sono
cadute sinché in fine è rimasto solo
l'individuo astratto, l'essere umano considerato
come un'entità omogenea ed eguale a tutte
le altre entità umane, e come tale titolare
di diritti. Persino
i requisiti della razionalità e
dell'autonomia morale sono stati
abbandonati, in alcuni casi: si pensi al Brasile, ove i sedicenni hanno diritto
di voto, o alle ricorrenti discussioni fra giuristi
circa l'opportunità di concedere il voto a criminali e malati di mente. Il
nocciolo, o l'"essenza",
della cittadinanza rivoluzionaria è la cittadinanza
universale,
l'astrazione filosofica che elimina tutte le differenze
rendendo tutti gli esseri umani eguali
in quanto umani, senza ulteriori determinazioni (Balibar
1991; Rosanvallon 1992; Veca 1990).
Naturalmente nel corso degli ultimi due secoli sono
state elaborate numerose altre nozioni di cittadinanza,
spesso alternative o anche opposte a questa. Da
un punto di vista storico e sociologico Brian Turner ha proposto di distinguere
quattro casi "ideal-tipici", che riassumono i diversi modi in cui la
cittadinanza è stata intesa nelle società moderne. I quattro tipi
risultano dall'applicazione di due criteri, ovvero: primo, la qualità passiva
o attiva della cittadinanza, cioè se la cittadinanza sia una conseguenza
di una trasformazione della società "dall'alto" o "dal
basso" (quindi se il cittadino sia il suddito di un'autorità assoluta
o piuttosto un agente politico che partecipa all'esercizio della sovranità);
secondo, il modo in cui è stata interpretata l'opposizione pubblico-privato,
cioè se la dimensione pubblica dell'esistenza del cittadino prevalga
sulla dimensione privata oppure no. I quattro casi-tipo sono i seguenti (Turner
1992).
1)
Concezione rivoluzionaria francese: in questo caso-tipo
la cittadinanza è conquistata "dal basso" attraverso
una lotta violenta; i sudditi diventano cittadini di
uno stato (che diviene così una nazione) che
richiede partecipazione attiva ed esige, come prescriveva
Rousseau, la distruzione di tutte le istituzioni particolari
(le cosiddette "società intermedie":
partiti, associazioni, gruppi di interesse) che potrebbero
compromettere, deviandola o indebolendola, la fedeltà dei
cittadini allo stato; nella versione giacobina il bene
pubblico esige il sacrificio assoluto dell'interesse
particolare.
2) Liberalismo inglese: la cittadinanza è passiva,
concessa dall'alto, e viene concepita come protezione
dell'individuo (e del suo ambito privato) dal rischio
di abusi da parte dello stato. Il racconto storico
della cittadinanza risale in questo caso alla "gloriosa
rivoluzione" del 1688 quando con la sconfitta
dell'assolutismo fu creato il cittadino britannico
come suddito provvisto di diritti civili
inalienabili garantiti da un re che siede in parlamento.
Nel caso inglese i diritti
individuali,
il parlamento e la legge consuetudinaria sono le basi,
oltre che gli strumenti, della lotta contro il potere
assoluto; è noto del resto come i diritti siano
stati perlopiù concepiti come diritti di proprietà,
che tramite l'esclusione della maggioranza del popolo
dalla partecipazione politica contribuirono a sostenere
una società profondamente diseguale e divisa.
Ciò che Rousseau fu per l'ideale francese fu
Edmund Burke per l'ideale inglese: secondo Burke, in
una società ben ordinata non c'è posto
per astrazioni quali l'eguaglianza e i diritti umani,
perché la società necessita di un'organizzazione
gerarchica e le interazioni fra le persone devono essere
mediate dalla proprietà; la libertà dell'individuo è meglio
servita dal suo coinvolgimento nei gruppi locali, nelle
associazioni e istituzioni particolari, che lungi dall'indebolire
lo stato ne costituiscono la forza reale e autentica
(Burke 1790). Tale concezione persistette come atteggiamento
culturale diffuso attraverso le epoche della rivoluzione
industriale e dell'impero britannico sino alla metà del
XX secolo; fu solo con le due guerre mondiali e con
le straordinarie trasformazioni economiche e sociali
da esse innescate che avvennero mutamenti significativi
dal punto di vista dei diritti politici e sociali (come
ha testimoniato T.H. Marshall).
3) Autoritarismo tedesco. In questo caso la cittadinanza è passiva,
concessa dall'alto da una fonte di potere autocratica,
e l'esistenza privata si svolge in conformità ai
valori dello stato. Il riferimento storico è naturalmente
al regime prussiano guidato da Otto von Bismarck, che
inaugurò una cultura politica in cui il cittadino è sopraffatto
dall'autorità quasi sacrale dello stato che
gli fornisce guida e assistenza (è infatti nella
Prussia di Bismarck che troviamo le prime forme di "Welfare
state", come poi sarebbe stato definito); qui
lo stato è l'unica fonte della sovranità,
la partecipazione è ridotta al minimo (una minoranza
elegge i propri rappresentanti a un parlamento privo
di vero potere), la vita familiare è lo spazio
privilegiato dello sviluppo etico personale. Le caratteristiche
peculiari dello sviluppo storico dell'area tedesca
contribuirono a formare una società civile fondata
principalmente sul commercio e gli scambi: in questo
senso, il cittadino è colui che agisce nell'arena
mercantile, dominata dall'interesse egoistico, organizzata
secondo le regole della concorrenza economica, e distinta,
da un lato, dalla famiglia (la sfera degli affetti
privati), dall'altro dallo stato (l'istituzione burocratica
che dona ordine e valori morali) (Turner 1992). Nella
cultura politica tedesca il cittadino è soprattutto
un borghese, ovvero il prodotto della città comunale
che attraverso l'educazione ha raggiunto l'incivilimento
e il dominio sulle passioni; dunque la società civile è principalmente
l'ambito del borghese, altra cosa dalla sfera
pubblica della cittadinanza attiva, che in senso proprio qui
non è mai esistita. In questa prospettiva, la
sovranità legittima è riposta nello stato
anziché nel parlamento eletto; di conseguenza,
per il privato cittadino la vera libertà consiste
nel servire lo stato anziché esercitare i propri
diritti al fine di proteggersi dallo stato (com'è noto,
la formulazione più autorevole di questa concezione
si trova nella Filosofia del diritto di G.W.F.
Hegel, per il quale gli antagonismi della società civile
verrebbero riconciliati nella superiore totalità,
etica e politica, dello stato).
4) Liberalismo americano. In questo caso la cittadinanza è attiva
nella misura in cui si basa sulla partecipazione libera
e volontaria, ma è anche caratterizzata da una
forte enfasi sui diritti individuali, identificati
principalmente con la libertà di coscienza e
con il diritto alla riservatezza, da intendersi nel
senso del "diritto alla ricerca della felicità" di
cui parla la Dichiarazione d'indipendenza.
Il caso americano combina una tradizione di democrazia
radicale (di cui furono espressione le milizie cittadine
protagoniste della lotta per l'indipendenza contro
gli inglesi) con la teoria del diritto naturale, sebbene
ciò non abbia impedito che si verificassero
(e consolidassero) forme manifeste di discriminazione,
razzismo, sfruttamento, povertà. Tale cittadinanza è esercitata
soprattutto a livello locale attraverso campagne politiche
che si svolgono in uno spazio pubblico reso pluralistico
dalla diversità delle associazioni volontarie
(organizzazioni religiose, gruppi di interesse, comunità etniche,
ordini professionali, e così via) in cui gli
individui si impegnano.
Si tratta, lo si è detto, di tipi ideali, utili
ai fini dell'analisi delle varie situazioni storiche
reali, nella quali si combinano due o più tipi,
con esiti anche molto diversi. Turner ritiene che la nozione "rivoluzionaria" di
cittadinanza segni un punto di svolta nella storia delle
democrazie occidentali: con
il trasferimento della sovranità dal corpo
del re al corpo politico dei cittadini venne creato uno spazio politico nuovo
e ampio, o meglio, nuovi spazi politici in cui la partecipazione politica
e l'appartenenza poterono crescere e prendere forma. Le neonate
democrazie di cittadini si svilupparono nei modi e nei termini dettati dallo
sviluppo storico
dello stato-nazione, che si impose definitivamente come la
principale unità dell'azione
politica; i vari stati-nazione, d'altro canto, furono a loro volta condizionati,
nella loro vicenda storica, dai modi in cui si affermarono i diversi tipi di
cittadinanza.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BALIBAR,
E., "Citizen Subject", in E.
Cadava, P. Connor e J. L. Nancy (a cura di), Who
comes after the Subject? New York-London, Routledge
1991, pp. 33-57.
BURKE, E., Riflessioni sulla Rivoluzione francese (1790), Bologna, Cappelli 1930.
CONSTANT, B., Discorso sulla libertà degli
antichi paragonata a quella dei moderni (1819) Roma,
Editori Riuniti 1992.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della
società borghese (1959), Bologna, Il Mulino
1972.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza.
Storia del suffragio universale in Francia (1992),
Milano, Anabasi 1994.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship",
in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical
Democracy. Pluralism, Citizenship, Community,
New York, Verso 1992, pp. 33-62.
VECA, S., Cittadinanza. Riflessioni filosofiche
sull'idea di emancipazione, Milano, Feltrinelli 1990.
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