La
partecipazione alla vita politica, attraverso il
voto, la mobilitazione, la militanza in partiti,
movimenti e associazioni, è l'attività che
definisce la cittadinanza in senso attivo, "repubblicano",
e la sua peculiare nozione di libertà,
distinguendole dalle corrispondenti nozioni del pensiero
politico
liberale: per i pensatori liberali la cittadinanza è uno status,
un diritto o un insieme di diritti goduti
in modo passivo e perlopiù privato,
e la libertà è la protezione dell'individuo
dall'invadente potere dello stato; al contrario,
per i repubblicani
la cittadinanza è una
responsabilità, un impegno assunto con orgoglio,
e la libertà consiste nel diritto-dovere di
governare se stessi o quanto meno di partecipare
ai processi per mezzo dei quali l'esistenza di ciascuno
viene governata.
Naturalmente nell'epoca della democrazia di massa e della globalizzazione la
partecipazione ha assunto caratteri e modalità molto diversi da quelli
della tradizione classico-repubblicana di Cicerone, Machiavelli, Rousseau. Anzitutto
le democrazie contemporanee non sono democrazie dirette, ovvero i cittadini partecipano
alla politica attraverso l'elezione dei propri rappresentanti e le varie forme
di organizzazione politica ad essa collegate (partiti, movimenti, petizioni,
e così via): vale la pena di notare che l'istituto della rappresentanza
non è giustificato dalla difficoltà tecnica (oggi facilmente superabile)
di raccogliere il voto diretto di tutti i cittadini su questioni politiche, economiche,
giuridiche, quanto dalla convinzione della fondamentale incompetenza dei cittadini
a decidere su tali materie. Non si tratta solo della volontà delle élite
politiche ed economiche di conservare intatte le proprie prerogative decisionali
e i privilegi connessi: il fatto è che le questioni pubbliche sono divenute
sempre più complesse e le decisioni che le riguardano richiedono informazioni
e conoscenze molto più ampie e al tempo stesso più specifiche di
quelle di cui può disporre il comune cittadino (Dahl 1998: 197); non va
poi dimenticato che la società di massa esalta gli aspetti di manipolazione
e demagogia caratteristici della democrazia, rendendo molto rischioso un "governo
del popolo" inteso in senso stretto (Sartori 1993: 27).
In secondo luogo, le democrazie contemporanee sono democrazie pluraliste, in
senso politico, sociale ed etico: la cittadinanza non è l'identità o
la "passione divorante" dei cittadini delle società altamente
differenziate, divisi come sono da interessi economici, concezione del mondo,
posizione sociale, appartenenza familiare o etnica; non sorprende che pochi siano
inclini, o disponibili, a un impegno politico a tempo pieno (Walzer 1989), tanto
più che la partecipazione non è sempre garanzia di efficienza decisionale
né di libertà (Dahrendorf 1979). Nella nostra epoca sembra essere
prevalsa un'ideologia favorevole alla "privatizzazione" dell'impegno
individuale, che certo non impedisce la partecipazione, ma la rende un fatto
anomalo o per lo meno episodico: pare di poter dire che esistono oscillazioni,
o "cicli", nella partecipazione politica dei cittadini (gli anni Cinquanta
più quieti, gli anni Sessanta più turbolenti, poi il "riflusso",
e così via), in cui la "normalità" consiste nel ritorno
al privato dopo l'immersione nella vita pubblica, che viene così lasciata
ai suoi professionisti (Hirschmann 1982: 131, 133). Parafrasando Oscar Wilde
si potrebbe dire che la cittadinanza a tempo pieno, come la società socialista, "impegnerebbe
troppe serate" (Walzer 1970).
In terzo luogo infine, la partecipazione attiva, militante, non sembra essere
essenziale alla legittimità della democrazia: per i moderni la democrazia non è governo
del popolo in senso stretto e letterale, ovvero, affinché un
governo si possa dire democratico e legittimo non è necessario che il
popolo partecipi all'esercizio del potere, mentre è necessario che il
potere del governo derivi effettivamente dal consenso dei cittadini e che sia
al loro servizio (Sartori 1993: 30, 31).
Queste considerazioni storiche e teoriche possono essere utilmente integrate
dai risultati della ricerca empirica. Analizzando una delle ultime grandi indagini
comparative sui fenomeni della partecipazione politica spontanea (in Austria,
Giappone, India, Jugoslavia, Nigeria, Paesi Bassi, Stati Uniti: Verba, Nie e
Kim 1987), Gianfranco Pasquino ha sostenuto che il vero pericolo insito nel declino
della partecipazione politica non è tanto la delegittimazione dei partiti,
quanto quello "di consentire agli individui che hanno maggiori risorse socio-economiche
di esercitare maggiore influenza sui processi decisionali, sulla scelta dei decisori
e sulle loro politiche", o anche "di lasciare nelle mani di potenti
lobbies processi decisionali non più influenzati dalla partecipazione
di grandi masse di cittadini" (Pasquino 1987: 11, 12). La ricerca di Verba,
Nie e Kim mostra fra l'altro che:
a) le diseguaglianze socio-economiche (reddito, istruzione) si traducono in diseguaglianze
nella partecipazione, quindi anche dell'influenza politica, nei paesi (come gli
Stati Uniti) in cui sono scarse le forme organizzate di rappresentanza degli
interessi dei gruppi sociali più deboli; laddove invece tali organizzazioni
esistono e funzionano, le diseguaglianze di reddito, istruzione, motivazione
non impediscono la partecipazione al processo democratico.
b) Fa eccezione a questa regola il caso delle donne, i cui livelli di partecipazione
restano inferiori a quelli degli uomini anche a parità di condizioni di
reddito e istruzione; ciò si spiegherebbe con un'autoesclusione delle
donne stesse, che rinunciano alla politica poiché percepiscono che le
discriminazioni di cui sono oggetto offrono loro minori opportunità di
accesso e di riuscita.
c) L'aumento della partecipazione contribuisce a ridurre le diseguaglianze politiche
ma porta con sé un aumento della conflittualità, che infrange l'armonia
politica, ma può dare voce al dissenso.
d) L'avvento della società tecnologica di massa mostra da un lato un declino
della partecipazione (al voto e alle cariche pubbliche), che Verba, Nie e Kim
collegano alla perdita del senso di appartenenza e responsabilità civica
che sarebbe caratteristico delle comunità di piccole dimensioni; dall'altro
lato si assiste però a una crescita della mobilitazione (scioperi, marce,
dimostrazioni) dei cittadini delle aree industrializzate, urbanizzate, alfabetizzate,
maggiormente esposte all'azione dei mass-media, di coloro cioè che si
sentono protagonisti nelle rispettive società (Verba, Nie e Kim 1987).

Manifestante contro la guerra in Iraq, Washington,
U.S.A. 2006 (Fonte: Washington Post)
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Come
molti altri fenomeni del nostro tempo, anche
quello della partecipazione
mostra una caratteristica ambivalenza: per
un verso, è un lascito della visione
moderna
della politica come progetto collettivo di
una società giusta e felice;
tale visione, modellata sulle strutture e le
dimensioni dello stato-nazione, concepiva i
cittadini come artefici del proprio futuro
(tramite i propri rappresentanti). Per un altro
verso il fenomeno della partecipazione ha cambiato
caratteri e finalità, in risposta alle
trasformazioni della società contemporanea:
quando le élite politiche diventano
caste chiuse che rappresentano solo se stesse,
quando i destini delle persone non sono più decisi
dai parlamenti o i governi nazionali ma dalle "dinamiche
'leggere' e cosmopolitiche dei mercati finanziari",
la delega di rappresentanza perde gran parte
del suo significato, insieme con il concetto
di "sovranità del popolo" (Revelli
2001: 129; cfr. Habermas 1999). Per molti cittadini
la cittadinanza attiva si trasforma nelle pratiche
dell'associazionismo sociale e culturale, del
volontariato solidale: diventa così la
partecipazione a comunità più ristrette
di quella nazionale, ma liberamente scelte,
sottratte alle logiche del mercato e dello
stato, capaci di intervenire efficacemente,
ancorché limitatamente, nelle questioni
di rilevanza collettiva (Revelli 2001: 163-64).
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Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
DAHL,
R., Sulla
democrazia (1998), Roma-Bari,
Laterza 2000.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale.
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HIRSCHMANN, E., Shifting Involvements. Private
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Press 1982.
PASQUINO, G., "Introduzione" all'edizione
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e eguaglianza politica, op. cit..
REVELLI, M., Oltre il Novecento. La politica, le
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VERBA S., NIE N. H., KIM J., Partecipazione e eguaglianza
politica. Un confronto fra sette nazioni (1978), Bologna,
Il Mulino 1987.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J.
Farr, R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation
and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University
Press 1989, pp. 211-219.
WALZER, M., Obligations. Essays on Disobedience,
War, and Citizenship, Cambridge, Harvard University Press
1970.

Amman,
Giordania: manifestazione pro-Saddam Hussein, 06/01/2007
(Foto: Salah Malkawi)
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