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GIORNO DELLA MEMORIA 2004 - I deportati alessandrini nei lager nazisti. 18 testimonianze di superstiti  
 


Una testimonianza

Quarta di copertina


Che cos'è la giornata della memoria

SHOAH, DEPORTAZIONI, PERSECUZIONI

SCHEDE

TESTIMONIANZE E DOCUMENTI

LA SHOAH DOPO LA SHOAH

LA PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA
 

Premessa

Durante il corso della seconda guerra mondiale, solo il 10% dei 12 milioni circa di deportati nei campi di concentramento creati dai nazisti in Germania, Austria e Polonia sopravvisse: erano oppositori politici, prigionieri di guerra, zingari ed ebrei. Se ciò rende da un lato il termine deportazione vasto e complesso, dall’altro è però indubbio che quanto accaduto nei Lager nazisti abbia rappresentato il fenomeno più sconvolgente e inquietante dell’era moderna. I campi di sterminio sono stati un modello di prigionia diverso da ogni altro, non solo per le disastrose conseguenze ma anche per la metodologia con cui essi furono ideati e diretti.
Non è neppure possibile dimenticare, come ha messo in evidenza Ferruccio Maruffi, presidente della sezione torinese dell’ANED (l’Associazione Nazionale Ex Deportati Politici), come nell’inferno dei Lager ci furono uomini straordinari «che sfidarono il peggio del peggio per insegnare ai più giovani coraggio e dottrina politica. Ci furono preti che dicevano chissà come la messa, o assistevano i morenti usando barattoli arrugginiti per il calice e il ginocchio per altare. […] Uomini e donne di ogni Paese impararono a convivere in quell’inferno. Impararono ben presto a non odiare perché ebbero subito la misura di quanto l’odio diminuisca l’uomo» [1].

Per questi motivi fra molti altri riteniamo che la sofferenza e gli insegnamenti dei tanti che non sopravvissero alle dure condizioni di vita dei Lager non debbano andare dispersi e che sussistano valide ragioni per riproporre le interviste ai cittadini alessandrini reduci dai campi di concentramento nazisti, che furono raccolte nei primi anni Ottanta. Come ha scritto Giorgio Vecchio:

 'dare un nome' a tante vittime significa infatti recuperarne almeno a posteriori la piena dignità umana e contraddire la volontà nazista di sostituire quei nomi con dei gelidi numeri. È un po’ l’operazione proposta con tanta perizia da Liliana Picciotto Fargion con la sua meritoria ricostruzione degli elenchi di tutti i deportati ebrei italiani. [2]

Riteniamo che quanto più si recuperano storie, sentimenti, immagini, tanto più sia possibile contrastare i criminali progetti nazisti di schiavizzare, attraverso un organizzato sistema concentrazionario, migliaia di oppositori, di prigionieri di guerra e spesso di semplici cittadini incolpevoli catturati in diversi Paesi europei.

Di fronte alla tragedia della deportazione dall’Italia, che coinvolse tra il 1943 e il 1945 oltre un milione di persone, il materiale (nastri e trascrizioni di interviste) conservato per tanti anni e messo gentilmente a disposizione dall’ANED di Torino permette di ricostruire in ogni dettaglio le vicende occorse a tanti giovani della nostra provincia. Inoltre, la soggettività della memorialistica consente di uscire dalla perenne tentazione di schematizzare gli avvenimenti storici e di portarli quasi inavvertitamente a livelli crescenti di astrattezza, evitando anche di indulgere a generalizzazioni che, comportando l’uso di etichette e definizioni - in questo caso quelle di ‘deportato’ e ‘reduce’ - rispondono sì a una verità, ma al tempo stesso ci fanno perdere di vista la concretezza e l’irripetibilità dei singoli individui. Invece, come ha evidenziato ancora Vecchio, «occorre tenere davanti ai nostri occhi che i perseguitati e i deportati non furono dei simboli o delle astrazioni, ma delle persone in carne e ossa, con i propri affetti, sentimenti, paure, e con la propria fisicità».
Le interviste qui riportate si concludono con alcuni cenni agli anni immediatamente successivi al 1945 e al difficile ritorno a casa dei sopravvissuti: sono solo alcuni squarci, peraltro significativi, che invitano a confrontarsi con questo tema quasi completamente inesplorato e con l’atteggiamento di disinteresse tenuto dai governi italiani tra la fine della Seconda Guerra e la fondazione della Repubblica. Considerati «testimoni scomodi» [3] , gli alessandrini tornati [a casa] dai Lager si dovettero scontrare con l’incredulità e spesso la malafede di chi aveva superato indenne gli anni dell’occupazione tedesca del Paese.

Queste diciotto interviste ci permettono di conservare la memoria di avvenimenti molto spesso oggetto di rimozione: in tal senso vale quanto affermato da Settimia Spizzichino, ebrea romana, unica superstite al campo di prigionia di Auschwitz di 47 donne catturate dai nazisti il 16 ottobre 1943 nel corso del rastrellamento nel ghetto di Roma:

‘Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz. […] Tutto questo fa parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero [4] .

In modo del tutto analogo, le testimonianze dei reduci della provincia di Alessandria contribuiscono a mantenere vivo ancora oggi il ricordo dei tanti alessandrini che non fecero più ritorno perché assassinati dalle guardie tedesche o dai kapò, o sterminati nelle «marce della morte» o, ancora, morti subito dopo la liberazione per le malattie debilitanti contratte nei campi di concentramento e di lavoro.

 

1  Quadro degli arresti e delle deportazioni in provincia di Alessandria

1.1  La situazione in provincia dopo l’8 settembre 1943

 Di fronte alla notizia dell’armistizio la popolazione rimase sbalordita, dal momento che si rendeva conto, se pur non con chiarezza, che la guerra era tutt’altro che finita; i tedeschi, invece, si dimostrarono più preparati, in quanto i sospettosi comandi nazisti da qualche settimana avevano dislocato nella penisola otto divisioni con il compito di tutelare il territorio italiano, alle quali ne aggiunsero, dopo l’8 settembre, altre sette poste sotto il supremo comando del feldmaresciallo Kesselring. Per le truppe del Reich la zona sud del Piemonte era importante sia perché costituiva l’immediato entroterra della costa ligure - area che si poteva prestare ad un possibile sbarco delle forze anglo-americane - sia in quanto vi passavano le linee di comunicazione tra l’Austria e la Francia meridionale.
Nei primi giorni di settembre del 1943 nell’alessandrino si era già insediato il LXXXVII corpo d’armata tedesco guidato dal generale Von Zangen, che aveva stabilito il suo quartier generale ad Acqui Terme. L’alto ufficiale poteva contare su due divisioni di fanteria, la 76ª e la 94ª, in precedenza impiegate sul fronte orientale e quindi trasferite in Francia dopo esser state decimate nel corso della battaglia di Stalingrado [5] . A partire dalla notte del 9 settembre le truppe tedesche, muovendosi dalla Liguria verso l’interno, occuparono nell’ordine Ovada, Novi, Tortona, Alessandria e Valenza Po. Alla testa della colonna  marciava il III battaglione del 2° reggimento della LSSAH, la divisione corazzata Waffen-SS «Leibstandarte Adolf Hitler», comandato dallo SS-Sturmbannführer (corrispondente al grado di maggiore) Joachim Peiper, passato alla storia come il «boia» di Boves [6].

Lasciati presidi nelle varie città, i carri armati, seguiti dalla fanteria, si diressero rapidamente verso il cuneese, ottenendo lungo la marcia anche il controllo di Casale Monferrato. Proprio nella città monferrina dove, ancora ragazza, villeggiava coi genitori, la scrittrice Rosetta Loy fu testimone dei tumultuosi avvenimenti di quel periodo: «un settembre pieno di luce, un sole caldo e obliquo matura l’uva lungo i filari sulle colline». La Loy ricorda che l’8 settembre piombò addosso a lei e ai suoi cari «come un boomerang», un vero e proprio choc provocato dalla diffusione nella tarda mattinata della notizia che le truppe germaniche avevano già occupato Alessandria: si diceva anche che avessero presidiato i ponti e la stazione ferroviaria ed arrestato i militari italiani sbandati [7].

In effetti
le forze armate, lasciate prive di ordini dopo la precipitosa partenza verso il sud del re Vittorio Emanuele III, si sbandarono in poche ore. Dagli studi di Giampaolo Pansa emerge che ad Alessandria vi fu un tentativo di resistenza davanti alla caserma Valfré, stroncato con i cannoni: i difensori in breve tempo si arresero, come del resto il presidio all’interno della Cittadella. Si sparse così per le strade della città una ‘fiumana’ di militari disperati che cercavano di rivestirsi ‘alla meglio’ con abiti civili, nella speranza di riuscire a sfuggire ai tedeschi e di poter ritornare a casa. L’avvocato Adriano Bianchi di Tortona, in seguito comandante di compagnia della Brigata partigiana «Generale Perotti» operante in Valdossola, ricorda che la popolazione

 ‘davanti alle case, lungo le strade, parlava e distribuiva pane, vino, minestre, svuotava gli armadi e rivestiva i passanti. [8]

 Una volta messe a tacere le armi degli italiani, i tedeschi riuscirono ad ottenere il totale controllo del territorio. Responsabile per il mantenimento dell’ordine pubblico in Piemonte era il generale di brigata delle SS Willi Tensfeld, che poteva contare su reparti di SS di stanza ad Asti e a Cuneo oltre che sull’esercito e sulla SIPO, la polizia di sicurezza [9] . Per le operazioni più pericolose venivano impiegati anche reparti di collaborazionisti azerbaigiani e turchestani, i cosiddetti «mongoli», arruolati in territorio russo tra gli oppositori del governo sovietico. Un alessandrino testimone di quei giorni ricorda così questi battaglioni particolarmente indisciplinati e dediti ai saccheggi:

 ‘Qui abbiamo passato dei brutti momenti, [...] i mongoli facevano quello che volevano, quante ne hanno rovinate, ragazze di 14 anni. Hanno portato via maiali, biancheria, galline. [10]

 Nel corso dell’autunno si riorganizzarono anche i fascisti, che dopo la liberazione di Mussolini avevano proceduto alla ricostituzione del partito fascista e alla frettolosa creazione di uno Stato «nazionale e sociale», la Repubblica Sociale Italiana. I combattenti che credevano ancora nel Duce vennero distribuiti in molteplici formazioni: dall’esercito regolare affidato al maresciallo Graziani alla Guardia Nazionale Repubblicana - la GNR nata dalla fusione tra la Milizia fascista, i Carabinieri e i pochi agenti della Polizia dell’Africa Italiana (PAI) - fino alle violente Brigate Nere volute e organizzate dal nuovo segretario del partito Pavolini. Nelle province del basso Piemonte era presente anche la Decima Mas, guidata dal principe Junio Valerio Borghese, convinto che «chi non ha il coraggio di portare le armi in difesa della propria terra è e dovrà sempre essere un servo» [11]. Insomma, tornarono sulla scena i fascisti più fanatici ed estremisti, ormai compromessi per la loro lunga militanza nelle squadre d’azione ma ancora carichi d’odio e desiderosi di regolare ogni conto con i vecchi avversari [12]. Ad Alessandria crearono perfino una squadra d’azione segreta, detta «La silenziosa», il cui stemma era un teschio che, portando l’indice scheletrico alla bocca, invitava a far silenzio: tale ‘squadraccia’ operava come un reparto autonomo, sempre pronto a dar manforte ai camerati delle città vicine [13].
Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 i fedeli al governo di Salò, detti in modo dispregiativo «repubblichini», riottennero anche il controllo degli organi di informazione, che presto divennero ancor più animosi e battaglieri di quanto già non fossero. In ottobre tornò nelle edicole «Il Popolo di Alessandria», bisettimanale diretto dallo squadrista di origine genovese Gian Gaetano Cabella che ne fece il più feroce foglio anti-partigiano del Piemonte, distribuito anche in Lombardia, Liguria e nel piacentino [14]. Gli articoli si basavano su diffamazioni, verbosità indecente e pesanti offese personali nei confronti non solo di Badoglio, della famiglia reale, degli antifascisti, ma anche di quei vecchi fascisti che non avevano voluto aderire alla Repubblica Sociale, definiti «traditori» e «vili spergiuri». Nella vicina Casale venne invece fondato un nuovo giornale, «Il lavoro casalese», alla cui direzione fu posto Arturo Pettenati, per anni esponente nazionale del sindacato fascista dei cementieri [15], il quale caratterizzò la testata con accenni fortissimi di anticapitalismo e di antisemitismo.

Nel corso del 1944, dopo che le truppe del Reich vennero spostate verso la Francia in seguito allo sbarco alleato in Normandia, furono proprio i militi della Brigata Nera e della GNR insieme agli arditi della San Marco (una delle quattro divisioni dell’esercito della RSI che erano state addestrate in Germania) a doversi occupare, in collaborazione con le poche SS stanziate nel Basso Piemonte, della repressione della lotta partigiana e dell’arresto dei nemici interni: ebrei, antifascisti e renitenti alla leva. Con il passare dei mesi il sentimento di terrore nella popolazione si acuì, a causa delle violenze commesse dagli schieramenti impegnati nella guerra civile; in particolare crebbero l’indisciplina e la durezza dei fascisti scossi e agitati dalla percezione che ormai la sconfitta per le truppe dell’Asse era inevitabile
[16]. Un episodio tra i tanti ci permette di ricostruire il clima esasperato del tempo: un rapporto del comando della GNR di Alessandria, in data 14 aprile 1944, informava che due giorni prima a Villanova Monferrato

 ‘un gruppo di persone emise fischi all’indirizzo di elementi della GNR che transitavano nell’abitato a bordo di un autocarro. I militi ritenendo minaccioso l’atteggiamento della folla fecero uso delle armi: rimase uccisa una donna e ferito un bambino [17].’

 

1.2   La minaccia della deportazione

 Mentre gli antifascisti iniziavano concretamente a organizzare la resistenza armata contro i tedeschi e i loro alleati fascisti, le condizioni della vita quotidiana andavano sempre più peggiorando, alimentando così la volontà di rivolta e l’odio contro l’occupante [18]. Tali sentimenti erano aggravati dal fatto che negli ultimi due anni di guerra le forze di occupazione tedesca presenti nella penisola iniziarono a deportare in Germania  gli italiani ritenuti «nemici del Reich», perché colpevoli di atti di disobbedienza e di opposizione: lo scopo era stroncare sul nascere qualsiasi moto di ribellione o di protesta che potesse pregiudicare il controllo del territorio. Sotto il maglio della repressione nazista finirono quasi 40.000 persone, che vennero inserite nella categoria dei ‘politici’ e deportate: alla fine della guerra solo il 10% di esse ritornò in patria [19].
Inoltre, nel contesto di una guerra che si faceva di giorno in giorno più violenta diventando fratricida e civile si collocava anche la volontà tedesca di utilizzare l’Italia, e il nord in particolare, come sede per uno sfruttamento economico di enormi proporzioni. Fin dal settembre del 1943 la Wehrmacht avviò una spregiudicata e ansiosa ricerca di manodopera tramite il rastrellamento di uomini, fossero essi operai e tecnici specializzati oppure semplici fornitori di braccia per i lavori più umili. Era convinzione dei nazisti che sostituendo gli operai tedeschi dell’industria bellica con lavoratori italiani, trattati come schiavi, le truppe combattenti sarebbero state sensibilmente rafforzate. In Germania gli italiani dovevano essere impiegati anche per servizi militari ausiliari, ad esempio in appoggio alla contraerea e alla Luftwaffe. Nel corso dei mesi le autorità germaniche ricorsero a tutti gli strumenti possibili per arruolare volontari, diffondendo volantini e istituendo nelle principali città appositi uffici, ma presto, constatato il fallimento di tale linea, passarono a misure coercitive, quali i rastrellamenti improvvisi in interi quartieri cittadini o la creazione di posti di blocco [20].

Alla fine di giugno del 1944, quando a Novi Ligure si diffuse la voce che i tedeschi intendevano portare in Germania gli operai impiegati negli stabilimenti cittadini, si verificarono scene di vero e proprio panico: l’Ilva e le altre industrie di Novi, Arquata e Serravalle si svuotarono nel giro di poche ore e nei giorni che seguirono il personale si ripresentò al lavoro solo grazie all’intervento dei dirigenti delle aziende e alle rassicurazioni del comando tedesco [21].
Il sentimento di diffuso terrore tra la popolazione era alimentato dal fatto che bastava una qualsiasi infrazione a un bando tedesco o fascista per essere inclusi nelle liste dei deportati: ad esempio non avere i documenti di identità in regola o ascoltare le trasmissioni radiofoniche alleate (come la celeberrima «Radio Londra», che informava dell’avanzata delle truppe anglo-americane) o addirittura essere sorpresi a viaggiare in treno o in tram senza biglietto. A volte si poteva venire arrestati senza motivi specifici, come accadde a Vittorio Bergamo, un salariato di umili origini che fu catturato dalla Brigata Nera alessandrina mentre lavorava nei campi «appena di là dal Tanaro» cioè nella zona tra Solero e Felizzano, considerata dai nazifascisti ‘infestata di ribelli’. Secondo i dati raccolti da Brunello Mantelli e Cesare Manganelli i deportati dalla provincia di Alessandria  furono 267, dei quali gran parte (intorno al 40% del totale) erano cittadini di religione ebraica, mentre fra gli altri 103 furono catturati tra gli antifascisti più noti, militanti nei partiti clandestini che erano tornati ad occuparsi di attività politica dopo il 25 luglio 1943, tra i sindacalisti che avevano organizzato gli scioperi del marzo del ‘43, tra i primi partigiani e i loro fiancheggiatori ma anche tra i contadini o i ‘semplici’ passanti incappati nelle retate dei nazifascisti [22]; dei restanti, 63 furono catturati nel corso del rastrellamento della Benedicta (di loro parleremo tra poco), mentre un discorso a parte meriterebbero i sei IMI, gli Internati Militari Italiani, originari dell’alessandrino che finirono nel campo di concentramento di Dora Nordhausen. Si trattava di militari sorpresi e disarmati dai tedeschi mentre si trovavano dislocati nelle isole dell’Egeo, in Albania o nei Balcani, che per decisione personale di Hitler il 20 settembre del 1943 vennero dichiarati IMI, categoria che toglieva loro la qualifica di «prigionieri di guerra» privandoli così di ogni tutela da parte della Croce Rossa Internazionale, come invece avrebbe dovuto avvenire in base alla Convenzione di Ginevra [23]. Il numero totale dei soldati italiani deportati nel Reich, in Renania, Austria e Prussia Orientale fu di 801.000 uomini: di loro, solo una minoranza - circa 180.000 - manifestò fedeltà all’Asse e si pose effettivamente al servizio dei nazifascisti, entrando nelle quattro divisioni dell’esercito di Salò addestrate in Germania o addirittura arruolandosi nelle famigerate «SS Italiane». Tutti gli altri, compresi i sei originari dell’alessandrino, preferirono la dura vita del Lager a una tale collaborazione, fornendo quindi una testimonianza di grande valore, al pari di quella dei partigiani in armi in Italia [24].

 

1.3   Il rastrellamento della Benedicta

 ‘In una piccola valletta, tra gli alberi di castagno si presentò al nostro sguardo uno spettacolo ancora più impressionante. Seminate l’una vicina all’altra erano 96 croci di legno, le 96 tombe dei fucilati della Benedicta. Spettacolo commovente. Là era una casa distrutta. Qui 96 giovani e gagliarde vite stroncate. Di case se ne possono costruire a volontà, di vite no, purtroppo. Alle 96 mamme che piangono inconsolabili nessuno, quaggiù, potrà restituire i loro figli.

 Così don Berto, Bartolomeo Ferrari, ha descritto la sua prima visita alla cascina della Benedicta - anticamente un convento benedettino - durante la quale venne celebrata una messa da campo in ricordo dei partigiani fucilati dai tedeschi [25].
Sulla tragica vicenda sono state condotte approfondite ricerche e scritti diversi saggi, tuttavia risulta necessario un richiamo per evidenziare che il rastrellamento sul monte Tobbio - compiuto nella settimana della Pasqua del 1944 (tra il 6 e il 10 aprile) da truppe tedesche forti di 3.000 unità, appoggiate da nuclei di fascisti della GNR e dei bersaglieri di stanza a Bolzaneto - rappresentò un evidente esempio di osmosi tra la lotta contro i partigiani e la ricerca di manodopera coatta. In effetti, come ha evidenziato Giuseppe Mayda, il generale Toussaint della Militärkommandantur di Alessandria in un suo rapporto del 13 aprile specificò che l’operazione era stata condotta per debellare le formazioni dei «ribelli» operanti in zona e quindi per liberare tutte le vie di comunicazioni verso la costa, ma anche con lo scopo di rastrellare «persone atte al lavoro» da inviare in Germania «per essere utilizzati come lavoratori coatti» [26].

Sul terreno rimasero 145 giovani italiani fra i diciannove e i vent’ anni, che dopo essere stati costretti a spogliarsi di ogni effetto personale vennero fucilati, in ottemperanza al bando emanato dal maresciallo Graziani che prevedeva per i renitenti alla leva la pena di morte da eseguire «se possibile, nel luogo stesso di cattura del disertore» [27]. I prigionieri furono invece 366, giovani contadini dei paesi circostanti, operai delle fabbriche genovesi ed ex militari dell’esercito regio rifugiatisi nei boschi attorno a Capanne di Marcarolo per sfuggire ai primi arresti. A partire dal 10 aprile i prigionieri vennero concentrati prima nel cortile delle scuole di Voltaggio e in un secondo tempo in una ex casa di tolleranza di Novi Ligure, Villa Rosa, circondata da filo spinato e sentinelle; in breve fu organizzato un trasporto che il 12 aprile li caricò nella stazione di Genova e ripartì verso nord. Dopo una sosta a Sesto San Giovanni per raccogliere una ventina di uomini e donne (operaie arrestate per scioperi) provenienti dalle carceri della Lombardia, il convoglio ferroviario proseguì verso il Brennero e di lì a Mauthausen. Il 14 aprile alcuni prigionieri riuscirono a far cadere una cartolina che recava scritto «Non pensate a noi, stiamo bene, ciao, addio», che mani pietose recapitarono ai genitori.

Dalle ricerche di Mantelli e Manganelli risulta che dei 191 giovani arrestati alla Benedicta e deportati con questo convoglio ben 144 morirono nei Lager nazisti. Fra loro c’erano anche i 63 ragazzi originari della provincia di Alessandria: soltanto sette sopravvissero e rientrarono a casa al termine del conflitto.

Dopo questa strage i rastrellamenti ripresero nell’estate del 1944, con un intento però prettamente militare: infatti i nazifascisti avevano la necessità di controllare il novese - scelto come quartier generale dal maresciallo Graziani - e i collegamenti stradali e ferroviari tra Liguria, Piemonte e Lombardia e tra La Spezia e Savona, porti fondamentali della zona. All’inizio del mese di agosto imponenti contingenti di militi fascisti si mossero dal piacentino e dalla riviera di Levante, come emerge anche dai notiziari della GNR inviati quotidianamente al governo di Salò:

 Risulta che reparti dell’esercito, divisione Monte Rosa, oltre ad armate germaniche e probabilmente a reparti della MUTI e qualche Brigata Nera di altre provincie, hanno iniziato da due giorni operazioni di rastrellamento e rappresaglia nelle zone della provincia di Alessandria comprese tra le valli Curone e Borbera [28].

 Un nuovo ciclo di rastrellamenti venne avviato nell’ottobre del 1944 per colpire le bande di partigiani attive tra le valli del Bormida e dell’Orba e quelle presenti nel Basso Monferrato; al termine delle operazioni si contarono diversi morti, decine di cascinali saccheggiati e dati alle fiamme e, purtroppo, altri giovani partigiani e ostaggi catturati e deportati in Germania [29].

 

1.4   La Shoah in provincia di Alessandria [30]

 Sebbene protagonisti di questa pubblicazione siano i tutti sopravvissuti tra quelle 166 persone deportate dalla provincia di Alessandria perché antifascisti, partigiani, ex militari o renitenti alla leva, tuttavia si vuole richiamare brevemente ciò che accadde ai 101 alessandrini ebrei perseguitati perché ritenuti cittadini di ‘categoria inferiore’ e pertanto ‘indegni’ di vivere nelle terre del Reich e nell’Italia fascista.
A partire dagli ultimi giorni di novembre del 1943 i questori, facendo riferimento all’ordine di polizia n. 5 emanato durante il Congresso di Verona della RSI, cominciarono a programmare gli arresti degli ebrei, in gran parte effettuati, come ha evidenziato Michele Sarfatti, da reparti non specializzati della polizia ordinaria [31].
Il 1° dicembre un milite della GNR si presentò a Valmadonna a casa del rabbino Coen, comunicandogli che per ordine del comando tedesco ogni sera si sarebbe dovuto recare per un controllo alla sede cittadina delle SS: un evidente stratagemma per bloccare l’eventuale fuga dei pochi ebrei rimasti ad Alessandria dopo l’8 settembre [32]. Nella notte del 13 i tedeschi e i fascisti della Brigata Nera assaltarono il Tempio di via Milano, devastandolo e rubando gli arredi sacri; con i libri dell’antica biblioteca fu acceso un falò in piazza Rattazzi, oggi piazza della Libertà [33]. Le case degli ebrei arrestati nei primi mesi del ’44 furono occupate e i loro beni confiscati dal Capo della provincia, su disposizione del governo di Salò. Ventisette alessandrini finirono deportati nei Lager di Auschwitz-Birkenau e Mauthausen [34].
Nella vicina Casale Monferrato i tedeschi e gli agenti della questura ebbero la collaborazione delle SS italiane di stanza nella cittadina, che non si fecero alcuno scrupolo a catturare anche gli anziani e i malati, strappandoli persino dai letti di ospedale in cui erano ricoverati [35] .
Anche l’antica comunità ebraica casalese subì la devastazione del proprio Tempio, che fu spogliato degli arredi sacri, del mobilio, anche dei lampadari.
Scorrendo l’elenco degli israeliti arrestati ad Acqui Terme si nota che anche in questa zona la responsabilità della maggior parte degli arresti va addebitata a militi italiani che così facendo distrussero la piccola comunità un tempo concentrata nei vicoli del ghetto attorno a piazza della Bollente; altri ebrei della provincia di Alessandria vennero invece catturati in Liguria o nelle grandi città - come Roma, Torino e Milano - dove forse si erano trasferiti sperando di riuscire a far perdere le loro tracce.
Tutti furono caricati su vagoni bestiame che, partendo dal campo di concentramento di Fossoli presso Modena o dalla stazione Centrale di Milano, li condussero verso i campi di sterminio.
Tra gli ebrei scampati alla deportazione in Germania, numerosi reagirono alle violenze dei nazifascisti andando ad ingrossare le fila delle formazioni partigiane, soprattutto di quelle di «Giustizia e Libertà» [36]; altri ricevettero aiuti e rifugi sicuri da amici e vicini di casa ‘ariani’, da contadini delusi dal regime che gli aveva strappato i figli per farli combattere in Russia o da sacerdoti.
Ad Alessandria don Giovanni Battista Lucarini, della congregazione degli Orionini, che negli anni Quaranta resse la chiesetta di San Rocco, nascose in canonica due ebrei stranieri, madre e figlio, travestendoli da prete e da suora. Ogni giorno i due lo aiutavano a servir messa, pur senza ricevere mai i sacramenti e parlando il meno possibile, tra lo stupore dei parrocchiani [37]. A Serravalle Scrivia la signora Bruni Cartasegna, allora impiegata all’Ufficio Anagrafe del Comune, distrusse le liste del censimento ed avvertì una famiglia di ebrei dell’imminente arresto da parte dei tedeschi [38]; nelle colline del Monferrato casalese Giuseppe Brusasca, antifascista legato alla Democrazia Cristiana, organizzò una vera e propria rete di nascondigli in collaborazione con il CLNAI, con il vescovo di Casale monsignor Angrisani e con diversi parroci di campagna, riuscendo anche a stringere contatti con  Angelo Donati, animatore del «Comitato di soccorso dei deportati politici e razziali italiani», organizzazione operante a Losanna, in Svizzera [39].
La solidarietà dei ‘giusti’ piemontesi non valse purtroppo a salvare dalla pressoché totale cancellazione le comunità ebraiche da secoli presenti nel territorio alessandrino.

 

2 Nei campi di concentramento nazisti

a. I trasporti

 Il trasferimento dei 267 alessandrini rastrellati verso il Reich si svolse secondo modalità particolarmente brutali, sulle quali concordano tutte le testimonianze scritte e orali lasciate dai malcapitati protagonisti. Partigiani, ebrei e militari sbandati subirono la medesima sorte, finendo tutti stipati in carri ferroviari adibiti al trasporto del bestiame che venivano ermeticamente chiusi dall’esterno: gelidi d’inverno, soffocanti d’estate, i vagoni risultavano essi stessi strumenti di morte. Molti deportati giunsero cadaveri o fuori di senno, poiché l’incertezza sulla propria sorte, la mancanza di viveri e acqua e l’impossibilità di soddisfare liberamente le proprie esigenze corporali resero durissimi questi viaggi. A causa della difficoltà nell’organizzazione delle partenze e della mancanza cronica di materiale rotabile (i treni servivano principalmente per spostare truppe, armi e mezzi), le autorità naziste facenti capo all’Ufficio IV B4 del RSHA (Ufficio centrale della sicurezza del Reich) cercavano di riempire i convogli con il maggior numero di persone, anche 50 o 70 stipate in un vagone merci. Per ogni trasporto veniva redatta una lista con l’elenco dei viaggiatori completo di cognome, nome, data e luogo di nascita, che veniva consegnata al momento della partenza al capo-scorta; sino al confine del Brennero erano i militi delle Brigate Nere o i Carabinieri a vigilare sui treni, salvo poi lasciarli in consegna in territorio tedesco alle SS.
Si è già detto che i 63 giovani arrestati durante le operazioni di rastrellamento alla Benedicta furono caricati su un treno in partenza dalla stazione ferroviaria di Genova; gli ebrei invece transitarono dal campo di raccolta di Fossoli, nelle vicinanze di Carpi, in provincia di Modena. Si trattava di un campo di concentramento fascista per prigionieri di guerra che dall’inizio del ’44 era passato sotto la diretta responsabilità dei tedeschi, i quali lo avevano diviso in due parti circondate da reticolati destinate l’una agli antifascisti, l’altra ai prigionieri razziali.
Invece per la maggior parte degli ex deportati alessandrini intervistati il viaggio verso la Germania ebbe inizio dalle carceri «Nuove» di Torino, dove essi furono rinchiusi subito dopo l’arresto. Costruito nella seconda metà del 1800 in base a uno schema a ‘doppia croce’ (una struttura centrale dalla quale si dipartono i bracci che ospitano le celle), il penitenziario torinese divenne tristemente noto per il cibo scarso e immangiabile, per i miasmi, le pulci e i pidocchi provocati dalla mancanza di igiene, oltre che per i duri interrogatori e le inumane torture perpetrate dai carcerieri nazifascisti. Quando si raggiungeva un numero sufficiente di prigionieri  veniva organizzato un nuovo convoglio, fatto partire dalla stazione di Porta Nuova a Torino e avviato verso il campo di transito di Bolzano-Gries, che dal luglio del 1944 aveva sostituito quello di Fossoli, divenuto insicuro per l’avanzata da sud degli anglo-americani. Edificato su un’area di due ettari e pronto ad accogliere sino a 1.500 persone, il campo era gestito dalle SS e sorvegliato da una guarnigione di sud-tirolesi (italiani di nascita, ma fedeli a Hitler) e collaborazionisti ucraini, tristemente ricordati per il loro sadismo. Di qui passarono circa 12.000 deportati italiani; dopo un periodo di breve attesa quelli alessandrini non ebrei vennero smistati in campi di concentramento e di lavoro [40].

 
b. I KL destinazione degli alessandrini [41]

 Cesare Manganelli e Brunello Mantelli che per primi si sono occupati della deportazione dalla provincia di Alessandria, hanno messo in evidenza che in presenza di una scarsa documentazione non sempre è stato possibile individuare i KL [Konzentrationslager, campi di concentramento] in cui i deportati dell’Alessandrino furono trasportati. […] Solo in pochi casi abbiamo potuto ricostruire l’intero percorso del deportato [42].
Inoltre i prigionieri venivano spesso spostati da KL a KL, o dal campo centrale ai sottocampi di lavoro (fabbriche o aziende agricole che impiegavano la manodopera coatta). Tuttavia è possibile almeno indicare i Lager in cui gli alessandrini furono immatricolati [43].

 

·  Buchenwald

 La costruzione delle baracche del campo, utilizzando il legno della foresta di Ettersberg - la preferita da Goethe - iniziò nel 1937. Soltanto nel corso dei lavori di costruzione del Lager morirono più di 10.000 internati. Situato nei pressi di Weimar, nella Germania centro orientale, Buchenwald venne adibito a campo di ‘rieducazione’ e come tale accolse prima intellettuali e personalità politiche considerate «nemiche del Reich», poi dal 1943 militari italiani; vi si accedeva attraverso un cancello in ferro battuto alla cui sommità erano impresse le parole «Jedem das Seine», «a ciascuno il suo». La gestione era affidata ai cosiddetti «triangoli verdi», cioè delinquenti comuni tedeschi, che si accanirono nei confronti dei loro compagni di prigionia; oltre che per le botte, gli stenti, il freddo e la fame si moriva soprattutto per il pesante lavoro nei circa 130 sottocampi sparsi nella zona circostante. I deportati erano impiegati in cave di pietra, nella fabbrica di armamenti DAW (di proprietà di ufficiali delle SS) e in quella per componenti aeronautici della ditta Gustloff. Queste installazioni industriali vennero distrutte da un forte bombardamento aereo alleato, nella notte del 24 agosto 1944; durante l’incursione morì anche la principessa Mafalda di Savoia, arrestata e deportata dai tedeschi dopo l’Armistizio.Il numero totale dei prigionieri passati per questo Lager è di circa 240.000 unità; i morti furono 50-60.000, anche se la presenza tra i prigionieri di numerosi dirigenti politici d’opposizione favorì la creazione di legami di forte solidarietà tra i deportati, grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli [44].

 
·  Dachau

 Si tratta del primo campo di concentramento istituito dal regime nazista, nella primavera del 1933, poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Derivato dal recupero degli edifici di una fabbrica di munizioni abbandonata, presto divenne un «campo modello», in cui si tentava di «rieducare» gli oppositori del nazismo con violenze e lavoro coatto, ma che doveva anche servire all’addestramento per le Waffen SS della compagnia detta delle «teste di morto» (portavano sul berretto un teschio con le tibie incrociate). Coloro che si ribellavano alla dura vita concentrazionaria subivano la pena del Bunker, cioè venivano incatenati e chiusi in cubicoli di cm. 60 x 60, senza luce né acqua. Dachau fu anche sede di folli esperimenti pseudo-scientifici, come quelli di simulazione di alta quota servendosi di una camera di decompressione, richiesti dalla Luttwaffe, o ancora i test di nuovi prodotti farmaceutici, che costarono la vita a centinaia di prigionieri [45]. Gli uffici amministrativi del Lager registrarono, dal 1933 al 1945, più di 200.000 presenze; i decessi probabilmente si aggirarono attorno ai 45.000 morti [46].

 

· Dora

 Situato sulle colline dell’Harz, nei pressi della città di Nordhaunsen, originariamente era un sottocampo di Buchenwald, poi nell’estate del ‘44 venne ingrandito dopo che i bombardieri alleati rasero al suolo la base aerospaziale di Peenemünde dove si producevano i missili progettati dallo scienziato von Braun [47]. Nel 1944 a Dora furono così costruiti due tunnel della lunghezza di 1.800 metri, larghi 12 metri e alti 8 metri, collegati da un sistema di gallerie minori (una cinquantina) e serviti da una rete ferroviaria interna a scartamento ridotto. I prigionieri che erano adibiti alla produzione dei missili V1 e V2 [48] vivevano sottoterra, dormendo inalveari’ di cuccette, costruiti all’interno dei tunnel; erano costretti a lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno, con turni massacranti, dandosi il cambio senza vedere la luce del giorno; tuttavia alcuni prigionieri riuscirono ad organizzare un movimento di resistenza interna, sabotando i componenti dei razzi. Per chi veniva scoperto la punizione era la pubblica impiccagione. Nel giro di un anno lavorarono nelle gallerie più di 60.000 persone. Il numero di morti accertate è di 20.000 [49]. Oggi del campo di Dora non resta che l’edificio del crematorio, con i forni dove i tedeschi bruciavano i cadaveri dei prigionieri deceduti, diventato un piccolo museo che ospita fotografie, documenti e anche i disegni realizzati da Carlo Slama, uno dei sopravvissuti.

 
· Flossembürg

 A nord ovest di Norimberga, tra le montagne attorno a Beyreuth, culla della musica wagneriana, Himmler ordinò l’erezione di una Lager che impiegasse manodopera coatta nelle cave di pietra e nelle miniere per l’estrazione di oli minerali presenti in zona. Nel 1944 all’interno del Lager venne anche impiantato uno stabilimento sotterraneo della BMW dove si producevano motori per mezzi corazzati. I ritmi di lavoro erano micidiali, aggravati dall’acuto freddo e dalla mancanza di installazioni igieniche minimali. Chi non era in grado di reggere il lavoro veniva sbrigativamente ucciso con una iniezione di fenolo al cuore [50]. Grazie alla manodopera coatta le imprese controllate dalle SS che gestivano questo campo di lavoro riuscirono ad impiantare una attività redditizia: è stato calcolato che, soltanto nel corso del 1943, le cave di granito registrarono un volume di affari attorno ai 9 miliardi di marchi del tempo.

 
· GrossRosen

L’ubicazione del campo di Gross Rosen, nella Germania orientale non lontano dal Lager di Sachsenhausen e dalla città di Breslau (Wroclaw), venne fissata dalla ditta DEST (Deutsche Erd und Steinwerke Gmbh) che aveva in appalto lo sfruttamento di cave di pietra nella zona e che intendeva ‘affittare’ dalle SS manodopera a basso costo (il compenso non giungeva ai prigionieri, ma veniva versato all’Ufficio centrale dell’amministrazione e dell’economia delle SS a Berlino). Anche le celebri acciaierie Krupp e il colosso chimico IG Farben (presente con uno stabilimento anche ad Auschwitz) non si lasciarono sfuggire l’affare, costringendo i deportati a pesanti turni di lavoro. Il numero giornaliero dei morti era così elevato che le autorità naziste richiesero alla ditta Topf & Sohne di Erfurt l’installazione di un crematorio a quattro bocche, per l’eliminazione delle spoglie delle vittime. Su un totale di 120.000 prigionieri, le morti accertate furono circa 40.000. I soldati russi che il 5 maggio del 1945 raggiunsero e liberarono il campo non trovarono che un piccolo numero di superstiti.

 
· Mauthausen

Il Lager fu eretto nell’agosto del 1938 non lontano dalla città di Linz, appena cinque mesi dopo l’Anschluss, utilizzando strutture precedentemente usate dall’esercito austriaco per concentrare i prigionieri della Prima guerra mondiale. Inizialmente venne destinato a oppositori austriaci e tedeschi, ma nel marzo del ’40 ricevette il primo convoglio di stranieri, prigionieri di guerra polacchi; in totale nel corso della guerra vi passarono 200.000 prigionieri, 40.000 dei quali ebrei e circa 8.000 italiani. Chi sopravviveva alle pessime condizioni di vita causate dal sovraffollamento e dalle frequenti epidemie di tifo veniva impiegato nelle cave di granito, appartenenti anch’esse alla DEST che intendeva sfruttarle per costruire i giganteschi monumenti progettati dal Fuhrer per le città del Reich, o nelle officine aeronautiche dove si producevano i pezzi dei bombardieri. Periodicamente, come ad Auschwitz, i medici delle SS tenevano selezioni: chi risultava inabile al lavoro veniva messo a morte nella camera a gas. Mauthausen fu anche il quartier generale dell’operazione Aktion T4, il cosiddetto «programma eutanasia», ovvero l’uccisione di malati mentali o di portatori di handicap. Le esecuzioni avvenivano nel castello di Hartheim. Il numero di decessi accertati nel Lager austriaco è di 120.000 unità [51]. Anche dopo la liberazione gli ex internati continuarono a morire per la fame e le malattie: tra maggio e giugno ne morirono 2.500.

 
· Natzweiler

Eretto nel 1941 nell’Alsazia Lorena, regione della Francia orientale a su ovest di Strasburgo, il campo e i suoi 75 sottocampi dipendenti erano circondati da un paesaggio dolcissimo, di boschi e colline. Le baracche furono erette su una collina che dominava una grande vallata, nei pressi di una cava.Qui erano destinati soprattutto i partigiani francesi e gli avversari politici destinati a scomparire in base all’operazione «Nacht und Nebel» («Notte e nebbia»), ma vi finirono anche alcuni italiani. Anche in questo Lager vennero condotti esperimenti per accertare gli effetti del tifo petecchiale e di altre malattie infettive; i corpi delle ‘cavie’ umane decedute venivano poi inviati all’Istituto di Anatomia dell’Università di Strasburgo per essere studiati. Il campo era dotato anche di una piccola camera a gas. Verso la fine del 1944 le SS scoprirono un movimento di resistenza clandestino tra i prigionieri, denominato «Alliance»; 200 promotori, in gran parte francesi, furono impiccati. Il numero totale di prigionieri passati per il Lager in terra francese è di 44.600, mentre le morti accertate furono almeno 17.000.

 
c.  Le condizioni di vita nei Lager

 Appena scesi dai treni, i deportati alessandrini dovettero superare alcune procedure di ingresso per accedere nei Lager, la prima delle quali consisteva nella spoliazione degli abiti civili, dei documenti di identità e degli oggetti che si erano portati con sé nel viaggio di deportazione. Tutti gli effetti personali venivano raccolti e ammassati in depositi, senza che venisse data alcuna ricevuta ai prigionieri, i quali venivano poi avviati agli uffici dell’accettazione dove subivano una completa rasatura, traumatica non solo per la frettolosità dei barbieri ma anche per gli strumenti non affilati. Seguiva la doccia, attesa con ansia da tutti dopo il lungo viaggio estenuante, ma resa anch’essa un’esperienza dolorosa dalla crudeltà delle guardie che alternavano acque gelida a getti bollenti.
Sotto i colpi, le urla e gli spintoni degli aguzzini tedeschi i prigionieri passavano in uno stanzone dove veniva loro distribuito a casaccio il vestiario del campo e zoccoli in legno o vecchie scarpe riciclate con i numeri che spesso non combaciavano. Dal momento che dai primi mesi del 1943 non erano più disponibili le divise a righe, vista la penuria di tessuti, agli italiani generalmente fu imposto di indossare abiti civili, contrassegnati da segni distintivi (per gli ebrei c’era una stella gialla, per i sinti-rom un triangolo marrone, per i ‘politici’ un triangolo rosso, e così via, secondo diversi colori). Dato che i Lager mancavano di lavanderie i vestiti dovevano essere indossati per giorni, talvolta per mesi, riempiendosi di pidocchi ed emanando cattivo odore.
Tutte queste operazioni avvenivano in ambienti non riscaldati ed esposti a fredde correnti d’aria. Seguiva l’immatricolazione consistente nella registrazione, da parte di detenuti impiegati, dei dati dei nuovi arrivati; le liste così ottenute erano custodite negli uffici amministrativi dei campi e servivano per fare giornalmente il conteggio dei prigionieri ai quali veniva assegnato un numero di matricola che da quel momento in poi avrebbe sostituito il nome.
Una volta superato un breve periodo di isolamento, una quarantena imposta dal timore che si diffondessero malattie infettive, i prigionieri venivano assegnati a una baracca, iniziando a sperimentare il sovraffollamento, la promiscuità, l’impossibilità dell’igiene personale e il dolore di essere separati dalle proprie famiglie e case.
Nei campi di concentramento ogni attività era condotta in base ai comandi dei Kapò (in gran parte prigionieri politici tedeschi o polacchi, ormai reclusi da anni) e delle SS addette alla sorveglianza (che avevano potere di vita o di morte sui detenuti), urlati in tedesco; chi non capiva o non li eseguiva rapidamente rischiava bastonate e punizioni. Per di più gli italiani, considerati «traditori», si trovarono relegati all’ultimo posto nella graduatoria interna ai campi, dopo i prigionieri di guerra russi.
La giornata tipo iniziava alle quattro del mattino con la sveglia e l’appello, durante il quale i detenuti dovevano restare impettiti, in fila per dieci, attendendo, magari al freddo e per ore, di essere contati dai sorveglianti. Poi si andava a lavorare, divisi in gruppetti (Arbeitskommando), sino alle 17, con soltanto una pausa di mezz’ora per mangiare; alle 21 dopo che veniva ordinato il coprifuoco tutti si buttavano esausti sulle cuccette di legno, ognuna delle quali ospitava tre persone. Il vitto, del tutto insufficiente, era costituito da brodaglia con rape o altra verdura, accompagnata da una fetta di pane al giorno; ben presto gli internati si dovettero adattare a rovistare tra i rifiuti o a nutrirsi perfino delle bucce di patata. Di conseguenza il cibo costituiva la preoccupazione costante dei prigionieri che soffrivano di fame cronica, aggravata dalle calorie spese durante i duri turni di lavoro [52].
Chi si ribellava a queste infernali condizioni di vita o, peggio, veniva scoperto a sabotare la produzione industriale, incorreva in pene severissime che andavano da 25 frustate alla reclusione nei cosiddetti «canili», cellette verticali dove non ci si poteva nemmeno stendere, sino a giungere all’impiccagione o alla camera a gas.
Circa 45.000 internati italiani scomparvero nei lager, i più per inedia o per malattia, essendo il tifo e la tubercolosi piuttosto diffusi e le cure pressoché inesistenti; tanti altri per fame, brutalità e incidenti sul lavoro [53].
Con l’avvicinarsi da ovest delle truppe anglo-americane e da est dell’Armata Rossa, i nazisti decisero l’evacuazione dei Lager, cercando così di nascondere le prove dei loro misfatti. Migliaia di prigionieri, ormai debilitati, vennero fatti uscire dai campi incolonnati e costretti ad avviarsi a piedi verso l’interno della Germania. Gli storici le hanno definite le «marce della morte», dal momento che le SS, nonostante la sconfitta fosse imminente, uccidevano senza pietà i ritardatari o coloro che tentavano la fuga. Poiché non veniva distribuito più cibo, una gran parte dei deportati, infreddolita e affamata, morì durante quei viaggi di trasferimento, lasciandosi cadere in mezzo alla folla in movimento. Probabilmente morirono tra le 9.000 e le 15.000 persone, tanto che le strade della Germania interessate delle marce furono disseminate da migliaia di corpi di prigionieri fucilati o morti di sfinimento.

 
d. Il difficile ritorno dei sopravvissuti

Come ha raccontato  Primo Levi ne La tregua [54] per molti deportati il rientro in patria fu rocambolesco e avventuroso: i pochi sopravvissuti desideravano rivedere le loro case e le famiglie, ma quali furono le loro impressioni e le reazioni una volta usciti dai Lager? Quale fu l’accoglienza loro riservata nella ‘nuova’ Italia, che si avviava ad essere una Repubblica?
Abbandonati nella Germania occupata dagli alleati e dai russi, guardati con diffidenza dal governo Parri che li riteneva legati al passato regime fascista – dal momento  che, logicamente, la lontananza forzata dall’Italia aveva impedito loro di vivere in prima persona la lotta partigiana - per tornare a casa i reduci si trovarono di fronte a problemi gravosi, come la quasi totale distruzione delle vie di comunicazione, la mancanza di cibo e soprattutto la carenza di assistenza sanitaria.
Il Paese, poi, non era preparato ad accoglierli, visto che nessuna elaborazione di eventi storici così prossimi, terribili e in parte non del tutto noti, era ancora stata possibile. Inoltre, come emerge dalle testimonianze riportate, molti sopravvissuti non ritrovarono la casa (distrutta dai bombardamenti o saccheggiata dai fascisti) né la famiglia, o la ritrovarono decimata, e neppure le loro condizioni di salute migliorarono. Fu difficile anche reinserirsi nel vecchio posto di lavoro o, peggio ancora, rimettersi a studiare; ci si dovette arrangiare e ricominciare a lottare per costruirsi una vita. Scarsi, quasi nulli, furono gli aiuti da parte statale, ma, come ha scritto Guido Quazza, ancor più dolorosa fu l’incomprensione della gente, dal momento che i più non volevano ascoltare [55] : infatti la società italiana appena uscita dalla guerra voleva soltanto dimenticare, mentre i tragici racconti degli ex deportati erano troppo angoscianti da udire e forse ‘schiaccianti’ per la cattiva coscienza di coloro che negli ultimi due anni di guerra si erano nascosti senza agire, o magari avevano approfittato della ‘borsa nera’ o erano rimasti fedeli al Duce.
Inoltre,  in pochi erano disposti a credere ai racconti sui campi di concentramento, le camere a gas e i forni crematori, nonostante iniziassero a circolare i primi filmati realizzati dalle truppe anglo-americane che avevano liberato Dachau e Bergen Belsen.
Molti sopravvissuti, che quando si trovavano prigionieri avevano sognato un’accoglienza festosa con la banda musicale e la festa di paese, si chiusero in sé stessi, delusi per l’indifferenza e l’incredulità che li circondava. Un ex deportato ha affermato che:
per molti anni è come se la gente non avesse avuto voglia di stare a sentire gli ex prigionieri, come se il Paese volesse dimenticare tutto e in fretta [56].

Effettivamente, come ha evidenziato Carlo Sommaruga ,

In Italia si è scritto poco sull’internamento e ciò in buona parte a causa delsilenzio dei reduci’, e ancora meno si è studiato e scritto sul ‘dopo il campo di concentramento’ [57].

Alcuni ex deportati dovettero ingaggiare vere e proprie ‘battaglie’ a colpi di carta bollata con l’apparato burocratico per farsi riconoscere il diritto alla pensione, altri soffrirono per anni delle malattie contratte durante la prigionia o per le conseguenze della denutrizione o delle botte subite [58]. In pochi si interessarono ai loro casi: tra questi Giuseppe Brusasca, divenuto senatore della Repubblica, che però si lamentò spesso con amarezza della solitudine in cui venne lasciato dalla classe politica [59].
Eppure «nelle notte feroci» dei Lager il sogno dei deportati era quello di «tornare, mangiare, raccontare» [60], un desiderio che col tempo si è trasformato in un impegno costante per il presente, quello di tener vivi il ricordo dei compagni morti nei campi di concentramento e la testimonianza di quanto è accaduto solo sessanta anni fa, perché non si ripeta mai più.

 

2  Le interviste agli ex deportati dalla provincia di Alessandria

La celebrazione del «Giorno della memoria» ha come scopo quello di invitare la popolazione a ricordare e riflettere sul proprio passato e a trasmettere alle nuove generazioni la memoria di ciò che è accaduto. In tal senso, come ha affermato l’ex Capo dello Stato Sandro Pertini, bisogna ricordare le deportazioni nei Lager perché esse non sono state originate da un momento di ‘bestialità’ ma da un vero e proprio progetto culturale, che ha coinvolto popolazioni intere:

È difficile per i giovani comprendere quanto noi stessi, ancora oggi, nel ripercorrere le cifre dell’immane ecatombe, torniamo sbigottiti a interrogarci su come sia potuta accadere nel cuore dell’Europa moderna questa spaventosa barbarie. È perciò più che mai necessario ricordare non solo per i milioni di fratelli stritolati nell’infernale macchina di morte, ma per noi stessi. Per i giovani d’oggi, per le generazioni che verranno, il rischio non è purtroppo scomparso, sepolto per sempre accanto al mostro nazista [61].

Con questo intento sono state di seguito raccolte le testimonianze degli alessandrini deportati e sopravvissuti ai Lager: si tratta di interviste che insieme ad altre 200, erano state raccolte nei primi anni Ottanta da studiosi, giovani ricercatori e collaboratori dell’ANED del Piemonte, tra i quali Brunello Mantelli, Cesare Manganelli e Federico Cereja. Parte del materiale, selezionato e ridotto, era stato utilizzato nel corso dei lavori del convegno internazionale su Il dovere di testimoniare, tenutosi a Torino nell’ottobre del 1983. Gli atti di detto convegno vennero in seguito pubblicati a cura di Federico Cereja e Brunello Mantelli, con il titolo di La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze [62].
Anna Bravo e Daniele Jalla, con la collaborazione di Anna Maria Bruzzone e di altri storici piemontesi, ripresero l’intera mole di documentazione da cui ricavarono l’antologia La vita offesa, rivolta soprattutto ai giovani affinché potessero «ascoltare dalla viva voce la parola degli ex deportati» [63].
Copie dei testi delle interviste rilasciate dai sopravvissuti del Piemonte, battuti a macchina o registrati su audiocassette, sono conservati presso l’archivio dell’ANED di Torino [64]; non essendo possibile riprodurli per intero, si è preferito isolare frammenti che contribuissero alla leggibilità del volume, ma che soprattutto permettessero al lettore di rendersi conto di quale fosse il sistema poliziesco creato nell’Italia del Nord e nella nostra provincia dai nazifascisti e soprattutto di cosa sia stata la vita nei campi di concentramento in Germania.
I brani qui presentati sono dunque tratti (e parzialmente riadattati, per renderli più leggibili) dalle interviste orali, con le loro sospensioni, ripetizioni, espressioni tratte dal dialetto, vocaboli tedeschi storpiati. A livello storiografico le testimonianze qui riprodotte sono di valore e di livello diversi, visto che a partire dall’8 settembre 1943 vennero arrestate e deportate persone di ceto, cultura e idee politiche differenti: intellettuali, contadini e operai, partigiani e povera gente rastrellata per caso nei campi o lungo la strada.
Tuttavia, come ha scritto Primo Levi nella prefazione a La vita offesa,

i racconti sono sostanzialmente concordi su alcuni temi essenziali. […] C’è dappertutto, descritto con ingenuità o con sorprendente forza espressiva, il trauma dello straniamento, del sentirsi sradicati: il treno sigillato (altro elemento immancabile tanto da diventare il simbolo stesso della deportazione) ti strappa bruscamente dal tuo ambiente, clima, famiglia, paese, mestiere, lingua, amicizie, e ti proietta in un ambiente alieno, estraneo, incomprensibile, ostile: talvolta il deportato non sa neppure in quale angolo d’Europa è approdato. È il Lager, il KL: termini nuovi per lui, mai prima sentiti. In qualche modo, è il mondo alla rovescia, dove l’onestà e la mitezza vengono punite, e premiate la violenza, la delazione e la frode [65].

I deportati più ‘svegli’ riuscirono ad adattarsi, cercando quotidianamente espedienti per sopravvivere, altri cercarono di farsene una ragione e di reagire, magari trovando un aiuto nella fede religiosa o nella solidarietà dei compagni, soprattutto degli stranieri, uniti in una lotta resistenziale fatta di rifiuti e sabotaggi.
I racconti, come evidenzia ancora Levi, divergono anche sul ‘dopo’, dal momento che tra i sopravvissuti alcuni al rientro ritrovarono gli affetti e il lavoro intatti, senza incappare in delusioni o problemi, mentre altri, rimasti soli, dovettero ricostruirsi una nuova vita, provando per anni gli incubi causati dalle sofferenze e dalle violenze patite nei Lager.
Tutti i sopravvissuti intervistati sembrano accomunati dal desiderio di raccontare, che è vissuto da loro non soltanto come uno sfogo liberatorio dopo anni di silenzio, ma soprattutto come un obbligo morale e civile formatosi nei giorni trascorsi rinchiusi tra i reticolati dei KL: mettere in guardia le nuove generazioni perché vigilino affinché certi orrori non abbiano più a ripetersi e smentire così le SS che erano solite ripetere ai prigionieri che «anche se sopravviverete, nessuno vi crederà».

 



[1] AA.VV., Dossier Lager, a cura di F. MARUFFI, Stamperia Ramolfo, Cuneo 2003, pp. 3-9.

[2] Frase di Giorgio Vecchio tratta dall’introduzione ad A. VILLA, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel Basso Piemonte (1938-1945), La Morcelliana, Brescia 2003.

[3] Come ha messo in evidenza Giuseppe Mayda i reduci testimoniavano di fronte all’opinione pubblica le gravi responsabilità «della partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale, a partire dal sorgere del fascismo». G. MAYDA, Storia della deportazione dall’Italia: 1943-1945. Militari, ebrei, politici nei Lager del Terzo Reich, cit., p. 339 e s.

[4] S. SPIZZICHINO -I. DI NEPI OLPER, Gli anni rubati, a cura del Comune di Cava de’ Tirreni 1996, p. 15.

[5] B. MANTELLI, Il Terzo Reich in provincia di Alessandria, in AA.VV., Alessandria dal fascismo alla Repubblica, a cura di R. BOTTA e G. CANESTRI, Stamperia Ugo Boccassi, Alessandria 1995, pp. 75-76; cfr. anche G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, Laterza, Roma-Bari 1998, 1ª ediz. 1967, p. 17.

[6] Entrato sin dal 1939 nello staff di Himmler, Peiper partecipò alla creazione del sistema concentrazionario dei Lager, assistendo anche alle prime uccisioni di prigionieri per mezzo di gas. Il 19 settembre del 1943 Piper ordinò ai suoi uomini di uccidere tutti gli abitanti di Boves e poi di bruciare il paese, nel Cuneese, per rappresaglia contro i partigiani. R. AIMO, Il prezzo della pace, L’Arciere, Cuneo 1989, p. 109 e s.

[7] R. LOY, La parola ebreo, Einaudi, Torino 1997, pp. 117-118.

[8] Intervista all’avvocato Adriano Bianchi, del 28 novembre 1998, riportata integralmente in AA.VV., Cattolici, Chiesa, Resistenza: i testimoni, a cura di W. CRIVELLIN, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 57-65; si veda anche A. BIANCHI, Il ponte di Falmenta 1944, Tararà, Verbania 1998.

[9] L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia (1943-1945), Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 85; si veda anche B. MANTELLI, Il Terzo Reich in provincia di Alessandria, in AA.VV., Alessandria dal fascismo alla Repubblica, a cura di R. BOTTA e G. CANESTRI, cit., p. 79 e E. COLLOTI, Le carte dell’amministrazione militare tedesca relative al Piemonte, in AA.VV., Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, a cura di G. ROCHAT, Franco Angeli, Milano 1989, pp. 99-124.

[10] AA.VV., La provincia di Alessandria in guerra e nella Resistenza, a cura di R. BOTTA-G. SUBBRERO, cit., p. 36. 

[11] G. PANSA, Il gladio e l’alloro: l’esercito di Salò, Mondadori, Milano 1991, pp. 107-128 e 145-158; cfr. anche S. BERTOLDI, Soldati a Salò. L’ultimo esercito di Mussolini, Rizzoli, Milano 1995, pp. 149-178 e D. LAJOLO, I , Vallecchi, Firenze 1997.

[12] G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, cit., p. 44; cfr. anche appunti autografi di Pansa conservati nell’archivio dell’ISRAL, fondo G. Pansa. Si veda anche A. CASTELLANI, La cesta del pane, Ediz. Dell’Orso, Alessandria 1990, pp. 97-101.

[13] G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, cit., p. 46.

[14] Salvatore Jona, ebreo genovese nascosto nei dintorni di Novi Ligure, leggeva proprio «Il Popolo di Alessandria» per tenersi al corrente «di quanto si progettava e farneticava nel campo avversario». S. JONA, Resistenza disarmata, cit., p. 15.

[15] L’industria del cemento fu a lungo la produzione più feconda dell’economia monferrina, tanto che negli anni Quaranta Casale era all’avanguardia in Italia in questo settore. Si veda anche R. ZANGRANDI, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano 1962.

[16] In effetti i rastrellamenti, le fucilazioni e gli arresti provocarono crescente paura e risentimento nella popolazione alessandrina contro questi soldati, che Nuto Revelli ha descritto così: «Superano i tedeschi questi goffi italiani, canaglie specializzate per incendiare, ricattare, impiccare, sporchi nell’animo e nelle divise, con quel nero sul grigioverde, come se portassero addosso il lutto e il terrore». N. REVELLI, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino 1962, p. 261; si vedano anche le descrizioni di Pietro Chiodi, in P. CHIODI, Banditi, Einaudi, Torino 1961.

[17] AFM, fondo Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, notiziario del 14 aprile 1944, categ. Attività sovversiva e antinazionale.

[18] Le notizie sulle tragiche condizioni di vita della popolazione della provincia si rincorsero per tutto il biennio 1943-1945 nei notiziari giornalieri della GNR. In quello del 4 marzo 1945 il comando provinciale scriveva che «lo stato d’animo della popolazione risente del disagio provocato dalla scarsezza di viveri e dal continuo aumento dei prezzi. […] La situazione economica non accenna a migliorare: l’ascesa dei prezzi, la scarsezza dei viveri, la mancanza di carbone rendono la situazione alquanto precaria. Causa la mancanza totale del gas, dei combustibili, dei viveri e la scarsezza dei generi contingentati il popolo chiede l’istituzione di mense pubbliche». AFM, fondo Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, notiziario del 4 marzo 1945, categ. Ordine e spirito pubblico. Sulla situazione economica e sociale dell’Alessandrino si veda soprattutto lo studio approfondito e ricco di dati numerici e tabelle grafiche di R. BOTTA e G. SUBBRERO, Economia, vita quotidiana e spirito pubblico negli anni del conflitto, in AA.VV., Alessandria dal fascismo alla Repubblica, cit., pp. 39-49.

[19] Maggiori dati sono riportati in G. MAYDA, Storia della deportazione dall’Italia (1943-1945). Militari, ebrei e politici nei lager del III Reich, cit.

[20] Sull’attività della Wehrmacht e delle organizzazioni Todt e Sauckel, in merito allo sfruttamento del potenziale umano italiano, si veda L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia (1943-1945), cit., p. 131 e s.

[21] AFM, fondo Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, notiziario del 22 giugno 1944, categ. Varie.

[22] C. MANGANELLI – B. MANTELLI, Antifascisti, partigiani, ebrei. I deportati alessandrini nei campi di sterminio nazisti (1943-1945), Franco Angeli, Milano 1991, p. 29 e s. Si veda anche AA.VV., La deportazione nei campi di sterminio nazisti, a cura di Federico Cereja e Brunello Mantelli, Franco Angeli, Milano 1992; in particolare il saggio di Cereja, La deportazione italiana nei campi di sterminio: lettura storiografica e prospettiva di ricerca.

[23] Sul comportamento del Comitato della Croce Rossa Internazionale durante la seconda guerra mondiale e sulla mancata assistenza ai prigionieri dei Lager nazisti si veda M. A. CHARGUERAUD, L’étoile jaune et la Croix-Rouge. Le Comité international de la Croix-Rouge et l’Holocauste (1939-1945), Cerf, Paris 1999; F. BEDARIDA, La politique nazie d’extermination, A. Michel, Paris 1989; A. DURAND, Histoire du Comité international de la Croix-Rouge, de Sarajevo a Hiroshima, C.R.I., Ginevra 1978; W. RUBINSTEIN, The myth of rescue, Routledge, Londra 1997.

[24] Sulla vicenda degli IMI si veda G. VECCHIO- D. SARESELLA- P. TRIONFINI, Storia dell’Italia contemporanea. Dalla II guerra mondiale al Duemila, a cura di G. VECCHIO, Monduzzi, Bologna 2002, p. 53 e s.; G. SCHREIBER, Gli internati militari in Germania: una vita nell’anticamera della morte, in AA.VV., L’Italia in guerra. Il IV anno 1943, a cura della Commissione italiana di Storia Militare, Roma 1994, p. 553 e s.; AA.VV., Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), a cura di N. LABANCA, Le Lettere, Firenze 1992; R. LAZZERO, Gli schiavi di Hitler. I deportati italiani in Germania nella II guerra mondiale, Mondadori, Milano 1998; A. NATTA, L’altra resistenza. I militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino 1997 e AA.VV., Schiavi allo sbaraglio. Gli IMI nei lager tedeschi di detenzione, punizione e sterminio, L’Arciere, Cuneo 1990.

[25] B. FERRARI (don Berto), Sulla montagna con i partigiani, Le Mani, Recco (Genova) 2001, p. 43.

[26] Il testo completo del rapporto è riportato in C. MANGANELLI- B. MANTELLI, Antifascisti, partigiani, ebrei, cit., p. 32.

[27] Si veda la ricostruzione fatta da G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, cit., p. 110 e s. e D. BORIOLI -R. BOTTA, I giorni della montagna. Otto saggi sui partigiani della Pinan Cichero, WR Ediprint, Alessandria 1990.

[28] A volte i rastrellamenti potevano avvenire anche nelle città, come nel caso di Casale Monferrato dove nei primi giorni di dicembre del 1943 l’UPI della GNR istituì posti di blocco nelle vie del centro, riuscendo ad arrestare 13 giovani renitenti alla leva, che si erano nascosti presso parenti o amici. AFM, fondo Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, notiziari del 14 dicembre 1943 e del 30 agosto 1944, categ. Promemoria per il Duce e il comandante della GNR.

[29] Circa la ripresa dell’offensiva nazifascista si veda S. FAVRETTO, Casale partigiana, Tipografia Operaia Artigiana, Casale Monferrato 1977; AA.VV., La provincia di Alessandria nella resistenza a cura dell’ISRAL, Litocoop, Tortona 1997; G. BOCCA, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Roma Bari 1980; AA.VV., La resistenza in provincia di Alessandria, a cura di W. VALSESIA, Ediz. Dell’Orso, Alessandria 1981 e R. BATTAGLIA, Storia della resistenza italiana, Einuadi, Torino 1964.

[30] Per un quadro completo delle persecuzioni antiebraiche nelle tre provincie del Basso Piemonte si veda A. VILLA, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel Basso Piemonte (1938-1945), cit.

[31] M. SARFATTI, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000. In provincia di Cuneo invece si mossero per prime le SS di Peiper, concentrando gli ebrei arrestati in una ex caserma di Borgo San Dalmazzo.

[32] G. MAYDA, Ebrei sotto Salò, Feltrinelli, Milano 1995, p. 127.

[33] G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po, cit., p. 64; si veda anche A. PEROSINO, Gli ebrei di Alessandria, una storia di 500 anni, Le Mani, Recco (Genova) 2002. Documenti relativi alla persecuzione degli ebrei alessandrini si trovano nel fondo Prefettura dell’AS AL.

[34] L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della memoria, Mursia, Milano 1991.

[35] Intervista alla signora Adriana Torre Ottolenghi, del dicembre 1997; cfr. anche A. TORRE OTTOLENGHI, La nostra sola colpa: l’essere ebrei, in «Il Monferrato», 1993, 15 ottobre.

[36] Sul contributo degli ebrei alla lotta di resistenza si veda G. FORMIGGINI, Stella d’Italia, stella di David, Mursia, Milano 1970; l. PICCIOTTO FARGION, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana, in «La Rassegna mensile di Israel», XLVI, n. 3-4, marzo-aprile 1980 e anche le interessanti memorie di Vittorio Finzi, partigiano ebreo di Alessandria, V. FINZI, Il mio rifugio in Val Borbera, Le Mani, Recco (Genova) 2001.

[37] L’intervista completa a don Lucarini, oggi responsabile del Pequeno Cottolengo de don Orione a Santiago del Cile è riportata in A. VILLA, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel Basso Piemonte (1938-1945), cit. Toccante è anche la vicenda dell’ospitalità ad una famiglia di ebrei offerta, tra rischi e pericoli, dai Castellani, contadini abitanti nel paese di Cascinagrossa. Si veda A. CASTELLANI, La cesta del pane, cit., pp. 138-157.

[38] Intervista con il dottor Maurizio Bruni, del 10 aprile 1999; cfr. anche A. VILLA, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel Basso Piemonte (1938-1945), cit..

[39] A. VILLA, Ebrei in fuga. Chiesa e leggi razziali nel Basso Piemonte (1938-1945), cit. L’intera vicenda è stata ricostruita grazie a documenti conservati presso gli archivi diocesani di Alessandria e Casale Monferrato, l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, l’archivio di Stato di Alessandria, l’archivio del Centro di Documentazione Ebraica di Milano (CDEC) e l’archivio privato della famiglia Brusasca.

[40] Oltre alla vasta produzione memorialistica sull’argomento, cfr. anche AA.VV., Dossier Lager, cit., p. 29; A. BUFFULINI, Il lager di Bolzano, in «Triangolo rosso», 1976, n. 1-2; L. CONTI, Primi risultati di una ricerca sul Polizeilichesdrurchgangslager di Bolzano, in «Il Cristallo», IV, 1964; L. HAPPACHER, Il Lager di Bolzano, Comitato provinciale per il 30° anniversario della resistenza e della liberazione, Trento 1979; L. CASALI, La deportazione dall’Italia. Fossoli di Carpi, in AA.VV., Spostamenti di popolazione e deportazione in Europa, Cappelli, Bologna 1987; D. BIZZARRI, Episodi del campo di Fossoli, in «Rassegna annuale dell’ISR di Modena», 1962, n. 3; S. BARTOLAI, Da Fossoli a Mauthausen. Memorie di un sacerdote nei campi di concentramento nazisti, in «Quaderno dell’ISR di Modena», 1966, n. 5; G. ARGENTA, Deportazione e schiavismo nazista. Aspetti, considerazioni, testimonianze, Gribaudo, Cuneo 1991; R. BACCINI, Fossoli, a cura del Comune di Carpi, Modena 1961; AA.VV, Mai più! Testimonianze e storie pavesi dai Lager nazisti, a cura di S. CAPRA, M. Modica, Pavia 1997; AA.VV, Deportazione e internamento militare in Germania, la Provincia di Modena, a cura di G. PROCACCI-L. BERTUCELLI, Unicopli, Modena 2001; Perché tu sappia. Diario di Giulio Jona dal campo di concentramento di Fossoli, a cura di M. MONTAGNANA, in «Notiziario dell’ISR di Cuneo», 1990, n. 37; G. FARONATO, Ribelli per la libertà. Testimonianze sul Lager di Bolzano, Castaldi, Milano 1995; si vedano anche gli Elenchi di trasporti, di vari Lager, curati da I. TIBALDI.

[41] Di seguito si indicano soltanto alcune tra le innumerevoli opere pubblicate sui Lager; per un approfondimento si consiglia la consultazione di AA.VV., Bibliografia della deportazione nei campi nazisti, a cura di T. DUCCI, Mursia, Milano 1997.

[42] C. MANGANELLI – B. MANTELLI, Antifascisti, partigiani, ebrei. I deportati alessandrini nei campi di sterminio nazisti (1943-1945), cit., p. 27.

[43] Dal momento che protagonisti di questo volume sono i deportati non ebrei, si omette la descrizione di Auschwitz-Birkenau, che insieme ai Lager di Treblinka, Sobibòr, Majdanek e Chelmno in Polonia, fu uno dei «campi di sterminio» dove i nazisti misero in pratica la «soluzione finale del problema ebraico». Visto il grado di efficienza raggiunto nelle uccisioni di massa per mezzo delle camere a gas, il lager di Auschwitz II-Birkenau è stato definito dagli storici la «fabbrica della morte». Per uno studio più approfondito si veda il cd-rom Destinazione Auschwitz, a cura del CDEC, Proedi, Milano 2001.

[44] ANED, Storia vissuta. Dal  dovere di testimoniare alle testimonianze orali della storia della II guerra mondiale, a cura di G. QUAZZA, F. Angeli, Milano 1988; A. BERTI, Viaggio nel pianeta nazista: Trieste-Buchenwald, Franco Angeli, Milano 1989.

[45] Sulla terribile pagina degli esperimenti nei lager si veda I. STRZELECKA, Gli esperimenti, in AA.VV., Auschwitz. Il campo nazista della morte, a cura del Museo Statale di Auschwitz Birkenau, Oswiecim 2001.

[46] G. MELODIA, Sotto il segno della svastica, Mursia, Milano 1979, Di là da quel cancello. I vivi e i morti nel Lager di Dachau, Mursia, Milano 1988 e Non dimenticare Dachau, Mursia, Milano 1993; L. ACCINI, L’uomo che ha visto il peggio, Sugar, Milano 1967; A. GIANNANTONIO, Nei lager vinse la bontà. Memorie dell’internamento nei campi di eliminazione tedeschi, Artemide, Milano 1987; R. ANGELI, Poi l’Italia è risorta, Alzani, Pinerolo 1953; B. FABRETTI, Per non dimenticare, Ribis, Udine 1995 e B. BERRUTO – V. MORELLO, Il dolore della memoria, Ediz. Il Punto, Milano.

[47] Nella  primavera del 1945 von Braun venne catturato da un reparto statunitense, che aveva il preciso compito di scovare gli scienziati tedeschi, e portato negli Stati Uniti dove contribuì alla costruzione dei razzi vettori utilizzati negli anni Cinquanta per la «conquista dello spazio».

[48] V1 è il nome in codice di un missile senza pilota, capace di volare per 300 chilometri portando 500 chili di esplosivo. Dopo vari esperimenti la V1 venne modificata: il nuovo prototipo, chiamato V2, entrò in funzione dal settembre del 1944. Si trattava di un razzo-bomba teleguidato, con 350 chilometri di raggio, contenente una tonnellata di esplosivo. Questi missili, lanciati da rampe installate nel Nord della Francia, portarono morte e distruzione a Londra e nel Sud dell’Inghilterra.

[49] C. SLAMA, Lacrime di pietra. Gli orrori del Lager dove si costruivano le V2, Mursia, Milano 1996; O. BROVEDANI, L’inferno dei vivi. Memorie di un deportato, Grafed, Trieste 1971.

[50] G. CANTALUPPI, Flossemburg. Ricordi di un generale, Mursia, Milano 1995; V. BOCCHETTA, Spettri scalzi della Bra, Bertani, Verona 1989.

[51] V. PAPPALETTERA, Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen, Mursia, Milano 1965; G. BAIMA BASQUET, Deportati a Mauthausen (1943-1945), Provincia di Torino, Torino 1979; A. BARBIERI, Un cielo carico di cenere, Vannini, Brescia 1990; A. BUFFULINI-B. VASARI, Il Revier di Mauthausen, Ediz. Dell’Orso, Alessandria 1992; P. CALEFFI, Si fa presto a dire fame, Avanti!, Milano 1954 e Pensaci uomo!, Feltrinelli, Milano 1960; S. COALOVA, Un partigiano a Mauthausen: la sfida della speranza, L’Arciere, Cuneo 1985; A. GAGGERO, Vestìo da omo, Giunti, Firenze 1991; P. IOTTI, Sono dov’è il mio corpo, Comune di Sant’Ilario d’Enza, 1995; F. MARUFFI, Codice Sirio. I racconti dai Lager, Piemme, Casale Monferrato 1996; B. VASARI, Mauthausen, bivacco della morte, La Giuntina, Firenze 1990.

[52] T. IWASZKO, Le condizioni di vita dei prigioniari, e F. PIPER, Le condizioni di vita e di lavoro come mezzo di annientamento, in AA.VV., Auschwitz, il campo nazista della morte, cit., p. 129 e s.

[53] Per un quadro più completo si veda G. VECCHIO -D. SARESELLA- P. TRIONFINI, Storia dell’Italia contemporanea, cit.

[54] P. LEVI, La tregua, Einaudi, Torino 1963.

[55] AA.VV., Il ritorno dai Lager, a cura di A. CAVAGLION, Franco Angeli, Milano 1993, p. 7 e s.

[56] B. MANTELLI, La memoria del lavoro coatto in una grande fabbrica, in AA.VV., Dopo il Lager. La memoria della prigionia e dell’internamento nei reduci e negli “altri”, a cura di C. SOMMARUGA, GUISCO 1995, p. 188.

[57] C. SOMMARUGA, Ricordare: cosa, come e perché, in AA.VV., Dopo il Lager. La memoria della prigionia e dell’internamento nei reduci e negli “altri”, cit., p. 37.

[58] Sul tema del difficile reinserimento dei reduci si veda anche AA.VV., Il ritorno dai lager, a cura di P. VAENTI, Il ponte vecchio, Cesena 1996; V. PAPPALETTERA, Ritorno alla vita. I sopravvissuti dei Lager nel dopoguerra italiano, Mursia, Milano 1976; P. PASCOLI, I deportati. Pagine di storia vissuta, La Nuova Italia, Firenze 1960 e AA.VV., Un mondo fuori dal mondo, a cura della DOXA, La Nuova Italia, Firenze 1971.

[59] Brusasca confessò la sua amarezza all’ex deportato e storico Paolo Desana; si veda la corrispondenza tra i due citata in P. DESANA, La via del Lager. La più lunga ma “retta” per tornare a casa, Ugo Boccassi, Alessandria 1994, p. 96 e s.

[60] Frasi tratte dalla dedica introduttiva all’edizione del 1963 de La tregua di Primo Levi.

[61] Discorso di Sandro Pertini ripreso in AA.VV., Mai più! Testimonianze e storie pavesi dai Lager nazisti, cit., p. 10.

[62] F. CEREJA-B. MANTELLI, La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze, cit.

[63] AA.VV., La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di A. BRAVO e D. JALLA, Franco Angeli, Milano 1992 (5ª edizione), p.10 e s.

[64] Un particolare ringraziamento va a Daniela Pilotti che ha curato la trascrizione su computer dei testi delle interviste, realizzando così un piccolo archivio informatico a disposizione degli studiosi, depositato presso l’ISR AL.

[65] P. LEVI, Prefazione a AA.VV., La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, cit., p. 7 e s.

 

 

 

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