dei
diritti universali dell'uomo" (Habermas
1991: 128). In
altre parole, a meno di contraddire l'eredità politica
della democrazia nella modernità,
non è possibile
(in vari sensi: morale, politico, economico) interpretare
i diritti
di cittadinanza in senso nazionalistico,
escludendo gli stranieri.
E' chiaro che il problema
esiste, e ha almeno due aspetti, uno socio-economico
e uno giuridico-culturale: per il primo aspetto, si
tratta di estendere a gruppi crescenti di individui
i benefici dello stato sociale europeo (in materia
di sanità, istruzione, lavoro, residenza, ecc.)
proprio nel momento in cui un insieme di congiunture
economiche e politiche induce i governi dei paesi dell'Unione
Europea a perseguire politiche di riduzione dei costi
delle protezioni sociali. Si potrebbe dire, parafrasando
il celebre slogan della scuola economica di Chicago,
che "non ci sono pasti gratis" per gli europei,
figurarsi per gli extra-comunitari! D'altro canto, è possibile
imparare dal passato: così come lo stato-nazione è riuscito
per decenni ad assicurare un'esistenza dignitosa e
sicura alla maggior parte degli europei, facendone
dei concittadini da estranei che
erano l'uno per l'altro, analogamente oggi, nell'epoca
della
crisi della sovranità statuale,
occorrono istituzioni sovranazionali capaci di garantire
quella "solidarietà fra estranei" che
risponde sia all'esigenza politica di integrazione
sociale (superare le barriere fra "noi" e "loro")
sia all'imperativo morale di formare una comunità basata
sull'idea dell'eliminazione della sofferenza e della
discriminazione nonché sull'inclusione degli
emarginati, dove inclusione significa "che
i confini della comunità sono
aperti a tutti: anche – e soprattutto – a
coloro che sono reciprocamente estranei e che estranei
vogliono rimanere" (Habermas 1996: 10-11).
Quanto al secondo aspetto, quello giuridico-culturale,
si può riassumere
nel problema se i diritti politici di cittadinanza spettino esclusivamente ai
titolari della stessa identità nazionale, ovvero se la comunità politica
democratica (l'appartenenza allo stesso demos, il popolo sovrano) richieda un'omogeneità etnico-culturale
(l'appartenenza a uno stesso ethnos più o meno definito: italiani, francesi,
europei, "occidentali"...) o se non possa invece edificarsi su basi
diverse. Su questo punto Jürgen Habermas si esprime in favore di un repubblicanesimo
procedurale, non etnico: egli ritiene infatti che alla democrazia non serva tanto
la "comunanza etnica" di compagni che intrattengono tra loro relazioni
personali dirette (i "fratelli d'Italia"), quanto piuttosto la "solidarietà giuridica
di cittadini" che restano reciprocamente estranei (Habermas 1996: 165).
Nell'epoca presente, una società "postnazionale" non è mantenuta
unita dal riferimento ad un sostrato unitario originario più o meno mitico
(il popolo, la nazione, l'etnia) ma dall'esistenza di una sfera
pubblica politica
cui tutti i cittadini possano avere liberamente accesso e contribuire con la
propria voce: la storia del XX secolo dimostra che la democrazia è concepibile
come un processo di apprendimento in cui la comunità dei soggetti detentori
di diritti politici si allarga continuamente, superando barriere di ceto, reddito,
genere, nascita, cultura ed etnia, sino a includere tutti coloro che sono soggetti
alla sovranità dello stato. Ora, è bensì vero che il diritto
democratico di un popolo all'autodeterminazione comprende "il diritto a
salvaguardare la propria specifica cultura politica, rappresentante il contesto
concreto dei diritti del cittadino, ma non include però il diritto a far
prevalere una privilegiata 'forma di vita' culturale" (Habermas 1996: 136).
Ciò significa che culture e modi di vita diversi possono coesistere nel
quadro della costituzione di uno stato di diritto democratico; tali forme di
vita devono in realtà parzialmente sovrapporsi in una comune cultura politica,
che sia anche aperta a stimoli provenienti da ulteriori "forme di vita".
I mezzi di comunicazione di massa hanno ormai reso possibile il fenomeno di una "sfera
pubblica mondiale" simile a quella auspicata da Kant, in cui alcuni eventi
vengono presentati simultaneamente a tutti i pubblici del globo – è accaduto
con la guerra in Vietnam, con le rivoluzioni in Europa centrale, con la guerra
del Golfo, i "primi avvenimenti cosmopolitici in senso stretto" (Habermas
1996: 136). Secondo Habermas, che qui si mostra forse troppo ottimista, si starebbe
chiudendo l'epoca in cui gli stati si trovavano reciprocamente nello "stato
di natura" descritto da Hobbes nel Leviatano, per cui nelle relazioni internazionali
vige la legge del più forte, in assenza di un'autorità legittima
e super partes in grado di garantire la pace; oggi infatti gli stati nazionali
possono ancora "dichiararsi guerra, ma hanno già perso la propria
sovranità" (Habermas 1996: 136), e devono in un modo o nell'altro
fare i conti con le proteste internazionali, le inchieste giornalistiche e le
risoluzioni dell'ONU. Starebbe allora prendendo forma uno status di "cittadinanza
cosmopolitica", continuo con quello di cittadinanza politica inteso in senso
universalistico. La possibilità di una cittadinanza "postnazionale" dipenderebbe
dunque dalla formazione di un'opinione pubblica aperta a tutti senza distinzioni
ma caratterizzata da una cultura politica basata su alcuni principi irrinunciabili
quali: (a) il rispetto delle procedure democratiche di formazione del consenso
(o quanto meno la disponibilità a negoziare un accordo su tali procedure),
(b) la salvaguardia dell'integrità dell'individuo e (c) il riconoscimento
della sua appartenenza a un gruppo culturale o etnico (Benhabib 2004).
Non mancano nella letteratura corrente altre suggestive proposte di superamento
della cittadinanza nazionale: Jacques Derrida sollecita gli europei ad
assumersi la propria responsabilità, ossia a rispondere all'appello
degli "altri", che compongono "la comunità di quelli che
non hanno comunità" (Derrida 1994: 52); Edgar Morin delinea i tratti
di una "cittadinanza planetaria" che accomunerebbe tutti gli esseri
umani, con tutte le loro irriducibili differenze, nel riconoscimento della comune
patria terrestre e delle grandi urgenze che incombono su di
essi. Con le parole
di Morin:
Si
può dire che il pianeta sia diventato una nave spaziale che
viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica,
industria,
profitto. E nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica che
gravano sulla biosfera impongono all'umanità una comunità di destino.
Così è diventata vitale la consapevolezza di questo destino planetario
che stiamo vivendo. E' diventato essenziale illuminare e concepire il caos degli
eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano
e interferiscono processi economici, politici, sociali, nazionali, etnici, mitologici,
religiosi – che tessono il nostro destino. Dobbiamo sapere chi siamo,
che cosa ci stia capitando, dove si nasconda la minaccia che dobbiamo tutti
cercare
di individuare con chiarezza. (Morin 2004: VII-VIII)
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti
bibliografici
BENHABIB,
S., "Toward a Deliberative Model
of Democratic Legitimacy", in S. Benhabib (a cura
di), Democracy and Difference. Contesting the Boundaries
of the Political, Princeton, Princeton University
Press 1996, pp. 67-94.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents
and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press
2004.
DERRIDA, J., Politiche dell'anicizia (1994), Milano,
Cortina 1995.
HABERMAS, J., "Cittadinanza politica e identità nazionale.
Riflessioni sul futuro dell'Europa" (1991), in
J. Habermas, Morale, Diritto, Politica, Torino, Einaudi
1992, pp. 105-138.
KANT, I., "Per la pace perpetua. Progetto filosofico" (1795),
in I. Kant, Scritti politici, Torino, Utet 1956, pp.
283-336.
MORIN, E., "Prefazione. Educare all'era planetaria",
in G. BOCCHI e M. CERUTI, Educazione e globalizzazione,
Milano, Cortina 2004, pp. VII-X.
MORIN, E., e KERN, A. B., Terra-Patria (1993), Milano,
Cortina 1994.
NUSSBAUM, M. et al., For Love of Country. Debating
the Limits of Patriotism, a cura di J. Cohen, Boston,
Beacon Press 1996.

Ruanda
1999: bambini fra i rifiuti in un campo profughi
(Foto: New York Times on the Web)
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