Nazione è la
comunità politica che tramite apposite istituzioni
organizza una popolazione insediata su un determinato
territorio, tutelandola all'esterno e rappresentandone
la proiezione identitaria in senso forte.
S. Lanaro, Patria
[...]
le nazioni sono più spesso la conseguenza
della creazione di uno Stato che non la causa della
sua fondazione. […] Ciò detto, non dobbiamo
mai dimenticare che la semplice istituzione di uno
Stato non è di per sé sufficiente a creare
una nazione.
E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1870
Il
perdurare dei conflitti tribali dentro gli stati
postcoloniali [...] ci insegna come le nazioni possano
nascere solo dopo essersi lasciato alle spalle il difficile
percorso che dalla comunanza etnica di compagni [Genossen]
personalmente conosciuti conduce alla solidarietà giuridica di cittadini reciprocamente estranei.
J. Habermas, L'inclusione dell'altro
"Nazione" è notoriamente uno dei più complessi e controversi
concetti del pensiero politico moderno e contemporaneo: negli ultimi decenni,
anche per effetto dei conflitti culturali, etnici e religiosi, la nazione ha
ricevuto rinnovata attenzione da parte di storici, politologi, economisti e filosofi, è stata
volta a volta oggetto di biasimo, esecrazione, celebrazione; ne è stata
diagnosticata la crisi o decretata la fine, è stata indicata come responsabile
di tensioni internazionali o di rivendicazioni locali, o ancora, è stata
invocata come rimedio all'anomia delle società contemporanee.
Tra gli studiosi contemporanei esiste un ampio consenso circa l'idea secondo
cui la nazione sarebbe una creazione dell'età moderna, in particolare
della cultura della rivoluzione francese,
piuttosto che il frutto di remote radici etniche (come ha invece sostenuto
Anthony Smith, in Smith 1986): così, la nazione sarebbe una "comunità immaginata",
alla quale gli uomini ricorrono per colmare il vuoto lasciato sul piano emotivo
dalla disgregazione delle proprie comunità reali (Anderson
1983). Le nazioni, allora, sarebbero state generate dal nazionalismo, a sua
volta suscitato
dall'organizzazione della moderna società industriale: la necessità di
una popolazione mobile, alfabetizzata, culturalmente standardizzata e intercambiabile
avrebbe imposto lo sviluppo di una sola fra le tante culture che compongono
la comunità politica; in virtù di tale imposizione la cultura di
un gruppo particolare sarebbe divenuta, grazie all'istruzione pubblica, la
cultura dominante, insieme strumento di affermazione sociale e di "omogeneizzazione" della
popolazione (Gellner 1983: 64 passim). Quanto alle "sacre" e "antiche" tradizioni
nazionali, esse sarebbero state, e sarebbero tuttora, inventate in risposta
al costante cambiamento del mondo moderno, nel "tentativo di attribuire
a qualche aspetto almeno della sua vita sociale una struttura immobile e immutabile" (Hobsbawm
1983: 4).
Non
dobbiamo lasciarci fuorviare da un paradosso curioso,
ma comprensibile: in genere le nazioni moderne,
con tutto il loro armamentario, pretendono di
essere l'opposto della novità, si dichiarano radicate nell'antichità più remota,
stanno al polo opposto delle comunità costruite, cioè umane,
sono tanto 'naturali' da non richiedere altra definizione che l'autoaffermazione.
Al di là delle continuità storiche o d'altro genere inglobate
nei concetti moderni di 'Francia' e 'francesi' – che nessuno si
azzarderebbe a negare – questi stessi concetti contengono inevitabilmente
in sé una
componente costruita o 'inventata'. (Hobsbawm 1983: 16-17)
Ancora,
la nazione sarebbe il risultato dell'elaborazione in
chiave mistico-religiosa di uno
stile politico inaugurato dalla rivoluzione francese (in seguito fatto
proprio dalle potenze nazionalistiche e persino dal nazismo), basato su
un'intensa identificazione emotiva delle masse con
i simboli della propria comunità politica:
attraverso una liturgia politica ben orchestrata fatta di celebrazioni, monumenti,
parate, rituali, giochi sportivi, la moltitudine anonima ed eterogenea veniva "trasformata" in
una nazione di uomini e donne che si sentivano parte integrante della stessa
comunità organica (Mosse 1975).
Dall'affermazione del carattere artificioso o fittizio del concetto alla
sua proscrizione il passo è stato breve: del resto, le vicende storiche
e politiche del XX secolo avevano già fortemente screditato ogni
sentimento o ideologia nazionalistici. Ciò tuttavia non ha impedito
che nell'epoca della globalizzazione il
tema della nazione tornasse ad appassionare politici, studiosi e pubblici
di varia estrazione e orientamento. Si tratta di un fenomeno
solo apparentemente paradossale, anzi: proprio l'affermazione di un'economia
transnazionale ha messo in discussione luoghi comuni internazionalisti
e ideali
cosmopolitici.
Tra gli altri, Jürgen Habermas ha proposto di interpretare la storia
dell'Europa moderna come
una sorta di processo di apprendimento collettivo: come dall'esperienza
delle guerre di religione del XVI secolo emersero le istituzioni dello
stato nazionale laico e
tollerante, così dall'orrore degli stermini e dei
conflitti del XX secolo sarebbe emersa una cultura politica consapevole
del fatto che la legittimità di un ordinamento non poggia su basi
etniche o razziali, ma storiche, politiche, sociali. Per Habermas lo "stato
sociale",
nelle varie forme che assunse in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta,
rese possibile la nascita di un senso di cittadinanza
sostenuto non da una radice etnica, ma da una comunanza storica di vita,
dalla condivisione
di diritti e di responsabilità:
grazie al sistema dei diritti sociali, a sua volta consentito da una congiuntura
economica
favorevole, ogni cittadino
europeo "poté riconoscere e apprezzare nello 'status del cittadino'
ciò che lo legava agli altri membri della comunità politica,
ciò che lo rendeva da costoro dipendente e di fronte a loro corresponsabile".
In questa prospettiva le istituzioni politiche apparivano legittime non
perché difendessero
il "sacro suolo della patria",
ma perché attraverso
la redistribuzione delle risorse promuovevano l'eguaglianza e garantivano
ai cittadini libertà,
salute, benessere, nonché la possibilità di partecipare alle
decisioni che avrebbero influito sulla propria vita: si era cittadini non
per discendenza (dagli antichi sassoni, germani, romani o magari padani),
ma in
quanto ciascuno godeva di diritti civili, politici, sociali, che con il
suo apporto contribuiva a garantire a se stesso e a tutti gli altri. Si
passava
così da una cittadinanza basata sulla comunanza etnica
di compagni conosciuti personalmente alla solidarietà giuridica
fra cittadini reciprocamente estranei (Habermas
1996).
Negli ultimi due decenni la situazione è profondamente cambiata:
la
globalizzazione economica
ha generato alti tassi di disoccupazione strutturale e ha ristretto drasticamente
i margini d'azione degli stati nazionali, imponendo
un radicale ripensamento delle istituzioni dello stato sociale: messa sotto
pressione dalla disoccupazione interna e dai nuovi flussi migratori, la
logica stessa del Welfare state è entrata in crisi producendo
nella società europea
un atteggiamento nuovo, definibile "sciovinismo del benessere" (Habermas
1991), ovvero un'identificazione di stampo nazionalistico con la società prospera
cui si appartiene e una corrispondente esclusione
di tutti gli "altri" che non ne fanno parte.
Quindi, proprio mentre declina inarrestabilmente l'interesse dei cittadini
per l'impegno politico
e civile, cresce invece un tipo di nazionalismo socio-economico che si
accompagna spesso a manifestazioni di intolleranza e xenofobia.
Riguardo questa nuova congiuntura le opinioni sono discordi. Per alcuni
lo stato-nazione è definitivamente entrato in crisi e occorre ragionare
in termini nuovi. Kenichi Ohmae ha scritto che lo stato-nazione va considerato
un accidente storico che per un certo periodo ha costituito la risposta
migliore alle esigenze dello sviluppo economico ma che ora è stato
reso obsoleto dalle grandi trasformazioni dell'economia; per Ohmae oggi
la geografia si ridisegna
secondo confini dettati dal mercato, dai gusti dei consumatori, dai flussi
di investimenti e di merci, senza seguire i confini di stato. Si pensi
ad esempio al Canada, dove la politica nazionale va smembrandosi lungo
linee a carattere
regionale: l'Ontario fa effettivamente parte del Midwest americano, il
Quebec guarda alla Francia, le regioni dell'Ovest guardano al Sud-Est asiatico;
o
si pensi all'Australia, in cui il South Wales si lega a Hong Kong e Taiwan,
il Queensland al Giappone, lo stato di Victoria alla Grecia. Del resto, "da
un punto di vista economico non vi sono elementi che giustifichino la scelta
di considerare l'Italia un'entità con interessi condivisi dall'intera
popolazione"; insomma, lo stato-nazione sarebbe diventato
un'unità organizzativa
innaturale - o addirittura una fonte di disfunzioni - per quanto concerne
l'attività economica. Accosta infatti elementi
diversi al livello di aggregazione sbagliato. (Ohmae 1995: 37)
Ciò nonostante
lo stato-nazione rimane un'agenzia di rappresentanza e difesa degli
interessi di milioni di cittadini di fronte alla potenza
dell'economia
transnazionale (Habermas 1996, Rusconi 1999). Anche ammesso che sia
obsoleto sul piano economico, lo stato-nazione non
sembra esserlo sul piano politico,
per le sue ancora ragguardevoli capacità di difendere le libertà,
la democrazia, la
solidarietà sociale, non solo dei suoi cittadini,
ma anche degli estranei che attraversano le sue frontiere.
Malgrado le crisi di legittimità, il calo della partecipazione politica
e lo sciovinismo del benessere, le democrazie nazionali conservano
una forza
di aggregazione "residuale" costituita da clientele politico-finanziarie,
inerzia burocratico-amministrativa, solidarietà economiche,
culturali, ideologiche. Per di più, esse si sono abituate a
giustificare le proprie scelte tramite il linguaggio dei diritti e
della giustizia
distributiva: è possibile
che i cittadini dei "vecchi" stati-nazione
e i nuovi pubblici globali decidano di prenderle in parola.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
ANDERSON,
B., Le comunità immaginate. Origine
e diffusione dei nazionalismi (1983) Roma, Manifestolibri
2000.
GELLNER, E., Nazioni e nazionalismo (1983), Roma, Editori
Riuniti 1985.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in
J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi
1992, pp. 105-138.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di
teoria politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.
HOBSBAWM, E. J., "Introduzione. Come si inventa
una tradizione" (1983) in E. J. Hobsbawm e T.
Ranger (a cura di), L'invenzione della tradizione,
Torino, Einaudi 1987, pp. 3-17.
MOSSE, G., The Nationalization of the Masses. Political
Symbolism and Mass Movements in Germany from the Napoleonic
Wars through the Third Reich, Ithaca, Cornell University
Press, 1975.
OHMAE, K., La fine dello Stato-nazione (1995), Milano,
Baldini & Castoldi 1996.
RUSCONI, G.E., Possiamo fare a meno di una religione
civile?, Roma-Bari, Laterza 1999.
SMITH, A. D., Le origini etniche delle nazioni (1986),
Bologna, Il Mulino 1992.

Souvenir
storici al mercato di Kashgar, Cina
(Foto: Ryan
Pyle, New York Times on the Web, 06/02/2007)
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