Tra
i due sensi vige un ordine procedurale per cui sono
le libertà negative
a rendere possibili le libertà positive: la
libertà come non-impedimento (i diritti della
tradizione liberale) è la condizione sine
qua non del potere di governarsi (la libertà della
tradizione democratica) (Sartori 1993: 159). Di più,
la "libertà dei moderni" si
può considerare il risultato storico della
generalizzazione dell'imperativo liberale della protezione
dell'individuo nella concezione della legge come limite
e vincolo del potere politico; in altre parole, le
libertà che i cittadini delle
moderne democrazie occidentali
sono abituati a considerare "normali" e
acquisite trovano la loro garanzia fondamentale non
nel potere del popolo e dei suoi organismi,
ma nel dominio della legge intesa nel senso del costituzionalismo
liberale come carta dei diritti fondamentali: "siamo
liberi quando obbediamo a leggi e non a padroni" (Sartori
1993: 159, 177), ovvero, quando le leggi tutelano in
modo equo e imparziale i nostri diritti individuali.
Benché necessaria, la pura difesa dei diritti
individuali non pare tuttavia sufficiente ad assicurare
la libertà: Quentin Skinner ha segnalato i rischi
dell'individualismo liberale richiamandosi alla tradizione del pensiero "repubblicano" (che
risale a Livio, Sallustio e Cicerone e fu ripresa da Machiavelli e Guicciardini,
e successivamente da Rousseau),
secondo cui il "vivere libero" esige
che i cittadini si mettano al servizio della repubblica, ovvero dello stato,
anteponendo il bene comune al vantaggio individuale. La concezione repubblicana della
libertà ha un aspetto paradossale, in quanto afferma che possiamo
sperare di godere appieno della nostra libertà individuale solo se perseguiamo
anzitutto il bene comune, perché soltanto così possiamo mantenere
sana, cioè libera, la collettività politica: sono i cittadini corrotti
quelli che antepongono il proprio interesse all'interesse comune, e il prezzo
della corruzione è sempre la schiavitù; l'unica via alla libertà individuale è quella
di servire la repubblica (Skinner 1992: 221).
Naturalmente Skinner non intende richiamare in vita il modello repubblicano classico
del cittadino che partecipa
alle assemblee e combatte nella milizia, ma piuttosto mettere in guardia dall'inevitabile
conseguenza della politica come
professione propria delle democrazie contemporanee, in cui i governanti fanno
i propri interessi e quelli dei gruppi di pressione anziché gli interessi
della collettività. Il pensiero repubblicano insegna che potremo conservare
la nostra libertà solo se daremo ai doveri civici la priorità sui
diritti individuali.
Un'altra importante riflessione sul tema della libertà si deve ad Amartya
Sen e Martha Nussbaum, per i quali l'esperienza delle cosiddette società in
via di sviluppo dimostra l'insufficienza delle teorie liberali che concepiscono
la libertà come non-impedimento o indipendenza assoluta, e delle teorie
utilitaristiche che valutano la libertà in base al benessere generale
misurato dal reddito e dal Prodotto Interno Lordo; Sen e Nussbaum propongono
un approccio diverso, che assimila la libertà alla qualità della
vita, valutabile in termini di "funzionamenti" e "capacità fondamentali" (Nussbaum
2000: 90; cfr. Dahrendorf 1979, che ha parlato di "chances di vita").
Per Sen la libertà coincide, anziché con i diritti umani in astratto,
con le capacità fondamentali (capabilities), ossia
con l'insieme delle caratteristiche personali, delle condizioni economiche e
del retroterra
socio-culturale in base al quale le persone hanno la possibilità effettiva "di
vivere quelle vite che hanno ragione di apprezzare, e di ampliare le scelte reali
che hanno a disposizione" (Sen 1999: 292-93; si noti che dal 1990 l'Organizzazione
delle Nazioni Unite ha adottato come criterio di misurazione della qualità della
vita l'Indice dello Sviluppo Umano, che combina i livelli di reddito desunti
dal PIL con i dati relativi ai livelli di scolarizzazione e alfabetizzazione,
e alle aspettative di vita, distinguendo tra femmine
e maschi). Per Nussbaum,
La
domanda fondamentale che si pone il metodo delle
capacità non è 'Vasanti è soddisfatta?'
o 'Quante risorse controlla?'. È invece: 'che cosa è in grado
di fare e di essere Vasanti?'. Prendendo posizione […] sull'elenco delle
funzioni che sembrerebbero di fondamentale importanza per la vita umana, ci
chiediamo:
la persona in questione è capace di questo o no? Chiediamo non solo
se è soddisfatta
di ciò che fa, ma cosa fa e che cosa può fare (di quali opportunità e
libertà gode). E ci interessano non solo quali risorse la circondano,
ma in che modo entrino in azione, permettendo a Vasanti di agire in modo
pienamente umano. (Nussbaum 2000: 90-91)
Per
Sen e Nussbam la libertà è una
configurazione socio-economica realizzabile solo in presenza di un impegno
personale dei soggetti coinvolti,
che devono essere messi in condizione di diventare agenti, non semplicemente
beneficiari passivi di diritti o risorse.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BERLIN,
I., Due concetti di libertà (1958),
Milano, Feltrinelli 2000.
BOBBIO, N., "Della libertà dei moderni
comparata a quella dei posteri", in Nuovi
Argomenti,
11, 1954, ora in N. Bobbio, Politica e cultura, Torino,
Einaudi, 1955, pp.160-94.
DAHRENDORF, R., La libertà che cambia (1979),
Bari, Laterza 1980.
DERRIDA, J., Oggi l'Europa. L'altro capo, Milano, Garzanti
1991
MILL, J. S., Sulla libertà (1859), Milano, Bompiani
2000.
NUSSBAUM, M., Diventare persone. Donne e universalità dei
diritti (2000), Bologna, Il Mulino 2001.
NUSSBAUM, M., e SEN, A. (a cura di), The Quality
of Life, Oxford, Clarendon Press 1993.
SEN, A., Lo sviluppo è libertà. Perché non
c'è crescita senza democrazia (1999), Milano,
Mondadori 2000.
SKINNER, Q., "On Justice, the Common Good and
the Priority of Liberty", in C. Mouffe (a cura
di), Dimensions of Radical Democracy, New
York, Verso 1992, pp. 211-224.

Atlantic
City, New Jersey, U.S.A. 2006 (Foto: Sylvia Kapucinski)
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