Si
tratta di un processo complesso e sfaccettato,
dalle straordinarie implicazioni economiche, politiche
e sociali: le dimensioni del mercato coincidono
ormai con la superficie del pianeta, il trasferimento
di
informazioni, merci, capitali, persone è divenuto
agevole e poco costoso, ogni punto del globo è potenzialmente
connesso con tutti gli altri tramite reti comunicative
universalmente accessibili, gli abitanti delle
diverse aree del mondo devono imparare a convivere
con estranei diversi
e "perturbanti". Dal punto di vista
politico, i fenomeni della globalizzazione mettono
radicalmente in discussione il concetto di cittadinanza
uscito dall'Ottantanove
e concretizzatosi nello stato sociale europeo del
secondo dopoguerra:
ossia l'idea di cittadinanza come appartenenza a
uno stato-nazione relativamente
omogeneo sul piano etnico e culturale in grado di
garantire ai suoi membri il
godimento di ampi diritti civili,
politici, sociali.
Come ha osservato Jürgen Habermas, la globalizzazione rappresenta una minaccia
per la capacità delle società nazionali di autogovernarsi in
modo democratico. Essa infatti compromette o quanto meno indebolisce
i) la certezza giuridica e l'efficienza dello stato amministrativo.
Gli stati nazionali incontrano crescenti difficoltà nella difesa dell'ambiente
e del territorio, a causa di minacce che non rispettano i confini di stato:
si pensi alle emergenze ambientali o al traffico internazionale delle armi,
della
droga e degli immigrati clandestini;
o anche alla difficoltà di
imporre una tassazione equa,
a causa della mobilità dei capitali e del "ricatto" imposto
da quelle imprese che minacciano di trasferirsi all'estero;
ii) la sovranità dello stato territoriale.
In una società mondiale interdipendente risulta sempre più difficile
imporre legislazioni nazionali separate in materie quali inquinamento, migrazioni,
traffico aereo. Nascono bensì organizzazioni internazionali, ma sono
prive della legittimità delle procedure democratiche tipiche dello
stato-nazione;
iii) l'identità collettiva.
Da un lato le grandi migrazioni e la società multiculturale producono
fenomeni razzisti e anti-solidaristi che contestano le decisioni redistributive
e possono generare frammentazione politica. Dall'altro la globalizzazione
produce un livellamento delle culture nazionali
sotto il segno di una cultura omologante e mercificata: si trovano ormai
dappertutto le stesse
mode, lo stesso gergo,
gli stessi telefilm, malgrado non manchino fenomeni di "differenziazione
creatrice", grazie ai quali i gruppi etnici sviluppano
nuove appartenenze,
subculture e stili di vita;
iv) la legittimità democratica dello stato nazionale.
Il mercato globale mette in crisi l'impianto stesso della democrazia moderna,
ovvero, nell'epoca della concorrenza globale i governi devono prendere decisioni
che producono danni irreparabili allo stato sociale, e quindi alla coesione sociale
dei cittadini: diminuiscono i bilanci sociali, si inaspriscono le condizioni
di accesso ai sistemi di protezione, si abbandonano le politiche redistributive.

(Foto: Daniel Berehulak)
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Questi
fenomeni indicano una situazione nuova: nell'Europa del
secondo dopoguerra la politica aveva potuto
regolare le distorsioni dell'economia proprio
tramite lo stato sociale, ovvero aveva addomesticato
un capitalismo potenzialmente selvaggio redistribuendone
i profitti entro una cittadinanza benestante
e garantita, dunque disponibile per la partecipazione democratica
(Habermas 1999). Ora invece, non solo i governi
nazionali possiedono una ridotta
capacità di manovra (esercitano una
sovranità "dimezzata"), ma
i comportamenti dei protagonisti del mercato
globale sono diventati incontrollabili e pressoché ingovernabili:
lo si deve sia alle dimensioni delle imprese
("il
bilancio
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annuale
delle prime trenta multinazionali è oggi
più grande del prodotto interno lordo di novanta
paesi aderenti all'ONU", Habermas 1999: 187),
sia al potere economico e politico di alcune grandi
organizzazioni internazionali (Banca Mondiale, OCSE,
Fondo Monetario Internazionale), sia all'eccezionale
estensione dello spazio, materiale o immateriale,
del mercato ("agli inizi del Duemila non è rimasto
alcun angolo di alcun continente, alcun gruppo umano
o popolazione, le cui condizioni di vita non subiscano
direttamente o indirettamente, per il meglio o per
il peggio, l'influenza del mercato mondiale",
Gallino 2000: 23), sia infine all'intensificazione
degli scambi finanziari (si calcola che nel 1998
siano stati scambiati, nelle borse di tutto il mondo,
titoli e valute per un valore complessivo di 2.000
miliardi di dollari al giorno, laddove nel 1970 il
volume giornaliero degli scambi commerciali raggiungeva
un valore stimabile tra i 10 e i 20 miliardi di dollari;
Gallino 2000). Le tecnologie informatiche della comunicazione
hanno reso possibile la competizione planetaria per
la forza-lavoro (le imprese tendono a "rilocalizzare" le
proprie produzioni nei paesi del Sud del mondo, con
pesanti costi sociali per i paesi del Nord), hanno
favorito la separazione tra l'economia "reale" (investimenti
e produzione) e l'economia "finanziaria" (speculazioni
di borsa) che ormai condiziona le scelte delle imprese
e le decisioni dei governi, sempre più dipendenti
dal famigerato "giudizio dei mercati".
Non hanno però realmente migliorato la condizione
economica dei gruppi sociali più poveri né ridotto
la disoccupazione. La globalizzazione
ha
posto in competizione gli strati dei lavoratori
a bassa qualificazione ma con salari relativamente
alti, ancora presenti nei paesi avanzati, con i
larghissimi strati di lavoratori aventi un tempo
basse qualifiche e bassi salari che esistono nei
paesi in via di sviluppo. Quasi ovunque ha ridotto
i redditi reali [...] dei membri delle classi medie,
che hanno reagito aumentando il numero di occupati
per famiglia. Ha però consentito a una frazione
minoritaria dei medesimi soggetti di accrescere
sostanzialmente il proprio reddito, nel mondo sempre
più competitivo e mobile di un'economia
in cui gli scambi finanziari eccedono da 50 a 100
volte gli scambi di beni e servizi, facendoli così salire
verso il culmine della stratificazione. (Gallino
2000: 81)
Né,
sul piano politico, pare che le tecnologie informatiche
abbiano davvero contribuito alla crescita di una coscienza
pubblica mondiale
impegnata in favore del miglioramento della qualità della
vita dei più deboli e svantaggiati:
Pur
moltiplicando la possibilità di contatti
e informazioni, la crescita di sistemi e network
non allarga di per sé il mondo intersoggettivamente
condiviso e quell'intreccio discorsivo di prospettive,
temi e contributi da cui nascono le sfere pubbliche
politiche. La coscienza dei soggetti che insieme
pianificano, comunicano e agiscono, sembra simultaneamente
allargarsi e frammentarsi. Le sfere pubbliche create
da Internet restano segmentate l'una dall'altra
come comunità di villaggi globali. (Habermas
1999: 134)
Quella
coscienza planetaria auspicata da Kant,
capace di indignarsi di fronte alla violazione del
diritto in qualunque parte del mondo e di prendere
posizione in modo efficace, non pare ancora in vista.
La globalizzazione ha prodotto sinora piuttosto consumatori
cosmopolitici che cittadini.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
GALLINO, L., Globalizzazione
e diseguaglianze, Roma-Bari,
Laterza 2000.
GATES, H. L. Jr., "Planet Rap. Notes on the Globalization
of Culture" in M. Garber, P. Franklin e R. Walkowitz (a
cura di), Field Work: Sites in Literary and Cultural Studies,
New York-London, Routledge 1996, pp. 55-66.
GIDDENS, A., The Consequences of Modernity, Stanford, Stanford
University Press 1990.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di teoria
politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato
globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
HANNERZ, U., La diversità culturale (1996),
Bologna, Il Mulino 2001 (tr. it. parziale).

Pechino
2007: agenzia di compravendita titoli finanziari (Foto:
France Press)
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