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Cittadinanza repubblicana
Che
cosa significa infatti essere fiorentino, se non essere
per natura e per legge cittadino romano, e per conseguenza
libero e non schiavo? È infatti proprio della nazione
e del sangue romano quel dono divino che si chiama libertà;
ed è tanto sua proprietà che chi smette di
essere libero non può più ragionevolmente essere
chiamato cittadino romano e neppur fiorentino. Tal dono,
tal nome glorioso, chi vorrà mai perdere, fatta
eccezione per coloro cui non importa diventare da liberi
schiavi?
[…]
Non posso credere che il mio Antonio Loschi, che ha visto
Firenze, o alcun altro, chiunque l'abbia vista, a meno
che non sia del tutto folle, possa negare che essa sia
davvero
il fiore d'Italia e la sua parte più bella. Qual città,
non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo, è più salda
nella cinta delle sue mura, più superba di palazzi,
più adorna di templi, più bella di edifizi,
più splendida di porticati, più ricca di piazze,
più lieta di ampie strade, più grande di popolo,
più gloriosa di cittadini, più inesauribile
di ricchezze, più feconda nei campi? […] Dove
uomini più illustri, e […] così insigni
per imprese, valenti nelle armi, potenti per giusti domini,
e famosi? Dove Dante, dove Petrarca, e dove Boccaccio?
C. Salutati, Inno alla libertà fiorentina
Si distinguono in Ginevra quattro ordini di persone;
i citoyens, figli di borghesi nati in città,
i quali soli possono diventare magistrati; i bourgeois, figli di
borghesi o cittadini ma nati in paese straniero, oppure stranieri
che hanno acquisito il diritto di bourgeoisie,
che può essere
conferito dal magistrato; costoro possono far parte del Conseil
Général ed anche del gran consiglio, detto
dei Deux-Cents. Gli habitants sono stranieri
ai quali il magistrato ha concesso di risiedere in città,
e che non vi hanno altra funzione. I natifs, infine, sono i figli
degli habitants; hanno qualche privilegio di più rispetto
ai padri, ma sono esclusi dal governo.
J. B. d'Alembert, "Ginevra", in Enciclopedia,
o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei
mestieri
ordinato da Diderot e d'Alembert

Coluccio
Salutati (Biblioteca Laurenziana, Firenze) |
La
nozione di "cittadinanza repubblicana" designa
allo stesso tempo l'eredità concettuale di
diverse esperienze storiche (le polis greche, la
Roma repubblicana, le libere repubbliche cittadine
fiorite in Italia tra XIV e XVI secolo) e un ideale
storico-politico più volte ripreso e rivisitato
nei secoli (da Platone, Cicerone, Machiavelli, Guicciardini,
Harrington, Rousseau, Kant,
Jefferson, Hamilton e così via).
Secondo la concezione classico-repubblicana, cittadino è chi è membro
di uno stato giusto, ovvero non dispotico, regolato da leggi che tutelano gli
interessi comuni. Lo stato, proprio in quanto "bene comune" (res
publica)
esige che i cittadini si mettano al suo servizio anteponendo i fini collettivi
al vantaggio individuale: solo così possono conservare quella libertà in
cui consistono la salute, e il vanto, della repubblica; infatti sono i cittadini
corrotti quelli che perseguono il proprio interesse a scapito dell'interesse
comune, e la corruzione genera la schiavitù (Skinner 1992: 221). I cittadini
virtuosi, d'altro canto, sono legati alla repubblica da un sentimento di amore
compassionevole: il patriottismo repubblicano romano esorta a un amor di patria
simile
all'affetto che essi provano per i familiari, i
parenti e gli amici: un amore che si esprime in
atti di servizio
(officium) e di cura per la cosa pubblica
(cultus). La pietas e la caritas […]
sono […] affetti generosi che si estendono
oltre la cerchia degli amici per abbracciare la
repubblica
e i concittadini. Per il cittadino virtuoso, la
pietà rientra
nei doveri della giustizia; indica il modo di essere
giusti verso la patria, ed è l'affetto che
muove a compiere atti di servizio e di benevolenza
per la
repubblica. (Viroli 1995: 24-25)
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La
cittadinanza repubblicana si contrappone a quella che
si può definire "cittadinanza imperiale
o liberale":
la prima è intesa come un compito, una responsabilità,
un impegno assunto con orgoglio, mentre la seconda è intesa
come una condizione, un titolo, un diritto o un insieme
di diritti goduti
in modo passivo. Per la prima concezione la
cittadinanza è il
nucleo forte della propria vita, per la seconda ne è la
cornice esterna. La prima presuppone un corpo politico
fortemente coeso, i cui membri si impegnano l'uno nei
confronti dell'altro
e nell'arena politica, dedicandosi alla legislazione
e all'amministrazione dello stato; la seconda presuppone
un corpo politico eterogeneo
e scarsamente coeso, i cui membri si impegnano nella
società civile
e intendono la cittadinanza in senso privato,
lasciando la politica a qualcun altro (Walzer 1989).
Una proposta di rivisitazione della concezione repubblicana è venuta
da Gian Enrico Rusconi, con riferimento alla situazione
italiana. In Italia, infatti,
Abbiamo
una repubblica ma non abbiamo una cultura repubblicana
che sappia ispirare uno schietto affetto per le istituzioni
democratiche. Imbarazza l'idea che si possa 'amare la repubblica'
[...]. Abbiamo perso ogni traccia di patriottismo repubblicano.
(Rusconi 1997: 7)

Francesco Guicciardini |
In
altri termini: da solo, il contratto politico democratico
non è sufficiente ad assicurare l'esistenza
dello stato; occorre un'integrazione civica e sociale
che fornisca ai cittadini le motivazioni per continuare
a vivere insieme, e agli uni le ragioni per rinunciare
a una parte del proprio benessere in favore degli
altri. In questo senso il patriottismo repubblicano
sarebbe il "sentire civile" generato dall'unione
di democrazia (il
sistema di regole universali condivise) e nazione (il
luogo storico in cui si genera il senso di comunanza e
di solidarietà). Del repubblicanesimo
classico questa concezione conserva almeno due elementi:
primo, l'idea del carattere razionale e laico del
vincolo di cittadinanza (l'attaccamento alle istituzioni
si basa sul vantaggio e sulla fiducia reciproci:
mi impegno a contribuire alla difesa dei diritti
che rivendico per me stesso, e mi attendo dagli altri
che facciano altrettanto); secondo, l'idea del carattere
non-contrattuale del vincolo di cittadinanza (l'utilità reciproca
non è sufficiente a fondare la convivenza
virtuosa: occorre un senso di condivisione storico-culturale
più profondo, che conservi l'unione anche
quando implica svantaggi per alcuni o per molti)
(Rusconi 1999: 29).
Dunque l'amor di patria e la fedeltà alla nazione sono
ancora necessari, ma per Rusconi, a differenza del repubblicanesimo classico,
vanno declinati in senso culturale e storico, non etnico o razziale: i cittadini
trovano le ragioni del loro stare insieme e il fondamento delle virtù civiche
nel riconoscimento dell'appartenenza a una storia e a una cultura
comuni, che nel caso italiano Rusconi
identifica con la storia e i valori della repubblica nata
dalla Resistenza e
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definita
dalla Costituzione del 1948. Tale
riconoscimento è il frutto di un'operazione storiografica, simile a quella
che Eric Hobsbawm definì "l'invenzione della tradizione": è stata
fatta per i grandi stati nazionali europei, presto si dovrà fare per
l'Europa.
Si tratta di
produrre
una memoria riflessiva, ricostruttiva, critica e solidale
di una vicenda storica, vissuta insieme, che
ci ha fatto nazione e ha portato alla fine alla forma politico-istituzionale
repubblicana. Gli storici professionali […] la respingono
come pretesa impossibile da soddisfare. […] Ma è un
requisito insostituibile per la ricostruzione del repubblicanesimo,
[…] per affrontare il tema dell'integrazione e dell'identità nazionale
senza gli equivoci e gli arcaismi del nazionalismo. (Rusconi
1999: 32, 30. Cfr. Habermas 1991, 1999; Viroli 1995)

Niccolò Machiavelli,
ritratto da Ridolfo del Ghirlandaio |
Contro
la proposta di una narrazione unificante e fondante
il patriottismo repubblicano Remo Bodei ha ricordato
i rischi dell'unanimismo storiografico e i possibili
pregi della "memoria divisa", e ha sottolineato
la perdita di credibilità di ogni racconto
di fondazione. Non è solo che i travagli della
nascita della Repubblica sono ormai tanto lontani
nel tempo da renderli insignificanti per l'esperienza
esistenziale delle giovani generazioni, ma è soprattutto
che il XX secolo ha spazzato via, insieme con la
fede nel progresso, anche i grandi progetti collettivi: "non
appaiono più sufficientemente plausibili né il
fine lontano per cui vale la pena sacrificare se
stessi e gli altri (l'emancipazione, il progresso,
la società senza classi), né il tormentato
percorso per arrivarvi" (Bodei 1998: 153-54;
Bodei 2002).
Massimo Cellerino, 12/02/2007 |
Riferimenti bibliografici
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Torino, Einaudi 1998.
BODEI
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HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in J. Habermas,
Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi 1992,
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PUTNAM, R. (con Leonardi, R. e Nanetti, R.Y.), La tradizione
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RUSCONI, G. E., Patria e repubblica, Bologna, Il
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RUSCONI, G. E., Possiamo fare a meno di una religione
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VIROLI M., Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo
nella storia, Roma-Bari, Laterza 1995
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr
e R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and
Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 211-219.

G.
Vasari-G. Stradano, Assedio di Firenze
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