Coerentemente
con questa concezione Kant sosteneva inoltre l'esclusione delle donne
dal novero dei cittadini veri e propri:
Tutte
le donne e in generale tutti coloro che nella conservazione
della loro esistenza (nel mantenimento
e nella protezione)
non dipendono dal proprio impulso ma dai comandi degli
altri [...], mancano di personalità civile,
e la loro esistenza è in certo qual modo soltanto
inerenza. (Kant 1797: 501)
Di
conseguenza non avevano diritto al voto, che solo "costituisce
la qualificazione del cittadino".
Si noti però che Kant riteneva che né la
rivoluzione francese,
né alcun'altra rivoluzione potesse dar vita a uno stato legale e legittimo:
pensava che distruggendo le istituzioni esistenti i rivoluzionari avessero
infranto il contratto e quindi distrutto la garanzia del principio del diritto
che assicurava la libertà di
tutti sotto la medesima legge. Il
fatto che il contratto sia una finzione giuridica ("una semplice idea della
ragione" dice Kant) non inficia la sua realtà morale come
garanzia
fondamentale del principio del diritto. Ecco perché Kant afferma che una
rivoluzione "è sempre ingiusta" (Kant 1798: 221 n.): rivoltandosi
contro il potere esistente, i rivoluzionari hanno perduto il rango di cittadini
e sono ricaduti nella condizione di barbari nello stato di natura. D'altra parte
però scrive che le rivoluzioni potrebbero avere un senso dal punto di
vita della filosofia della storia: in Per la pace perpetua ammette
la rivoluzione tra i fattori di mutamento storico in direzione della costituzione
repubblicana
(Kant 1795: 320 n.).
Oltre che per la cittadinanza come autonomia,
Kant va ricordato, in questo contesto, per almeno altre due ragioni: la concezione
della cittadinanza
politica fondata
sulla sovranità popolare, e la teorizzazione del "diritto all'ospitalità":
per la prima, Kant ha ripreso l'idea di Jean-Jacques Rousseau della
sovranità come
autodeterminazione e legislazione, ovvero l'idea per cui il potere legittimo
non deriva da Dio o dalla natura, ma si costituisce negli atti legislativi dell'assemblea,
che rappresenta la volontà di tutti i cittadini (Habermas 1991: 111).
Quanto alla seconda ragione, Kant ha sostenuto la validità del diritto
cosmopolitico, cioè l'esistenza del diritto di
ogni individuo a non essere trattato come nemico quando arriva nella terra di
un altro,
quando
si trova straniero fra cittadini: rifiutargli ospitalità,
sia pure temporanea, equivarrebbe commettere una violazione che sarebbe avvertita
come tale "in
tutti i punti" della terra (Kant 1795: 305). Ponendo il problema dei diritti che
vigono ai confini delle comunità politiche,
Kant ha chiariti
i termini
entro cui dobbiamo porre la questione dei rapporti fra cittadini e stranieri (Benhabib
2004).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BENHABIB, S., The
Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press
2004.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in
J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi
1992, pp. 105-138.
KANT, I., "Per la pace perpetua. Progetto filosofico" (1795),
in I. Kant, Scritti politici, Torino, Utet 1956, pp.
283-336.
KANT, I., "Principi metafisici della dottrina
del diritto" (1797), in I. Kant, op. cit., pp.
375-567.
KANT, I., "Se il genere umano sia in costante
progresso verso il meglio" (1798), in Kant, op.
cit., pp. 213-234.
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