In
questo senso la rivoluzione francese rese possibile
pensare l'età moderna,
ovvero, l'età moderna divenne
concepibile come "tempo nuovo" soltanto quando
tutte le aspettative iniziarono gradualmente a staccarsi
da tutte le esperienze passate: la rivoluzione dell'Ottantanove
fornì la dimostrazione storica che era possibile
una rottura radicale con le istituzioni, le tradizioni
e le ideologie ereditate. Da allora il futuro cessò di
essere percepito come una semplice variazione su un
tema già eseguito in passato (come asseriva
il motto Historia magistra vitae) e cominciò ad
essere inteso come la possibilità di accadimenti
imprevedibilmente nuovi, di eventi che eccedevano tutto
quanto era conosciuto e atteso.
Anche la nozione di cittadinanza subì una trasformazione
radicale, che certo manteneva alcuni tratti delle nozioni
classiche
(sia politica sia giuridica) ma elaborati in modo del
tutto particolare, sotto
l'azione congiunta della riflessione teorica e dei processi storici.
Sul piano delle idee, sono stati Jean Jacques Rousseau,
e dopo di lui Immanuel
Kant, a fornire una fondazione filosofica
della cittadinanza in senso moderno raccogliendo una ricca tradizione intellettuale
ispirata da Aristotele, Plutarco,
Tacito ed elaborata da Machiavelli, Harrington, Montesquieu. In particolare Rousseau
arricchì la tradizione repubblicana con
la
propria teoria democratica del consenso: il cittadino è l'individuo libero
e autonomo che partecipa alla produzione delle leggi alle quali obbedisce; nello
stato civile la libertà equivale all'obbedienza alla
legge che l'individuo ha prescritto a se stesso (Rousseau 1762: I, 8). La cittadinanza
implica un'auto-creazione
etica che può aver luogo soltanto nella comunità politica:
solo
quei cittadini che "accorrono alle assemblee" (Rousseau 1762: III,
15) possono diventare esseri liberi e giusti; la repubblica può esistere
solo se gli affari pubblici prevalgono del tutto "su quelli privati nell'animo
dei cittadini" (Rousseau 1762: III, 15), non semplicemente in virtù del
loro senso del dovere, ma anche perché i cittadini trovano gran parte
della loro felicità nell'esistenza pubblica anziché in quella privata.
In questo modo la ricerca della felicità rafforzerà la virtù morale
e politica (Walzer 1989).
Sul piano dei processi storici, la rivoluzione francese trasformò profondamente
le concezioni sociali diffuse, perché rese possibile la conquista dell'eguaglianza
politica attraverso l'istituzione della cittadinanza rivoluzionaria. Come ha
ricordato Pierre Rosanvallon, la rivoluzione proclamò l'inclusione di
tutti gli individui nel novero dei cittadini elettori (benché di fatto
molti ne furono esclusi). La rivolta contro il privilegio si combinò con
l'appropriazione collettiva della sovranità regia da parte del popolo:
di conseguenza il suffragio universale venne percepito come un diritto naturale,
non più come un privilegio del cittadino-proprietario, e la nozione di
cittadinanza venne a coincidere con quella di nazionalità, ovvero venne
a significare sia la condizione di uomo libero sia il legame sociale che univa
tutti gli eguali. A fondamento di tale nozione, secondo Rosanvallon, non era
una teoria della democrazia,
ma l'aspirazione a una società egualitaria
in senso radicale, in grado di superare definitivamente la cultura dell'assolutismo:
con l'istituzione di relazioni egualitarie e contrattuali, la cittadinanza rivoluzionaria
mirava a liberare l'individuo dal mondo della sottomissione caratteristico della
società organica,
e nello stesso tempo intendeva sostituire una nuova
entità collettiva, la nazione,
a quella ragnatela intricata di relazioni personali basate sull'obbligo e sul
privilegio che governavano i
normali rapporti
tra monarchia e sudditi. La rivoluzione francese enunciò il
programma politico, peraltro mai completamente realizzato, della nuova cultura
della cittadinanza, che prevedeva l'eguaglianza politica degli individui in luogo
della pari rappresentanza organizzata per gruppi (quella incarnata negli Stati
generali): la costituzione avrebbe assegnato a ciascun elettore il potere di
partecipare alle decisioni politiche in condizioni di eguaglianza con tutti gli
altri membri della nazione e del popolo. Lo stesso concetto di popolo mutò significato:
per molti pensatori illuministi designava ancora una delle parti del corpo politico,
quella più dipendente dai bisogni e più incline alle passioni,
ovvero la plebe, la folla irrazionale e bestiale; per i sostenitori della rivoluzione
indicava invece la totalità dei cittadini, identica con la nazione. La
cittadinanza e il suffragio
universale vennero a definire una condizione sociale, quella di un individuo
che era membro
del popolo, il
quale a sua volta aveva collettivamente sostituito il re (con alcune significative
esclusioni:
aristocratici, nullatenenti, donne,
dipendenti, ebrei).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
KOSELLECK, R., Futuro
passato. Per una semantica dei tempi storici (1979), Genova, Marietti 1986.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza. Storia
del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi 1994.
ROUSSEAU, J.-J., Il contratto sociale (1762), in J.-J.
Rousseau,
Scritti politici, a cura di P. Alatri, Torino, Utet
1970, pp. 717-843.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e
R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual
Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp.
211-219.
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