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"Quaderno
di Storia Contemporanea numero",
n. 10, 1991, pagine 19-42
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Come
lo stesso Claudio Pavone racconta in questa intervista, il suo ponderoso
libro (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità
nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 199 1) ha avuto
una gestazione assai lunga e travagliata e, per una nuova ironia della
storia, è finalmente comparso nelle librerie proprio nelle
settimane in cui tornavano a farsi più acute le polemiche -
e le strumentalizzazioni - sulla natura del movimento partigiano e
sui suoi esiti nel dopoguerra.
Forse
è anche grazie a quelle polemiche, trasformatesi in una felice
contingenza, che il volume di Pavone ha ottenuto un successo editoriale
inconsueto per un libro di grande spessore e impegno scientifico:
Una guerra civile è apparso per diverse settimane nelle
classifiche dei libri più venduti, mentre, a meno di due mesi
dalla sua uscita, è già in preparazione la seconda edizione.
Tuttavia sarebbe assai semplicistico cogliere solo in quella felice
contingenza le ragioni di un esito editoriale quasi straordinario,
che rappresenta invece il segnale vistoso di un interesse ancora assai
vivo intorno a vicende che hanno segnato profondamente il tessuto
della società italiana contemporanea.
Il
libro di Pavone non è una nuova storia generale della Resistenza
impegnata nella ricostruzione evenemenziale di quella vicenda, ma
un saggio storico che riflette su quanto di quell'esperienza
può avere ancora un valore esemplare per l'oggi, ed è
su questi temi che si articola questa conversazione: una rinnovata
attenzione al processo che porta migliaia di giovani a ricercare una
nuova moralità e nuovi valori, e al tentativo di operare una
scelta politica capace di rompere con il totalitarismo fascista; alla
soggettività dei protagonisti e all'intreccio tra movimento
di Liberazione e società italiana. ~ questa la linea di ricerca
su cui si muove la storiografia resistenziale più recente e
alla quale Pavone - sono sue parole - vuole "tentare di fornire un
quadro generale", dal quale sarà impossibile d'ora innanzi
prescindere.
Ed
è, il libro di Pavone, anche un esempio di prim'ordine di come
sia ancora possibile coniugare impegno civile e rigore scientifico.
A
Claudio Pavone dobbiamo un ringraziamento particolare per l'attenzione
e la passione con cui ha rivisto il testo di questa intervista.
Il
tuo volume è un lavoro impegnativo e complesso non solo per
l'imponenza dell'affresco che offri (seicento pagine fitte di testo
e duecento fittissime di note, più due utilissimi apparati,
l'indice dei nomi di persona e quello dei nomi geografici), ma anche
per la vastità del materiale su cui è costruito, un
ricco intreccio di documenti d'archivio, memorialistica, produzione
storiografica resistenziale, fonti orali.
Due
domande sono quindi d'obbligo; la prima, forse un po' scontata:
in quanto tempo e attraverso quale percorso hai realizzato la tua
ricerca? La seconda: che problemi metodologici hai incontrato lavorando
con una documentazione così vasta e variegata, da te utilizzata
in un continuo gioco di intreccio tra le fonti?
Il
tempo impiegato è stato molto, anche perché, in verità,
io non sono partito per fare una ricerca esplicitamente indirizzata
per la scrittura di questo volume. A un certo punto, dopo qualche
anno in cui non mi ero occupato di Resistenza, forse perché
la sentivo ancora troppo vicina temporalmente, ho ricominciato ad
interessarmene accumulando materiale, esaminando documenti, leggendo
volumi. Ma ci sono stati due stimoli specifici, cui accenno nella
premessa.
Uno
si perde quasi nella notte dei tempi, e viene da Parri: era appena
uscito il libro di Michel sulle correnti di pensiero nella Resistenza
francese (1) e Parri mi disse: "Perché non facciamo anche
noi una cosa di questo tipo?", e mi caricò di questo compito.
lo cominciai a lavorarci tenendo in grande conto soprattutto i dati
istituzionali, e quindi i vari programmi per il riordinamento dello
Stato e delle istituzioni in genere che percorrono il movimento
di Resistenza, e poi i progetti di riforme della società,
della economia e così via. Questa prima fase di ricerca mi
ha permesso di accumulare molto materiale ma non è mai stata
conclusa, se si esclude quel lungo saggio sulla continuità
dello Stato (2) che si può considerare una specie di
tappa intermedia in cui la parte istituzionale rappresentava il
centro dell'analisi.
Nicola
Tranfaglia mi suggerì poi di riprendere in maniera più
ampia quel saggio per una collana dell'editore Feltrinelli poi scomparsa.
Dapprima dissi sì, poi per ragioni varie, comprensive
della mia lentezza e del fatto di dividere il tempo tra Roma e Pisa,
questa idea non è stata realizzata. Tuttavia continuavo ad
accumulare materiale finché in un ciclo di seminari tenuti
al Centro "Piero Gobetti" di Torino su Etica e Morale Franco
Sbarberi e Norberto Bobbio mi invitarono a parlare di Politica
e morale nella Resistenza (3). Forse può apparire un
po' buffo, ma il testo sbobinato di quel seminario è un po'
all'origine di questo pesante volume, perché cominciai a
correggere la trascrizione pensando a qualche aggiustamento e a
qualche ampliamento; alla fine quel testo si è trasformato
in questa gran massa di carta. Che forse è troppa, perché
resto convinto che il senso del mio libro lo si possa rendere anche
in meno pagine. Ebbi comunque la soddisfazione, e lo dico solo perché
questo mi permise di recuperare anche il materiale precedentemente
accumulato sul tema istituzionale, che nel prendere appunti o nel
leggere le fonti per il filone di storia delle istituzioni di cui
ho detto, avevo finito con il capire che anche le idee relative
alle istituzioni e ai programmi politici e sociali, in una situazione
di quel genere in cui non c'era certo tempo di comporre dei trattati,
si dovevano dedurre in larga parte dai comportamenti, e non solo
da quanto i protagonisti avevano scritto ed elaborato in forma compiuta.
Era dai comportamenti che si poteva risalire a quelle idee che poi
avevano alimentato, almeno in parte, anche i programmi di riforme
istituzionali. Perciò anche molto materiale raccolto nella
direzione istituzionale mi è risultato utile quando, alla
fine, ho fatto questa specie di torsione di interesse. Da quando
è avvenuta questa svolta saranno passati sette o otto anni,
anche se non lo ricordo bene nemmeno io; ma da allora tutti i supplementi
di istruttoria e tutte le letture le ho indirizzate nella nuova
direzione.
Questo
percorso chiarisce anche la struttura e l'impostazione di alcuni
paragrafi, come quello sul giuramento, che ci pare abbia la sua
origine proprio in questo incontro tra un lavoro sul filone istituzionale
e l'analisi dei comportamenti.
Sì,
il paragrafo sul giuramento era senz'altro connesso al tema istituzionale.
Avete fatto bene a ricordarmelo perché è proprio un
esempio in cui l'aspetto puramente tecnico del giuramento, ossia
quale sia l'autorità legittima, se il Re abbia tradito Mussolini
oppure se Mussolini abbia tradito il Re, e tutti gli altri problemi
che i costituzionalisti fanno bene a porsi, mi sembrava importante
riproporli in relazione con tutti i problemi morali che stavano
dietro al fatto di considerare più valido un giuramento piuttosto
che un altro. Questo è stato proprio uno dei terreni che
mi ha fatto capire che non ci si poteva fermare a un livello meramente
formale-istituzionale.
Per
quanto riguarda la metodologia, devo dire che è venuta fuori
delineandosi un po' da sé, perché mi è sembrato
indispensabile (e non sono certo stato io a farlo per primo) intrecciare
documentazione di varia natura. Innanzitutto i documenti direttamente
prodotti durante la Resistenza, e qui mi ha aiutato il fatto di
essere stato, insieme a Giampiero Carocci, Gaetano Grassi, Gabriella
Nisticò, uno dei curatori dei tre volumi dedicati ai documenti
delle brigate Garibaldi (4), esperienza che mi aveva permesso di
esaminare anche molti altri documenti rimasti inediti conservati
presso l'Istituto Gramsci di Roma, relativi sia alle Brigate Garibaldi
che al Partito comunista (documenti che scontano una divisione archivistica
forse un po' artificiosa, fatta a posteriori, perché Longo
e Secchia erano insieme capi del partito e dell'organizzazione militare).
Le fonti orali invece le ho utilizzate attingendo solo alla produzione
già edita, salvo rari casi di conversazioni che ho ricordato
in nota. Non ho fatto io il lavoro sul campo; le ho utilizzate cioè
con i criteri con cui si utilizzano le tradizionali fonti scritte,
tenendo naturalmente conto che erano nate come fonti orali. La memorialistica
veniva un po' da sé, come anche le lettere dei caduti, sia
partigiani che della Repubblica sociale. Infine ho utilizzato anche
la letteratura, ma devo dire che il confine tra memorialistica e
letteratura, tra narrazione biografica e fiction, è molto
sfumato sul terreno resistenziale, perché molti dei libri
più belli, a cominciare da Fenoglio e Calvino, sono in fondo
l'elaborazione in forma letteraria delle esperienze personali, e
quindi si può parlare di memorialistica che poco alla volta
diventa letteratura.
In
questa direzione ho privilegiato decisamente Fenoglio e Calvino,
anche per una antipatia (e non pretendo che sia un giudizio letterario)
per Vittorini e il suo Uomini e no, che sempre mi è sembrato
artificioso; così come ho scartato un libro che pure ha avuto
grande successo, ma che a me non piaceva (e anche qui non porto
altri argomenti), e cioè L'Agnese va a morire di Renata
Viganò. Ho utilizzato invece Meneghello, anche se a volte
questo autore si compiace troppo di una scrittura ricercata ed ironica
che può scadere nel vezzo, ma indubbiamente sia I piccoli
maestri che l'ultimo, Baù-seté, sono libri
importanti.
Ad
appena due mesi dalla comparsa nelle librerie il tuo
libro ha già ottenuto un notevole successo di vendita
(si parla di oltre 6.000 copie) e ha fatto e fa molto parlare
di sé, anche fuori dall'ambito degli specialisti.
Più di qualunque altro volume sulla Resistenza
uscito negli ultimi anni, rappresenta dunque un vero e
proprio "evento culturale". Ora a noi pare che in questo successo
è possibile scorgere i sintomi di un interesse non ancora
sopito intorno ai problemi storiografici legati alla lotta di
Liberazione, ma nello stesso tempo vi si intravedono anche
i rischi di strumentalizzazione possibili rispetto alle tue ipotesi
interpretative.
Ti
aspettavi una simile accoglienza? E fino a che punto questa
attenzione è legata alle polemiche recenti a proposito
dei "crimini" partigiani del dopoguerra?
Dal
punto di vista di stretta soddisfazione personale potrei rispondere
che mi fa piacere, ma a parte questa considerazione abbastanza ovvia,
io direi senz'altro che non me l'aspettavo, e soprattutto non me
lo ero aspettato durante tutto il lungo periodo di gestazione che
ho appena cercato di raccontare. Anzi, in qualche momento pensavo
addirittura che sarebbe stato considerato come uno dei soliti libri
sulla Resistenza, letto solo da qualche reduce e da qualche giovane
particolarmente interessato, ma non di più. Direi che, a
parte la bravura dell'editore, che ha intuito il momento favorevole,
sono stato fortunato, nel senso che il lavoro ha seguito nella sua
preparazione ritmi del tutto soggettivi ma ha finito con l'arrivare
in un momento in cui, per tutt'altri motivi, si era ricreata un'attesa.
Un attesa fatta rinascere certamente anche da campagne scandalistiche
di basso livello, come sono molte delle polemiche sul "triangolo
della morte" assunto ormai a simbolo, in verità sempre più
squalificato, di questa ripresa di interesse.
Per
definire complessivamente i venti mesi resistenziali io uso spesso
l'espressione resa
dei conti", perché mi sembra particolarmente significativa.
Questo vale anche a proposito del "triangolo della morte", perché
non si può dimenticare che esso cade nella zona del peggiore
squadrismo agrario: se si dimentica che nel 1920-1921 lo squadrismo
agrario
aveva imperversato proprio in quelle province emiliano-romagnole,
suscitando odio di classe e odio verso gli agrari, è difficile
anche interpretare correttamente ciò che avviene nell'immediato
dopo guerra. Il "triangolo della morte" è quello che è
perché ha all spalle una tradizione di violenza, diciamo
pure reciproca, ma che comunque è storicamente in prima istanza,
di marca fascista-agraria.
Queste
precisazioni sono molto importanti. Rispetto al "triangolo" non
basta chiedersi perché è successo, ma occorre anche
cercare di capire perché è successo proprio in quei
luoghi.
Eh
sì, perché molte zone bianche - ad esempio di piccola
proprietà - non hanno avuto quelle esperienze post liberazione
poiché le tensioni sociali avevano preso un'altra direzione
e il fascismo non aveva avuto bisogno di essere così aggressivo.
Insomma, i motivi sono tanti, anche se poi il crimine rimane crimine,
ovviamente; e un assassinio perpetrato due anni dopo è ovviamente
segnato da connotati diversi rispetto a un assassinio che avviene
due settimane dopo.
Il
titolo che tu hai scelto evoca immediatamente note polemiche a proposito
dell' interpretazione politica e storiografica di quel periodo della
storia d'Italia. Conosciamo, in questo senso, le autorevoli posizioni
di Guido Quazza, che preferisce parlare di guerra di civiltà
piuttosto che di guerra civile (5), e sappiamo anche come il tentativo
di applicare alla Resistenza il concetto di guerra civile abbia
incontrato forti opposizioni proprio nel mondo dei protagonisti,
e non solo per una ovvia reazione all'uso strumentale che ne è
stato fatto da parte fascista.
Come
era immaginabile, il tuo Una guerra civile ha dato luogo
a opposizioni di questo genere, nonostante sia chiaro che tu non
interpreti la Resistenza solo come guerra civile ma anche come
guerra civile. Lo stesso Nuto Revelli, che ha avuto parole di grande
apprezzamento per il tuo lavoro, utilizzando anche immagini molto
belle - lo ha definito "un colpo di vento che ha liberato dalla
nebbia un paesaggio antico e familiare, restituendolo in tutta la
sua grandiosità e bellezza" -, in una intervista concessa
a "La Repubblica" afferma di non condividere sino infondo il concetto
di guerra civile applicato alla Resistenza: "Non fu una guerra civile
nel senso pieno del termine – dice Revelli - perché i fascisti
per noi erano degli stranieri come e forse più dei tedeschi"
(6).
Perché
permangono queste preoccupazioni e perché tu, al contrario,
ritieni si debba ricorrere al concetto di guerra civile per studiare
e capire quei mesi? E, prendendo ancora spunto dalla frase di Revelli,
non pensi sia necessaria anche una precisazione del concetto di
collaborazionismo, che può altrimenti prestarsi a
interpretazioni troppo semplicistiche della realtà del biennio
'43-45?
E’
una domanda molto complessa. Bisogna innanzitutto dire che il mio
libro ha dovuto subire come dire - uno stiracchiamento da destra.
Nel senso che i fascisti, che hanno sempre utilizzato, ma a torto,
questo concetto come strumento per fare passare una equiparazione
tra le due parti, ora sembrano dire: ecco, lo dice uno di loro,
e quindi vuol dire che noi avevamo ragione e le due parti erano
uguali. Un esempio: sono stato intervistato con Giano Accame da
"Il sabato" (7), e lui tendeva a riportare tutto su questo terreno,
unendo ad argomenti storico-politici altri, di per sé apprezzabili,
quali: finalmente ci avete trattato come esseri umani.
Da
sinistra invece c'è stato un malumore, che però va
scemando. Lo stesso Vendramini, che nella prefazione agli atti del
convegno di Belluno aveva assunto una posizione un po' difensiva
a causa di tutte le obiezioni che aveva avuto in loco contro la
sua lodevole iniziativa (8), poi mi ha detto: però tu sei
riuscito a far passare questo concetto anche nella cultura di sinistra
e, una volta tanto, ci sei riuscito prima che ce lo imponessero
gli altri.
lo
ho iniziato a proporre le mie riflessioni sulle tre guerre - patriottica,
civile e di classe -proprio a Belluno e prima ancora a Brescia,
nel convegno della Fondazione Micheletti sulla Rsi (9). Ricordo
che in quell'occasione Pajetta insorse e si sentì in dovere
di contestare il concetto di guerra civile. Del resto io non ho
mai detto, come voi avete ricordato, che fu solo guerra civile;
ho detto che la guerra civile fu uno degli aspetti di quanto accaduto
nei venti mesi resistenziali.
Questa
reazione di Revelli, al quale sono gratissimo per i suoi giudizi,
che mi lusingano e mi onorano, data la sua personalità, è
in verità contraddittoria, perché lui in questo modo
non fa che ribadire la correttezza del concetto di guerra civile:
se i fascisti non erano considerati nemmeno italiani questo conferma
proprio quelle pagine in cui cerco di chiarire come una delle caratteristiche
della guerra civile è quella di privare, in idea, l'avversario
della nazionalità. Si tratta come di una contraddizione in
tema: io ti odio e ti disprezzo al punto che ti tolgo la qualità
di italiano, ma ti disprezzo e ti odio tanto proprio perché
sei italiano. E qui si tocca proprio il nodo drammatico, perché
non ci troviamo di fronte a una contraddizione logica, ma emotivo-esistenziale.
Quindi Revelli praticamente finisce con il ribadire il concetto.
Poi
avete accennato al collaborazionismo. In questi giorni si è
svolto a Brescia un convegno, sempre su iniziativa della Fondazione
Micheletti, sul collaborazionismo (10), che è stato molto
interessante. Si è visto che questa categoria è molto
ricca e complicata, ci sono stati interventi di storici di vari
paesi che lo hanno dimostrato. Ma proprio in quella occasione, in
un brevissimo intervento, ho ribadito che per la Repubblica sociale
italiana la categoria di collaborazionismo non èdel tutto
adatta, perché esistono collaborazionismi, diciamo così,
a posteriori, cioè in paesi più o meno democratici
invasi dai nazisti e, nel loro piccolo, dai fascisti italiani. Gli
invasori creano in quei paesi governi a loro asserviti, fondati
sui fascisti locali che, da soli, non avevano avuto la forza di
conquistare il potere. In questi casi senz'altro la categoria di
collaborazionismo funziona, ma per l'Italia purtroppo non è
così, perché i fascisti sono nati proprio qui e il
potere, nel 1922, se lo erano conquistato da soli.
L'anno
scorso in Francia ci fu un convegno molto bello su Il regime
di Vichy e i francesi (11), cui fui invitato per una relazione
sulla Rsi. Quando arrivai vidi che avevano messo la Repubblica di
Salò nella sezione dedicata ai collaborazionismi minori,
insieme alla Slovacchia. Fui costretto a precisare - direi, paradossalmente,
per orgoglio nazionale - che non era corretto considerare l'ultimo
atto del fascismo italiano un collaborazionismo minore; forse non
è nemmeno un collaborazionismo tout-court. Ma i francesi
sono così gallocentrici che alla fine l'unico collaborazionismo
"maggiore" sembrava essere il loro. Dovetti ricordare che il fascismo
era nato proprio in Italia e che si era concluso con una resa dei
conti drammatica, un tragico epiIogo, mentre la loro era stata -
così la definii, e la definizione ebbe un certo successo
- una falsa partenza. Questo per dire che la categoria di collaborazionismo,
che era stata usata da Marco Palla proprio a Belluno per polemizzare
contro la mia definizione di guerra civile (12), mi sembra che stia
stretta alla repubblica sociale, la quale è collaborazionismo
ma non è soltanto collaborazionismo.
Poiché
il concetto delle tre guerre e il problema del loro intrecciarsi
è non solo il fulcro del tuo libro e più in generale
della tua ricerca recente, ma anche l'aspetto su cui si sono addensate
attenzioni e posizioni critiche, è forse utile provare a
definire, con un riferimento significativo, le fondamenta su cui
costruisci il tuo ragionamento.
Il
riferimento forse più significativo è quello alla
presenza di tre diverse figure di nemico; ma prima di dire alcune
cose a questo proposito vorrei precisare perché io preferisco,
anche per la prima delle tre guerre, la definizione di guerra patriottica
a quella di guerra di liberazione nazionale. Il motivo è
che nel dopoguerra in questo modo venivano definite proprio le guerre
che univano la lotta di classe e la lotta patriottica, diventando
quindi un'espressione forse ancora più intrisa di significato
ideologico e politico rispetto a quella di guerra civile. Per di
più nella formula "guerra di liberazione nazionale" resta
qualcosa di imprecisato: da che cosa bisogna liberare la nazione?
Dunque,
il nemico nella guerra patriottica è lo straniero invasore,
e cioè il tedesco. Certo, c'è a monte il problema,
cui nel libro accenno, che invasori erano anche gli inglesi e gli
americani; ma allora bisognerebbe capire perché gli uni venivano
percepiti come invasori e gli altri come liberatori, nonostante
tutti gli sforzi in contrario della propaganda della Rsi; ma questo
è un tema che qui non possiamo sviluppare. Il tedesco invasore
però era anche nazista, non era un invasore privo di qualifiche
politiche e ideologiche: e questo ci porta già sul terreno
della guerra civile, come grande guerra civile europea.
Nella
guerra civile il nemico era il fascista, proprio come figura politico-esistenziale,
che era tale non solo per i garibaldini, ma anche per i GI, e per
una parte almeno dei liberali, dei moderati, dei cattolici. Il fascismo
era un fenomeno globale che andava combattuto anche se non se ne
riconoscevano le radici o per lo meno le componenti di classe. Questo
è un concetto importante da tenere presente, perché
altrimenti si finirebbe con il riproporre l'ortodossia terzintenazionalista
secondo la quale il fascismo è solo un fenomeno di classe,
per cui essere "antifascisti conseguenti" ed essere proletari e,
soprattutto, comunisti coincide. E invece non ha sempre coinciso,
e sarebbe curioso che arrivassero a questa conclusione proprio gli
antifascisti non comunisti, nella recente loro ansia di sbarazzarsi
dell'antifascismo.
La
guerra di classe si può considerare, da un punto di vista
di rigorosa distinzione logica, come un fenomeno che rientra sotto
la categoria di guerra civile: la guerra civile dopo l'Ottobre è
anche guerra di classe. Esistono cioè guerre civili che coincidono
pienamente con la guerra di classe, ma non sempre è così.
Comunque la guerra di classe, quando ha per nemici persone della
stessa nazionalità, è sicuramente riconducibile sotto
la categoria generale di guerra civile. Conserva tuttavia, nel nostro
caso, alcune specificità, che traggono origine dal fatto
che, come ho detto, non tutti gli antifascisti erano socialmente
proletari, né tutti erano ideologicamente disposti a far
coincidere fascismo ed oppressione di classe. Qui si potrebbe riconoscere
quanto c'era di giusto nella storiografia operaista, e cioè
che per un operaio politicizzato il padrone era una figura che trascendeva
lo stesso fascista: c'era cioè un'oppressione di classe nel
corso della quale i padroni s'erano serviti del fascismo, e proprio
per questo nel combattere i fascisti bisognava cogliere l'occasione
storica per combattere anche i padroni, i quali, fascisti o non
fascisti, andavano Comunque combattuti: cosa che un liberale sinceramente
antifascista non avrebbe mai ammesso. La distinzione della terza
guerra rispetto alla seconda dunque si ripropone. Nella guerra di
classe la principale figura del nemico è allora quella del
padrone, e io, forse con una battuta troppo facile, ho scritto che
l'ideale di un operaio politicizzato sarebbe stato quello di trovarsi
contro un padrone in camicia nera e sfacciatamente servo dei tedeschi,
ma che il padrone non sempre lo accontentava. Anzi, i padroni erano
abbastanza accorti per accontentarli in misura sempre decrescente.
E qui verrebbero alla luce tutti i problemi relativi ai doppi giochi:
finanziare i Chi e fare contemporaneamente buoni affari con i tedeschi
eccetera, ma si tratta di problemi che non rientrano strettamente
nell'ambito della guerra civile, la lambiscono ma sono questioni
diverse.
Questa
chiave di lettura della Resistenza in cui i tre livelli, della guerra
patriottica, della guerra civile e della guerra di classe, si intrecciano
e si sovrappongono, determinando all'interno della stessa vicenda
aspettative, atteggiamenti e comportamenti differenti, la vai elaborando
già da alcuni anni, a cominciare dalle occasioni che tu stesso
hai ricordato. Nonostante questa precisa e rigorosa definizione
dei tre livelli, a noi pare che nell'attenzione accordata al tuo
libro dai mezzi di informazione sia possibile cogliere una tendenza
alla semplificazione che porta a far coincidere il livello della
guerra civile con quello della guerra di classe. Ed in sostanza
a riproporre, certo con non poche forzature, una interpretazione
esclusiva e fuorviante della guerra partigiana come confronto armato
tra due ideologie totalitarie, quella fascista e quella comunista.
Soprattutto
quest'ultimo punto è emerso non solo in certe "interpretazioni"
del mio libro, ma ha attraversato tutte le polemiche degli ultimi
due anni: totalitari gli uni e totalitari gli altri. 1 venti mesi
come una commedy of errors, insomma. Ma questo mi sembra
veramente del tutto insufficiente come tentativo di spiegazione,
e poi è contraddittorio con l'interpretazione della Resistenza
quale grande fatto unitario nazionale: se veramente la Resistenza,
accettando e rovesciando il segno dello slogan "la Resistenza è
rossa, non è democristiana", è stato questo scontro
tra due totalitarismi, chi è caduto in un equivoco ancora
maggiore, e direi grottesco, sono stati i cattolici, i moderati,
e persino i GI, i quali, non essendo totalitari, si sono fatti risucchiare
più o meno per dabbenaggine in uno scontro tra opposti che
erano nella sostanza uguali. La cosa mi pare quindi priva di qualsiasi
possibilità euristica. Il che non significante da altri punti
di vista questo problema non possa e debba essere preso in considerazione:
ad esempio, se e come il comunismo staliniano e il fascismo e il
nazismo possano rientrare tutti, pur con le ovvie differenze, sotto
la categoria generale di totalitarismo, ma questo è un altro
discorso. Interpretare la Resistenza nel modo sopraddetto significherebbe
però considerare la storia come una deduzione dei fatti dalle
ideologie. Sarebbe davvero una operazione ideologica, mentre invece,
nei limiti delle mie capacità e delle mie forze, ho cercato
di dimostrare per quali ragioni un partigiano poteva gridare
"Viva Stalin e viva la Libertà" senza contraddizioni. Oggi
qualcuno potrebbe dire: ma come! Stalin era contro la libertà
e quindi bisogna cassare uno dei due termini. No. Teniamo anche
presente che molti partigiani lo gridavano morendo, e quindi in
quell'espressione unificavano delle cose che in quel momento alle
loro coscienze si presentavano congiunte. Storicamente bisogna porre
grande attenzione nel cercare di comprendere la concretezza dei
singoli atti. Perciò ricondurre la Resistenza, o anche solo
la sua componente classista, sotto il criterio di una lotta fra
ideologie totalitarie non può portare molto lontano, anche
se, lo ripeto, resta aperto il problema del totalitarismo come trista
caratteristica del nostro secolo.
A
proposito del concetto di guerra civile, tu prima parlavi di una
certa refrattarietà della storiografia e del mondo politico
di sinistra a usare questo termine. t un atteggiamento che in qualche
modo contraddice un uso ampio del concetto che è possibile
riscontrare non solo nella documentazione garibaldina e giellista,
ma anche in diversi prodotti della storiografia resistenziale -
dove il termine è però spesso utilizzato senza
una precisa forza analitica - e nei discorsi politici post Liberazione
di molti uomini della resistenza (13).
Le
fonti coeve hanno senz'altro molto minori scrupoli ad usare questa
espressione. dopo che nasce la rimozione.
Certo,
ed hai anticipato in qualche modo la domanda: ci sembra infatti
che questa impreparazione e refrattarietà postuma a confrontarsi
con il concetto di guerra civile sia anche la spia di quanto la
storiografia e la cultura resistenziale siano state sostanzialmente
condizionate, sino a non molti anni fa, da esigenze e cautele politiche.
Non
c'è dubbio. In un primo momento c'è stata una specie
di continuazione dell'unità di vertice ciellenistica, grosso
modo sino alla cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo;
sino ad allora, bene o male, l'unità era il concetto accettato
un po' da tutti o quasi, almeno a parole. Dopo quella cacciata c'è
stato un fenomeno che ha portato a rivendicare per molti anni il
concetto di unità da parte della sinistra, in specie dai
comunisti, proprio per qualificarsi come forza nazionale: poiché
i sovversivi e, di nuovo, soprattutto i comunisti, erano sempre
stati qualificati come antinazionali, c'era ora l'esigenza politica
di presentarsi come parte legittima del sistema repubblicano, anche
se fuori dal governo, e di far ricadere la colpa della rottura solo
sui democristiani, riaffermando di contro la vera propensione unitaria
del proprio schieramento. In quel contesto parlare di guerra civile
quadrava poco: la Storia della Resistenza di Battaglia (14)
rispecchia in qualche modo questa fase.
Però
facendo queste riflessioni a volte si dimentica la controparte,
nel senso che nell'esorcizzare gli aspetti di guerra civile c'è
una responsabilità anche del centro-destra antifascista.
Per questa parte politica glissare sul concetto di guerra civile
rappresentava un'implicita polemica contro quel troppo di rosso
che c'era stato nella Resistenza. Era quindi un modo per respingere
tutto quel filone interpretativo (storiograficamente da considerare
certamente con occhio critico) che si è basato sul tema della
Resistenza tradita o di La Resistenza accusa, il libro di
Pietro Secchia (15). Se invece, quando proprio non si poteva tacere,
si diceva che la Resistenza era stata un embrasson nous generale
questo edulcorava ed esorcizzava gli aspetti inquietanti, utopici,
drammatici della lotta di Liberazione. Alla Resistenza tradita veniva
contrapposta così una Resistenza beata e soddisfatta, al
santino di sinistra si affiancava un santino di destra.
Poi
c'è stata una fase in cui l'establishment di governo ha
capito - e questa è naturalmente solo una mia schematizzazione
- che lasciare il monopolio della Resistenza, sia pure con quella
bandiera unitaria, dietro la quale si ostinava peraltro a far capolino
la bandiera rossa, alla sinistra poteva non convenire: forse conveniva
di più assorbirla per fame una tavola di fondazione un po'
generica della democrazia repubblicana. t stata la fase in qualche
modo connessa al cosiddetto disgelo costituzionale, in cui si comincia
a non considerare più la Costituzione una trappola, come
diceva Scelba, ma un ambito entro cui confrontarsi. Ciò comportò
l'assorbimento della Resistenza in un canone nazionale che tranquillizzava
tutti, e lo si può vedere, ad esempio, nella sostanziale
identificazione che venne fatta delle forze partigiane con l'esercito
del sud. Ovviamente è necessario il massimo rispetto per
quelli che a fianco dell'esercito alleato hanno combattuto e sono
morti. Però si tratta storicamente di due fenomeni diversi.
Invece abbiamo potuto vedere, da un certo periodo in poi, che erano
i ministri della difesa e i generali ad essere incaricati di celebrare
il 25 aprile, un modo per far rientrare la Resistenza nella storia
italiana in maniera molto asettica.
Sotto
questo aspetto il Sessantotto fu salutare, per distinguere e spezzare,
dopo una primissima fase quasi di rigetto, la unità oleografica
della Resistenza, anche se con prese di posizione magari schematiche,
come ad esempio il già ricordato slogan "la Resistenza è
rossa, non è democristiana". L'operaismo e il movimentismo
furono atteggiamenti che richiamavano l'attenzione su problemi reali
ma li semplificavano oltre il lecito. Ma allora, nella storiografia
successiva al Sessantotto, si sono poste le basi di quella nuova
stagione che forse può apparire ovvia: se la Resistenza va
vista nella sua complessità, nelle sue contraddizioni e anche
nelle sue lotte intestine, si prepara il terreno per riconoscere
che il concetto di guerra civile non può più essere
esorcizzato. E tengo a precisare che senza questo movimento post-sessantottesco
nemmeno a me sarebbe probabilmente venuto in mente il mio schema
interpretativo. Non lo dico certo come fatto personale, maper sottolineare
come molte volte le cose mutano per fattori complessi e per fortuna
anche extrastoriografici. Del resto la storiografia è una
disciplina che cerca di dare del passato una spiegazione rispetto
alle domande che pone il presente, e siccome il presente muta per
mille motivi bisogna risalire anche a questi motivi.
Queste
tue riflessioni ci sollecitano un'altra domanda: non pensi sia ormai
giunto il momento di una rivisitazione critica della storia della
storiografia resistenziale, considerandola, per questi suoi stretti
legami con le vicende politiche e sociali, come un'angolazione utile
e privilegiata per capire come si sono evolute, in questi quarant'anni,
la società italiana e le forze politiche che all'esperienza
del movimento di Liberazione si richiamano - o si richiamavano?
Indubbiamente,
sarebbe uno spiraglio interessante, paragonabile, anche se l'avvenimento
è ben più consistente, oltre che più distante
nel tempo, alla storia della storiografia sulla Rivoluzione francese.
Chi studi oggi la Rivoluzione francese non può non tenere
conto dell'evoluzione della Francia e, direi, un po' di tutto l'Occidente;
così, nel suo piccolo, e lo dico
non per sminuire l'evento ma perché, non foss'altro, è
passato meno tempo, anche rifare una storia delle interpretazioni
della Resistenza non solo in Italia sarebbe senz'altro un'ottima
spia per capire molte cose di una situazione in movimento. E questo
credo valga anche per il mio libro: se qualcuno lo ricorderà
ancora fra qualche anno sarà perché esso è
riuscito a connettersi con il momento attuale, non certo nello specifico
della polemica alimentata dal "triangolo della morte", ma nel senso
appunto che ognuno è figlio del suo tempo.
Il
tuo libro riconferma ed esalta l'interpretazione della Resistenza
come fenomeno complesso, contraddittorio e vissuto a più
livelli: possiamo cioè dire che sono esistiti diversi modi
di intendere e condurre l'esperienza partigiana secondo le appartenenze
politiche e il nemico che si intendeva combattere, ma anche che
articolazioni altrettanto profonde si possono rintracciare tra le
elaborazioni e le direttive dei vertici e i modi d'essere della
base (le formazioni partigiane). Esistono cioè forti connotazioni
che potremmo definire regionali del movimento di liberazione
italiano, il quale nacque e si sviluppò secondo caratteristiche
talvolta profondamente diverse da zona a zona (con connotazioni
che solo in parte possono essere ricondotte alle matrici politiche
di appartenenza di ciascun gruppo armato), e quindi - è probabile
- anche molto diversamente graduato intorno agli elementi "nazionali"
o a quelli più strettamente "classisti" della guerra civile.
Ora
a noi pare che se l'attività e l'elaborazione di vertice
è abbastanza conosciuta (si veda ad esempio il ricco repertorio
di documenti elaborati dai comandi partigiani, dai Cln e dai partiti
politici che si è venuto accumulando con gli anni e alla
cui pubblicizzazione tu stesso hai concorso), la situazione è
più deficitaria per ciò che riguarda le articolazioni
di base e i diversi sviluppi regionali del movimento. t cioè
ancora insufficiente, e caratterizzata da una situazione a macchia
di leopardo, la conoscenza delle vicende - intese in senso ampio,
e non solo da un punto di vista politico e militare - delle diverse
formazioni, ma anche dei diversi luoghi in cui i partigiani operarono.
Tu cosa pensi a questo proposito?
Credo
che una rivisitazione della Resistenza in questa direzione non sia
che augurabile, proprio per continuare il discorso in maniera più
analitica di quanto possa fare il mio libro, che può essere
considerato un manifesto della complessità e della scomposizione,
ma non può sostituire il lavoro di ricerca ancora da fare.
Del resto anche il mio tentativo arriva dopo il lavoro di scavo
che c'è stato negli ultimi anni. Penso al lavoro dei diversi
Istituti storici della Resistenza, penso alle varie riviste locali,
che spesso si sono dimostrati più vivaci nel recepire esigenze
nuove dello stesso Istituto nazionale. Ma c'è ancora moltissimo
da fare, proprio per intrecciare le diversità di vertice,
che sono diversità di linea politica alta e quindi anche
di cultura politica alta, con il livello delle diversità
di base, ancora più complesse.
Per
quanto riguarda i vertici vorrei segnalare un problema interessante:
la cultura terzintemazionalista di Togliatti è certo diversa
da quella di De Gasperi, ma i due leaders si incontrano,
per così dire, in un processo di reciproca legittimazione
dei rispettivi partiti. 1 comunisti dovevano farsi legittimare come
partito di governo, anche se al governo poi ci sono stati cosi poco;
ma anche i cattolici dovevano impegnarsi in questo senso. Rossi
e neri usarono il CIn per uscire dalla marginalità in cui
li aveva posti l'Italia liberale. Voglio dire che non solo Togliatti
ha usato De Gasperi per legittimarsi, ma che è avvenuto anche
il contrario: in fondo i cattolici non erano mai andati al governo
se non con truppe di complemento delle maggioranze giolittiane e
poi con qualche uomo prestato a Mussolini dopo la marcia su Roma.
C'era, più in generale, il problema della posizione della
Chiesa, della sua compromissione con il fascismo attraverso i patti
lateranensi. Aspirare alla "successione" significava utilizzare,
ma anche far dimenticare quella compromissione. Così il Comitato
di liberazione è senz'altro servito ai comunisti, ma è
anche servito ai cattolici, proprio in questo senso di conquistare
legittimazione. E questo è un primo livello.
Poi
c'è un livello di base, che a sua volte si articola attraverso
differenze regionali ma anche sociali, generazionali, eccetera,
in cui si intrecciano le parole d'ordine che vengono dall'alto con
motivazioni che sorgono dal basso e che sono diversissime. Ritrovare
certi elementi comuni in queste motivazioni può riservare
delle sorprese, perché esse possono coincidere ma anche non
coincidere con l'unità dei vertici, anzi, alle volte possono
persino essere in opposizione all'unità dei vertici. E questo
è un lavoro che bisogna senz'altro sviluppare, e che si può
fare in maniera analitica su piccola scala, e voi in fondo avete
cominciato a farlo con i vostri studi che sono i più utili
per capire queste apparenti contraddizioni.
Anche
perché ci sembra che proprio il livello di base sia quello
nel quale si manifestano con più evidenza gli intrecci fra
le tre guerre a cui hai dedicato la tua attenzione.
Indubbiamente,
ne sono convinto anch'io. Intrecciandosi poi con differenze regionali,
ma anche sub regionali, locali, di vallata; e poi ancora, come ho
già detto, con differenze sociali, generazionali, di grado
di scolarità, eccetera. Non dico chi più ne ha più
ne metta, ma insomma, se si comincia a guardare un fenomeno circoscritto
le componenti sono tante anche in una zona limitata. In questa direzione
c'è da augurarsi che soprattutto giovani studiosi come voi
sviluppino molte ricerche; poi, quando sarete più "grandi",
le rifonderete in qualche opera generale che supererà quelle
precedenti, come è ovvio che accada, perché di definitivo
non c'è mai niente.
Vorremmo
ragionare un po' più direttamente sulla questione della moralità,
con una domanda che ci è sollecitata anche dalla comparazione
con alcuni testi sulla Prima guerra mondiale particolarmente attenti
alla soggettività dei combattenti e alla loro percezione
dell'evento, come quello, ultimo, di Antonio Gibelli (16). In quel
libro c'è, forte, l'idea della guerra moderna come campo
di applicazione di tecnologia e soprattutto come paesaggio straniante
(al punto che i soldati quasi non trovano termini per descriverlo)
e all'interno del quale la morte è anonima e quotidiana,
è la norma. Insomma, un universo dal quale la moralità
sembra respinta fuori: la vicenda resistenziale, probabilmente anche
in ragione dell'ambito più "raccolto" in cui si combatte,
e per la connotazione volontaria della scelta, sembra, al contrario,
caratterizzata dal tentativo di ricercare all'interno della guerra
un codice morale, pur con tutte le contraddizioni che ciò
comporta. Noi ad esempio ci siamo posti questo problema per quanto
riguarda i criteri della giustizia partigiana, che a quarant'anni
di distanza possono sembrare di una rigidità difficile da
comprendere.
Vorremmo
perciò chiederti se anche tu rintracci nella Resistenza queste
caratteristiche di guerra che impone a chi la combatte una ricerca
sul terreno della morale. E', del resto, un
tema di riflessione a cui rimanda anche una specificazione del concetto
di guerra civile che introduci nel tuo libro quando parli di guerra
irregolare, cioè di una situazione in cui, proprio sotto
il profilo morale, i partigiani devono inventare o ritrovare in
se stessi le regole e i codici di comportamento.
Parto
dalla fine: vorrei approfittarne per chiarire perché nel
titolo del libro emerge sugli altri il concetto di guerra civile.
t dovuto intanto a una scelta editoriale, perché il titolo
originale era quello che è diventato il sottotitolo, Saggio
storico sulla moralità nella Resistenza. Mi fu fatto
notare che era un titolo che tendeva a sminuire la novità
della trattazione e che al lettore frettoloso poteva far venire
in mente le solite chiacchiere sulla "morale della Resistenza"
intesa in senso agiografico. Di qui la ricerca di un altro titolo.
Per un po' ci eravamo fermati su Le tre guerre; però
poi sondaggi un po' occasionali hanno dimostrato che la gente non
capiva bene, al punto che una persona a cui ho chiesto cosa l'espressione
gli suggerisse mi ha detto: "La guerra di Libia, la Prima guerra
mondiale, la Seconda guerra mondiale", o anche le tre guerre del
Risorgimento. Ecco perché, alla fine, è venuto fuori
Una guerra civile, che all'editore e a molti altri, fra i
quali Vittorio Foa, sembrava più provocatorio, più
esaltante. Però c'è anche un motivo più intrinseco
- e passo così a rispondere più direttamente alla
domanda - ed è che indubbiamente nella categoria della guerra
civile emergono meglio proprio i problemi morali che sono stati
un po' il tessuto del libro. t nella guerra civile che si potenziano
gli aspetti di scelta, di non garanzia a priori, di necessità
di considerare il nemico in un modo diverso da quello in cui il
combattente regolare vede il nemico anonimo. Il riferimento alle
opere di Leed, di Fussel (17), oltre a quella già ricordata
di Gibelli, è qui d'obbligo: dalla tecnica alla follia, per
così dire, senza quasi nessuna via di mezzo, cioè
soldati che combattono anonimamente e rassegnatamente oppure impazziscono.
In questa direzione il libro di Padre Gemelli Il nostro soldato
(1917) era stato un capolavoro (18). La guerriglia, specie quando
condotta contro propri connazionali, impone invece una presa di
posizione personale che in qualche modo è in contraddizione
con la guerra tecnologica moderna. L'anonimato non c'è più,
c'è una umanizzazione che non esclude affatto la ferocia,
ma una ferocia che è più "fisica", quasi da uomo a
uomo. Ci troviamo così di fronte a una detecnicizzazione
rispetto al modello proposto dagli storici che abbiamo citato: da
questo punto di vista sarebbe inesatto parafrasare il titolo di
Gibelli in L'officina della guerriglia, perché la
guerriglia è più, per così dire, movimentistica
e artigianale, mentre la guerra è statolatrica, industrializzata
e istituzionale.
Ci
sembra che quel complesso di problemi che tu analizzi in paragrafi
come La politica e la morale, e Pubblico e privato, siano
quelli che più mettono in evidenza la dicotomia che spesso
si crea tra vertici e base, tra direttive e comportamenti effettivi,
e che ciò sia rivelatore anche dei complicati e a volte contraddittori
percorsi attraverso cui si realizza il processo di educazione dei
partigiani, il quale è caratterizzato, a nostro avviso, da
uno straordinario intreccio di elementi arcaici e di elementi moderni,
da una contaminazione tra la tradizione e la nuova esperienza di
"irregolari" alla ricerca di comportamenti e di valori nuovi che
segna come tratto distintivo e originale l'esperienza partigiana.
Tu sei d'accordo con questo modo di inquadrare il problema?
Sono
d'accordo senz'altro. In linea generale si può sempre dire
che la lunga durata si intreccia in vario modo con l'evento, quale
che sia l'oggetto della ricerca storica. In particolare, in una
situazione come quella della guerriglia resistenziale l'evento porta
alla luce elementi di lunga durata con molta maggior chiarezza di
quanto possa avvenire in altre situazioni. Questo mi è sembrato
un terreno di ricerca particolarmente ricco di fascino.
Questo
intreccio può aprire la strada a interessanti sviluppi. Con
due miei allievi, Marco di Giovanni e Agostino Bistarelli, avevamo
pensato ad esempio di fare una ricerca (poi non realizzata) sui
partigiani dopo la Liberazione, per vedere cioè quando i
partigiani cominciano a diventare ex partigiani, e, correlativamente,
esaminare i tentativi esperiti per cercare di rimanerlo ancora,
trasportando nella vita civile la nuova identità acquisita
nella lotta. Nell'immediato dopoguerra il proliferare fra ex partigiani
di cooperative di autotrasportatori e di altra natura, che poi sfioriscono
abbastanza rapidamente, è per esempio un episodio abbastanza
indicativo. Del resto, mentre scrivevo il libro mi è venuto
il dubbio di essere stato troppo "idealista", di avere cioè
concentrato lo sguardo su un momento troppo alto e di aver così
finito con l'enfatizzare il reale, ricadendo in qualche forma di
retorica. E da questo rischio di semplificazione si può uscire
anche proseguendo la ricerca sugli ex partigiani. Alcuni sono diventati
uomini politici di rilievo, mentre altri, i più, sono del
tutto scomparsi dalla vita pubblica, e sarebbe molto interessante
vedere se erano azionisti o garibaldini, se erano intellettuali,
operai o contadini. Nel complesso la mia impressione, ed è
solo una impressione, perché su questo terreno sarebbero
necessarie ricerche puntuali, è che il grosso del partigianato
si sia ritirato dalla vita politica attiva. C'è stato insomma
uno squilibrio tra l'eredità sostanziale, ora fin troppo
ostentata, ora nascosta, ora degenerata, lasciata dalla Resistenza,
e l'impegno pubblico successivo dei resistenti.
L'accento che tu poni sul concetto di moralità, sul percorso
faticoso e contraddittorio di costruzione e di pratica di nuovi
valori rimanda, implicitamente, al problema di quanto il movimento
partigiano ha lasciato in eredità non solo nella mentalità
e nei modo di essere dei cosiddetti "militanti politici", ma sull'intera
società italiana post Liberazione: la Repubblica italiana,
in sostanza, è davvero nata dalla Resistenza? In una recensione
al tuo libro comparsa sul "Corriere della Sera" Piero Melograni
è propenso a rispondere no, traendo conforto proprio dalla
lettura delle tue pagine (19). In effetti diversi passi, isolati
dal contesto, possono dare questa sensazione. Un esempio per tutti:
quando tu ricordi che Il una provincia partigiana e molto
giellista come quella di Cuneo darà poi la maggioranza dei
suffragi alla monarchia e alla Democrazia cristiana" (p. 247), si
può maturare la sensazione che quello scontro riguardò
solo due minoranze e non lasciò tracce vistose sulla popolazione.
Devo dire che questa considerazione sulla situazione della provincia
di Cuneo, che tra l'altro è l'eco di una conversazione che
ho avuto con Revelli, l'ho citata come segnalazione di un problema
estremamente complesso e non come una prova di una verità
generalizzabile. In verità io credo che esistano dei fatti
che influiscono anche su chi non vi ha partecipato. Quindi che la
Resistenza sia stata opera di una minoranza, tra l'altro più
cospicua di quella fascista, è fuori discussione. Il ruolo
delle minoranze attive nella storia non si può però
valutare solo in rapporto al numero delle persone che costituivano
la minoranza e nemmeno soltanto
dalle loro biografie, cioè dal fatto che siano o no diventati
influenti personaggi politici. La ricerca è più complicata:
ricordo che nel finale di una comunicazione fatta anni fa a Milano,
dal titolo Tre governi e due occupazioni (20), dicevo che
forse, paradossalmente, la Resistenza è stata frustrata più
sul piano politico (inteso come risultati) che sul piano socio-culturale.
Essa ha infatti lasciato in eredità alcune grandi esperienze
di massa, come quella della disobbedienza, ossia l'insegnamento
che in determinate circostanze bisogna sapersela cavare rintracciando
radici antiche delle proprie scelte. E qui il paragone con il Sessantotto
è assai pertinente, perché anche quel movimento ha
influito più sul piano del costume che sul piano politico,
dove si proponevano slogan presto smentiti del tipo "fascisti, borghesi,
ancora pochi mesi". Ma sul piano della "presa del potere" il Sessantotto
non solo è fallito, ma qualche suo minoritario rivolo ha
avuto anche strascichi terroristici, con il rischio che al potere
arrivassero davvero i fascisti e i servizi segreti. Sul piano sociale
invece i
giovani di oggi, magari senza neanche rendersene conto, si trovano
sistemati su un terreno assai diverso rispetto a quello che c'era
prima del Sessantotto. Se analogamente si provasse a confrontare
sotto tutti gli aspetti l'Italia del dopo Resistenza con l'Italia
del fascismo si vedrebbe che le differenze sono grandi, e le si
possono tuttora considerare tali. Esistono cioè elementi
di rinnovamento profondo, che non fruttificano solo a breve termine.
Naturalmente, quanto stò dicendo non intende porre fra parentesi
né l'eredità positiva di carattere più propriamente
politico istituzionale, cioè la Costituzione, che è
la più studiata, né il sostanzioso residuo negativo
che la Resistenza non e riuscita ad intaccare, cioè la continuità
dell'apparato
amministrativo.
A
proposito delle recensioni che avete citato, trovo che Melograni
fa un discorso un po' asfittico, prima ancora che fazioso, perché
dire che la guerra contro la Germania nazista è stata vinta
dagli eserciti alleati e sovietico è una cosa del tutto ovvia,
perché nessuno ha mai pensato
che le armata naziste potessero essere sconfitte da pochi partigiani
italiani male armati. Ma questo non dimostra affatto l'irrilevanza
della scelta partigiana. Proviamo ad abbozzare una storia controfattuale,
proviamo cioè a immaginare cosa avrebbero detto i moralisti
italiani se nessun italiano si fosse mosso. Oggi è facile
dire - lo ha detto anche un eminente filosofo come Del Noce - che
i resistenti erano una specie di esercito di opportunisti che saltavano
sul carro del vincitore, ma immaginiamoci cosa si sarebbe detto
se non si fosse sviluppato un movimento di Resistenza. Oggi ci troveremo
di fronte a considerazioni di questo tipo: "Mentre tutti gli altri
popoli non hanno aspettato che arrivassero gli eserciti alleati,
ma sono insorti per libera iniziativa e hanno rischiato, i soliti
italiani, figli dell'uomo del Guicciardini, hanno soltanto atteso
l'arrivo dei vincitori". Si potrebbe cioè rovesciare completamente
il discorso, e basta questo per mostrare la infondatezza
di una considerazione come quella di Melograni, da ridimensionare
anche sul terreno strettamente militare, come dimostrano fra l'altro
le fonti tedesche.
E
poi non di sola guerra guerreggiata si trattava, ma di lotta, e
qui si può davvero assumere
il termine caro a Guido Quazza, tra due civiltà, tra due
modi di intendere l'avvenire dell'Italia e dell'Europa. IL quanto
è addombrato nella copertina del mio volume. Quel quadro
cinquecentesco sulla battaglia fra Dario ed Alessandro (tengo a
sottolineare che l'ho suggerito
io) può simboleggiare, almeno nella nostra tradizione occidentale,
lo scontro per antonomasia fra due civiltà (21), uno scontro
epocale in un senso che si ripropone anche nella Seconda guerra
mondiale, dove è in gioco molto di più che la semplice
sconfitta di un esercito. Anzi, l'esercito non era che lo strumento
principale di un'altra versione del moderno Infatti il nazismo e
il fascismo sono stati dei tentativi di dare una soluzione ai problemi
della modernità, tentativi certo aberranti e per fortuna
sconfitti, ma non si trattava di pura reazione, di un semplice tornare
all'antico. Il fascismo e il nazismo rappresentavano un tentativo
di risolvere i numerosi problemi della società di massa con
certe soluzioni che potevano anche riuscire vittoriose. lo su questo
punto insisto sempre anche con i miei studenti, perché bisogna
avere ben chiaro che non vi è mai nulla di predeterminato,
i rischi ci sono sempre e il farsene carico è un atteggiamento
morale prima che militare.
Tu
hai ora insistito molto sui lasciti post Liberazione in termini
di costume, cioè sulla vita quotidiana; ma ci sono lasciti
anche su un piano più "alto", sul piano dei valori?
Sui
valori - che non contrapporrei alla "vita quotidiana" - credo che
indubbiamente un lascito lo si possa individuare nella scoperta
della pluralità delle voci, anche se poi questo valore ha
subito, nella vita politica, delle degenerazioni sino a trasformarsi
in "lottizzazione". Se andiamo a vedere come venivano disegnate
a tavolino le composizioni delle giunte e degli altri organismi
di governo al momento della Liberazione, è facile notare
che c'era un complesso patteggiamento in base alle forze reali o
presunte dei diversi schieramenti politici. Se noi osserviamo quella
situazione da un punto di vista politologico, ci viene da dire che
la lottizzazione nasce li. Però una interpretazione di questo
tipo sarebbe troppo condizionata dal senno di poi, perché
allora rappresentava soprattutto la rottura del monopolio totalitario
del potere: prima erano tutti fascisti, e ora tutti noi che abbiamo
partecipato alla Liberazione abbiamo diritto ad essere rappresentati.
E questo ha lasciato una eredità, che non è solo lo
strascico degenerato attuale, è anche il fatto che si è
affermata l'idea che tutti hanno diritto di parlare e di farsi sentire.
Nonostante tutti i tentativi di eversione di destra, e nonostante
l'assurda pretesa dei terroristi di spingere la situazione alle
estreme conseguenze con l'illusione che si sarebbe fatta strada
una nuova lotta finale, bene o male quel tessuto nato dalla Resistenza
ha retto. E lo dico non per fare dell'ottimismo di maniera, ma perché
attraverso questa acquisizione abbiamo vissuto una forma di accelerata
modernizzazione, non solo tecnica ma anche civile.
Questo
concetto ha trovato largo spazio anche nelle prime pagine del libro
di Paul Ginsborg -Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi (22)
-, anche se forse lui esagera dicendo che l'Italia della Seconda
guerra mondiale era rimasta più o meno uguale a quella di
Cavour. Resta comunque il fatto che la Resistenza è stato
anche un grande evento modernizzatore. Certo, sulle modificazioni
nel costume si è poi sovrapposto un riflusso dovuto all'egemonia
cattolica: io nel libro ne parlo poco, ma se si leggono le autobiografie
di donne contenute nel volume La Resistenza taciuta (23) non
è difficile cogliere la convinzione di aver conquistato uno
spazio che poi viene nuovamente tolto, ad esempio con il matrimonio,
anche quando il marito è magari un ex partigiano o un dirigente
del Partito comunista. Resta però il fatto che si lascia
in eredità l'idea che le cose possano cambiare.
A
proposito dei lasciti non va dimenticato che tutto il Sud non partecipa
alla Resistenza, anche se in quelle regioni l'equivalente è
costituito in qualche modo dai moti contadini per la terra e per
la revisione dei patti agrari, rispetto ai quali i decreti Gullo
sono forse il maggiore tentativo di tradurre in provvedimenti di
governo una spinta che veniva dal basso.
Anche
i moti contadini nascevano dalla sensazione che ci si trovava in
un momento in cui si poteva tentare, in cui si poteva provare a
fare cose che prima erano inimmaginabili.
Quanto
rimanga di tutto questo allorché nella immediatezza politica
questa spinta viene sconfitta o per lo meno accantonata, questo
ce lo dovranno dire gli storici della Repubblica.
Tu
riporti una celebre frase di Marc Bloch, secondo il quale "esistono
generazioni corte e
generazioni lunghe" (24), e collochi decisamente tra queste ultime
quella "nata dall'incontro fra gli antifascisti del ventenni o e
i giovani resistenti di varie provenienze e ispirazioni" (p. 552).
Ma, sempre per dirla con Bloch, i giovani partigiani furono solo
il limite estremo di questa generazione lunga o diventarono a loro
volta i primi esponenti di un'altra generazione lunga che li vide
quali Piccoli maestri dei nuovi giovani dei primi decenni
dell'Italia repubblicana? Tu hai già detto qualcosa a questo
riguardo, con dei sì e con dei no che pensiamo non vadano
presi alla lettera: sì nei costumi, no nella politica, anche
perché molti di loro in realtà politici attivi non
furono. Forse però è opportuna qualche ulteriore specificazione,
ed anche in questa direzione probabilmente lo sviluppo
delle
ricerche sulle situazioni locali potrebbe aiutarci non poco a conoscere
meglio la valenza educativa del movimento partigiano.
Probabilmente
sono stato davvero un po' schematico, perché anche nella
politica, se guardiamo soprattutto al Partito comunista e al Partito
socialista, o ai sindacati, possiamo vedere
che ci sono molti quadri intermedi che si sono formati nella Resistenza,
ed anche quadri di vertice, a cominciare da Luciano Lama e da Vittorio
Foa. Per di più il costume politico che può sintetizzarsi
nella parola politica "rnilitanza" ha molte radici nella Resistenza.
Per
quanto riguarda la generazione lunga forse bisogna rifarsi al modo
in cui ne parlava Bloch e in cui io lo citavo, nel senso che non
è una generazione puramente anagrafica, è una comunanza
di esperienze che può andare molto al di là dei dati
anagrafici. Quindi i giovani della Resistenza se si sono saldati
in qualche modo agli antifascisti, a loro volta possono avere trasmesso
qualche cosa alle generazioni future, ma fino a un certo punto.
La mia ipotesi
è che la generazione lunga dell'antifascismo finisce con
il Sessantotto, perché effettivamente allora succede qualche
cosa in un contesto profondamente mutato. Si ha cioè la
sensazione di dover ricominciare, e io credo che una generazione
lunga finisca quando si ha la percezione che si ricomincia e che
le esperienze precedenti sono esaurite. 1 vecchi antifascisti operanti
nella Resistenza, cioè gli uomini di mezza età, come
Longo e Parri, erano tutta gente che aveva maturato la convinzione
che il fascismo aveva creato una frattura tale
che bisognava ricominciare da capo. t su questo terreno che si incontrano
con i giovani nati sotto il fascismo e spesso già fascisti
almeno per educazione passiva: l'ipotesi che li accomuna
è che bisogna voltare pagina. Nel Sessantotto si arriva in
qualche modo all'idea che se l'Italia nata dalla Resistenza è
questa, allora tanto peggio per la Resistenza. Uno schema un po'
semplicistico, se vogliamo, ma che però è presente
in una prima fase che tende al rigetto della Resistenza, recuperata
poi dalla riscoperta della Resistenza rossa.
Una
guerra civile più che offrire delle interpretazioni organiche
al groviglio - termine ricorrente nel tuo libro, e rivelatore della
prospettiva da cui leggi quel biennio – dei problemi connessi alla
vicenda dei venti mesi pone e precisa dei temi di riflessione, focalizza
nodi fondamentali per la ricerca futura. Non a caso l'ampia recensione
di Norberto Bobbio apparsa su "La Stampa " del 15 ottobre (25) è
zeppa di punti interrogativi che ripropongono i quesiti che tu stesso
indichi o che il tuo schema interpretativo sollecita. Anche
se a proposito del tuo libro è stato usato, in più
di un'occasione, l'aggettivo "definitivo", a noi sembra dunque che
il tuo sia un lavoro aperto, capace di individuare nodi su cui si
dovrà tornare a produrre ricerca.
Innanzitutto
io credo senz'altro che il libro non sia definitivo, al contrario
di quello che qualcuno, per eccesso di bontà verso il mio
lavoro, ha scritto, perché nulla è definitivo e assoluto,
in particolare nella storiografia. E' naturale che ogni tanto qualcuno
interroghi il passato con domande diverse.
In
secondo luogo, devo dire che proprio questo carattere problematico
e per argomenti ha probabilmente dato l'impressione del groviglio,
come giustamente sottolineate, cioè della complessità
e dell'impossibilità di ridurre ad unità il tutto
con formule più lapidarie che forse potrebbero, almeno in
prima istanza, dare adito a meno equivoci. Non so, forse mostrando
sfaccettature e sfumature si determina il rischio che il lettore
effettivamente ci si perda dentro; ma, se questo procedimento contribuisce
a dare l'impressione che la riflessione rimane aperta, io credo
che ciò sia positivo. Era questa la mia intenzione, anche
se la volontà di lasciare aperte le questioni non avrebbe
mai dovuto andare a scapito della chiarezza. Mi auguro comunque
che ci sia qualcuno che sappia dipanare il groviglio.
I
problemi che restano aperti siamo venuti in parte ricordandoli in
questa conversazione, come ad esempio l'esigenza di verificare con
ricerche analitiche se alcune ipotesi abbozzate a grandi linee corrispondano
davvero alla realtà. Sarà poi il confronto fra queste
ricerche analitiche a dar luogo a sintesi magari molto diverse.
Responsabile
di una sensazione di provvisorietà è forse anche la
tecnica espositiva che ho adottato, fatta tutta, o quasi, per esempi.
L'esempio non è una prova, e quindi non c'è nel libro
un andamento scientifico. Anche per questo ho insistito perché
rimanesse nel sottotitolo la definizione Saggio storico. Si tratta
infatti di un saggio e non di un libro scientifico di storia, nel
quale andrebbero poste in evidenza anche cose che io non ho trattato
dandole per scontate o semplicemente perché non le conoscevo.
Se si volesse fare una vera opera di storia generale della Resistenza
troppe cose in più si dovrebbero mettere e troppe altre tagliame.
L'uso
delle prove è indispensabile per un libro che narri i fatti,
che ricostruisca serie di prezzi, o che voglia accertare responsabilità
di tipo giudiziario. Se io dico: è stato HitIer, o Kesselring,
o Kappler a dare l'ordine delle fosse Ardeatine, devo effettivamente
trovare le prove per corroborare la mia affermazione e renderla
attendibile. Se si lavora invece sulla moralità, o sulle
convinzioni etiche più profonde, ecco allora che la ricerca
delle prove comincia ad essere più difficile, e finisce che
le pezze d'appoggio abbiano più le caratteristiche dell'esempio
che della prova. Ciò significa che io ho deciso, certo arbitrariamente,
che tra i tanti esempi che si sono accumulati e che si potevano
portare, qualcuno parlasse meglio degli altri, parlasse in qualche
modo da sé, rimandando direttamente al problema che c'era
dentro e che era il problema che più mi interessava.
Insomma,
chi mi assicura che la pensassero tutti cosi? Nessuno. Semplicemente
mi è parso che
alcuni, spesso quando non parlavano per i posteri ma per sé
e per quelli che erano loro contigui, esprimessero con particolare
evidenza quei sottofondi etici e politici che a me sembravano rilevanti.
Quindi, scusandomi se uso parole troppo grosse, io ho cercato di
rifarmi più alla conoscenza simbolica che a quella argomentativa
e scientifica. Questa è l'intelaiatura. Però se si
riuscirà a trasformare in discorsi più analitici quelli
che nel mio libro sono salti troppo rapidi, sarà un lavoro
di grande interesse e utilità, almeno finché non muti
il quadro di riferimento problematico. Ripeto, voi con le vostre
ricerche mi sembra che vi muoviate in questa direzione, e perciò
quando parlaste a Belluno (26), mi incoraggiaste a proseguire in
un lavoro di questo tipo. Vidi infatti che la generazione più
giovane si muoveva in una direzione alla quale valeva la pena tentare
di fornire un quadro generale, anche se poi ognuno si sarebbe mosso
con le proprie ipotesi, magari anche completamente contrastanti
con le mie.
Vorremmo
porti un altro ordine di riflessioni sui possibili sviluppi di ricerca,
anche ricollegandoci alle considerazione che andavamo facendo prima
di iniziare questa conversazione a proposito del recente libro di
Marco Di Giovanni sui paracadutisti della Seconda guerra mondiale
e della Rsi (27): ci sembra che assumendo il concetto di guerra
civile nella sua accezione più logica, cioè come una
ipotesi di lavoro rispetto alla quale continuare ad avviare ricerche,
sia assai importante sviluppare analisi più specifiche anche
in direzione degli avversari dei partigiani; perché se non
tutto è stato fatto a proposito della storia della Resistenza
certamente riguardo al campo avverso le ricerche mancano quasi del
tutto.
Questo
è verissimo, e io nel mio libro sono stato a questo riguardo
deficitario. Le fonti fasciste le ho usate in maniera molto limitata,
anche se persino Giano Accame, come ho già ricordato, mi
ha riconosciuto di aver trattato, come lui disse, con dignità
l'avversario. Ho utilizzato pochissimi documenti d'archivio, qualche
giornale, le lettere dei caduti della Repubblica sociale e qualche
volume di memorialistica, come il romanzo di Mazzantini A cercar
la bella morte (28), che già nel titolo mi sembrava assai
significativo. Bisogna ricordare che i reduci della Repubblica sociale,
o ex repubblichini, hanno costituito un centro di documentazione
vicino ad Arezzo. Bisognerebbe utilizzarlo, accanto a quanto è
conservato negli Archivi di Stato, perché sicuramente su
quel materiale c'è da lavorare molto, proprio sulla questione
dei vari livelli, integrando il livello dei big di Salò
con la ricerca su coloro che stavano sui gradini più bassi.
Si
dovrebbe poi lavorare meglio anche sull'amministrazione della repubblica
di Salò, che puo rientrare con maggior pertinenza sotto il
concetto di collaborazionismo, perché tutti i collaborazionisti
hanno detto: ma noi l'abbiamo fatto per salvare il salvabile, la
popolazione aveva pur bisogno di qualcuno che amministrasse i servizi
e gli approvvigionamenti essenziali, per cui dovreste esserci riconoscenti.
Questo è un tema che andrebbe studiato meglio, in connessione
al problema di quella che viene definita la "zona grigia" e all'altro
della pubblica amministrazione della Repubblica sociale come canale
di continuità dello Stato.
A
proposito della zona grigia, a noi sembra - e ci pare
di trovare una conferma a questa ipotesi anche nel tuo libro - un
territorio che in realtà finisce con l'attraversare i due
campi. In uno degli ultimi numeri della nostra rivista abbiamo pubblicato
un saggio che ricostruisce la vicenda negli anni del secondo conflitto
di un gruppo di famiglie di Tortona le cui abitazioni si affacciano
sullo stesso cortile.- tutte famiglie popolari, con caratteristiche
sociali simili, ma alcune antifasciste e altre fasciste (29). Esse
vivono dunque una conflittualità anche intensa, ma alla fine
tendono a riprodursi meccanismi di solidarietà e di reciproco
sostegno tra i due gruppi. In questa vicenda già complicata
agiscono poi anche coloro che apparentemente non prendono parte
ma che in realtà si trovano a vivere - e non sempre solo
di riflesso - il conflitto che si svolge in quel cortile. t solo
un piccolo esempio, ma facilmente generalizzabile: insomma, la cosiddetta
zona grigia non ci sembra si possa definire, sbrigativamente
e semplicisticamente, come la rilevante quota di coloro che non
si schierano per uno dei due contendenti.
Questo
è vero. Non so, famiglie contadine che ospitavano i partigiani
e poi, il giorno dopo, ospitavano i tedeschi. Quindi a rigore dovrebbero
essere classificati come resistenti passivi contro i tedeschi e/o
collaborazionisti con essi. Esistono in effetti un'infinità
di sfumature e di atteggiamenti, in cui in certi momenti prevale
un sentimento di solidarietà umana, in altri l'opportunismo.
Per
ragioni anche ovvie, data la complessità e la ponderosità
del tuo lavoro, la bibliografia da te utilizzata sembra arrestarsi,
almeno come organicità del materiale proposto, alla produzione
di tre o quattro anni orsono. Cioè proprio alla vigilia dei
tuoi primi contributi in cui proponevi il concetto delle tre guerre,
che ha ispirato e spinto a verifiche almeno una parte delle ricerche
più recenti: tu prima dicevi di aver trovato una conferma
alla tua elaborazione in lavori recenti, ma è avvenuto naturalmente
anche il contrario. E' allora forse il caso di sentire il tuo parere
a proposito di questa ultimissima fase della storiografia resistenziale,
sui suoi* orientamenti e sulle sue direttrici di lavoro.
Questo
è un discorso molto interessante, perché è
vero che la storiografi a più recente è in larga parte
rimasta fuori dalle mie note: è una deficienza del libro,
non ci sono dubbi, quali che siano le attenuanti o le motivazioni
personali che la possano spiegare. Ma questo processo di dare e
avere si è certamente verificato, e da questo punto di vista
mi pare che nella rete degli Istituti storici della Resistenza locali
(anche se solo in alcuni, non in tutti) e anche al di fuori, a cominciare
dalle Università, si sia avuto in questi ultimi anni un tentativo
di affrontare tematiche nuove. Ad esempio, l'influsso dell'antropologia,
che come è noto si è riversato più sulla storia
moderna che sulla storia contemporanea, tranne che sulle tematiche
relative alle due guerre mondiali, ha visto sul terreno della storiografia
della Resistenza il tentativo da parte di giovani ricercatori di
appropriarsi di nuove tecniche, di ricercare nuove fonti, a partire
dalle fonti orali.
Altri
risultati significativi possono arrivare da un utilizzo delle tecniche
sociologiche. lo cito ad esempio il lavoro di Ardigò sul
partigianato emiliano, un volume che ha certamente un impianto sociologico
piuttosto rigido (30); però è indubbio che le correlazioni
stabilite da Ardigò e dai suoi collaboratori possano risultare
utili (anche se alcune, a dire il vero, appaiono abbastanza ovvie).
Devo
dire che c'è tutta un'ala di ambiente resistenziale che sembra
recalcitrare di fronte a questi tentativi, non solo i vecchi partigiani
ma anche la storiografia più tradizionale; ma questo fa parte
del movimento delle generazioni.
Vorremmo
concludere con due domande che almeno in parte prescindono dal tuo
libro.
La
prima riguarda quella tendenza a cui già abbiamo accennato
e che in questi ultimi anni si è imposta sui mass media:
ci riferiamo a una certa storiografia sensazionalistica e a un certo
modo sensazionalistico di leggere la storia, in cui si mescolano
tentativi di rilettura falsificante del passato, poco cristalline
motivazioni politiche, una tendenza a usare
lo scandaloso come vettore delle vendite e dell'audience. Anche
tu ne sei stato vittima forse a causa di un titolo per certi aspetti
"rischioso": nella recensione del "Corriere della Sera" di cui parlavamo,
che è un po' stupefacente non solo nelle considerazioni che
sviluppa,
ma ancor più nel titolo: Fu guerra civile, ecco i documenti;
oppure, più recentemente, in una recensione-intervista
comparsa su '71 Giorno", nella quale il tuo interlocutore non trova
nessun incipit migliore di questa frase lapidaria: "Aveva
ragione Pisanò"
(31). Che giudizio dai di questa vera e propria degenerazione del
dibattito storico - cui si prestano anche studiosi illustri, come
colui che ha firmato la recensione del "Corriere della Sera" -e
che spazi esistono ancora per arginare questa sorta di corsa orwelliana
alla riscrittura del passato?
Pensarne
non posso che pensarne male, come credo ne pensiamo tutti. Non si
fanno così passi avanti: anche la campagna sul "triangolo
della morte", di cui abbiamo già parlato, non fa
che riproporre fatti che già si sapevano rileggendoli in
chiave scandalistica e strumentale. Non per cavare il bene a tutti
i costi anche dal male, ma se servono per riattualizzare queste
tematiche, al limite si può dire ben vengano anche queste
strumentalizzazioni, nel senso
che mostrano che queste problematiche non sono ancora assimilabili
alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, ma suscitano ancora emozioni
forti. In questo senso, ad esempio, le proposte
di abolire la disposizione finale della Costituzione che vieta la
ricostituzione del Partito fascista sotto qualsiasi nome, dovrebbero
secondo me avere una risposta più che mai negativa, perché
non è vero affatto che la norma è superata. Se infatti
essa ancora può essere utilizzata come strumento di battaglia
politica vuol dire che continua a esistere un problema politico.
L'accanimento
nell'utilizzare la storia come strumento di lotta politica, rivela
che c'è, appunto, ancora una controversia politica intorno
a queste cose. Gli storici più o meno professionali se ne
dolgono, però non basta: debbono infatti anche porsi la domanda
perché questo
avvenga e cercare di dare una risposta, che deve collocarsi ovviamente
a livello storiografico, senza paura e senza tabù.
Tu
non sei solo uno storico ma, per lunghi anni, sei stato anche un
funzionario degli Archivi di Stato. Facendo appello a questa tua
esperienza vorremmo chiederti un giudizio a
proposito dello stato della documentazione relativa alla guerra
e al biennio 1943 -1945, e soprattutto sullo stato di conservazione
e di consultabilità del materiale depositato presso gli
Archivi di Stato provinciali, dove sono conservati fondi importanti
che spesso sono difficilmente accessibili.
Questa
domanda richiederebbe un'altra intervista, perché si tratterebbe
di passare in rassegna quanto sta negli Archivi di Stato e negli
altri archivi dell'amministrazione dello Stato, poi tutta la documentazione
conservata presso gli Istituti storici della Resistenza, poi ancora
in archivi come quello fascista di Arezzo, infine in archivi privati
e in archivi di partito, di cui l'unico aperto per quegli anni è
quello del Partito comunista: nasconderanno ancora qualche cosa,
può darsi, però il grosso è consultabile, mentre
ad esempio le carte di De Gasperi stanno ancora a casa sua.
Quindi sarebbe un discorso molto ampio.
Qui
vorrei dire una cosa come presidente della commissione archivi dell'Istituto
nazionale: prima che muoiano tutti i protagonisti, o almeno prima
che muoiano i loro figli, tanto per allargare un po' di più
l'arco temporale a disposizione, bisognerebbe salvare il salvabile,
perché c'è ancora molto materiale che magari per diffidenza
verso lo Stato non venne dato agli Archivi di Stato, e che per diffidenza
ancora più raffinata non viene dato nemmeno agli Istituti
storici della Resistenza. L'esperienza insegna che la conservazione
di questo materiale in genere non si protrae per più di due
generazioni. Se voi siete figli di qualche partigiano conservate
ancora con amore le sue carte, e tanto le amate che non le date
nemmeno al locale Istituto storico della Resistenza, ma già
i nipoti allentano questo legame. 0 sono persone molto politicizzate,
o fanno di mestiere lo storico (ma questi sono casi statisticamente
di scarsa rilevanza), oppure il materiale va disperso. Bisognerebbe
rastrellare (la parola è brutta!) quanto possibile di queste
carte, e questa sarebbe una iniziativa molto utile.
Per
quanto riguarda la parte avversa, è certo che una notevole
quantità delle carte della Rsi stanno negli Archivi di Stato:
parte stanno a Roma nell'Archivio Centrale, ma ci sono anche carte,
come quelle dei comandi provinciali della Guardia nazionale repubblicana,
già esaminate da Pansa, da Calandri, da Corsini, solo per
fare alcuni nomi, che stanno negli Archivi di Stato dei capoluoghi
di provincia. Secondo la legge attuale dopo 50 anni tutti i documenti
sono visibili, tranne gli atti dei processi penali, e quelli relativi
a situazioni private, mentre quelli che riguardino la sicurezza
interna dello Stato lo divengono dopo 70 anni. In entrambi i casi
è possibile superare questo limite con la concessione di
un permesso. Ci troviamo dunque di fronte a criteri largamente discrezionali.
Alcuni direttori d'Archivio, per tagliare corto e non avere seccature,
tendono a nascondere tutto. L'Archivio Centrale dello Stato si comporta
con maggiore liberalità. Comunque c'è una possibilità
data dalla legislazione di poter accedere anche ai fondi più
recenti: si tratta di farla applicare meglio e con più scrupolo.
NOTE
L'intervista
è stata realizzata a Pisa il 12 novembre 1991 e successivamente
rivista da Claudio Pavone e dai conduttori. Questi ultimi sono invece
responsabili dell'apparato di note che la correda.
(1)
Cfr. Henri MICHEL, Boris MIRKINE-GUETZEVITCH, Les idées
politiques et sociales de la Resistànce, Paris, Buf,
1954.
(2)
Cfr. Claudio PAVONE, La continuità dello Stato: istituzioni
e uomini, in AA. VV., Italia 1945-48. Le origini della Repubblica,
Torino, Giappichelli, 1974, pp. 137-289.
(3)
Il testo dell'intervento di Claudio Pavone, pronunciato nell'ambito
del seminario il 28 aprile 1980, è inedito.
(4)
Le brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, Milano,
Feltrinelli, 1979. L'opera, in 3 volumi, è stata pubblicata
per iniziativa dell'Istituto nazionale per la storia del movimento
di Liberazione in Italia e dell'Istituto Gramsci.
(5)
Il concetto, proposto da Guido Quazza in numerose occasioni, trova
una sua compiuta esposizione nella sua Introduzione al volume
Guerra Guerra di liberazione Guerra civile, a cura di M.
Legnani e F. Vendramini, Milano, Angeli, 1990, in particolare le
pp. 19-22.
(6)
Cfr. l'intervista di Antonio Gnoli a Nuto Revelli, Fucilavamo
ifascisti e non me ne pento, in "La Repubblica", 16 ottobre
199 1.
(7)
L'intervista a Claudio Pavone e Giano Accame è stata condotta
da G. Frangi e M. Manisco ed è comparsa con il titolo Achille
compagno di storia di Ettore in "Il Sabato" del 16 novembre
1991.
(8)
Cfr. Ferruccio VENDRAMINI, Premessa, in Guerra Guerra
di liberazione Guerra civile, cit., pp. 7-11.
(9)
Il convegno 1943-'45. Repubblica Sociale Italiana si tenne
a Brescia il 4 e 5 ottobre 1985. Se ne vedano ora gli atti, La
Repubblica sociale italiana 1943-45, a cura di P. P. Poggio,
Brescia, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti", n. 2, 1986.
In quell'occasione Pavone propose la relazione La guerra civile,
pp. 395-415 degli Atti. Il convegno di Belluno Guerra Guerra
di liberazione Guerra civile, di cui sono già stati citati
gli Atti, si è svolto
nella
città veneta nei giorni 27-29 ottobre 1988. Pavone svolse
la relazione introduttiva, dal titolo Le tre guerre; patriottica,
civile e di classe, che si può leggere nel volume degli
Atti alle pp. 25-36.
(10)
Si tratta del seminario internazionale Il collaborazionismo con
le potenze dell'Asse in Europa 1939-1945, svoltosi a Brescia
il 24-25 ottobre 199 l.
(11)
Il convegno, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti, si
è svolto a Parigi nel giugno 1990.
(12)
Cfr. Marco PALLA, Guerra civile o collaborazionismo?, in
Guerra Guerra di liberazione Guerra civile, cit., pp. 8398.
Alcune
considerazioni critiche sulle tesi proposte da Marco Palla in quell'occasione
si possono leggere nell'articolo di Mario GIOVANA, Guerra Guerra
di liberazione Guerra civile. Alcuni temi di un dibattito, pubblicato
in questo stesso numero della rivista.
(13)
Un utile ed attento esame della fortuna e della sfortuna del concetto
di guerra civile nel secondo dopoguerra è nel saggio di Cesare
BERMANI, Guerra di liberazione e guerra civile, in "L'Impegno.
Rivista di storia contemporanea",
Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea
in provincia di Vercelli, anno X, n. 1, pp. 10- 16.
(14)
Cfr. Roberto BATTAGLIA, Storia della resistenza italiana, Torino,
Einaudi, 1 ed. 1953.
(15)
Cfr. Pietro SECCHIA, La Resistenza accusa, Milano, Mazzotta,
1973.
(16)
Cfr. Antonio GIBELLI, L'officina della guerra. La Grande Guerra
e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, Bollati Boringhieri,
1991.
(17)
Cfr. Paul FUSSELL, La Grande Guerra e la memoria moderna, Bologna,
il Mulino, 1984 (ed. originale: 1975); e Eric J. LEED, Terra
di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella
prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1985 (ed. originale:
1979).
(18)
Cfr. Agostino GEMELLI, Il nostro soldato. Saggio di psicologia
militare, Milano, Treves, 1917.
(19)
Piero MELOGRANI, Fu guerra civile, ecco i documenti, in "Corriere
della Sera", 30 ottobre 199 1.
(20)
La si veda ora nel volume che raccoglie gli Atti del convegno, L'Italia
nella Seconda guerra mondiale e nella Resistenza, a cura di
F. F. Tosi, G. Grassi, M. Legnani, Milano, Angeli, 1988.
(2
1) Nella sovracoperta e nell'astuccio di Una guerra civile sono
riprodotti due diversi particolari del quadro del pittore e architetto
tedesco Albrecht Altdorfer (1480?- 1538), La battaglia di Alessandro
e Dario a Isso Monaco, Bayerische Staatsgemáldesammlungen,
Alte Pinakothek).
(22)
Cfr. Paul GINSBORG, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi. Società
epolitica 1943-1988, Torino, Einaudi, 1989.
(23)
Cfr. Anna Maria BRUZZONE, Rachele FARINA, La Resistenza taciuta.
Dodici vite di partigiane piemontesi, Milano, La Pietra, 1976.
(24)
Mare BLOCH, Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino,
Einaudi, 1969, p. 157.
(25)
Cfr. la recensione di Norberto BOBBIO, Resistenza. Le guerre
erano tre, in "La Stampa", 15 ottobre 199 1.
(26)
Il riferimento è ai contributi presentati al convegno di
Belluno Guerra Guerra di liberazione Guerra civile dai conduttori
di questa intervista: La percezione del nemico. Ipartigiani di
fronte al nazifascismo; e Il senso del rigore. La giustizia
partigiana traprassi e ricerca di un nuovo codice morale. Li
si veda ora, oltre che nel volume degli Atti, cit., in Daniele BORIOLI,
Roberto BOTTA, I giorni della montagna. Otto saggi sui partigiani
della Pinan-Cichero, Alessandria, WR Edizioni, 1990.
(27)
Marco DI GIOVANNI, Iparacadutisti italiani. Volontari, miti e
memoria della seconda guerra mondiale, Gorizia, Goriziana, 199
1.
(28)
Carlo MAZZANTINI, A cercar la bella morte, Milano, Mondadori,
1986.
(29)
Cfr. Bruno CARTOSIO, Memoria e storia: una famiglia tortonese
nella guerra (1940-1945), in "Quaderno di storia contemporanea"
, 1990, n. 8, pp. 57-81.
(30)
Cfr. Società civile e insorgenza partigiana: indagine
sociologica sulla diffusione dell'insorgenza partigiana nella provincia
di Bologna, a cura di A. Ardigò, Bologna, Cappelli, 1979.
(3
1) Cfr. La recensione-intervista a Claudio Pavone di Marco NOZZA,
Sì, fu una guerra civile, in "Il Giorno", 17 novembre
1991.
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