diritto
di partecipare all'esercizio del potere politico;
infine, l'elemento sociale, un sottoinsieme
piuttosto indeterminato di prerogative che vanno
dal diritto a minime garanzie di sussistenza economica
al diritto all'accesso effettivo alla ricchezza societaria
nelle sue varie componenti (lavoro, cure mediche,
istruzione e così via). Nell'età moderna
la classe operaia è stata inclusa
nella comunità politica
grazie alla graduale acquisizione (o concessione, a
seconda
dei casi) della
cittadinanza: gli operai hanno ottenuto diritti civili,
poi politici e infine sociali (soprattutto nel XX secolo),
divenendo così pienamente parte della comunità civile
e conseguendo, attraverso la cittadinanza, anche esistenza
politica. Il progresso dei diritti di cittadinanza è stato
nello stesso tempo un progresso dell'eguaglianza, uno
sviluppo della "sostanza" di cui è fatta
la posizione sociale e un aumento del numero delle
persone che ne beneficiano. Per Marshall tuttavia la
cittadinanza non era semplicemente una condizione fatta
di dati diritti e responsabilità, era anche
uno strumento di creazione di identità che
egli credeva potesse svolgere due compiti: primo, poteva
contribuire a realizzare la democrazia estendendo
l'eguaglianza tra i membri della comunità politica
(se la cittadinanza conferisce pari posizione sociale,
garantisce
anche pari trattamento); secondo, avrebbe potuto integrare
la classe operaia nella società in senso lato,
dalla quale era stata storicamente esclusa, non solo
per ragioni economiche (cittadinanza significava anche
appartenenza condivisa a un'unica civiltà).
2.
Le critiche alla teoria di Marshall
Il
saggio di Marshall ha suscitato repliche e critiche
per circa cinquant'anni. Fra gli altri, Brian Turner
ha sostenuto che la prospettiva di Marshall dev'essere
integrata e corretta dalla considerazione che l'estensione dei diritti di
cittadinanza è avvenuta
tramite l'azione di movimenti politici e sociali (dal basso, per così dire)
oppure tramite concessione da parte dei governanti (dall'alto), con risultati
molto diversi nei rispettivi casi; inoltre, l'analisi di Marshall non teneva
conto dei diversi modi in cui l'estensione dei diritti di cittadinanza ha
influenzato o è stata influenzata dai cambiamenti nei rapporti fra
pubblico e privato (Turner
1992). In aggiunta, la visione di Marshall di un progresso graduale della
cittadinanza descrive bene l'esperienza storica e sociologica inglese, non
altrettanto
però il caso tedesco (in cui in certo senso lo Stato "assistenziale" ha
preceduto il suffragio universale) o il caso francese (in cui tanto i diritti
civili quanto quelli politici e sociali furono conquistati in modo improvviso
e simultaneo durante il periodo rivoluzionario).
Tom
Bottomore ha notato che le tesi di Marshall devono essere riferite al contesto
storico della loro enunciazione, ovvero alla fine degli anni Quaranta, quando
il governo laburista inglese stava intraprendendo un ampio progetto di nazionalizzazione
di settori cruciali dell'economia, stava creando un servizio sanitario nazionale
che sarebbe stato di esempio per tutta l'Europa e un sistema nazionale di
istruzione pubblica mirante a contrastare il privilegio di classe. Molti
osservatori,
incluso Marshall, pensavano che l'Inghilterra fosse avviata a diventare una
società democratica,
egualitaria, forse anche socialista, e non avevano dubbi circa la possibilità,
e l'opportunità, di estendere a tutti i diritti sociali. Nessuno poi
dubitava che la società inglese fosse, e che sarebbe dovuta rimanere,
unitaria e omogenea: anzi, una delle ragioni principali a sostegno dell'estensione
dei
diritti di cittadinanza era proprio che avrebbe superato l'unica vera divisione
sociale, quella fra le classi, e avrebbe consentito a tutti i cittadini di
partecipare, in posizione di eguaglianza, del comune patrimonio della civiltà britannica;
la questione dell'integrazione fra culture ed etnie differenti non appariva
ancora all'orizzonte (Bottomore 1992). Questo infatti può essere considerato
il limite più serio dell'analisi di Marshall, non certo per sua responsabilità,
ma semplicemente perché negli ultimi cinquant'anni gli Stati europei
sono diventati sempre più eterogenei dal punto di vista della cultura,
dell'etnia,
della religione, dei valori,
dell'accesso alle risorse e dei
modelli di consumo,
con la conseguenza che a livello sociale è cresciuta piuttosto la
domanda di differenziazione anziché quella
di assimilazione
o omologazione. La cittadinanza non viene più concepita come strumento
equalizzatore ma come conferimento di identità (Kymlicka
e Norman 1995).
3.
Diritti in ordine sparso
Giovanna
Zincone ha sostenuto che i diritti di cittadinanza
si sono affermati in modo discontinuo, in ordine sparso, per così dire,
e che la sequenza ricostruita da Marshall (prima i diritti civili poi
i diritti politici infine
i diritti sociali) non è affatto l'unica via alla piena cittadinanza;
i regimi liberali sono spesso più riluttanti a concedere i diritti
sociali dei regimi autoritari, mentre questi ultimi raramente concedono
diritti civili.
Zincone nota che da un punto di vista storico-sociologico la cittadinanza
si deve intendere come l'esito di una gara fra élite concorrenti
che tendevano a massimizzare la fedeltà del popolo al
proprio regime distribuendo benefici e vantaggi, in un contesto storico
in cui l'avvento dell'industrializzazione
esercitava una forte pressione sugli assetti sociali vigenti. È chiaro
che questo processo ha avuto esiti diversi, a seconda che la transizione
alla modernizzazione economica e al nuovo ordine sociale sia avvenuta
al livello pubblico
(tramite l'azione della burocrazia statale e di partiti politici) o al
livello sociale (tramite l'azione di attori economici e di organizzazioni
sindacali).
Tuttavia il fatto che l'estensione dei diritti di cittadinanza sia il
risultato di una lotta per il potere, che quindi le concessioni o le
conquiste di diritti
siano state (e siano) spesso piuttosto formali che sostanziali, e che
i diritti incontrino spesso un'applicazione piuttosto selettiva, legata
a fattori quali
il genere, il grado
di istruzione, il censo, l'etnia: questo fatto, per quanto significativo,
non può tuttavia mettere in dubbio l'efficacia
reale che i diritti di cittadinanza hanno esercitato sulle vite delle
persone negli ultimi duecento anni, modificando le condizioni della loro
esistenza
privata e sociale, e allargando lo spazio della partecipazione politica.
Malgrado i limiti e difetti anche seri della loro applicazione, malgrado
la funzione politica ambivalente
o ambigua che spesso si attribuisce a essi (integrare gli attori sociali
marginali o riluttanti, neutralizzare il dissenso sociale, manipolare
il consenso politico:
si pensi alla celebre critica di Marx dei
diritti "borghesi"),
i diritti
di cittadinanza sono
stati lo strumento più efficace,
forse l'unico, con cui migliorare la vita dei gruppi sociali svantaggiati
o discriminati (Zincone 1992).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BOTTOMORE,
T., "Citizenship and
Social Class, Forty Years On", in T. H. Marshall
e T. Bottomore, Citizenship and Social Class,
London-Concord, Pluto Press 1992.
KYMLICKA, W. e NORMAN, W., "The Return of the
Citizen", in R. Beiner (a cura di), Theorizing
Citizenship, Albany, SUNY Press 1995, pp. 283-322.
MARSHALL, T.H., Citizenship and social class (1950),
ora in T. H. Marshall e T. Bottomore, Citizenship
and Social Class, op. cit.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship",
in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical
Democracy. Pluralism, Citizenship, Community,
New York, Verso 1992, pp. 33-62.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello
stato e le vie della società civile, Bologna,
Il Mulino 1992.

Harold
Edgerton, Milkdrop
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