Nel
1787, Luigi XVI fece uccidere ottomila persone
di ogni età e sesso a Parigi, nella via Melée
e al Ponte Nuovo. La monarchia rinnovò questi
fatti al campo di Marte; la monarchia impiccava nelle
prigioni, gli annegati che si raccoglievano dalla
Senna erano sue vittime, c'erano quattrocentomila
prigionieri, si impiccavano ogni anno quindicimila
contrabbandieri, si mettevano
alla ruota tremila uomini, c'erano
a Parigi più prigionieri
di oggi [...] Insensati che siamo, mettiamo un
lusso metafisico nello sfoggio dei nostri princìpi,
e i re, mille volte più crudeli di noi,
dormono tra i delitti.
L. de Saint Just, Rapporto a nome del Comitato di salute pubblica e del Comitato
di sicurezza generale sulle persone incarcerate, presentato alla Convenzione
nazionale nella seduta dell'8 ventoso dell'anno II della repubblica [cit.
da Bodei 1991: 430]
Fondato
nel 1789, il movimento politico dei giacobini (dal
collegio dei Jacobins in rue Saint Honoré,
a Parigi, ove teneva le proprie riunioni), divenne
in breve tempo il più forte e influente tra
i club politici della rivoluzione francese, malgrado
le successive scissioni ed epurazioni: nato come
club monarchico-costituzionale assunse poi un orientamento
democratico e repubblicano (i dissidenti monarchici
diedero vita al club rivale dei "foglianti")
e dopo il 1792 subì la scissione dei "girondini",
favorevoli alla guerra contro le potenze assolutiste;
fra il 1792 e il 1794 fu guidato da Robespierre e
Saint-Just, che lo portarono al potere instaurando
la dittatura del Comitato di salute pubblica. Durante
il periodo detto "del Terrore" (luglio
1793-luglio 1794) il Comitato di salute pubblica
fu direttamente o indirettamente responsabile della
morte di circa trentamila persone (quarantamila,
secondo G. Lefebvre in Bodei 1991: 431 n.)
Nel corso della rivoluzione francese i giacobini
elaborarono un concetto di cittadinanza particolarmente
esigente: il radicalismo giacobino riportò in auge il
concetto classico-repubblicano,
rielaborato alla luce delle teorie di Jean-Jacques Rousseau:
Al
pari di Rousseau, i giacobini credono che quanti
separano la morale dalla politica siano votati
a non comprendere
mai niente né di morale, né di
politica. Sanno, inoltre, [...] che in una repubblica [...] la rinuncia al
proprio interesse in favore del bene comune costituisce la somma di tutte
le virtù particolari. Essere virtuosi non significa, dunque, per i
giacobini, curare la propria perfezione morale in quanto privati, bensì conformarsi
rigorosamente alle norme che producono i buoni cittadini. (Bodei 1991:
395)
La
rivoluzione giacobina va intesa come lo sforzo di fondare la cittadinanza
come identità dominante di ogni francese a scapito
di ogni altra fedeltà (religione, famiglia, ceto), e di instillare
nelle coscienze la virtù repubblicana con la forza dello stato: l'essenza
della virtù consiste nell'identificazione convinta con i dettami della
volontà generale, ovvero con l'assoluto costituito dal popolo e
dalla rivoluzione, che non ammette dissenso né compromessi. Contro
l'opinione di Bernard de Mandeville, per il quale la prosperità pubblica
si fonda su un retroterra implicito di egoismi e vizi privati, i giacobini
seguono Rousseau nel
sostenere che "i vizi privati sono e restano vizi pubblici e individualismo
e pluralismo producono solo miseria, egoismo e corruzione politica" (Bodei
1991: 415): dunque per estirparli è lecito ricorrere alla violenza.
I giacobini non furono tuttavia fanatici assetati di sangue, ma praticarono
il terrore al fine di salvare la repubblica, convinti che in tempi di rapide
e violente trasformazioni il processo rivoluzionario non possa arrestarsi,
pena il fallimento. Di fronte al pericolo di invasione, alle rivolte interne,
alla penuria alimentare, al malcontento popolare, ai tradimenti, i rivoluzionari
cercarono di impedire la corruzione della repubblica, di tenere il passo
con il cambiamento in corso, anche se ciò significò prendere
decisioni radicali e impietose. Come ha scritto Remo Bodei,
Nel
dramma del Terrore è racchiusa una verità rimossa: quella
dell'origine conflittuale e cruenta della democrazia moderna, che non è nata
certo – alla Benjamin Constant – unicamente dal 'piacere della
vita privata' e dal relativo disinteresse nei confronti della politica
come 'partecipazione', ma da movimenti sussultori della società europea
e americana, che hanno visto dapprima grandi masse mobilitarsi e combattere
per
raggiungere obiettivi di maggiore libertà ed eguaglianza: solo dopo è stato
possibile delimitare e ritagliare zone protette di vita privata all'interno
delle istituzioni sorte da quell'impatto violento. (Bodei 1991: 428)
Nella
pratica politica inaugurata dai giacobini, d'altro canto, si possono
rinvenire le premesse di una nuova concezione della
lotta politica, che
considera la violenza uno strumento non solo efficace, ma anche legittimo,
quando viene
posto al servizio della giustizia e della libertà.
E' ciò che Michael Walzer ha definito "politica radicale",
i cui precedenti si troverebbero nella rivoluzione inglese del XVII secolo:
nel corso della transizione da una certa forma di società tradizionale
a una forma di società moderna appare un gruppo di uomini che si ritengono "gli
eletti" (i puritani di Oliver Cromwell) e cercano un nuovo ordine; adottano
una rigida disciplina e un atteggiamento bellicoso, hanno cieca fiducia nel
proprio compito e nelle proprie forze; formano un'organizzazione volontaria
ed egualitaria tramite un patto che testimonia di un impegno formale, impersonale,
ideologico, che deve essere sempre messo alla prova; realizzano un nuovo tipo
di politica, che cerca di universalizzare la santità (o la virtù),
e sperimenta nuove forme, seppure in modo rigidamente controllato; ha un ruolo
storico poiché è una risposta creativa alle difficoltà del
cambiamento (Walzer 1965).
Con i giacobini tuttavia l'impiego della violenza ai fini della virtù (la
versione secolarizzata della santità puritana) raggiunge nuove altezze,
vertiginose e rischiose: "nel dichiarare pubblicamente la razionalità – seppure
transitoria – della violenza, essi hanno posto le premesse per la sua
pianificazione, nella forma della serializzazione della morte" (Bodei
1991: 429-430).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BODEI,
R., Geometria delle passioni. Paura, speranza,
felicità: filosofia e uso politico, Milano,
Feltrinelli 1991.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della società borghese (1959),
Bologna, Il Mulino 1972.
SALVADORI, M.L. (a cura di), Enciclopedia storica, Bologna, Zanichelli
2000.
SCHAMA, S., Cittadini. Cronaca della rivoluzione francese, Milano,
Mondadori 1989.
WALZER, M., The Revolution of the Saints. A Study in the Origins of Radical
Politics, Cambridge, Harvard University Press 1965.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e R. L. Hanson (a
cura di), Political Innovation and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge
University Press 1989, pp. 211-219.
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