Un
individuo diventa un rifugiato se è perseguitato,
espulso e allontanato dalla propria patria; diventa
membro di una minoranza se la maggioranza politica
dello stato dichiara che certi gruppi non appartengono
al popolo presunto 'omogeneo'; è un apolide
(stateless person) se lo stato della cui protezione
ha goduto sino a quel momento ritira tale protezione
e annulla i documenti che gli ha rilasciato; è un
profugo (displaced person) se, dopo essere stato
trasformato in un rifugiato, nel membro di una
minoranza o in un apolide, non può trovare
un altro stato che lo riconosca come proprio
membro, e rimane in uno stato di limbo, preso
fra territori, nessuno dei quali desidera averlo
come residente. (Benhabib 2004: 55)
Com'è noto,
il primo clamoroso caso di "de-nazionalizzazione" risale
ai primi decenni del XX secolo: all'indomani della
prima guerra mondiale milioni di europei furono
privati della cittadinanza per effetto della dissoluzione
dei grandi imperi ottocenteschi, soprattutto austro-ungarico
e russo, nonché in conseguenza delle rivoluzioni
in Europa orientale e meridionale, dei trattati
di pace di Versailles e dei successivi trattati
per le minoranze. Lo smembramento dei grandi imperi
produsse, da un lato, nuovi stati in cui furono
raggruppati individui appartenenti a etnie diverse
(cechi, slovacchi, ruteni, polacchi, tedeschi in
Cecoslovacchia, croati, dalmati, macedoni, sloveni,
serbi in Yugoslavia, ecc.); dall'altro, produsse
stati nazionali in cui solo un gruppo etnico egemone
(la "nazione") poteva godere di pieni
diritti di cittadinanza (polacchi in Polonia, ungheresi
in Ungheria, serbi in Yugoslavia, cechi in Cecoslovacchia),
mentre gli altri residenti costituivano "minoranze" ammesse
tramite "leggi d'eccezione" in attesa
che la loro posizione venisse definita da appositi
trattati. Si crearono così, nel giro di
pochi mesi, grandi masse di apolidi, emigrati,
rifugiati, profughi, tutti residenti sul territorio
dei nuovi stati nazionali. Il problema fu affrontato
affidandone la gestione alle autorità di
polizia, che risposero in modo sorprendentemente
simile nei diversi paesi europei, espellendo quasi
sempre gli stessi gruppi: zingari ed ebrei.
Come ha scritto Hannah Arendt, questa vicenda non solo mostra in modo
drammatico il carattere fittizio del concetto di diritti umani in assenza
di una comunità nazionale
in grado di garantirli, ma costituisce anche un punto di svolta nella
storia della politica moderna,
quando
lo stato si rivelò, anziché strumento del diritto,
strumento degli interessi nazionali, e realizzò una
delle premesse essenziali del totalitarismo: l'indifferenza nei confronti
della vita umana. Con la privazione dei diritti di cittadinanza,
intere collettività furono private del "diritto
di avere diritti", furono sospinte fuori dalla comunità politica,
cioè dall'"umanità" (il gruppo di coloro che
hanno diritto ad essere trattati come esseri umani) sotto lo sguardo
cinico delle opinioni pubbliche europee, ormai avvezze allo spettacolo
di uomini colpiti da un destino ingiusto.
Naturalmente la questione è ancora aperta. Con amara ironia, Arendt
ha notato che dopo la seconda guerra mondiale il problema dei profughi
ebrei fu risolto creando una nuova categoria di rifugiati: gli arabi
(Arendt 1951). Nel XXI secolo d'altro canto molte cose sono cambiate:
l'evoluzione delle istituzioni politiche nazionali, unita ai fenomeni
di globalizzazione,
ha fatto emergere nuove forme di cittadinanza, così che
i confini della comunità politica definiti dal sistema degli stati
nazionali non costituiscono più l'unico riferimento per il titolo
al godimento di diritti. In un mondo in cui gli stati nazionali non vogliono
o non possono più esercitare l'esclusiva del controllo territoriale,
in cui le frontiere sono diventate "porose", anche i diritti
umani affermano la loro natura cosmopolitica,
eccedendo i limiti della sovranità nazionale. Si
potrebbe addirittura sostenere che sia in atto una sorta di processo
di apprendimento politico-morale:
la stipula di convenzioni internazionali sui rifugiati (Ginevra 1951,
Protocollo aggiuntivo del 1967), la creazione della Commissione ONU per
i Rifugiati (UNHCR), del Tribunale Criminale Internazionale (1998), nonché la "decriminalizzazione" dei
movimenti migratori suggeriscono che stia prendendo forma un regime internazionale
in cui il diritto di avere diritti è inteso come "il riconoscimento
della condizione universale di persona di ogni essere umano indipendentemente
dalla sua cittadinanza nazionale"; se finora la cittadinanza nazionale
(accompagnata da identificazione culturale) è stata l'unica vera
garanzia del rispetto dei diritti umani, oggi si intravedono le avvisaglie
di "un regime internazionale che separa il diritto di avere diritti dalla
nazionalità" (Benhabib 2004: 68).
Non c'è però ancora molto spazio per l'ottimismo: se è vero
che l'art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del
'48 afferma, per tutti gli
esseri umani, il diritto di richiedere asilo, non è affatto chiaro
come si possa imporre (agli stati) l'obbligo di concedere asilo, che
rimane un privilegio degli stati sovrani. Massimo
Cellerino, 12/02/2007
Riferimenti bibliografici
ARENDT,
H., Le origini del totalitarismo (1951),
Torino, Einaudi 2004.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge,
Cambridge University Press 2004.
DE MAURO, T., Il dizionario della lingua italiana, Torino, Paravia -
Bruno Mondadori Editore 2000.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni
e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.

(Foto:
Eric Baudelaire, www.documentaire.com)
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