Tutte
le azioni private sono sottoposte a una sorveglianza
severa. Nulla è accordato
all'indipendenza individuale né sotto il profilo
delle opinioni, né sotto quello dell'industria,
né soprattutto sotto il profilo della religione.
[…] Terpandro non può a Sparta aggiungere
una corda alla sua lira senza che gli efori si sdegnino.
L'autorità si intromette anche nelle relazioni
più intime. Il giovane spartano non può visitare
liberamente la sua sposa. […]
Così presso gli antichi l'individuo, sovrano
quasi abitualmente negli affari pubblici, è schiavo
in tutti i suoi rapporti privati. Come cittadino
egli decide della pace e della guerra: come privato è limitato,
osservato, represso in tutti i suoi movimenti. (Constant
1819: 6-7)
In
secondo luogo la concezione greca della
cittadinanza, come accade sempre per ogni ricostruzione
storico-concettuale, è stata
oggetto di un'opera di idealizzazione e semplificazione
che ne ha messo in ombra gli aspetti più prosaici
e materiali. Non solo, com'è noto, ne erano
esclusi i residenti non-indigeni (i meteci),
le donne e
gli schiavi, ma non era neppure la realizzazione di
un progetto etico o filosofico:
Christian Meier ha affermato tra l'altro che la grande
riforma democratica del VI secolo a. C. che ad Atene
istituì l'eguaglianza dei diritti politici (isonomia)
non sarebbe stata motivata dal nobile fine di estendere
a tutti le condizioni della vita buona quanto piuttosto
dal più pragmatico bisogno dei nuovi legislatori
di costruire un consenso al proprio potere in funzione
anti-aristocratica (Meier 1988).
Dal canto suo Paul Veyne ha sostenuto che la democrazia
greca mostrava più i
tratti di un partito politico di militanti che non le virtù civiche dei
membri della repubblica ,
e che partecipare alle
giurie e votare nelle assemblee erano spesso modi in cui il popolo poteva umiliare
i nobili e i facoltosi:
per
il popolo la partecipazione politica è una
specie di questione d'onore,
un modo per affermare la propria dignità di fronte ai potenti; il popolo
ritrova la propria fierezza solo nell'ambito politico, come i secoli successivi
la ritroverà nella chiesa, entro la quale si sentirà pari ai grandi
[…] Ad Atene il popolo componeva le giurie e l'esercizio della giustizia
era un diritto civico per eccellenza [...]; che soddisfazione, per i giurati,
vedere i più ricchi umiliarsi davanti alla giurisdizione popolare!
(Veyne 1988: 88)
La
nuova forma di governo non modificava però gli equilibri
profondi: i notabili conservavano la propria potenza sociale, e insieme, quella
politica:
il popolo stesso percepiva la democrazia come l'estensione del privilegio di
governare (fino ad allora esclusivo dei ricchi), non come la realizzazione di
un diritto universale.
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
BOBBIO,
N., "Della libertà dei
moderni comparata a quella dei posteri", in
Nuovi Argomenti, 11, 1954, ora in N. Bobbio, Politica
e cultura, Torino, Einaudi 1955, pp.160-94.
BOBBIO, N., "Diritti dell'uomo e società" (1989),
in N. Bobbio, L'età dei diritti,
cit., pp. 67-86.
CONSTANT, B., Discorso sulla libertà degli
antichi paragonata a quella dei moderni (1819),
Roma, Editori Riuniti 1992.
MEIER, C., "L'identità del cittadino
e la democrazia" (1988), in C. Meier e P. Veyne,
L'identità del cittadino e la democrazia
in Grecia, Bologna, Il Mulino 1989, pp. 13-69.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è,
Milano, Rizzoli 1993.
VEYNE, P., "I Greci hanno conosciuto la democrazia?" (1988),
in C. Meier e P. Veyne, op. cit., pp. 73-107.
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