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Riconoscere
o attribuire un'identità equivale a un tempo
ad assimilare e separare, isolando tratti significativi
che consentono di inserire un individuo in un insieme
("una sedia", "un gatto", "un
inglese") separandolo dagli individui di altri
insiemi ("è inglese, non tedesco"),
e simultaneamente di individuarlo come unico e singolare
("è lui", "è lei", "non è Francesca").
La definizione dell'identità è sempre
il frutto delle due operazioni opposte e complementari
di assimilazione (ricerca dell'identità attraverso
la generalizzazione, ovvero la ricerca, in un dato
fenomeno, dei tratti che sono comuni ad altri fenomeni
simili) e separazione (ricerca dell'identità attraverso
la particolarizzazione, ovvero l'individuazione del
fenomeno nella sua unicità) (Remotti 1996).
L'identificazione è dunque il prodotto di decisioni,
più o meno consapevoli, automatiche, implicite,
e dà luogo a identità anche molto diverse,
che convivono nello stesso individuo. La medesima persona
può essere, senza la minima contraddizione,
di cittadinanza americana, di origine caraibica,
con ascendenze africane, cristiana, progressista,
donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante,
romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice
dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del
teatro, militante ambientalista, appassionata di
tennis, musicista jazz e profondamente convinta che
esistano esseri intelligenti nello spazio con cui
dobbiamo cercare di comunicare al più presto
(preferibilmente in inglese). (Sen 2006: IX)
E'
vero però che tra tutte
le nostre identità, che emergono con forze
differenti a seconda dei casi, dei momenti e dei
contesti, alcune
sembrano esercitare maggior peso. In molte società,
ad esempio, l'etnia,
il sesso e il rango definiscono gli ambiti di relazione
e i ruoli che un individuo
può assumere: un Hutu non sposa una Tutsi,
una
donna
non diventa sacerdote, un re non sposa una ballerina.
In tali società l'identità etnica è "imperativa",
ovvero
non
può essere ignorata
e temporaneamente messa da parte da altre definizioni
della situazione. [...] le convenzioni morali e sociali
che la compongono sono rese più resistenti
al cambiamento dall'essere congiunte in raggruppamenti
stereotipati come caratteristiche di una singola
identità. (Barth 1969: 43-44)
Naturalmente
le società variano
molto quanto alla forza con cui costringono l'identità etnica
(nonché il sesso e il rango) in ruoli sociali
predeterminati: le società democratiche liberali
si distinguono proprio per la priorità assegnata
alle libertà individuali sulle caratteristiche
identitarie. Ad esempio, l'art. 3 della Costituzione italiana
afferma che "Tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali davanti
alla legge, senza distinzione di sesso, di razza,
di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali". Naturalmente, nel contesto
delle moderne società affluenti, la differenza
significativa non è tanto l'etnia; oggi, la
vera identità "imperativa", quella
che rende possibili tutte le altre, è piuttosto
il titolo giuridico di cittadinanza, o quanto meno,
di accesso ai diritti
sociali, civili, politici. E' ben vero che i criteri
di inclusione nella
comunità politica
stanno cambiando: nell'epoca degli stati "postnazionali" l'identità etnica
o culturale non è più il criterio esclusivo
di acquisizione dei diritti
di cittadinanza,
né l'acquisizione di diritti
dipende soltanto dal possesso della cittadinanza,
visto che molti di tali diritti vengono ormai considerati "diritti
umani" e garantiti da autorità transnazionali; è vero
cioè che diminuiscono gli apolidi e
aumenta l'integrazione giuridica degli immigrati (Benhabib
2004). Tuttavia si tratta di processi appena iniziati.
Le società "aperte" sono davvero
tali solo per chi è già cittadino;
per gli altri, restano chiuse.
Nel frattempo si assiste a un curioso paradosso:
da un lato sono cresciute, in molte aree del pianeta,
le rivendicazioni politiche identitarie ad opera
di gruppi
di cittadini che reclamano diritti speciali
di tipo etnico, linguistico, politico (albanesi in Kosovo, francofoni in Quebec,
baschi in Spagna, e così via). Si moltiplicano insomma i fenomeni di
identificazione: dalla riscoperta delle tradizioni locali e regionali all'invenzione
di un'identità islamica
globale, le società contemporanee sembrano esprimere
un desiderio di identità nuovo,
senza precedenti.
D'altro canto, però, l'esperienza sociale si sta trasformando in direzione
di una diffusa precarietà, incertezza, dispersione, disimpegno: gli
esseri umani imparano a vivere senza certezze, senza progetti di vita a lungo
termine,
senza impegni essenziali o definitivi; nel mondo del lavoro postfordista "un
giovane americano con un livello di istruzione modesto prevede di cambiare
lavoro almeno undici volte durante la propria vita lavorativa" (Bauman
2001: 35). Il mercato del lavoro è oggi caratterizzato da un'incertezza "di
un genere straordinariamente nuovo", che non distingue fra meritevoli
e non, che non si può prevedere né ammorbidire unendo le forze, è capricciosa,
priva di logica, e rende vaga e nebulosa l'idea di "interessi comuni".
Date le circostanze, una risposta difensiva ma razionale sembra essere di accettare
precarietà e disimpegno anche nei riguardi della propria identità.
Gli esseri umani diventano duttili, disponibili ad assumere identità diverse,
a cambiare identità a seconda dei momenti, dei contesti, delle opportunità e
necessità:
il
dilemma che tormenta uomini e donne di oggi non è tanto come conquistare
le identità scelte e come farsele riconoscere
dalle persone vicine, quanto piuttosto quale identità scegliere
e come rimanere all'erta e vigili in modo da poter
fare un'altra scelta nel caso che la prima identità venga
ritirata dal mercato o spogliata dei suoi poteri
di seduzione. (Bauman 2001: 186)
Per
un'identità che si vuole
mantenere stabile, quella di cittadini titolari di
diritti, ce ne sono però molte altre che vengono
cambiate, abbandonate, negoziate, in nome di un nuovo
senso di libertà:
in
un mondo caleidoscopico di valori rimescolati,
di percorsi mobili e strutture
liquefatte, la libertà di manovra assurge
al rango di valore sommo, anzi di metavalore, condizione
di accesso a tutti gli altri valori passati, presenti
e soprattutto futuri. In un mondo del genere condursi
razionalmente significa lasciare aperte quante più opzioni
possibile, e conquistare un'identità troppo
aderente, un'identità che una volta per tutte
offre 'coerenza' e 'continuità' significa
sbarrare delle opzioni o precluderle in anticipo.
(Bauman 2001: 187)
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BAUMAN
Z., La società individualizzata.
Come cambia la nostra esperienza (2001), Bologna, Il Mulino
2002.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and
Citizens,
Cambridge, Cambridge University Press 2004.
REMOTTI, F., Contro l'identità, Roma-Bari,
Laterza 1996.
SEN, A., Identità e violenza, Roma-Bari, Laterza 2006.

Mercato
della seta a Kashgar, Cina (Foto: Ron Haviv 2004)
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