musulmano,
ebreo, buddista, eccetera), per il secondo si contrappone
a "confessionale", integralista", "fondamentalista" (cioè a
quegli atteggiamenti per cui le istituzioni politiche
dovrebbero imporre a tutti l'osservanza dei principi
e dei precetti della dottrina religiosa dominante);
sempre in questo senso "laico" si contrappone
anche a "clericale", ove clericalismo designa
la convinzione secondo cui il clero dovrebbe ricoprire
posti di responsabilità nella gerarchia statale
e politica.
La posizione dello stato in materia di religione determina
la portata e il campo
di validità dei diritti di cittadinanza:
uno stato
laico riconosce ai propri cittadini diritti più ampi
ed estesi di uno stato confessionale. Ma ci sono naturalmente modi diversi di
intendere la laicità,
a seconda che la si intenda in rapporto alla libertà oppure
in rapporto
al valore e all'identità.
1.
Laicità e libertà,
ovvero: proibizionisti e neutralisti
Una
prima differenza nell'interpretazione della laicità si
fonda sull'importanza relativa accordata alla libertà individuale.
Per comodità, distinguiamo fra due interpretazioni-tipo,
ovvero tra la proibizione di ogni associazione religiosa
nell'attività dello stato (ciò che alcuni
chiamano "laicismo") e la neutralità fra
le diverse religioni (Sen 2005). Per un esempio di
proibizione, si pensi alla legge sul principio di laicità varata
nel 2004 dal governo francese che vieta l'esibizione
di tutti i simboli religiosi nelle scuole pubbliche,
dal velo islamico alla croce cristiana: in quanto spazio
pubblico statale, la scuola impone di riservare
le scelte religiose (e i loro simboli) all'ambito che
lo stato definisce loro proprio, quello privato. Per
un esempio di neutralità, si consideri invece
l'India, ad esempio, ove lo stato rimane "equidistante" dalle
diverse religioni, in ossequio a una tradizione millenaria
che ha fatto dell'India la "casa comune" di
indù, buddisti, jainisti, ebrei, cristiani,
musulmani, parsi, sikh, bahai e altri ancora: lo spazio
pubblico si ritiene talmente tollerante da dover rispettare
la libertà dei singoli di esibire simboli religiosi
(Sen 2005: 30-34). Ciò non significa necessariamente
indifferenza passiva: la neutralità può anche
significare che se la collettività democratica
ritiene giusto proteggere le istituzioni religiose
(con finanziamenti, sussidi, sgravi fiscali, ecc.)
può certamente farlo, a patto che tratti tutte
nello stesso modo (nei vari sensi del termine: tutti
con lo stesso metro, o i diversi con metro diverso).
2. Laicità e identità, ovvero: ciechi
o sensibili
Una
seconda differenza riguarda invece l'importanza relativa
accordata ai diritti
collettivi. Com'è noto,
l'interpretazione classica della teoria liberale
vuole che il governo
resti neutrale in tema di concezioni della vita buona,
dunque che garantisca a tutti i cittadini lo stesso
diritto di perseguire la propria "ricerca della
felicità", senza distinguere fra le scelte
di un cattolico, un protestante, un musulmano o un
ateo. Un'altra interpretazione asserisce invece che,
malgrado sia impegnata a proteggere i diritti fondamentali
degli individui, una comunità politica è anche
caratterizzata da un'identità specifica costituita
da una cultura particolare (storia,
valori, tradizioni, religione) che i cittadini, collettivamente,
hanno
il diritto-dovere di difendere e perpetuare (Taylor
1999).
Per un caso della prima concezione, si pensi agli Stati
Uniti d'America, ove lo stato è "cieco nei confronti delle differenze",
ossia ritiene inammissibili restrizioni dei diritti
individuali in nome di fini collettivi
parziali; e giudica discriminante l'adozione da parte del governo di fini collettivi
in nome e in favore di un gruppo particolare, quali ad esempio il finanziamento
statale a un'istituzione religiosa.
Per la seconda concezione, si pensi al caso della Repubblica italiana, ove
la Chiesa cattolica ha goduto di un trattamento privilegiato da parte dello
stato rispetto agli altri culti: agevolazioni fiscali, insegnamento della religione
nelle scuole statali, esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e dei
tribunali. Tale trattamento, che sarebbe ingeneroso ridurre a puro opportunismo
dettato da interessi elettorali, si giustifica sulla base di un'interpretazione "comunitaristica" della
democrazia liberale, secondo
cui il cattolicesimo sarebbe una componente essenziale dell'identità italiana,
che lo stato laico e democratico, proprio in quanto espressione della cultura
maggioritaria, dovrebbe difendere e salvaguardare.
Come dire che la comunità politica del popolo italiano avrebbe diritto
(un diritto collettivo, si badi) alla difesa della propria cultura e dei propri
valori, nella misura in cui ciò non lede i diritti fondamentali dei
cittadini e dei non cattolici. Sembrerebbero indicare in questa direzione recenti
e discussi pronunciamenti del Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto
(25/3/2005) e del Consiglio di Stato (sentenza
n. 265 del 13/02/2006) che difendono la presenza del crocifisso
nelle aule scolastiche definendolo non solo un simbolo "della civiltà italiana",
ma addirittura della laicità dello stato: secondo gli eminenti membri
del Consiglio di Stato, infatti, "i valori certamente laici [...] di cui è pervasa
la società italiana" hanno un'"origine religiosa", pertanto
il crocifisso deve essere considerato "un simbolo idoneo ad esprimere
l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori
che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
Anzi, aggiungono, "Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare
un altro simbolo, in verità, che si presti, più di esso, a farlo".
La realtà contemporanea dell'immigrazione offre l'opportunità di
riconsiderare convinzioni consolidate, tra cui la peculiare interpretazione
italiana della laicità: la presenza all'interno della collettività democratica
(il demos) di "altri" (stranieri, estranei, migranti)
che non appartengono allo stesso ethnos,
cioè "che non condividono
le memorie e i costumi della cultura dominante pone ai governi democratici
una sfida per riarticolare il significato dell'universalismo democratico" (Benhabib
2004: 211-212). Questa sfida può contribuire alla crescita dei sistemi
politici liberali, a condizione che elettorati e governi riconoscano che lo
stato democratico di diritto non è una comunità circoscritta
e autosufficiente, ma piuttosto un'istituzione impegnata a negoziare fra concezioni
divergenti dei diritti e delle libertà, e a sperimentare,
nel tempo, i modi più efficaci per garantire a tutti tali diritti e
libertà.
In mancanza di tale condizione, gli articoli 3 e 8 della Costituzione rimarranno
inapplicati: parafrasando Orwell si potrebbe dire che in Italia "Tutte
le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", ma
la religione cattolica è più eguale delle altre.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BENHABIB, S., The
Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge
University Press 2004.
SEN, A., L'altra India. La tradizione razionalista
e scettica alle radici della cultura indiana, Milano,
Mondadori 2005.
TAYLOR, C., "The Politics of Recognition",
in A. Gutman (a cura di), Multiculturalism and "The
Politics of Recognition", Princeton, Princeton
University Press 1992, pp. 25-73.

Chiesa
a Dolovo, Serbia, 1999 (Foto: Milan Aleksic)
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