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Bianco
britannico;
Bianco irlandese;
Altro bianco (tra cui: nord-irlandesi, ciprioti, zingari, neozelandesi, bianchi
misti [sic]);
Misto;
Indiano (indiani britannici e punjabi);
Pakistano (pakistani britannici e kashmiri);
Bangladeshi;
Altro asiatico;
Nero caraibico;
Nero africano;
Altro nero (neri britannici, neri americani, neri misti);
Cinese;
Ogni altro gruppo etnico (tra cui: giapponesi, filippini, malesi, aborigeni,
afgani, inuit, maori). |
(Office
for National Statistics 2006) |
In
altri casi la burocrazia coniuga il gruppo etnico
con la "razza":
negli Stati Uniti d'America il governo ha adottato, per il censimento
dell'anno 2000, il criterio di suddividere la
popolazione in sei "razze",
1.
Indiano americano o nativo dell'Alaska;
2. Asiatico;
3. Nero o Afro-americano;
4. Nativo delle Isole Hawaii o di altra isola dell'Oceano Pacifico;
5. Bianco;
6. Altra Razza;
e
due categorie "etniche" (1. Ispanico o
Latino; 2. Non Ispanico o Non Latino), specificando subito dopo che "Ispanici
e Latini possono appartenere a qualunque razza" (US Census Bureau
2000).
E' evidente l'arbitrarietà di simili classificazioni: alcune presuppongono
l'esistenza di un gruppo etnico definito da un colore stereotipo ("Bianco", "Nero"),
altre si basano sul luogo di nascita o su tratti somatici stereotipi ("Nativo
dell'Alaska", "Asiatico"), altre ancora su un riferimento storico-culturale
adottato per convenzione o per libera scelta ("Ispanico", "Afro-americano")
(Maher 1994).
Per la storiografia, l'"etnia" è un raggruppamento umano che
non solo condivide un nome, una genealogia, il riferimento a un luogo (una patria,
sia essa reale o ideale), una cultura (storia, lingua, miti comuni), ma è anche
caratterizzato da "un forte senso di appartenenza e di solidarietà attiva,
che in tempo di tensione e di pericolo possono andare al di là delle divisioni
di classe, di fazione o regionali" (Smith 1986: 81). Naturalmente il fatto
etnico, l'etnicità, non rimanda a nulla di naturale, essenziale o primordiale,
ma è il prodotto della sedimentazione di pratiche simboliche (miti, riti,
narrazioni religiose, politiche, ecc.) scaturite nel corso della vicenda storica
di gruppi umani che in tal modo hanno maturato un senso di identità e
appartenenza reciproca. Quindi, benché non naturale né originaria,
l'etnicità ha una realtà sociale vivida e consistente, cioè produce
effetti empiricamente verificabili, tanto più marcati nelle società contemporanee,
che pullulano di rivendicazioni etniche intrecciate con motivazioni psicologiche,
economiche, politiche, e così via. Nella "società multietnica" emergono
i bisogni identitari più disparati e particolaristici: la necessità di "riscoprirsi" piemontesi,
calabresi, siciliani, o anche, torinesi della Crocetta, romani dei Parioli, palermitani
dello Spasimo.
Per l'etnografia e l'antropologia, infine, l'etnia è il
risultato di operazioni di vario genere atte a organizzare un
contesto sociale separando un gruppo dall'altro
sulla base di uno o più criteri che diventano allora "discriminanti",
così da
stabilire un confine tra chi è "dentro" e chi è "fuori",
tra "noi" e "loro". Un importante filone
di ricerca dell'antropologia contemporanea ha messo in luce,
a partire dal lavoro di Fredrik Barth, l'errore
di tutte quelle prospettive che considerano l'umanità come
suddivisa in gruppi nettamente distinti (siano razze o "gruppi
etnici"), ognuno
dei quali sarebbe identificato da cultura, organizzazione sociale,
lingua, e corredo genetico propri. E' chiara l'utilità pratica
di tali suddivisioni (di cui appunto si servono le burocrazie
statali, a fini di censimento, assegnazione
di risorse, politiche specifiche, ecc.). Tuttavia la ricerca
etnografica mostra che le etnie non sono "isole" omogenee
e compatte, ma piuttosto "contenitori" organizzativi
a cui possono essere dati contenuti diversi nei diversi contesti,
a seconda dei modi in cui la società si è strutturata.
Ad esempio, in Norvegia, i lapponi vengono tutti raggruppati
nello stesso gruppo etnico, anche se hanno
abitudini e stili di vita molto diversi: alcuni allevano renne,
altri vivono lungo i fiumi, altri ancora lungo la costa; questi
ultimi, dal punto di vista
culturale, sono molto diversi dagli altri, e sono invece indistinguibili
dai norvegesi. In Ruanda, com'è noto, Hutu e Tutsi (rispettivamente
autori e vittime del massacro del 1994) parlano la stessa lingua,
abitano lo stesso
territorio,
hanno avuto per secoli le stesse istituzioni politiche, non si
distinguono sulle base delle caratteristiche fisiche, ma si considerano
etnie diverse. In
Bosnia, i bosniaci di fede cristiano-ortodossa si definiscono
di etnia serba in contrapposizione, da un lato, ai bosniaci di
fede cattolica, che si definiscono "croato-bosniaci",
e, dall'altro, ai bosniaci di fede musulmana, cui non resta che
definirsi "musulmani
di Bosnia": in quella che un tempo era una regione a maggioranza "slava" o "slavo-balcanica" si è costituito
nel 1995 uno stato multietnico i cui governi, rispettivamente
serbo-bosniaco, musulmano-bosniaco e croato-bosniaco, stanno
abbandonando la vecchia lingua (il serbo-croato) in
favore di neo-lingue nazionali depurate delle influenze etniche "straniere".
Si pensi d'altronde al caso dell'ebraismo, nel quale si intrecciano
motivi biologici, religiosi, culturali, geografici, storici tutt'altro
che riconducibili a un'unità compatta
e omogenea: ci sono ebrei francesi, polacchi, tedeschi, italiani,
russi, americani, africani, asiatici, bianchi, neri, sefarditi,
askenaziti, atei, ortodossi, riformati,
e così via. Oppure al caso dell'Irlanda del Nord, dove
le differenze religiose fra cattolici e protestanti non hanno
mai dato vita a un'identificazione etnica,
malgrado gli odii, le violenze e le uccisioni.
Su linee parzialmente convergenti con quelle di Barth, Abner Cohen
ha suggerito che un gruppo etnico si può considerare un insieme di persone che, da
un lato, condividono alcuni valori e modelli di comportamento, dall'altro sono
inseriti in una popolazione più ampia e in un contesto sociale ove convivono
individui provenienti da altri gruppi etnici. Così, al limite, gli uomini
d'affari della city di Londra costituiscono un gruppo etnico in quanto condividono
convenzioni sociali e linguistiche: vestono allo stesso modo (abito nero e bombetta),
usano lo stesso gergo, cominciano una conversazione parlando brevemente del tempo,
leggono gli stessi giornali, hanno frequentato le stesse scuole, spesso scelgono
il partner entro la stessa cerchia di conoscenze. D'altro canto, una identificazione
etnica è prodotta non solo da fattori interni, ma anche dalle interazioni
fra gruppi, cioè sembra avere significato soprattutto in contrapposizione
ad altre simili identificazioni entro una stessa popolazione: in America o in
Australia gli italo-americani sono un gruppo etnico, mentre non lo sono gli italiani
in Italia, come dimostra il senso di straniamento che prova qualunque italiano
quando gli accade di visitare le comunità di italiani all'estero, tanto
sono diverse dalla madrepatria sotto il profilo sociale, economico e culturale.
Più in generale, l'identificazione etnica non è solo un modo per
distinguersi o riconoscersi, ma si accompagna solitamente ad una condivisione
di interessi: l'appartenenza a un gruppo conferisce vantaggi (sociali, politici,
economici, ecc.) che a loro volta contribuiscono alla definizione stessa del
gruppo come entità uniforme, omogenea e consolidata. Proprio tali vantaggi
rafforzano, quando non creano, il sentimento di identificazione etnica. Quando
i governanti dei paesi multietnici si preoccupano di elaborare politiche "etniche" volte
a compiacere, in modi diversi, i diversi settori dell'elettorato (wasp, ispanico,
asiatico, afro-americano, ecc.), contribuiscono a consolidare la percezione delle
etnie come di entità uniformi e omogenee, e del "popolo" come
di un mosaico di unità originarie e irriducibili.
E' chiara allora l'importanza della questione dell'etnia, non solo
sul piano teorico ma anche su quello mediatico e politico: se l'etnicità non è originaria
né naturale, e se le classificazioni etniche non coincidono automaticamente
con le suddivisioni culturali o sociali, diventa più difficile formulare
giudizi basati su generalizzazioni quali "gli occidentali", "gli
arabi", "gli ebrei", "gli slavi", e così via.
Sembra più prudente utilizzare il concetto di "etnia" in senso
regolativo, riconoscendo come le presunte differenze discriminanti (quelle che
ci consentono di distinguere fra "noi" e "gli altri") siano
spesso il prodotto di un sistema di rappresentazioni che accentua le distinzioni
sino a trasformare i vari gruppi di individui in unità isolate anziché variazioni
qualitative più o meno pronunciate entro un unico spettro di valori e
comportamenti. Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BARTH,
F., "I gruppi etnici e i loro confini", in
V. Maher (a cura di), Questioni di etnicità,
Torino, Rosenberg & Sellier 1994, pp. 33-71.
COHEN, A., "La lezione dell'etnicità" (1974),
in V. Maher (a cura di), Questioni di etnicità, op.
cit., pp. 135-151.
FABIETTI, U., L'identità etnica, Roma, Carocci 1998
(2a ed. riv., 1a ed.: 1995).
HANNERZ, U., La diversità culturale (1996), Bologna,
Il Mulino 2001 (ed. or. 1996, tr. it. parziale)
MAHER V., "Razza e gruppo etnico: il mito sociale e la
relatività dei confini", in V. Maher (a cura di),Questioni
di etnicità, op. cit., 1994, pp. 15-32.
OFFICE FOR NATIONAL STATISTICS, Gran Bretagna, "Ethnic
Group Statistics", in http://www.statistics.gov.uk/about/ethnic_group_statistics/more_detailed/write-in_answers_allocated
summary.asp (consultato
il 10/2/2007).
SMITH, A. D., Le origini etniche delle nazioni (1986),
Bologna, Il Mulino 1992.
UNITED STATES CENSUS BUREAU, "Your Gateway to Census 2000",
in http://www.census.gov/ (consultato il 10/02/2007).

Uomini di etnia
Uighur davanti alla moschea Aidkah a Kashgar, Cina (Foto:
Ron Haviv, 2004)
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