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SCHEDE
TESTIMONIANZE
E DOCUMENTI
LA
SHOAH DOPO LA SHOAH
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LA
PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA |
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Premessa
Durante
il corso della seconda guerra mondiale, solo il 10% dei 12 milioni
circa di deportati nei campi di concentramento creati dai nazisti
in Germania, Austria e Polonia sopravvisse: erano oppositori politici,
prigionieri di guerra, zingari ed ebrei.
Se ciò rende da un lato il termine deportazione vasto e complesso,
dall’altro è però indubbio che quanto accaduto nei Lager nazisti abbia rappresentato il fenomeno più sconvolgente e inquietante
dell’era moderna. I campi di sterminio sono stati un modello di prigionia diverso
da ogni altro, non solo per le disastrose conseguenze ma anche per la metodologia
con cui essi furono ideati e
diretti.
Non è neppure possibile dimenticare, come ha messo in evidenza Ferruccio Maruffi,
presidente della sezione torinese
dell’ANED (l’Associazione Nazionale Ex Deportati Politici), come nell’inferno
dei Lager ci furono uomini straordinari «che
sfidarono il peggio del peggio per insegnare ai più giovani coraggio e dottrina
politica. Ci furono preti che dicevano chissà come la messa, o assistevano i
morenti usando barattoli arrugginiti per il calice e il ginocchio per altare.
[…] Uomini e donne di ogni Paese impararono a convivere
in quell’inferno. Impararono ben presto a non odiare
perché ebbero subito la misura di quanto l’odio diminuisca l’uomo» [1].
Per questi motivi fra molti altri riteniamo che la sofferenza
e gli insegnamenti dei tanti che non sopravvissero alle dure condizioni di vita
dei Lager non debbano andare dispersi e che sussistano valide ragioni per riproporre
le interviste ai cittadini alessandrini reduci dai campi di concentramento nazisti,
che furono raccolte nei primi anni
Ottanta. Come ha scritto Giorgio Vecchio:
'dare un nome' a tante vittime significa infatti recuperarne
almeno a posteriori la piena dignità umana e contraddire la volontà nazista di
sostituire quei nomi con dei gelidi numeri. È un po’ l’operazione proposta con
tanta perizia da Liliana Picciotto Fargion con
la sua meritoria ricostruzione degli
elenchi di tutti i deportati ebrei italiani. [2]’
Riteniamo
che quanto più si recuperano storie, sentimenti, immagini, tanto più sia possibile contrastare i criminali progetti nazisti di
schiavizzare, attraverso un organizzato sistema concentrazionario,
migliaia di oppositori, di prigionieri di guerra e spesso di semplici cittadini
incolpevoli catturati in diversi Paesi europei.
Di fronte alla tragedia
della deportazione dall’Italia, che coinvolse tra il 1943 e il 1945 oltre un
milione di persone, il materiale (nastri e trascrizioni di interviste) conservato per tanti anni e messo gentilmente
a disposizione dall’ANED di Torino permette di ricostruire in ogni dettaglio
le
vicende occorse a tanti giovani della nostra provincia. Inoltre, la
soggettività della memorialistica consente di uscire
dalla perenne tentazione di schematizzare gli avvenimenti storici e di portarli
quasi inavvertitamente a livelli crescenti di astrattezza,
evitando anche di indulgere a generalizzazioni che, comportando l’uso di etichette
e definizioni - in questo caso quelle di ‘deportato’ e ‘reduce’ - rispondono
sì a una verità, ma al tempo stesso ci fanno perdere di vista la concretezza
e l’irripetibilità dei singoli individui. Invece, come ha evidenziato ancora
Vecchio, «occorre tenere davanti ai nostri
occhi che i perseguitati e i deportati non furono dei simboli o delle astrazioni,
ma delle persone in carne e ossa, con i propri affetti, sentimenti, paure, e
con la propria fisicità».
Le interviste qui riportate si concludono con alcuni
cenni agli anni immediatamente successivi al 1945 e al difficile ritorno a casa
dei sopravvissuti: sono solo alcuni squarci, peraltro significativi, che invitano
a confrontarsi con questo tema quasi completamente inesplorato e con l’atteggiamento
di disinteresse tenuto dai governi italiani tra la fine della Seconda Guerra e
la fondazione della Repubblica. Considerati «testimoni scomodi»
[3]
, gli alessandrini tornati [a casa] dai Lager si dovettero scontrare con
l’incredulità e spesso la malafede di chi aveva superato indenne gli anni
dell’occupazione tedesca del Paese.
Queste
diciotto interviste ci permettono di conservare la memoria di avvenimenti
molto spesso oggetto di rimozione: in tal senso vale quanto affermato da
Settimia Spizzichino, ebrea romana, unica superstite al campo di prigionia
di Auschwitz di 47 donne catturate dai nazisti
il 16 ottobre 1943 nel corso del rastrellamento nel ghetto di Roma:
‘Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io
no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza
che si chiama Auschwitz. […] Tutto questo fa parte
della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager
non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo:
devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono
tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni,
specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto,
che non è vero
[4]
.’
In
modo del tutto
analogo, le testimonianze dei reduci della provincia di Alessandria
contribuiscono a mantenere vivo ancora oggi il ricordo dei tanti alessandrini
che non fecero più ritorno perché assassinati dalle guardie tedesche o dai kapò,
o sterminati nelle «marce della morte» o, ancora, morti subito dopo la liberazione
per le malattie debilitanti contratte nei campi di concentramento e
di lavoro.
1 Quadro degli arresti e delle deportazioni in
provincia di Alessandria
1.1 La situazione in provincia dopo l’8 settembre 1943
Di
fronte alla notizia
dell’armistizio la popolazione rimase sbalordita, dal momento che si rendeva
conto, se pur non con
chiarezza, che la guerra era tutt’altro che finita; i tedeschi, invece, si dimostrarono
più preparati, in quanto i sospettosi comandi nazisti
da qualche settimana avevano dislocato nella penisola otto divisioni con il compito
di tutelare il territorio italiano, alle quali ne
aggiunsero, dopo l’8 settembre, altre sette poste sotto il supremo comando del
feldmaresciallo Kesselring. Per le truppe del Reich la zona
sud del Piemonte era importante sia perché costituiva l’immediato entroterra
della costa ligure - area che si poteva prestare ad un possibile sbarco delle
forze anglo-americane - sia in quanto vi passavano le linee di comunicazione
tra l’Austria e la Francia meridionale.
Nei primi giorni di settembre del 1943 nell’alessandrino si era già insediato
il LXXXVII corpo d’armata tedesco guidato dal generale Von Zangen,
che aveva stabilito il suo quartier generale ad Acqui Terme. L’alto ufficiale poteva contare su due divisioni
di fanteria, la 76ª e la 94ª, in precedenza impiegate sul fronte orientale e
quindi trasferite in Francia dopo esser state decimate nel corso della battaglia
di Stalingrado
[5]
. A partire dalla notte del 9 settembre le truppe tedesche, muovendosi
dalla Liguria verso l’interno, occuparono nell’ordine Ovada, Novi,
Tortona, Alessandria e Valenza Po. Alla testa della colonna marciava il III battaglione del 2° reggimento
della LSSAH, la divisione corazzata Waffen-SS «Leibstandarte Adolf Hitler»,
comandato dallo SS-Sturmbannführer (corrispondente
al grado di maggiore) Joachim Peiper, passato alla storia come il «boia» di Boves [6].
Lasciati presidi nelle varie città, i carri armati, seguiti dalla fanteria, si
diressero rapidamente verso il cuneese, ottenendo lungo la marcia anche il controllo
di Casale Monferrato. Proprio nella città monferrina dove, ancora ragazza, villeggiava coi genitori, la scrittrice Rosetta Loy fu
testimone dei tumultuosi avvenimenti di quel periodo: «un settembre pieno di luce, un sole caldo e obliquo matura l’uva lungo
i filari sulle colline». La Loy ricorda che l’8 settembre piombò addosso a lei e ai suoi cari «come un boomerang», un vero e proprio
choc provocato dalla diffusione nella tarda mattinata della notizia che le truppe
germaniche avevano già occupato Alessandria: si diceva anche che avessero presidiato
i ponti e la stazione ferroviaria ed arrestato i militari
italiani sbandati [7].
In effetti le forze armate, lasciate prive di ordini dopo la precipitosa
partenza verso il sud del re Vittorio Emanuele III, si sbandarono in poche ore.
Dagli studi di Giampaolo Pansa emerge che ad Alessandria vi fu un tentativo di resistenza
davanti alla caserma Valfré, stroncato con i cannoni:
i difensori in breve tempo si arresero, come del resto il presidio all’interno
della Cittadella. Si sparse così per le strade della città una ‘fiumana’ di militari disperati che cercavano di
rivestirsi ‘alla meglio’ con abiti civili, nella speranza di riuscire a sfuggire
ai tedeschi e di poter ritornare a casa. L’avvocato Adriano
Bianchi di Tortona, in seguito comandante di compagnia della Brigata
partigiana «Generale Perotti» operante in Valdossola, ricorda che la popolazione
‘davanti alle case, lungo le strade, parlava
e distribuiva pane, vino, minestre, svuotava gli armadi e rivestiva i passanti. [8]’
Una volta messe a
tacere le armi degli italiani, i tedeschi riuscirono ad ottenere il
totale controllo del territorio. Responsabile per il mantenimento dell’ordine
pubblico in Piemonte era il generale di brigata delle SS Willi Tensfeld,
che poteva contare su reparti di SS di stanza ad Asti e a Cuneo oltre che sull’esercito
e sulla SIPO, la polizia di sicurezza
[9]
. Per le operazioni più pericolose venivano impiegati
anche reparti di collaborazionisti azerbaigiani e turchestani, i cosiddetti «mongoli», arruolati in territorio
russo tra gli oppositori del governo sovietico. Un alessandrino testimone di
quei giorni ricorda così questi battaglioni particolarmente indisciplinati
e dediti ai saccheggi:
‘Qui abbiamo passato dei brutti momenti, [...] i mongoli
facevano quello che volevano, quante ne hanno rovinate, ragazze di 14 anni. Hanno
portato via maiali, biancheria, galline. [10]’
Nel
corso dell’autunno
si riorganizzarono anche i fascisti, che dopo la liberazione di Mussolini avevano
proceduto alla ricostituzione del partito fascista e alla frettolosa creazione
di uno Stato «nazionale e sociale», la Repubblica Sociale Italiana. I combattenti
che credevano ancora nel Duce vennero distribuiti in
molteplici formazioni: dall’esercito regolare affidato al maresciallo Graziani alla Guardia Nazionale Repubblicana - la GNR nata
dalla fusione tra la Milizia fascista, i Carabinieri e i pochi agenti della Polizia
dell’Africa Italiana (PAI) - fino alle violente Brigate Nere volute e organizzate
dal nuovo segretario del partito Pavolini. Nelle province
del basso Piemonte era presente anche la Decima Mas, guidata dal principe Junio Valerio
Borghese, convinto che «chi non ha il coraggio di portare le armi
in difesa della propria terra è e dovrà sempre essere un servo» [11].
Insomma, tornarono sulla scena i fascisti più fanatici ed estremisti, ormai compromessi
per la loro lunga militanza nelle squadre d’azione ma ancora carichi d’odio
e desiderosi di regolare ogni conto con i vecchi avversari
[12]. Ad Alessandria crearono perfino una squadra
d’azione segreta, detta «La silenziosa», il cui stemma era un teschio che,
portando l’indice scheletrico alla bocca, invitava a far silenzio: tale ‘squadraccia’ operava
come un reparto autonomo, sempre pronto a dar manforte ai camerati
delle città vicine [13].
Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 i fedeli al governo di Salò, detti in modo dispregiativo «repubblichini»,
riottennero anche il controllo degli organi di informazione, che presto divennero
ancor più animosi e battaglieri di quanto già non fossero. In ottobre tornò nelle
edicole «Il Popolo di Alessandria», bisettimanale diretto
dallo squadrista di origine genovese Gian Gaetano Cabella che
ne fece il più feroce foglio anti-partigiano del Piemonte, distribuito anche
in Lombardia, Liguria e nel piacentino [14].
Gli articoli si basavano su diffamazioni, verbosità indecente e pesanti offese personali nei confronti non solo di Badoglio, della famiglia
reale, degli antifascisti, ma anche di quei vecchi fascisti che non avevano voluto
aderire alla Repubblica Sociale, definiti «traditori» e «vili spergiuri». Nella
vicina Casale venne invece fondato un nuovo giornale, «Il lavoro casalese»,
alla cui direzione fu posto Arturo Pettenati, per anni
esponente nazionale del sindacato fascista dei cementieri [15],
il quale caratterizzò la testata con accenni fortissimi di anticapitalismo e
di
antisemitismo.
Nel corso del 1944, dopo che le truppe del Reich vennero spostate
verso la Francia in seguito allo sbarco alleato in Normandia, furono proprio
i militi della Brigata Nera e della GNR insieme agli arditi della San Marco (una
delle quattro divisioni dell’esercito della RSI che
erano state addestrate in Germania) a doversi occupare, in collaborazione con
le poche SS stanziate nel Basso Piemonte, della repressione della lotta partigiana
e dell’arresto dei nemici interni: ebrei, antifascisti e renitenti alla leva.
Con il passare dei mesi il sentimento di terrore nella
popolazione si acuì, a causa delle violenze commesse dagli schieramenti impegnati
nella guerra civile; in particolare crebbero l’indisciplina e la durezza dei
fascisti scossi e agitati dalla percezione che ormai la sconfitta per le truppe
dell’Asse era inevitabile
[16].
Un episodio tra i tanti ci permette di ricostruire il clima esasperato del tempo:
un rapporto del comando della GNR di Alessandria, in
data 14 aprile 1944, informava che due giorni prima a Villanova Monferrato
‘un gruppo di persone emise fischi all’indirizzo di elementi
della GNR che transitavano nell’abitato a bordo di un autocarro. I militi ritenendo
minaccioso l’atteggiamento della folla fecero uso delle
armi:
rimase uccisa una donna e ferito un bambino [17].’
1.2
La minaccia della deportazione
Mentre gli antifascisti
iniziavano concretamente a organizzare la resistenza
armata contro i tedeschi e i loro alleati fascisti, le condizioni della vita
quotidiana andavano sempre più peggiorando, alimentando così la volontà di rivolta
e l’odio contro l’occupante
[18]. Tali sentimenti erano aggravati dal fatto che
negli ultimi due anni di guerra le forze di occupazione
tedesca presenti nella penisola iniziarono a deportare in Germania gli
italiani ritenuti «nemici del Reich», perché colpevoli
di atti di disobbedienza e di opposizione: lo scopo era stroncare sul nascere
qualsiasi moto di ribellione o di protesta che potesse pregiudicare il controllo
del territorio. Sotto il maglio della repressione nazista finirono quasi 40.000
persone, che vennero inserite nella categoria dei ‘politici’ e
deportate: alla fine della guerra solo il 10% di esse ritornò in patria
[19].
Inoltre, nel contesto di una guerra che si faceva di
giorno in
giorno più violenta diventando fratricida e civile si collocava anche la
volontà tedesca di utilizzare l’Italia, e il nord in particolare, come sede per
uno sfruttamento economico di enormi proporzioni. Fin dal settembre del 1943
la Wehrmacht avviò una spregiudicata e ansiosa ricerca
di manodopera tramite il rastrellamento di uomini, fossero
essi operai e tecnici specializzati oppure semplici fornitori di braccia per
i lavori più umili. Era convinzione dei nazisti che sostituendo gli operai tedeschi
dell’industria bellica con lavoratori italiani, trattati come schiavi, le truppe
combattenti sarebbero state sensibilmente rafforzate. In Germania gli italiani
dovevano essere impiegati anche per servizi militari
ausiliari, ad esempio in appoggio alla contraerea e
alla Luftwaffe. Nel corso dei mesi le autorità germaniche
ricorsero a tutti gli strumenti possibili per arruolare volontari, diffondendo
volantini e istituendo nelle principali città appositi uffici,
ma presto, constatato il fallimento di tale linea, passarono a misure coercitive,
quali i rastrellamenti improvvisi in interi quartieri cittadini o la creazione
di posti di blocco [20].
Alla fine di giugno del 1944, quando a Novi Ligure si diffuse la voce che i tedeschi
intendevano portare in Germania gli operai impiegati negli stabilimenti cittadini, si
verificarono scene di vero e proprio panico: l’Ilva e le altre industrie
di Novi, Arquata e Serravalle si svuotarono nel giro di poche ore e nei giorni
che seguirono il personale si ripresentò al lavoro solo grazie all’intervento
dei dirigenti delle aziende e alle rassicurazioni del comando tedesco
[21].Il
sentimento di diffuso terrore tra la popolazione era alimentato dal fatto che
bastava una qualsiasi infrazione a un bando tedesco
o fascista per essere inclusi nelle liste dei deportati: ad esempio non avere
i documenti di identità in regola o ascoltare le trasmissioni radiofoniche alleate
(come la celeberrima «Radio Londra», che informava dell’avanzata delle truppe
anglo-americane) o addirittura essere sorpresi a viaggiare in treno o in tram
senza biglietto. A volte si poteva venire arrestati senza motivi specifici, come
accadde a Vittorio Bergamo, un salariato di umili origini
che fu catturato dalla Brigata Nera alessandrina mentre lavorava nei campi «appena
di là dal Tanaro» cioè nella zona tra Solero e Felizzano,
considerata dai nazifascisti ‘infestata
di ribelli’. Secondo
i dati raccolti da Brunello Mantelli e Cesare Manganelli i deportati dalla provincia di Alessandria furono 267, dei quali gran parte (intorno al
40% del totale) erano cittadini di religione ebraica, mentre fra gli altri 103
furono catturati tra gli antifascisti più noti, militanti nei partiti clandestini
che erano tornati ad occuparsi di attività politica dopo il 25 luglio 1943, tra
i sindacalisti che avevano organizzato gli scioperi del marzo del ‘43, tra i
primi partigiani e i loro fiancheggiatori ma anche tra i contadini o i ‘semplici’ passanti
incappati nelle retate dei nazifascisti
[22]; dei restanti, 63 furono catturati nel corso del rastrellamento
della Benedicta (di loro parleremo tra poco), mentre un discorso a parte meriterebbero
i sei IMI, gli Internati Militari Italiani, originari dell’alessandrino che finirono
nel campo di concentramento di Dora Nordhausen. Si
trattava di militari sorpresi e disarmati dai tedeschi mentre si trovavano dislocati
nelle isole dell’Egeo, in Albania o nei Balcani, che per decisione personale
di Hitler il 20 settembre del 1943 vennero dichiarati IMI, categoria che toglieva loro la qualifica
di «prigionieri di guerra» privandoli così di ogni tutela da parte della Croce
Rossa Internazionale, come invece avrebbe dovuto avvenire in base alla Convenzione
di Ginevra [23]. Il numero totale dei
soldati italiani deportati nel Reich, in Renania,
Austria e Prussia Orientale fu di 801.000 uomini: di loro, solo una minoranza
- circa 180.000 - manifestò fedeltà all’Asse e si pose effettivamente al servizio
dei nazifascisti, entrando nelle quattro divisioni dell’esercito di Salò addestrate
in Germania o addirittura arruolandosi nelle famigerate «SS Italiane». Tutti
gli altri, compresi i sei originari dell’alessandrino, preferirono la dura vita
del Lager a una tale collaborazione, fornendo quindi una testimonianza
di grande valore, al pari di quella dei partigiani in armi in Italia [24].
1.3
Il rastrellamento della Benedicta
‘In una piccola valletta, tra gli alberi di castagno si presentò al nostro
sguardo uno spettacolo ancora più impressionante. Seminate l’una vicina all’altra erano 96
croci di legno, le 96 tombe dei fucilati della Benedicta. Spettacolo commovente.
Là era una casa distrutta. Qui 96 giovani e gagliarde vite stroncate. Di case
se ne possono costruire a volontà, di vite no, purtroppo. Alle 96 mamme che piangono
inconsolabili
nessuno, quaggiù, potrà restituire i loro figli.’
Così don
Berto, Bartolomeo Ferrari,
ha descritto la sua prima visita alla cascina della Benedicta - anticamente un
convento benedettino - durante la quale venne celebrata
una messa da campo in ricordo dei partigiani fucilati dai tedeschi [25].
Sulla tragica vicenda sono state condotte approfondite ricerche e scritti diversi
saggi, tuttavia risulta necessario un richiamo per evidenziare
che il rastrellamento sul monte Tobbio - compiuto nella settimana della Pasqua del 1944 (tra
il 6 e il 10 aprile) da truppe tedesche forti di 3.000 unità, appoggiate da nuclei
di fascisti della GNR e dei bersaglieri di stanza a Bolzaneto - rappresentò un evidente esempio di osmosi tra
la lotta contro i partigiani e la ricerca di manodopera coatta. In effetti, come
ha evidenziato Giuseppe Mayda, il generale Toussaint della Militärkommandantur di Alessandria
in un suo rapporto del 13 aprile specificò che l’operazione era stata condotta
per debellare le formazioni dei «ribelli» operanti in zona e quindi per liberare
tutte le vie di comunicazioni verso la costa, ma anche con lo scopo di rastrellare «persone atte al lavoro» da inviare in Germania «per essere utilizzati come lavoratori coatti» [26].
Sul terreno rimasero 145 giovani italiani fra i diciannove e i vent’ anni,
che dopo essere stati costretti a spogliarsi di ogni effetto personale vennero
fucilati, in ottemperanza al bando emanato dal maresciallo Graziani che
prevedeva per i renitenti alla leva la pena di morte da eseguire «se
possibile, nel luogo stesso di cattura del disertore» [27].
I prigionieri furono invece 366, giovani contadini dei paesi circostanti, operai
delle fabbriche genovesi ed ex militari dell’esercito regio rifugiatisi nei boschi
attorno a Capanne di Marcarolo per sfuggire ai primi arresti. A partire dal 10
aprile i prigionieri vennero concentrati prima nel cortile
delle scuole di Voltaggio e in un secondo tempo in una ex casa di tolleranza
di Novi Ligure, Villa Rosa, circondata da filo spinato e sentinelle; in breve
fu organizzato un trasporto che il 12 aprile li caricò nella stazione di Genova
e ripartì verso nord. Dopo una sosta a Sesto San Giovanni per raccogliere una
ventina di uomini e donne (operaie arrestate per scioperi) provenienti dalle
carceri della Lombardia, il convoglio ferroviario proseguì verso il Brennero
e di lì a Mauthausen. Il 14 aprile alcuni prigionieri
riuscirono a far cadere una cartolina che recava scritto «Non pensate
a noi, stiamo bene, ciao, addio», che mani pietose recapitarono ai
genitori.
Dalle ricerche di Mantelli e Manganelli risulta che dei 191 giovani arrestati alla Benedicta e deportati
con questo convoglio ben 144 morirono nei Lager nazisti. Fra loro c’erano anche
i 63 ragazzi originari della provincia di Alessandria:
soltanto sette sopravvissero e rientrarono a casa al termine del conflitto.
Dopo questa strage i rastrellamenti ripresero nell’estate del 1944, con un intento
però prettamente militare: infatti i nazifascisti avevano
la necessità di controllare il novese - scelto come quartier generale dal maresciallo Graziani -
e i collegamenti stradali e ferroviari tra Liguria, Piemonte e Lombardia e tra
La Spezia e Savona, porti fondamentali della zona. All’inizio del mese di agosto imponenti contingenti di militi fascisti si mossero
dal piacentino e dalla riviera di Levante, come emerge anche dai notiziari della
GNR inviati quotidianamente al governo di Salò:
‘Risulta che reparti dell’esercito, divisione
Monte Rosa, oltre ad armate germaniche e probabilmente a reparti della MUTI e
qualche Brigata Nera di altre provincie, hanno iniziato da due giorni operazioni
di rastrellamento e rappresaglia nelle zone della provincia di Alessandria comprese
tra le valli Curone e Borbera [28].’
Un nuovo ciclo di
rastrellamenti venne avviato nell’ottobre del 1944 per
colpire le bande di partigiani attive tra le valli del Bormida e dell’Orba e quelle presenti nel Basso Monferrato;
al termine delle operazioni si contarono diversi morti, decine di cascinali saccheggiati
e dati alle fiamme e, purtroppo, altri giovani partigiani e ostaggi catturati
e deportati in Germania [29].
1.4
La Shoah in
provincia di Alessandria [30]
Sebbene protagonisti
di questa pubblicazione siano i tutti sopravvissuti tra quelle 166 persone deportate
dalla provincia di Alessandria perché antifascisti,
partigiani, ex militari o renitenti alla leva, tuttavia si vuole richiamare brevemente
ciò che accadde ai 101 alessandrini ebrei perseguitati perché ritenuti cittadini
di ‘categoria inferiore’ e pertanto ‘indegni’ di
vivere nelle terre del Reich e nell’Italia fascista.
A partire dagli ultimi
giorni di novembre del 1943 i questori, facendo riferimento all’ordine di polizia
n. 5 emanato durante il Congresso di Verona della RSI, cominciarono a programmare
gli arresti degli ebrei, in gran parte effettuati, come ha
evidenziato Michele Sarfatti, da reparti non specializzati della polizia ordinaria [31].
Il 1° dicembre
un milite della GNR si presentò a Valmadonna a casa
del rabbino Coen, comunicandogli che per ordine del
comando tedesco ogni sera si sarebbe dovuto recare per un controllo alla sede
cittadina delle SS: un evidente stratagemma per bloccare l’eventuale fuga dei
pochi ebrei rimasti ad Alessandria dopo l’8 settembre [32]. Nella notte del 13 i tedeschi e i fascisti
della Brigata Nera assaltarono il Tempio di via Milano,
devastandolo e rubando gli arredi sacri; con i libri dell’antica biblioteca
fu acceso un falò in piazza Rattazzi, oggi piazza della Libertà [33].
Le case degli ebrei arrestati nei primi mesi del ’44 furono occupate e i loro
beni confiscati dal Capo della provincia, su disposizione del governo di Salò. Ventisette alessandrini finirono deportati nei Lager di Auschwitz-Birkenau e Mauthausen [34].
Nella
vicina Casale Monferrato i tedeschi e gli agenti della questura ebbero
la collaborazione delle SS italiane di stanza nella cittadina, che non si fecero
alcuno scrupolo a catturare anche gli anziani e i malati, strappandoli persino
dai letti di ospedale in cui erano ricoverati
[35]
.
Anche l’antica
comunità ebraica casalese subì la devastazione del proprio Tempio, che fu spogliato degli
arredi sacri, del mobilio, anche
dei lampadari.
Scorrendo l’elenco
degli israeliti arrestati ad Acqui Terme si nota che
anche in questa zona la responsabilità della maggior parte degli arresti va addebitata
a militi italiani che così facendo distrussero la piccola comunità un tempo concentrata
nei vicoli del ghetto attorno a piazza della Bollente; altri ebrei della provincia di Alessandria
vennero invece catturati in Liguria o nelle grandi città - come Roma, Torino
e Milano - dove forse si erano trasferiti sperando di riuscire a far perdere
le
loro tracce.
Tutti furono caricati
su vagoni bestiame che, partendo dal campo di concentramento di Fossoli presso
Modena o dalla stazione Centrale di
Milano, li condussero verso i campi di sterminio.
Tra gli ebrei scampati
alla deportazione in Germania, numerosi reagirono alle violenze dei nazifascisti
andando ad ingrossare le fila delle formazioni partigiane, soprattutto di quelle
di «Giustizia e Libertà» [36];
altri ricevettero aiuti e rifugi sicuri da amici e vicini di casa ‘ariani’, da
contadini delusi dal regime che gli aveva strappato i figli per farli combattere
in Russia o da sacerdoti.
Ad Alessandria don
Giovanni Battista Lucarini, della congregazione degli Orionini,
che negli anni Quaranta resse la chiesetta di San Rocco, nascose in canonica
due ebrei stranieri, madre e figlio, travestendoli da prete e da suora. Ogni
giorno i due lo aiutavano a servir messa, pur senza ricevere mai i sacramenti
e parlando il meno possibile, tra lo stupore dei parrocchiani [37]. A Serravalle Scrivia
la signora Bruni Cartasegna, allora impiegata all’Ufficio
Anagrafe del Comune, distrusse le liste del censimento ed avvertì una famiglia di ebrei
dell’imminente arresto da parte dei tedeschi [38]; nelle
colline del Monferrato casalese Giuseppe Brusasca,
antifascista legato alla Democrazia Cristiana, organizzò una vera e propria rete
di nascondigli in collaborazione con il CLNAI, con il vescovo di Casale monsignor
Angrisani e con diversi parroci di campagna, riuscendo anche a stringere contatti
con Angelo Donati, animatore del «Comitato di soccorso
dei deportati politici e razziali italiani», organizzazione operante a Losanna,
in Svizzera [39].
La
solidarietà dei ‘giusti’ piemontesi non valse purtroppo a salvare dalla pressoché totale
cancellazione le comunità ebraiche da secoli presenti nel
territorio alessandrino.
2 Nei campi di concentramento nazisti
a. I trasporti
Il trasferimento
dei 267 alessandrini rastrellati verso il Reich si
svolse secondo modalità particolarmente brutali, sulle
quali concordano tutte le testimonianze scritte e orali lasciate dai malcapitati
protagonisti. Partigiani, ebrei e militari sbandati subirono la medesima sorte,
finendo tutti stipati in carri ferroviari adibiti al trasporto del bestiame
che venivano ermeticamente chiusi dall’esterno: gelidi
d’inverno, soffocanti d’estate, i vagoni risultavano essi stessi strumenti
di morte. Molti deportati giunsero cadaveri o fuori di senno, poiché l’incertezza
sulla propria sorte, la mancanza di viveri e acqua e l’impossibilità di soddisfare
liberamente le proprie esigenze corporali resero durissimi questi viaggi. A
causa della difficoltà nell’organizzazione delle partenze e della mancanza
cronica di materiale rotabile (i treni servivano principalmente per spostare
truppe, armi e mezzi), le autorità naziste facenti capo all’Ufficio IV B4 del
RSHA (Ufficio centrale della sicurezza del Reich) cercavano di riempire i convogli con il maggior numero
di persone, anche 50 o 70 stipate in un vagone merci. Per ogni trasporto veniva redatta
una lista con l’elenco dei viaggiatori completo di cognome, nome, data e luogo
di nascita, che veniva consegnata al momento della partenza al capo-scorta;
sino al confine del Brennero erano i militi delle Brigate Nere o i Carabinieri
a vigilare sui treni, salvo poi lasciarli in consegna in territorio tedesco
alle SS.
Si è già detto
che
i 63 giovani arrestati durante le operazioni di rastrellamento alla Benedicta furono caricati
su un treno in partenza dalla stazione ferroviaria di Genova; gli ebrei invece
transitarono dal campo
di raccolta di Fossoli, nelle vicinanze di Carpi, in
provincia di Modena. Si trattava di un campo di concentramento fascista per prigionieri
di guerra che dall’inizio del ’44 era passato
sotto la diretta responsabilità dei tedeschi, i quali lo avevano diviso
in due parti circondate da reticolati destinate l’una agli antifascisti,
l’altra ai prigionieri razziali.
Invece per la maggior
parte degli ex deportati alessandrini intervistati il viaggio verso la
Germania ebbe inizio dalle carceri «Nuove» di Torino, dove essi furono
rinchiusi subito dopo l’arresto. Costruito nella seconda metà del 1800 in
base a uno schema a ‘doppia croce’ (una struttura centrale dalla quale
si dipartono i bracci che ospitano le celle), il penitenziario torinese divenne
tristemente noto per il cibo scarso e immangiabile, per i miasmi, le pulci e
i pidocchi provocati dalla mancanza di igiene, oltre che per i duri interrogatori
e le inumane torture perpetrate dai carcerieri nazifascisti. Quando si raggiungeva
un numero sufficiente di prigionieri veniva organizzato un nuovo convoglio, fatto
partire dalla stazione di Porta Nuova a Torino e avviato verso il campo di transito
di Bolzano-Gries, che dal luglio del 1944 aveva sostituito
quello di Fossoli, divenuto insicuro per l’avanzata
da sud degli anglo-americani. Edificato su un’area di due ettari
e pronto ad accogliere sino a 1.500 persone, il campo era gestito dalle
SS e sorvegliato da una guarnigione di sud-tirolesi (italiani di nascita, ma
fedeli a Hitler) e collaborazionisti ucraini, tristemente
ricordati per il loro sadismo. Di qui passarono circa 12.000 deportati italiani; dopo un periodo di breve
attesa quelli alessandrini non ebrei vennero smistati
in campi di concentramento e di lavoro [40].
b. I KL destinazione degli alessandrini [41]
Cesare Manganelli
e Brunello Mantelli che per primi si sono occupati della
deportazione dalla provincia di Alessandria, hanno messo in evidenza che in presenza
di una scarsa documentazione non sempre è stato possibile individuare i KL [Konzentrationslager, campi di concentramento] in cui i deportati
dell’Alessandrino furono trasportati. […] Solo in pochi casi abbiamo potuto ricostruire
l’intero percorso del deportato [42].
Inoltre
i prigionieri venivano spesso spostati da KL a KL, o
dal campo centrale ai sottocampi di lavoro (fabbriche o aziende agricole che
impiegavano la manodopera coatta). Tuttavia è possibile
almeno indicare i Lager in cui gli alessandrini furono immatricolati [43].
· Buchenwald
La costruzione delle
baracche del campo, utilizzando il legno della foresta di Ettersberg - la preferita da Goethe - iniziò nel 1937. Soltanto nel corso dei lavori di
costruzione del Lager morirono più di 10.000 internati.
Situato nei pressi di Weimar, nella Germania centro
orientale, Buchenwald venne adibito a campo di ‘rieducazione’ e come tale accolse
prima intellettuali e personalità politiche considerate «nemiche del Reich», poi dal 1943 militari italiani; vi si accedeva attraverso
un cancello in ferro battuto alla cui sommità erano impresse le parole «Jedem das Seine», «a
ciascuno il suo». La gestione era affidata ai cosiddetti «triangoli verdi», cioè delinquenti comuni tedeschi, che si accanirono nei confronti
dei loro compagni di prigionia; oltre che per le botte, gli stenti, il freddo
e la fame si moriva soprattutto per il pesante lavoro nei circa 130 sottocampi
sparsi nella zona circostante. I deportati erano impiegati in cave di pietra,
nella fabbrica di armamenti DAW (di proprietà di ufficiali
delle SS) e in quella per componenti aeronautici della ditta Gustloff.
Queste installazioni industriali vennero distrutte da un forte bombardamento aereo alleato,
nella notte del 24 agosto 1944; durante l’incursione morì anche la principessa
Mafalda di Savoia, arrestata e deportata dai tedeschi dopo l’Armistizio.Il numero
totale dei prigionieri passati per questo Lager è di circa 240.000 unità; i morti
furono 50-60.000, anche se la presenza tra i prigionieri di numerosi dirigenti
politici d’opposizione favorì la creazione di legami di forte solidarietà tra
i deportati, grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli [44].
· Dachau
Si tratta del primo
campo di concentramento istituito dal regime nazista, nella primavera del 1933,
poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Derivato dal recupero degli
edifici di una fabbrica di munizioni abbandonata, presto
divenne un «campo modello», in cui si tentava di «rieducare» gli oppositori del
nazismo con violenze e lavoro coatto, ma che doveva anche servire all’addestramento
per le Waffen SS della compagnia detta delle «teste
di morto» (portavano sul berretto un teschio con le tibie incrociate). Coloro
che si ribellavano alla dura vita concentrazionaria subivano la pena
del Bunker, cioè venivano incatenati e chiusi in cubicoli di cm. 60 x 60, senza
luce né acqua. Dachau fu anche sede di folli esperimenti pseudo-scientifici,
come quelli di simulazione di alta quota servendosi
di una camera di decompressione, richiesti dalla Luttwaffe,
o ancora i test di nuovi prodotti farmaceutici, che costarono la vita a centinaia
di prigionieri [45]. Gli uffici amministrativi del Lager
registrarono, dal 1933 al 1945, più di 200.000 presenze; i decessi probabilmente
si aggirarono attorno ai 45.000 morti [46].
·
Dora
Situato
sulle colline
dell’Harz, nei pressi della città di Nordhaunsen, originariamente era un sottocampo di Buchenwald, poi nell’estate del ‘44 venne ingrandito
dopo che i bombardieri alleati rasero al suolo la base aerospaziale di Peenemünde dove
si producevano i missili progettati dallo scienziato von Braun [47].
Nel 1944 a Dora furono così costruiti due tunnel della lunghezza di 1.800 metri,
larghi 12 metri e alti 8 metri, collegati da un sistema di gallerie minori (una
cinquantina) e serviti da una rete ferroviaria interna a scartamento ridotto.
I prigionieri che erano adibiti alla produzione dei missili V1 e V2 [48] vivevano sottoterra, dormendo in ‘alveari’ di
cuccette, costruiti all’interno dei tunnel; erano costretti a lavorare dalle
12 alle 16 ore al giorno, con turni massacranti, dandosi il cambio senza vedere
la luce del giorno; tuttavia alcuni prigionieri riuscirono ad organizzare un
movimento di resistenza interna, sabotando i componenti dei razzi. Per chi veniva scoperto la punizione era la pubblica impiccagione.
Nel giro di un anno lavorarono nelle gallerie più di 60.000 persone. Il numero
di morti accertate è di 20.000 [49]. Oggi del campo di Dora
non resta che l’edificio del crematorio, con i forni dove i tedeschi bruciavano
i cadaveri dei prigionieri deceduti, diventato un piccolo museo che ospita fotografie,
documenti e anche i disegni realizzati
da Carlo Slama, uno dei sopravvissuti.
·
Flossembürg
A nord ovest di Norimberga,
tra le montagne attorno a Beyreuth, culla della musica wagneriana, Himmler ordinò l’erezione
di una Lager che impiegasse manodopera coatta nelle
cave di pietra e nelle miniere per l’estrazione di oli minerali presenti in zona.
Nel 1944 all’interno del Lager venne anche impiantato uno stabilimento sotterraneo
della BMW dove si producevano motori per mezzi corazzati. I ritmi di lavoro erano
micidiali, aggravati dall’acuto freddo e dalla mancanza di installazioni
igieniche minimali. Chi non era in grado di reggere
il lavoro veniva sbrigativamente ucciso con una iniezione di fenolo al cuore [50].
Grazie alla manodopera coatta le imprese controllate dalle SS che gestivano questo
campo di lavoro riuscirono ad impiantare una attività redditizia: è stato
calcolato che, soltanto nel corso del 1943, le cave di granito registrarono un
volume di affari attorno ai 9 miliardi di
marchi del tempo.
·
GrossRosen
L’ubicazione
del
campo di Gross Rosen, nella Germania orientale non lontano dal Lager di Sachsenhausen e dalla città di Breslau (Wroclaw),
venne fissata dalla ditta DEST (Deutsche Erd und Steinwerke Gmbh) che aveva in appalto
lo sfruttamento di cave di pietra nella zona e che intendeva ‘affittare’ dalle
SS manodopera a basso costo (il compenso non giungeva ai prigionieri, ma veniva
versato all’Ufficio centrale dell’amministrazione e dell’economia delle SS a
Berlino). Anche le celebri acciaierie Krupp e il colosso chimico IG Farben (presente
con uno stabilimento anche ad Auschwitz) non si lasciarono
sfuggire l’affare, costringendo i deportati a pesanti
turni di lavoro. Il numero giornaliero dei morti era così elevato che le autorità naziste
richiesero alla ditta Topf & Sohne di Erfurt l’installazione di un crematorio a quattro bocche,
per l’eliminazione delle spoglie delle vittime. Su un totale di 120.000 prigionieri,
le morti accertate furono circa 40.000. I soldati russi che il 5 maggio del 1945
raggiunsero e liberarono il campo non trovarono che
un piccolo numero di superstiti.
·
Mauthausen
Il
Lager fu eretto
nell’agosto del 1938 non lontano dalla città di Linz, appena cinque mesi dopo
l’Anschluss, utilizzando strutture precedentemente usate dall’esercito austriaco per concentrare
i prigionieri della Prima guerra mondiale. Inizialmente venne destinato a oppositori austriaci e tedeschi, ma nel
marzo del ’40 ricevette il primo convoglio di stranieri, prigionieri di guerra
polacchi; in totale nel corso della guerra vi passarono 200.000 prigionieri,
40.000 dei quali ebrei e circa 8.000 italiani. Chi sopravviveva alle pessime
condizioni di vita causate dal sovraffollamento e dalle frequenti epidemie di tifo veniva impiegato nelle cave di granito, appartenenti
anch’esse alla DEST che intendeva sfruttarle per costruire i giganteschi monumenti
progettati dal Fuhrer per le città del Reich, o nelle
officine aeronautiche dove si producevano i pezzi dei bombardieri. Periodicamente,
come ad Auschwitz, i medici delle SS tenevano selezioni:
chi risultava inabile al lavoro veniva messo a morte
nella camera a gas. Mauthausen fu anche il quartier generale
dell’operazione Aktion T4, il cosiddetto «programma eutanasia», ovvero l’uccisione
di malati mentali o di portatori di handicap. Le esecuzioni avvenivano nel castello
di Hartheim. Il numero di decessi accertati nel Lager
austriaco è di 120.000 unità [51].
Anche dopo la liberazione gli ex internati continuarono
a morire per la fame e le malattie: tra maggio e giugno ne
morirono 2.500.
· Natzweiler
Eretto
nel 1941 nell’Alsazia
Lorena, regione della Francia orientale a su ovest di
Strasburgo, il campo e i suoi 75 sottocampi dipendenti erano circondati da un
paesaggio dolcissimo, di boschi e colline. Le baracche furono erette su una collina
che dominava una grande vallata, nei pressi di una cava.Qui
erano destinati soprattutto i partigiani francesi e gli avversari politici destinati
a scomparire in base all’operazione «Nacht und Nebel» («Notte
e nebbia»), ma vi finirono anche alcuni italiani. Anche in questo Lager vennero condotti esperimenti per accertare gli effetti del
tifo petecchiale e di altre malattie infettive; i corpi delle ‘cavie’ umane decedute
venivano poi inviati all’Istituto di Anatomia dell’Università di Strasburgo per
essere studiati. Il campo era dotato anche di una piccola camera a gas. Verso
la fine del 1944 le SS scoprirono un movimento di resistenza
clandestino tra i prigionieri, denominato «Alliance»; 200 promotori, in gran parte francesi, furono
impiccati. Il numero totale di prigionieri passati per il Lager in terra francese è di
44.600, mentre le morti accertate furono almeno 17.000.
c. Le
condizioni di vita nei Lager
Appena scesi dai
treni, i deportati alessandrini dovettero superare alcune procedure di ingresso per accedere nei Lager, la prima delle quali consisteva
nella spoliazione degli abiti civili, dei documenti di identità e degli oggetti
che si erano portati con sé nel viaggio di deportazione. Tutti gli effetti personali venivano raccolti
e ammassati in depositi, senza che venisse data alcuna ricevuta ai prigionieri,
i quali venivano poi avviati agli uffici dell’accettazione dove subivano una
completa rasatura, traumatica non solo per la frettolosità dei
barbieri ma anche per gli strumenti non affilati. Seguiva la doccia, attesa con
ansia da tutti dopo il lungo viaggio estenuante, ma resa anch’essa
un’esperienza dolorosa dalla crudeltà delle guardie che alternavano acque gelida a getti bollenti.
Sotto i colpi, le
urla e gli spintoni degli aguzzini tedeschi i prigionieri
passavano in uno stanzone dove veniva loro distribuito a casaccio il vestiario
del campo e zoccoli in legno o vecchie scarpe riciclate con i numeri che spesso
non combaciavano. Dal momento che dai primi mesi del 1943 non erano più disponibili
le divise a righe, vista la penuria di tessuti, agli italiani
generalmente fu imposto di indossare abiti civili, contrassegnati da segni
distintivi (per gli ebrei c’era una stella gialla, per i sinti-rom un
triangolo marrone, per i ‘politici’ un triangolo rosso, e così via, secondo diversi
colori). Dato che i Lager mancavano di lavanderie i
vestiti dovevano essere indossati per giorni, talvolta per mesi, riempiendosi
di pidocchi ed
emanando cattivo odore.
Tutte queste operazioni
avvenivano in ambienti non riscaldati ed esposti a fredde correnti d’aria. Seguiva
l’immatricolazione consistente nella registrazione, da parte di detenuti impiegati,
dei dati dei nuovi arrivati; le liste così ottenute erano custodite negli uffici
amministrativi dei campi e servivano per fare giornalmente il conteggio dei prigionieri
ai quali veniva assegnato un numero di matricola che
da quel momento in poi avrebbe sostituito
il nome.
Una
volta superato un breve periodo di isolamento, una quarantena imposta
dal timore che si diffondessero malattie infettive, i prigionieri venivano assegnati
a una baracca, iniziando a sperimentare il sovraffollamento, la promiscuità,
l’impossibilità dell’igiene personale e il dolore di essere separati dalle proprie
famiglie e case.
Nei campi di concentramento
ogni attività era condotta in base ai comandi dei Kapò (in gran parte prigionieri
politici tedeschi o polacchi, ormai reclusi da anni) e delle SS addette alla
sorveglianza (che avevano potere di vita o di morte sui
detenuti), urlati in tedesco; chi non capiva o non li eseguiva rapidamente rischiava
bastonate e punizioni. Per di più gli italiani, considerati «traditori», si trovarono
relegati all’ultimo posto nella graduatoria interna ai campi, dopo i prigionieri
di guerra russi.
La giornata tipo
iniziava alle quattro del mattino con la sveglia e l’appello, durante il quale
i detenuti dovevano restare impettiti, in fila per dieci, attendendo, magari
al freddo e per ore, di essere contati dai sorveglianti. Poi si andava a lavorare,
divisi in gruppetti (Arbeitskommando), sino alle 17,
con soltanto una pausa di mezz’ora per mangiare; alle 21 dopo
che veniva ordinato il coprifuoco tutti si buttavano
esausti sulle cuccette di legno, ognuna delle quali ospitava tre persone. Il
vitto, del tutto insufficiente, era costituito da brodaglia con rape o altra
verdura, accompagnata da una fetta di pane al giorno;
ben presto gli internati si dovettero adattare a rovistare tra i rifiuti o a
nutrirsi perfino delle bucce di patata. Di conseguenza il cibo costituiva la
preoccupazione costante dei prigionieri che soffrivano di fame cronica, aggravata
dalle calorie spese durante i duri turni di lavoro [52].
Chi si ribellava
a queste infernali condizioni di vita o, peggio, veniva scoperto a sabotare la produzione industriale, incorreva
in pene severissime che andavano da 25 frustate alla reclusione nei cosiddetti «canili»,
cellette verticali dove non ci si poteva nemmeno stendere, sino a giungere
all’impiccagione o alla camera a gas.
Circa 45.000 internati
italiani scomparvero nei lager, i più per inedia o per malattia, essendo il tifo
e la tubercolosi piuttosto diffusi e le cure pressoché inesistenti; tanti altri
per fame, brutalità e incidenti sul lavoro [53].
Con l’avvicinarsi
da ovest delle truppe anglo-americane e da est dell’Armata Rossa, i nazisti
decisero l’evacuazione dei Lager, cercando così di nascondere le prove dei
loro misfatti. Migliaia di prigionieri, ormai debilitati, vennero fatti uscire dai campi incolonnati e costretti ad
avviarsi a piedi verso l’interno della Germania. Gli storici le hanno definite
le «marce della morte», dal momento che le SS, nonostante la sconfitta fosse
imminente, uccidevano senza pietà i ritardatari o coloro
che tentavano la fuga. Poiché non veniva distribuito
più cibo, una gran parte dei deportati, infreddolita e affamata, morì durante
quei viaggi di trasferimento, lasciandosi cadere in mezzo alla folla in movimento.
Probabilmente morirono tra le 9.000 e le 15.000 persone, tanto che le strade
della Germania interessate delle marce furono disseminate da migliaia di corpi
di prigionieri fucilati o morti di sfinimento.
d.
Il difficile ritorno dei sopravvissuti
Come ha raccontato Primo
Levi ne La tregua [54] per
molti deportati il rientro in patria fu rocambolesco e avventuroso: i pochi
sopravvissuti desideravano rivedere le loro case e le famiglie, ma quali furono
le loro impressioni e le reazioni una volta usciti dai Lager? Quale fu l’accoglienza
loro riservata nella ‘nuova’ Italia, che si avviava ad essere una
Repubblica?
Abbandonati nella
Germania occupata dagli alleati e dai russi, guardati con diffidenza dal
governo Parri che li riteneva legati al passato regime
fascista – dal momento che, logicamente, la lontananza forzata
dall’Italia aveva impedito loro di vivere in prima persona la lotta partigiana
- per tornare a casa i reduci si trovarono di fronte a problemi gravosi, come
la quasi totale distruzione delle vie di comunicazione, la mancanza di cibo e
soprattutto la carenza di assistenza sanitaria.
Il Paese, poi, non
era preparato ad accoglierli, visto che nessuna elaborazione
di eventi storici così prossimi, terribili e in parte non del tutto noti, era
ancora stata possibile. Inoltre, come emerge dalle testimonianze
riportate, molti sopravvissuti non ritrovarono la casa (distrutta dai bombardamenti
o saccheggiata dai fascisti) né la famiglia, o la ritrovarono decimata, e neppure
le loro condizioni di salute migliorarono. Fu difficile anche reinserirsi nel
vecchio posto di lavoro o, peggio ancora, rimettersi a studiare; ci si dovette
arrangiare e ricominciare a lottare per costruirsi una vita. Scarsi, quasi nulli,
furono gli aiuti da parte statale, ma, come ha scritto Guido Quazza, ancor più dolorosa
fu l’incomprensione della gente, dal momento che i più non volevano ascoltare: infatti la società italiana appena uscita dalla guerra
voleva soltanto dimenticare, mentre i tragici racconti degli ex deportati erano
troppo angoscianti da udire e forse ‘schiaccianti’ per la cattiva coscienza
di coloro che negli ultimi due anni di guerra si erano nascosti senza agire,
o magari
avevano approfittato della ‘borsa nera’ o erano rimasti fedeli al Duce.
Inoltre, in pochi erano disposti a credere ai racconti
sui campi di concentramento, le camere a gas e i forni crematori, nonostante
iniziassero a circolare i primi filmati realizzati dalle truppe anglo-americane
che avevano liberato Dachau e Bergen Belsen.
Molti sopravvissuti,
che quando si trovavano prigionieri avevano sognato un’accoglienza festosa
con la banda musicale e la festa di paese, si chiusero in sé stessi, delusi
per l’indifferenza e l’incredulità che li circondava. Un ex deportato ha affermato
che:
per molti
anni è come se la gente non avesse avuto voglia di stare a sentire gli ex prigionieri,
come se il
Paese volesse dimenticare tutto e in fretta [56].
Effettivamente,
come ha evidenziato Carlo Sommaruga ,
In
Italia si è scritto
poco sull’internamento e ciò in buona parte a causa del ‘silenzio
dei reduci’, e ancora meno si è studiato e scritto sul ‘dopo il campo di concentramento’ [57].
Alcuni ex deportati dovettero
ingaggiare vere e proprie ‘battaglie’ a colpi di carta bollata con l’apparato
burocratico per farsi riconoscere il diritto alla pensione, altri soffrirono per
anni delle malattie contratte durante la prigionia o per le conseguenze della
denutrizione o delle botte subite [58]. In pochi si interessarono
ai loro casi: tra questi Giuseppe Brusasca, divenuto
senatore della Repubblica, che però si lamentò spesso con amarezza della solitudine
in cui venne lasciato dalla classe politica [59].
Eppure «nelle
notte feroci» dei Lager il sogno dei deportati era quello di «tornare,
mangiare, raccontare»
[60], un desiderio che col tempo si è trasformato in un impegno costante
per il presente, quello di tener vivi il ricordo dei compagni morti nei campi
di concentramento e la testimonianza di quanto è accaduto solo sessanta anni
fa,
perché non si ripeta mai più.
2
Le
interviste agli ex deportati dalla provincia di Alessandria
La
celebrazione del «Giorno
della memoria» ha come scopo quello di invitare la popolazione a ricordare e
riflettere sul proprio passato e a trasmettere alle nuove generazioni la memoria
di ciò che è accaduto. In tal senso, come ha affermato l’ex Capo dello Stato
Sandro Pertini, bisogna ricordare le deportazioni nei
Lager perché esse non sono state originate da un momento di ‘bestialità’ ma da
un vero e proprio progetto
culturale, che ha coinvolto popolazioni intere:
È difficile per i
giovani comprendere quanto noi stessi, ancora oggi, nel ripercorrere le cifre
dell’immane ecatombe, torniamo sbigottiti a interrogarci
su come sia potuta accadere nel cuore dell’Europa moderna questa spaventosa barbarie. È perciò più che
mai necessario ricordare non solo per i milioni di fratelli stritolati nell’infernale
macchina di morte, ma per noi stessi. Per i giovani d’oggi, per le generazioni
che verranno, il rischio non è purtroppo scomparso, sepolto per sempre accanto
al mostro nazista [61].
Con questo intento
sono state di seguito raccolte le testimonianze degli alessandrini deportati
e sopravvissuti ai Lager: si tratta di interviste che insieme ad altre 200, erano
state raccolte nei primi anni Ottanta da studiosi, giovani ricercatori e collaboratori
dell’ANED del
Piemonte, tra i quali Brunello Mantelli, Cesare Manganelli e Federico Cereja. Parte del materiale, selezionato e ridotto, era stato utilizzato nel corso dei lavori del convegno internazionale
su Il dovere di
testimoniare, tenutosi a Torino nell’ottobre del 1983. Gli atti di detto
convegno vennero in seguito pubblicati a cura di Federico Cereja e
Brunello Mantelli, con il titolo di La deportazione nei
campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze [62].
Anna Bravo e Daniele Jalla,
con la collaborazione di Anna Maria Bruzzone e di altri
storici piemontesi, ripresero l’intera mole di documentazione da cui ricavarono
l’antologia La vita offesa, rivolta
soprattutto ai giovani affinché potessero «ascoltare dalla viva voce la parola
degli ex deportati» [63].
Copie dei testi
delle interviste rilasciate dai sopravvissuti del Piemonte, battuti a macchina
o registrati su audiocassette, sono conservati presso l’archivio dell’ANED
di Torino [64]; non essendo possibile
riprodurli per intero, si è preferito isolare frammenti che contribuissero alla
leggibilità del volume, ma che soprattutto permettessero al lettore di rendersi
conto di quale fosse il sistema poliziesco creato nell’Italia del Nord e nella
nostra provincia dai nazifascisti e soprattutto di cosa sia stata la vita nei
campi di
concentramento in Germania.
I brani qui presentati
sono dunque tratti (e parzialmente riadattati, per renderli più leggibili)
dalle interviste orali, con le loro sospensioni, ripetizioni, espressioni
tratte dal dialetto, vocaboli tedeschi storpiati. A livello storiografico le
testimonianze qui riprodotte sono di valore e di livello diversi, visto che a
partire dall’8 settembre 1943 vennero arrestate e deportate persone di ceto, cultura e idee
politiche differenti: intellettuali, contadini e operai, partigiani e povera
gente rastrellata per caso nei campi o lungo la strada.
Tuttavia,
come ha scritto Primo Levi nella prefazione a La vita offesa,
i racconti
sono sostanzialmente concordi su alcuni temi essenziali. […] C’è dappertutto,
descritto con ingenuità o con sorprendente forza espressiva, il trauma dello straniamento, del sentirsi sradicati: il treno sigillato
(altro elemento immancabile tanto da diventare il simbolo stesso della deportazione)
ti strappa bruscamente dal tuo ambiente, clima, famiglia, paese, mestiere, lingua,
amicizie, e ti proietta in un ambiente alieno, estraneo, incomprensibile, ostile:
talvolta il deportato non sa neppure in quale angolo d’Europa è approdato. È il
Lager, il KL: termini nuovi per lui, mai prima sentiti. In qualche modo, è il
mondo alla rovescia, dove l’onestà e la mitezza vengono punite,
e premiate la violenza, la delazione e la frode [65].
I
deportati più ‘svegli’ riuscirono ad adattarsi,
cercando quotidianamente espedienti per sopravvivere, altri cercarono di
farsene una ragione e di reagire, magari trovando un aiuto nella fede religiosa
o nella solidarietà dei compagni, soprattutto degli stranieri, uniti in una
lotta resistenziale fatta di rifiuti e sabotaggi.
I racconti, come evidenzia
ancora Levi, divergono anche sul ‘dopo’, dal momento che tra i sopravvissuti
alcuni al rientro ritrovarono gli affetti e il lavoro intatti, senza incappare
in delusioni o problemi, mentre altri, rimasti soli, dovettero ricostruirsi
una nuova vita, provando per anni gli incubi causati dalle sofferenze e dalle
violenze patite nei Lager.
Tutti i sopravvissuti
intervistati sembrano accomunati dal desiderio di raccontare, che è vissuto
da loro non soltanto come uno sfogo liberatorio dopo anni di silenzio, ma
soprattutto come un obbligo morale e civile formatosi nei giorni trascorsi
rinchiusi tra i reticolati dei KL: mettere in guardia le nuove generazioni
perché vigilino affinché certi orrori non abbiano più a ripetersi e smentire
così le SS che erano solite ripetere ai prigionieri che «anche se sopravviverete,
nessuno vi crederà».
B. MANTELLI, Il Terzo Reich in
provincia di Alessandria, in AA.VV., Alessandria dal fascismo alla Repubblica,
a cura di R. BOTTA e G. CANESTRI, Stamperia Ugo Boccassi,
Alessandria 1995, pp. 75-76; cfr. anche G. PANSA, Guerra partigiana tra
Genova e il Po, Laterza, Roma-Bari 1998,
1ª ediz. 1967, p. 17.
R. LOY, La parola ebreo, Einaudi, Torino 1997, pp. 117-118.
L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia (1943-1945),
Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 85; si veda
anche B. MANTELLI, Il Terzo Reich in provincia di Alessandria,
in AA.VV., Alessandria dal fascismo
alla Repubblica, a cura di
R. BOTTA e G. CANESTRI, cit., p. 79 e E. COLLOTI, Le carte
dell’amministrazione militare tedesca relative al Piemonte, in AA.VV., Una storia di tutti. Prigionieri,
internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, a cura di G. ROCHAT, Franco Angeli,
Milano 1989, pp. 99-124.
AA.VV., La
provincia di Alessandria in guerra e nella Resistenza, a cura di R.
BOTTA-G. SUBBRERO, cit., p. 36.
L’industria del cemento
fu a lungo la produzione più feconda dell’economia monferrina, tanto che
negli anni Quaranta Casale era all’avanguardia in Italia in questo settore.
Si veda anche R. ZANGRANDI, Il lungo
viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli,
Milano 1962.
A volte i rastrellamenti
potevano avvenire anche nelle città, come nel caso di Casale Monferrato
dove nei primi giorni di dicembre del 1943 l’UPI della GNR
istituì posti di blocco nelle vie del centro, riuscendo ad arrestare 13
giovani renitenti alla leva, che si erano nascosti presso parenti o amici. AFM, fondo Notiziari della
Guardia Nazionale Repubblicana, notiziari del 14 dicembre 1943 e del
30 agosto 1944, categ. Promemoria per il Duce e il comandante della GNR.
Dal momento che protagonisti
di questo volume sono i deportati non ebrei, si omette la descrizione di Auschwitz-Birkenau,
che insieme ai Lager di Treblinka, Sobibòr, Majdanek e Chelmno in Polonia, fu uno dei «campi di sterminio» dove
i nazisti misero in pratica la «soluzione finale del problema ebraico».
Visto il grado di efficienza raggiunto nelle uccisioni
di massa per mezzo delle camere a gas, il lager di Auschwitz II-Birkenau è stato definito dagli storici la «fabbrica della
morte». Per uno studio più approfondito si veda il cd-rom Destinazione Auschwitz,
a cura del CDEC, Proedi, Milano 2001.
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