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"Canton di rus e dintorni"  
di Carlo Gilardenghi


 



Carlo Gilardenghi, classe 1923, nato e vissuto in Alessandria. Durante la Resistenza responsabile del fronte della Gioventù provinciale, poi partigiano della 108° Brigata Garibaldi. Dal 1951 al 1973 consigliere comunale di Alessandria per il partito comunista italiano e assessore alla Pubblica istruzione dal 1951 al 1960. Cofondatore dell’ISRAL nel 1978 e presidente del consiglio di amministrazione per un ventennio. Attualmente coordinatore scientifico dell’Istituto.

sezioni

Postfazione

Ritorno al Canton di Rus

Il Canton di Rus: la caratteristica pianta di uno dei suoi edifici

"Piasa Ratas" e "El Canton di Rus"

"1943: l'anno dei ribaltoni"

 
Il lavoro nasce per un debito di memoria nei confronti di uno dei rioni più popolari di Alessandria, el canton di rus appunto, ora scomparso. Del rione è rimasto lo scheletro, il tracciato delle strade, le case, anche se con qualche irrimediabile manomissione. Scomparsa è la vita di quel microcosmo ricco di minute attività produttive, fitto di relazioni sociali e umane, di tradizioni e, perché no, di cultura.

Ma come in ogni operazione del genere l’esigenza di recuperare la memoria scaturisce da un bisogno attuale. Un "come eravamo" a partire da dove siamo. El canton di rus, ma anche i dintorni. Il rione e la città. Alessandria e gli svolgimenti del Novecento: Alessandria socialista d’inizio secolo, Alessandria sotto il fascismo, l’Alessandria della guerra e della Resistenza, il secondo dopoguerra e la radicale trasformazione subita dalla città quasi a sua insaputa.

Non è un’operazione di nostalgia: incommensurabili sono i miglioramenti delle condizioni di vita perché sia desiderabile un ritorno al passato. Piuttosto un conto profitti e perdite. E ciò che si è perduto è il senso della comunità. Questo era il canton di rus con il suo carico di miserie e arretratezze, ma comunità. E l’insieme dei rioni costituiva la comunità cittadina, la polis. Il libro lascia intendere quale immane compito tocchi ai contemporanei se vogliono ristabilire lo spirito di comunità in forme nuove. Altrimenti risulterebbero vani gli sforzi di riconoscere ad Alessandria una sua identità. Chi cl’à la rugna cus la grata, come dire ad ogni generazione il suo compito.

L’uso del dialetto. Non è una concessione alla moda. Privare la gente del Canton dei modi della loro espressività sarebbe stata l’ennesima ingiuria ai loro danni. L’alessandrino sarà un dialetto turpissimo, a sentire il padre Dante, e in via d’estinzione come lingua parlata. Proprio per questo ben vengano i tentativi di sottrarlo a questa sorte. Come? Imponendolo ai bambini nelle nostre scuole multietniche? No, come ha fatto Giovanni Rapetti costruendo sulla comunità di Villa del Foro, sobborgo di Alessandria, un monumento poetico che rimarrà nel tempo insieme al suo dialetto.

Il capitolo che proponiamo è l’ultimo del libro di Gilardenghi, giunto ormai alla stesura finale. E’ un capitolo significativo perché segna la conclusione del percorso, richiama quasi tutti i protagonisti e riepiloga in sintesi i motivi ispiratori del lavoro. Ultima avvertenza. Non è un testo di storia né un trattato di sociologia. Non è un romanzo, un’opera di fantasia. I personaggi sono tutti veramente esistiti, gli avvenimenti realmente accaduti, salvo qualche modesto aggiustamento per pure esigenze pratiche del racconto. Quello che il lavoro è lo giudicherà il lettore.

 

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