delle affiliazioni multiple, degli stati multietnici
e della globalizzazione,
che senso ha parlare
ancora di patria e patriottismo? Le istituzioni democratiche
possono fare a meno delle "passioni calde", cioè di questo
riferimento a luoghi originari, miti fondanti, genealogie affratellanti?
In altri termini, il contratto sociale basato sul vantaggio reciproco, sulla "fredda
utilità", è sufficiente a garantire la permanenza della
comunità democratica
dei cittadini?
Si consideri il caso dell'Italia: qui
Abbiamo
una repubblica ma non abbiamo una cultura repubblicana
che sappia ispirare uno schietto affetto per le
istituzioni democratiche. Imbarazza
l'idea che
si possa 'amare la repubblica' come i nostri padri e nonni potevano 'amare
la patria'.
Abbiamo perso ogni traccia di patriottismo repubblicano (Rusconi 1997:
7)
Secondo
alcuni, la repubblica non può fare
a meno della patria, ove però l'amor
di patria è inteso come "patriottismo della costituzione":
i cittadini dovrebbero
prendere coscienza dell'esistenza e della forza obbligante
di una memoria storica comune depositata e fissata nei principi della costituzione repubblicana,
in grado di alimentare un senso di identità collettiva
e di appartenenza a
una comunità civica
nazionale. Insomma, si è cittadini
perché si è eredi, insieme con altri, di una particolare
storia e cultura, e perché si condivide un'esperienza che, attraverso
l'interazione sociale quotidiana, prosegue la storia comune, e la modifica
in direzioni nuove,
talvolta impreviste, creando però un senso di condivisione. E'
l'interpretazione contemporanea della cittadinanza repubblicana,
priva di una base etnica,
ma fondata sull'esperienza di integrazione
civica che si svolge nel tempo, all'interno di una società composta
di gruppi e di singoli irrimediabilmente diversi. Solo così, argomentano
i neorepubblicani, i cittadini possono accettare i vincoli della solidarietà imposti
dalla convivenza entro lo stato di diritto: in altre
parole, i costi dello stato sociale multiculturale e multietnico sono
tollerabili solo
se i cittadini
attribuiscono
un valore (non strategico, non semplicemente utilitaristico) all'idea
di società giusta
e di convivenza solidale. Se la repubblica è qualcosa di più dei
suoi meccanismi istituzionali, ma è al servizio della collettività,
allora è necessario che i cittadini si sentano "esplicitamente
membri di una patria/nazione" (Rusconi 1997: 39, Habermas 1991;
Rosati 2002).
Secondo altri, l'amor di patria è morto molto tempo fa, quando l'avvento
della dittatura fascista provocò una netta spaccatura nelle fedeltà degli
italiani, che si divisero in fascisti e antifascisti; dopo il 25 aprile 1945,
e per circa trent'anni di storia repubblicana, gli italiani preferirono tributare
la loro dedizione anziché alla patria ai "partiti etici" di
massa, PCI e DC, a cui i cittadini delegarono le loro scelte politiche e morali,
rinunciando alla propria responsabilità individuale; in tal modo i partiti
svolsero funzioni di guida "totalitaria" e di sostegno dell'identità collettiva.
Anche per questo, gli italiani finirono per confondere i compiti dei partiti
con quelli dello stato, indebolendo a lungo andare l'idea di uno stato neutrale
in grado di garantire l'interesse generale; inoltre, lo scontro fra le ideologie
antitetiche dell'anticomunismo e dell'anticapitalismo, acuito dalla Guerra fredda,
relegò in secondo piano la consapevolezza che gli avversari politici stavano
comunque partecipando, insieme, a un processo di crescita democratica e di trasformazione
economica, culturale, sociale. Nondimeno la contrapposizione produsse l'effetto
di indurre milioni di cittadini italiani ad accettare l'idea della democrazia pluralista, cioè "ad accettare la democrazia politica come luogo
di confronto appassionato e ragionato di opinioni contrastanti" (Bodei 1998:
21-22). Negli anni Novanta, infine, per un complesso di motivi (la fine della
Guerra fredda, l'integrazione europea, i separatismi regionali, la fine dei "partiti
etici"), gli intellettuali e i politici italiani sono tornati a discutere
di patria, alla ricerca di storie, memorie e fedeltà condivise o condivisibili,
e capaci di alimentare un rinnovato sentimento di appartenenza, unione, solidarietà nazionale.
Tuttavia è lecito dubitare della possibilità che la ricostruzione
storica, anche rigorosa, possa restituire vigore alla coscienza democratica,
specie nell'epoca in cui la storiografia ha perduto la capacità di
ordinare gli eventi in sequenze logicamente coerenti e orientate in vista
di un fine (la
libertà, la pace
mondiale, l'avvento del socialismo); senza contare che "le
grandi ed epiche sofferenze collettive si sono allontanate nel tempo
di oltre mezzo secolo ed hanno poco senso per le generazioni più giovani",
la cui esperienza ha luogo entro un contesto segnato dalla globalizzazione dell'economia
e dalla transizione a nuove forme di sovranità statuale (Bodei
1998: 153). Forse proprio la consapevolezza di questa inedita situazione
storica e delle
aperture che essa comporta (sul piano dei diritti,
delle esperienze, delle conoscenze) può contribuire a chiarire
se qualche forma di patriottismo sia compatibile con la nuova realtà della
cittadinanza cosmopolita.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BODEI, R., Il
noi diviso. Ethos e idee dell'Italia repubblicana, Torino, Einaudi 1998.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in
J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi,
1992, pp. 105-138.
LANARO, S., Patria, Venezia, Marsilio 1996.
ROSATI, M., Il patriottismo italiano. Culture politiche
e identità nazionale, Roma-Bari, Laterza 2002.
RUSCONI, G. E., Patria e repubblica, Bologna, Il Mulino
1997.
TOMMASEO, N., Dizionario dei sinonimi (1830), cit.
da P. Melograni, Dieci perché sulla repubblica,
1994, p. 178; cit. da R. Bodei, Il noi diviso, op.cit.,
p. 192 n.1.

Festeggiamenti
per l'indipendenza della repubblica del Montenegro
in seguito al referendum del 21/05/2006 (Foto: Associated
Press)
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