Consideriamo
il termine lat. ciuis 'cittadino', da cui è derivato
l'astratto ciuitas, che designa propriamente
la qualità di
cittadino e, collettivamente, l'insieme dei cittadini,
la città stessa.
Ciuis è proprio del vocabolario latino,
appena rappresentato in italico; in quanto designa
il 'cittadino',
non ha corrispondente da nessun'altra parte. Vi si
avvicinano tuttavia dei termini, sanscrito e germanico,
che concordano bene per la loro forma, ma che presentano
un senso abbastanza diverso: il sanscr. seva-
'amichevole', il got. heiwafrauia che traduce
il gr. oikodespotes 'capofamiglia'.
La forma got. heiwa- corrisponde esattamente
a quelle del sanscrito e del latino. Tutte e tre presuppongono
un antico *keiwo-s, diventato in latino un
tema in -i-.
E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee
Che
cosa significa essere "buoni
cittadini", e prima ancora e più semplicemente,
che cosa significa essere "cittadini"?
Se chiediamo aiuto al dizionario, come si fa in questi
casi, alla voce "cittadino" troviamo
di norma almeno quattro significati: 1) abitante di una città, e come
tale titolare dei diritti e delle prerogative di uomo libero; 2) membro di uno
stato, per nascita o per naturalizzazione, femmina o maschio, che deve lealtà a
un governo e, reciprocamente, gode della protezione dagli atti di quel governo
nonché di un certo numero di diritti; 3) membro di una comunità ideale
(come nell'espressione "cittadino della repubblica delle lettere");
4) civile, contrapposto a soldato, agente di polizia o funzionario dello stato,
in breve, un individuo senza gli interessi o le affiliazioni di un gruppo particolare.
Simili definizioni sono plausibili, semplici e sufficientemente generali da catturare
le caratteristiche essenziali della cittadinanza in astratto, ma naturalmente
non possono darci quelle informazioni di cui avremmo bisogno per capire effettivamente
di che si tratta: non chiariscono che cosa sia precisamente una comunità,
né quali diritti o
prerogative
siano collegate
all'essere membri di una città o di uno stato; non ci dicono perché l'appartenenza a
uno stato implichi certi diritti e prerogative, benché sembri sussistere
una sorta di elementare reciprocità, per cui la fedeltà sarebbe
dovuta in cambio della protezione statale e del godimento dei diritti.
Né d'altra parte le definizioni ci dicono esattamente come,
o perché, si diventi membri di una comunità politica,
né se
tutti gli esseri umani siano necessariamente membri di una comunità politica,
e quindi titolari dei diritti ad essa collegati: in effetti su quest'ultima questione è facile
pronunciarsi, visto che gli apolidi esistono. Infine, le definizioni
ci dicono
che le cose "stanno così", ma non dicono se debbano stare
così,
ovvero non ci dicono esplicitamente – benché sembrino sottintenderlo – se
lo stato di cose descritto sia anche normale o giusto, ovvero se ci sia qualche
ragione (morale, politica, o di altra natura) perché le cose stiano così.
Sembra insomma che ogni considerazione sul tema della cittadinanza, come accade
del resto con molti termini del lessico politico, debba fare i conti sin da principio
con almeno due "registri", o livelli di discorso: da un lato il livello "empirico" e
storico (chi sono, oggi, i "cittadini" secondo le
normative vigenti, come lo sono diventati, quali processi, atti o documenti lo
hanno reso possibile,
ecc.); dall'altro, il livello "filosofico", critico, normativo (che
cos'è, in teoria o in linea di principio, un cittadino,
o meglio, chi e che cosa dovrebbe essere, in virtù di quali principi,
ecc.). È chiaro che i due discorsi sono strettamente intrecciati, e uno
rimanda continuamente all'altro: la definizione astratta, "universale",
normativa, del cittadino (quale si trova per esempio nella filosofia di Aristotele,
o di Kant) determina o quanto meno orienta la comprensione della
situazione storica
(riconosciamo i cittadini perché abbiamo già un'idea di come dovrebbero
essere), e reciprocamente le situazioni storiche forniscono la materia e la forma
per l'elaborazione teorica (la nostra idea di cittadino risulta dall'assimilazione
ed elaborazione di casi storici concreti ed eterogenei: la cittadinanza
nell'Atene
del V secolo, nella Francia dell'Ottantanove,
nell'Italia
del secondo dopoguerra, e così via). Insomma, la definizione "universale" diviene
tale attraverso la generalizzazione del particolare e la plausibilità che
ottiene agli occhi del pubblico che la adotta e la utilizza.
Ma c'è di più: questo intreccio fra l'enunciazione astratta, universale,
normativa e la realizzazione storica concreta, che accompagna ogni discorso sulla
cittadinanza rivela a ben guardare una tensione ineliminabile, addirittura una
contraddizione intrinseca. Valga per tutti il caso della Dichiarazione
dei diritti
dell'uomo e del cittadino dell'Ottantanove francese: la dichiarazione,
analogamente alle costituzioni, carte e statuti che a essa si sarebbero ispirate,
enunciava
diritti, titoli e pretese in termini universali ("tutti gli uomini", "la
nazione", ecc.), ma concepiva il campo della loro applicazione in termini
molto più ristretti (Derrida, 1984; Elster, 1993). In altre parole, mentre
il testo dichiarava che tutti devono essere liberi ed eguali, gli stessi redattori,
e gran parte dell'opinione pubblica, intendevano "universale" in senso
molto diverso da come l'avrebbero inteso pubblici successivi; ovvero, quando
si scriveva "universale" non si intendeva "caratteristico di tutti
gli esseri umani senza distinzione di genere, età, origine etnica, assetti
proprietari, grado di istruzione, cultura, religione, orientamento sessuale" (come
intende la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948) ma piuttosto "riservato
a maschi, bianchi, adulti, alfabetizzati, detentori di proprietà o di
reddito medio-alto". D'altra parte anche la Dichiarazione d'indipendenza
degli Stati Uniti asseriva l'universalità dei tre diritti fondamentali (vita, libertà,
ricerca della felicità), ma tale universalità era circoscritta
ai maschi bianchi adulti di origine europea e cultura protestante, gli ormai
celebri WASP.
L'elenco delle contraddizioni logico-politico-giuridiche è naturalmente
molto lungo: si pensi alle tradizionali esclusioni delle donne,
dei popoli extra-europei, dei nomadi, e così via. Qui ci interessa
piuttosto rilevare la tensione che alimenta ogni definizione di cittadinanza:
in teoria, o anche, de jure,
tutti gli esseri umani
sono titolari di diritti,
come recita la Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo.
Tali diritti però possono essere effettivamente esercitati e garantiti
solo da e all'interno di uno stato nazionale; in particolare, i diritti politici,
e soprattutto i diritti sociali sono
garantiti soltanto ai cittadini, non certo a tutti gli individui presenti sul
territorio
dello stato:
come le democrazie dell'antichità,
anche
quelle contemporanee
hanno i loro meteci (Walzer 1983;
Zincone 1992). È facile
riconoscere come in nome di principi e valori enunciati come universali (giustizia,
libertà,
eguaglianza, solidarietà) venga praticata un'esclusione:
i cittadini godono di certi diritti e prerogative, più o meno ampie e
allettanti a seconda dei casi, le altre persone ne sono invece escluse. Tuttavia,
proprio la dichiarata universalità dei principi che fondano la cittadinanza
rende difficile fornire una giustificazione moralmente coerente e plausibile
di tale esclusione: dal punto di vista morale non si comprende perché la
circostanza, del tutto casuale e contingente, di essere nati in Francia o in
Italia dovrebbe assicurare diritti più ampi ed estesi, quindi migliori
aspettative di vita (grazie a istruzione, lavoro, cure mediche, ecc.), dell'essere
nati in Kurdistan, Pakistan o Burkina Faso.
La questione della cittadinanza si dimostra dunque intrecciata con alcune ampie
questioni di interesse storico, giuridico, politologico, che possiamo enunciare
in forma interrogativa:
quali sono le origini e
i contenuti
del concetto moderno
di cittadinanza?
In che cosa il concetto moderno di
cittadinanza si distingue da altri analoghi concetti caratteristici di esperienze
storiche diverse?
La cittadinanza si deve concepire come appartenenza a
una comunità politica
concreta e storicamente determinata (a una nazione),
oppure
come titolo astratto
a un insieme di diritti che ogni
essere umano deve poter legittimamente
pretendere,
secondo la nota concezione della cittadinanza cosmopolitica?
In altre
parole, si può essere contemporaneamente patrioti e
cittadini del mondo, cioè si può riferire la definizione della
propria identità politica individuale a un insieme di
rappresentazioni storico-collettive particolari e nello stesso tempo sentirsi
parte di un'umanità planetaria
(che appare del resto eterogenea e male assortita)?
Infine, se è vero, come molti sostengono, che la globalizzazione dell'economia
significa anche la crisi dello Stato-nazione e dello "stato sociale",
quali istituzioni potranno in futuro garantire quei diritti di libertà,
di eguaglianza e di solidarietà che hanno orientato e regolato lo sviluppo
economico e sociale del secondo dopoguerra, per lo meno in Europa?
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
DERRIDA,
J., Otobiographies. L'enseignement de Nietzsche
et la politique du nom propre, Paris, Galilée
1984.
ELSTER, J., Argomentare e negoziare (1993), Milano,
Anabasi 1993.
WALZER, M., Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli
1987.
ZINCONE, G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello
stato e le vie della società civile, Bologna,
Il Mulino 1992.

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