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Di
conseguenza s'ha da esaminare chi bisogna chiamare
cittadino e chi è il cittadino (polìtes).
Perché anche sul cittadino si discute
di frequente e non tutti ammettono concordemente
che cittadino sia la stessa persona [...]. Non
si devono considerare, è chiaro, quelli
che ottengono siffatto titolo di cittadino in
maniera speciale, come ad es. chi è stato
fatto cittadino: il cittadino non è cittadino
in quanto abita in un certo luogo (perché anche
i meteci e gli schiavi hanno in comune il domicilio)
né lo sono quelli che godono certi diritti
politici, sì da subire e intentare un
processo [...] quindi, come i ragazzi che per
l'età non sono ancora iscritti nelle liste
e i vecchi che sono esenti da incarichi, bisogna
sì dirli in qualche modo cittadini, ma
non in senso assoluto, giacché si deve
aggiungere che i primi non sono formati, gli
altri che hanno oltrepassato il vigore dell'età [...].
Noi cerchiamo il cittadino in senso assoluto,
senza alcuna imperfezione del genere [...]. Cittadino
in senso assoluto non è definito da altro
che dalla partecipazione alle funzioni di giudice
e alle cariche.
Aristotele, Politica, III, 1, 1275 a
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Ma
c'è una forma di comando col quale l'uomo
regge persone della stessa stirpe e libere. Questa
forma di comando noi diciamo politica e questa
deve apprendere chi comanda stando sotto il comando
altrui,
per es. a guidare la cavalleria servendo nei reparti
di cavalleria o a guidare l'esercito servendo da
soldato [...]. Perciò si dice a ragione
che non si può comandare
bene senza aver obbedito. Ora la virtù di
chi comanda e di chi obbedisce è diversa,
ma il bravo cittadino deve sapere e potere obbedire
e comandare
ed è proprio questa la virtù del
cittadino, conoscere il comando che conviene a
uomini liberi sotto
entrambi gli aspetti.
Aristotele, Politica, III, 4, 1277 b
Malgrado
fosse macedone, quindi straniero ad
Atene, quindi meteco,
ovvero escluso dai diritti della piena cittadinanza,
Aristotele ha proposto una teoria della
cittadinanza basata sulla "virtù" o "eccellenza" civica:
non sono cittadini tutti i residenti, ma soltanto coloro che sono effettivamente
in grado di realizzare una comunità politica (koinonìa)
regolata da leggi in vista del bene comune. Quindi sono cittadini coloro
che hanno
le competenze e i mezzi materiali per partecipare all'amministrazione della
giustizia, alla deliberazione delle leggi, nonché per ricoprire cariche
pubbliche. Particolarmente importante, secondo Aristotele, è l'esperienza
dell'obbedienza: per apprendere a governare uomini liberi è necessario
apprendere a essere governati, cioè a obbedire alle leggi della città.
In generale, aggiunge, l'eccellenza del cittadino è paragonabile all'eccellenza
del marinaio: come i veri marinai, ciascuno nella diversità del proprio
compito, tenderanno alla sicurezza della navigazione, così i veri
cittadini, pur nella diversità dei regimi politici, tenderanno alla
sicurezza della comunità.
Proprio in quanto fondata sull'eccellenza, ovvero su una combinazione di
cultura, talenti, esperienze, opportunità che solo gli aristocratici
potevano possedere, la cittadinanza greca si
fondava nel contempo sul lavoro di schiavi e meteci, che erano la "condizione
materiale" dell'eccellenza
o virtù civica (Walzer 1983: 54).
Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
ARISTOTELE, Politica, a cura di R. Laurenti, Bari,
Laterza 1966.
WALZER, M., Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli 1987.
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