Nel
Medioevo l'unità europea
poggiava sulla religione comune. Nell'epoca
dei Tempi moderni cedette il posto alla cultura
(alla creazione
culturale) che diventò la realizzazione
dei valori supremi attraverso i quali gli europei
si riconoscevano,
si definivano, s'identificavano. Oggi, la cultura
cede il posto a sua volta. Ma a che cosa e
a chi? Qual è l'ambito
nel quale si realizzeranno dei valori supremi
in grado di unire l'Europa? Le conquiste tecniche?
Il mercato?
La politica con l'ideale della democrazia,
con il principio della tolleranza? [...] Io
non lo so. Credo solo di
sapere che la cultura ha già ceduto
il suo posto. Così, l'immagine dell'identità europea
si allontana nel passato. Europeo: colui che
ha nostalgia dell'Europa.
M. Kundera, L'arte del romanzo

Hotel
Europa: installazione di H.A. Schult
(riproduzione, autostrada Colonia-Bonn)
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Se
l'America è stata, come scrisse Alexis de
Tocqueville, il grande "laboratorio" della
democrazia, allora forse l'Europa è stata,
negli ultimi duecento anni, un grande laboratorio
di cittadinanza, che ha prodotto diverse risposte
al problema, caratteristico della modernità,
del rapporto fra appartenenza nazionale e titolo
al godimento di diritti:
la soluzione liberale inglese (cittadinanza come
protezione dei diritti individuali), la soluzione giacobina francese
(cittadinanza come partecipazione politica), la
soluzione autoritaria prussiana (tutela sociale
e paternalismo statale) (Turner 1992; Walzer 1970
e 1989). Nella seconda metà del Novecento,
i maggiori paesi europei hanno proseguito tale
esperimento con la costruzione dello "stato
del benessere" (Welfare state), che
per mezzo secolo ha garantito alla maggior parte
degli europei i principali diritti politici, civili
e soprattutto sociali:
si è venuta cioè delineando una cittadinanza
definita, prima ancora che dal diritto di voto
e dalla libertà di parola, dall'accesso
ai benefici elargiti da una società prospera
e ordinata. Jürgen Habermas l'ha definita
il "progetto politico social-democratico":
una società può modificare politicamente
se stessa a partire dalla volontà e dalla
coscienza democratica dei cittadini e realizzare
una società ragionevolmente giusta e solidale
(Habermas 1998: 31).
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Nell'Europa
post-bellica si è creato così un circolo
virtuoso fra stato democratico e distribuzione della ricchezza
sociale, in virtù del
quale i cittadini riconoscevano legittimità alle decisioni dei propri
governi non solo perché questi mantenevano la pace e i diritti civili,
ma anche perché i cittadini potevano riconoscersi come co-autori delle
decisioni che assicuravano a tutti (o quasi) la possibilità di un
lavoro dignitoso, un buon livello di istruzione, una pensione adeguata, assistenza
e cure in caso di infortuni o malattie, e così via. In breve, la via
europea alla cittadinanza poteva convivere con un capitalismo "ben temperato" dall'azione
dello stato, che garantiva una società più equa, e un'economia
più efficiente, di quella di altri continenti, specie quello americano
(Hutton 2002).
Negli ultimi vent'anni le reiterate stagnazioni e recessioni economiche,
la crescita costante della domanda di provvidenze statali da parte di una
popolazione
sempre più longeva e più esigente, l'avvento di quella complessa
costellazione di fenomeni che ormai si usa denominare globalizzazione hanno
condotto molti governi europei a riconsiderare i propri sistemi di protezione
sociale, e in molti casi a operare drastiche riduzioni di spesa: il caso paradigmatico
resta l'Inghilterra di Margaret Thatcher, in cui lo smantellamento dello storico
sistema di Welfare unito a spregiudicate politiche liberiste ha
provocato profonde lacerazioni sociali e acuito le differenze fra ricchi
e poveri. L'indebolimento
dell'impianto complessivo dello stato sociale europeo ha prodotto almeno
due conseguenze: anzitutto, una crisi di legittimità delle istituzioni democratiche,
che si mostrano incapaci di contrastare gli effetti perniciosi del capitalismo
globale (disoccupazione, precarietà, assenza di tutele); in secondo
luogo, la diffusione dello "sciovinismo del benessere" (Habermas
1991: 127), ovvero la pretesa, da parte di alcuni settori delle opinioni pubbliche
europee (e di alcuni partiti politici), di riservare ai "nativi" i
residui benefici dello stato sociale, escludendone stranieri, profughi,
immigrati,
sulla base di un'interpretazione puramente nazionalistica della cittadinanza.
Tuttavia, malgrado lo scontento degli europei nei riguardi delle proprie
istituzioni, l'esperimento civico europeo prosegue: l'Europa è un formidabile polo
di attrazione economica e politica, nonché l'approdo di flussi costanti
di migrazioni dal Sud del mondo, che sollecitano ulteriori elaborazioni dell'istituto
della cittadinanza. Anzitutto, dal 1992, gli europei sono due volte cittadini:
lo sono del proprio stato e dell'Unione Europea creata dal Trattato di Maastricht,
che istituisce la cittadinanza europea senza però abolire quella dei
vari stati membri. In questo modo la cittadinanza europea, che spetta di diritto
a tutti i cittadini degli stati membri, si "aggiunge" alle diverse
cittadinanze nazionali (che dal 2007 sono 27) ma non comporta l'effettiva
eguaglianza dei diritti di cittadinanza:
italiani e francesi, ad esempio, sono allo stesso tempo cittadini europei,
ma rimangono titolari di cittadinanze
nazionali distinte e differenti. Ciò significa che gli europei godono
di eguali diritti politici (possono votare ed essere eletti in uno qualunque
dei paesi dell'Unione), ma non di eguali diritti economici e sociali (nell'UE
coesistono legislazioni del lavoro, regimi tributari, pensionistici e previdenziali
anche molto diversi fra loro): anzi, gli elettorati dei paesi più ricchi
e più propensi all'unificazione politica non sono affatto favorevoli
all'unificazione dei sistemi fiscali e previdenziali europei, ovvero a
quella condivisione dei benefici e dei costi della
cooperazione sociale che negli stati dell'Europa occidentale del secondo
dopoguerra aveva reso possibile
la creazione di società aperte, democratiche, solidali. Come ha
scritto Gian Enrico Rusconi, all'Unione Europea manca un demos,
cioè manca
il soggetto politico collettivo che fonda e pratica la democrazia:
manca, almeno per ora, quell'esperienza di convivenza, comunicazione, interazione,
solidarietà,
che nel tempo crea legami sociali, economici, culturali, in ultima analisi
civici, in grado di costituire una collettività politica; manca, inoltre,
la rielaborazione di tale esperienza in una storiografia plurale ma capace
di sostenere una cultura politica democratica condivisa. Almeno per ora, la
cittadinanza europea resta poco più di una parola scritta sul passaporto
(Rusconi 1997: 84-94).
All'inizio del XXI secolo è difficile dire quali siano le chances della
cittadinanza europea. Certo non potranno essere molte se l'Europa non saprà proporre
un modello politico in grado di governare e orientare i cicli economici: per
questo è necessario riprendere il processo democratico-evolutivo della
cittadinanza iniziato con la rivoluzione francese e continuarlo in senso "post-nazionale" e cosmopolitico, definendo
la cittadinanza su basi diverse da quelle dell'appartenenza etnica e
nazionale, in modi e tempi che solo i processi democratici di formazione
dell'opinione pubblica potranno determinare.
L'integrazione giuridica, sociale e culturale dei "non europei" pare
un processo avviato, se non irreversibile: da un lato, essa sembra essere
inscritta nella logica stessa dell'evoluzione giuridica delle democrazie
(Benhabib 2004);
dall'altro, la sollecitano non solo l'allargamento a est dell'Unione Europea
e l'insediamento stabile di consistenti minoranze religiose,
ma anche la domanda di ammissione all'UE da parte della Turchia, che, se venisse
accolta, estenderebbe
la cittadinanza europea a 65 milioni di musulmani.
Con il Trattato di Maastricht è nata l'Unione Europea. Non è invece
ancora nata un'Europa all'altezza della propria cultura, quella
definita dai valori di libertà,
giustizia, tolleranza, solidarietà, amore
per la conoscenza e per la bellezza: questa è rimasta in gran parte
un ideale possibile, un sogno non realizzato. Come ha scritto Jacques Derrida,
Siamo
più giovani che mai, noialtri Europei, perché una certa
Europa non esiste ancora. E' mai esistita? Ma noi siamo come quei giovani che
si alzano, sin dal mattino, vecchi e stanchi. Siamo già esauriti.
Questo assioma della finitezza comporta un nugolo di questioni. Da quale esaurimento
i giovani vecchi Europei che noi siamo devono ri-partire? Devono ri-cominciare?
Oppure, partenza dall'Europa, congedarsi da una vecchia
Europa? O ripartire verso una Europa che ancora non esiste? O ripartire
per far
ritorno verso un'Europa
delle origini che bisognerebbe insomma restaurare, ritrovare, ricostituire
durante una grande festa delle 'rimpatriate'? (Derrida 1991:
13)
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti
bibliografici
BENHABIB, S., The
Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
DERRIDA, J., Oggi l'Europa. L'altro capo, Milano, Garzanti
1991.
FERRARIS, M., "L'Europa in capo al mondo", in Derrida,
op. cit..
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas,
Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992, pp. 105-138.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato
globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.
HUTTON, W., Europa vs. Usa. Perché la nostra economia è più efficiente
e la nostra società più equa (2002), Roma, Fazi
2003.
RUSCONI, G. E., Patria e repubblica, Il Mulino, Bologna 1997.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship",
in C. Mouffe C. (a cura di), Dimensions of Radical Democracy,
Londra-New York, Verso 1992, pp. 33-62.
VATTIMO, G., Il socialismo ossia l'Europa, Torino, Trauben
2004.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e
R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual
Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp.
211-219.
WALZER, M., Obligations. Essays on Disobedience, War, and
Citizenship,
Cambridge, Harvard University Press 1970.

Svetlana
Koroleva incoronata Miss Europa 2002 a Beirut
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