esistenti
- in questo caso, il potere di genere maschile (non
diversamente accade anche con le relazioni etniche
o di classe).
2)
La cittadinanza apparentemente democratica che si
pretende di tutti è sempre
soprattutto di qualcuno, non è mai perfettamente
neutra, ma discrimina, di diritto o di fatto, in
base al genere, all'estrazione sociale, all'etnia,
alla condizione economica, e così via.
3) I criteri assunti in passato come legalmente discriminanti
(sesso, reddito, istruzione) continuano a operare
nelle democrazie contemporanee
e costituiscono barriere di
fatto all'esercizio
dei diritti politici e talvolta sociali: i fenomeni
di assenteismo
sociale da parte di gruppi emarginati non sono sempre
l'effetto "naturale" di un'apatia politica
diffusa, ma l'effetto politico della discriminazione
(Zincone 1992: 188).
4) La cittadinanza "affievolita", propria
di certi gruppi, non si spiega solo in termini di
minori dotazioni sociali, ma anche e soprattutto
attraverso la relazione di minore congruenza tra
attività e risorse degli svantaggiati, da
un lato, e regole e organizzazione sia della politica
che dello stato sociale, dall'altro (Zincone 1992:
189): ad esempio, campagne elettorali costose svalutano
l'impegno etico di chi vorrebbe partecipare e avvantaggiano
chi può spendere molto denaro, e di solito
non sono le donne né i gruppi disagiati.
Il principale fattore responsabile della cittadinanza
debole, tardiva e difficile è "l'incapsulamento
della donna in posizione subordinata nel nucleo familiare", che ne provoca
a livello culturale l'esclusione dalla cosa pubblica (Zincone
1992: 195, 216-18). È noto d'altra parte che l'ideologia liberale
ottocentesca, che pure
esaltava i diritti dell'individuo,
limitava severamente i diritti delle donne, giudicate
incapaci di autonomia, sostenendo
tra l'altro che mentre il potere politico doveva fondarsi in ultima analisi sul
consenso dei governati,
il potere familiare, per
ragioni di efficacia pratica, doveva prevedere un unico soggetto decisore, il
quale, secondo l'ordine naturale delle cose, doveva essere il maschio. Per Zincone
il caso della cittadinanza di
genere
mostra il "vero
tallone d'Achille dell'universalismo liberale": l'incapacità o la
capacità su cui si intendono fondare le gerarchie sociali e politiche
non sono legate al merito, ai talenti o all'impegno personale, sono invece indotte
o presunte.
È stato principalmente nel XX secolo (in Italia, nella seconda metà di
esso) che le donne "incapsulate" nel ruolo familiare, cui erano state
prescritte le funzioni di cura, hanno potuto scegliere tra due possibilità:
entrare "alla pari" nei mercati del lavoro e della politica (organizzati
a misura dei maschi, cioè di persone libere da funzioni di cura), e quindi
accettare di conformarsi alle regole e ai principi della cittadinanza maschile;
oppure entrarvi "protette", cioè godere di certe tutele e facilitazioni
in modo da poter conciliare la propria "preminente funzione familiare" con
quella professionale, ma confinate in mansioni in cui il costo aggiuntivo del
trattamento speciale è compensato da salari peggiori. Per Zincone si tratta
della scelta tra "assimilazionismo (ti lascio entrare quando diventi come
me) e corporatismo subordinato (ti lascio essere come sei purché tu non
voglia contare quanto me)" (Zincone 1992: 218).
Sembra essere una scelta perdente in entrambi i casi: rinunciare al proprio progetto
di vita, alla propria peculiare diversità, in nome di un'affermazione
professionale, ovvero rinunciare a una realizzazione professionale in nome della
difesa dei propri "spazi" e delle proprie prerogative. Zincone ritiene
che solo una società diversa da quella presente possa offrire una possibile
via d'uscita: una società che definisce "non ipnotica", cioè tale
che i cittadini non esauriscano le loro energie nell'attività lavorativa
e in varie forme di dopolavoro mascherato, in cui si possano delineare assetti
di vita più godibili per tutti, non solo per uno dei due sessi.
Un'altra soluzione è indicata da Martha Nussbaum con l'approccio basato
sulle "capacità fondamentali", che si richiama a Marx e
ad Aristotele per esaminare le vite reali delle donne nel loro contesto materiale
e sociale:
per Nussbaum la qualità della vita di una persona è definita dalle
sue capacità fondamentali, ovvero dalle sue possibilità (effettive:
il che implica risorse economiche, istruzione, tempo, e così via) di vivere
in modo consono alla dignità umana; è dunque sulle base di tali
capacità che si devono distinguere i benestanti dagli indigenti, i liberi dagli
asserviti. Su tale base si deve anche valutare la giustizia delle istituzioni
politiche: uno stato giusto è quello che fornisce a
tutti, cittadini e cittadine, "un certo livello fondamentale
di capacità" (Nussbaum
1999: 91; Sen 1992, Sen 2000).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
NUSSBAUM,
M., Diventare persone. Donne e universalità dei
diritti (1999), Bologna, Il Mulino 2000.
SEN, A., La diseguaglianza. Un riesame critico (1992), Bologna,
Il Mulino 1994.
SEN, A., Lo sviluppo è libertà. Perché non
c'è crescita senza democrazia, Milano, Mondadori
2000.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello stato
e le vie della società civile, Bologna, Il Mulino 1992.

(Foto: Annie Leibowitz)
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