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Quando
questo testo venne pubblicato per la prima volta, in occasione
del quarantesimo
anniversario dell’eccidio della Benedicta, segnalavamo lo stato
insoddisfacente della ricostruzione storiografica intorno ad
uno fra gli episodi tragicamente centrali della resistenza italiana.
Dopo la ricostruzione rigorosa di Giampaolo Pansa, la cui ricerca
documentaria risaliva agli anni Cinquanta con pubblicazione presso
Laterza alla fine dei Sessanta, solo episodi di memorialistica
che si univano ai precoci lavori di Bartolomeo Ferrari (don Berto)
e di pochi altri si assumevano il compito di non lasciare nell’oblio
la pagina più drammatica della resistenza alessandrina e genovese.
Da
allora sono passati vent’anni e la situazione fortunatamente è cambiata:
basterà dare un’occhiata alla bibliografia che conclude questa
pubblicazione, in cui abbiamo voluto indicare con un piccolo
ma evidente segno tipografico il recente ritorno di interesse
intorno all’episodio della Benedicta, per accorgersi che
gli studi sono progrediti e hanno prodotto contributi estremamente
significativi.
Nuove
fonti italiane e tedesche, partigiane e di provenienza nazista
e
fascista, hanno consentito di affrontare i giorni dell’eccidio, dalle sue
fasi preparatorie alle sue drammatiche conseguenze, con analisi
storiche che hanno corretto imprecisioni e consentito di capire
meglio le dinamiche interne al movimento partigiano che subì il
fatale attacco nazifascista, i suoi errori e i perché della
riscossa dopo il rastrellamento.
Licenziando
questa nuova edizione di un testo che, una ventina di anni
fa, ebbe una larga diffusione, ci corre dunque l’obbligo di rivisitarlo
tenendo conto di questa recente e importante letteratura storiografica.
Se l’impianto sintetico e divulgativo rimane immutato, il lettore
potrà però, ci auguriamo, trovare più dettagliate risposte
riguardo ad alcuni interrogativi: chi erano i partigiani
della Benedicta,
quale era la loro composizione sociale, quanti e quali erano
le forze attaccanti, quale fu il ruolo delle forze armate
e degli apparati della Rsi (Repubblica sociale italiana)
nella
conduzione
del rastrellamento.
Proprio
intorno a tali questioni ruotano a nostro avviso le ragioni
fondamentali che fanno dell’eccidio della Benedicta un avvenimento paradigmatico
nella storia della resistenza italiana, che va ben al di là del
fatto militare e del suo sanguinoso epilogo. In quell’episodio
possiamo ritrovare problemi storiografici che rappresentano nodi
essenziali per capire le forme e la natura della resistenza italiana:
dalla questione complessa e a volte contraddittoria del rapporto
tra partigiani e popolazioni contadine al significativo intreccio,
nelle stesse bande, di città e campagna (la «grande Genova» e
i piccoli villaggi dei Novese, dell'Ovadese e dell'Alessandrino),
nonché di diverse componenti sociali (contadini, operai,
studenti); dal tema della deportazione a quello del ruolo
della Repubblica
sociale nei rastrellamenti e negli eccidi.
Resta
da dire che alcuni di questi interrogativi rimandano anche
a polemiche
recenti, a tentativi revisionistici di reinterpretazione
della vicenda dei venti mesi che mirano, spesso senza curarsi
del
necessario supporto documentario di cui ha bisogno ogni nuova
interpretazione
storica, a ridimensionare se non a screditare il movimento
partigiano italiano e il suo valore etico e civile. SE questo
lavoro sarà utile
anche per fare chiarezza intorno a queste nuove interpretazione
assai poco interessate ad affaticarsi sulle carte proprio con
la forza della documentazione storica, sarà una ragione in più per
dire che è valsa la pena riproporre questa nostra ormai vecchia
fatica.
*************
Gli
esponenti dell'antifascismo genovese furono tra i più attivi organizzatori
della Resistenza e delle formazioni partigiane anche sul versante
alessandrino dell’appennino: subito dopo l'8 settembre avevano
individuato nelle alture a ridosso di Genova, e in particolare
nelle vallate intorno al monte Tobbio, una base per i militanti
gappisti da addestrate alla lotta nelle città e un possibile
teatro della guerra per bande. L'area compresa tra la Valle Stura
e la Valle Scrivia fu prescelta come centro di raccolta e addestramento
delle reclute partigiane perché aveva, da un punto di vista strategico,
una duplice caratteristica: da un lato era assai povera di strade
interne e caratterizzata da una enorme e intricata distesa di
boschi che sembravano offrire una certa sicurezza alle bande,
soprattutto in una fase in cui si trattava di preparare più che
di agire; dall’altra era posta alle spalle di arterie di comunicazione
di rilievo strategico - la “camionale” Genova-Serravalle, su
tutte, ma anche importanti nodi ferroviari - che potevano diventare
l’obiettivo per azioni di disturbo e di offesa da parte delle
formazioni dislocate sulle alture liguri-alessandrine.
Ben presto, però, gli organizzatori partigiani genovesi e i vecchi antifascisti
si resero conto che il settore dei Tobbio, nonostante la sua
collocazione periferica rispetto alle grandi vie di comunicazione,
era vulnerabile nel caso di una manovra d'accerchiamento in grande
stile, proprio in ragione della vicinanza delle importanti vie
di comunicazione che collegavano il mare alla pianura alessandrina,
come la statale dei Giovi e il passo del Turchino. Per questo
fu deciso che le bande, trascorso il periodo d'incubazione, avrebbero
dovuto trasferirsi al più presto: parte di esse dovevano spostarsi
a ovest verso l'Acquese, altre a est in Val Curone dove iniziavano
a formarsi, nel frattempo, i primi nuclei partigiani che raccoglievano
i giovani volontari dei paesi del tortonese. Questo problema
era considerato talmente urgente che ne era già stata fissata
la data di attuazione: la primavera dei 1944.
Mentre
l’antifascismo
genovese era impegnato in questa opera di organizzazione dei
primi nuclei partigiani e stava elaborando un piano strategico
per la loro successiva dislocazione, altri due nuclei di «ribelli» si
erano aggregati spontaneamente e senza alcun appoggio di
carattere politico nei giorni successivi all'armistizio e
avevano posto
la loro base nelle cascine intorno al monte Tobbio. Il primo,
insediato a Pian Castagna tra l'Erro e l'Orba, era composto
da nove prigionieri di guerra evasi dal campo dei Giovi e
da tre
militari italiani; il secondo, attestato sulle falde dei
monte Porale ad est della Val Lemme, era formato da otto
russi, uno
jugoslavo e due italiani: Tommaso Merlo (Puny) di Voltaggio,
e Giuseppe Merlo di Bosio. Il Cln (Comitato di Liberazione
Nazionale) genovese decise che era necessario intrattenere
rapporti di coordinamento
anche con questi gruppi, e l'incarico di contattare i due
nuclei partigiani venne affidato all'ingegner Agostini (Pietra
o Ardesio),
membro dei triumvirato insurrezionale del Partito comunista
per la Liguria. Questi primi contatti diedero presto i loro
frutti
e sul finire dei mese agli uomini di Pian Castagna si unirono
due studenti comunisti genovesi: Walter Fillak (Gennaio,
poi Martin) e Giacomo Buranello: il Partito comunista li
aveva
inviati in quella banda con il compito di assumerne il controllo
politico
e militare.
Più difficili
risultarono, da subito, i rapporti con la formazione di Merlo,
autodefinitasi «Banda di Voltaggio» perché composta in gran parte
da giovani provenienti dal piccolo centro situato proprio al
confine tra la provincia di Alessandria, cui appartiene amministrativamente
e quella di Genova. Questa formazione manifestò una estrema refrattarietà a
ogni tentativo d'inquadramento politico:
Il nostro gruppo di
30-35 [...] ragazzi
di Voltaggio unitamente ad altri di [...] comuni viciniori
al comando
del capitano Odino, [...] Non essendo [...] in sintonia con
i gruppi quanto mai organizzati sia militarmente sia politicamente
[dislocati] alla Benedicta, di orientamento comunista, [...]
non essendo con loro in sintonia si è ritirato alla cascina Roverno,
una cascina nei pressi dei laghi della Lavagnina molto appartata
che poteva rappresentare un punto di ricovero per i nostri. [...]
E non avevano armi, assolutamente, forse l’unico armato era
il comandante Odino con la sua pistola di ordinanza (testimonianza
di Giovanni Benasso, già sindaco di Voltaggio, fratello di
un partigiano caduto).
Solo
ad ottobre inoltrato Merlo ricevette formalmente da Agostini
la
consegna di organizzare gli uomini confluiti nella sua zona
e solo alla fine dello stesso mese la «Banda di Voltaggio» ebbe
il suo primo commissario politico: un militante comunista,
G.B. Canepa (Marzo), entrato nella formazione insieme ad altri
sei
elementi genovesi.
Dopo
alcune settimane dall’armistizio dell’8 settembre anche sul versante
alessandrino il fronte antifascista iniziò ad organizzarsi, in
primo luogo con la creazione dei Cln che avevano tra gli altri
anche il compito di organizzare i giovani renitenti alla leva
e i volontari che intendevano intraprendere la lotta partigiana
contro nazisti e fascisti. Nel corso del novembre 1943 i Cln
di Acqui, Ovada e Novi approvarono il piano di reclutamento e
di dislocazione degli uomini elaborato dagli antifacisti genovesi
e si impegnarono a collaborare con l'invio di viveri, denaro
e uomini. Al momento, però, l'afflusso di nuove reclute procedeva
assai lentamente: il dissenso nei confronti del fascismo sembrava
dare per lo più esito a forme di resistenza passiva, anche se
l'ultimatum fissato dalle autorità della Rsi per il rientro dei
militari ai rispettivi reparti il 10 novembre, era stato largamente
disatteso, e una sorte analoga toccò ai bandi che chiamavano
alle armi le classi '23, '24 e'25. I giovani chiamati alle armi,
tuttavia, nell’immediato non sembravano, particolarmente preoccupati,
nonostante il tono minaccioso dei bandi che prevedevano la fucilazione
per i renitenti alla leva. In quelle prime settimane dell’autunno-inverno
1943 i piccoli paesi della valle Stura e della valle Orba sembravano
ancora garantire ampi margini di sicurezza ai giovani renitenti
che continuavano a “nascondersi” nelle loro stesse abitazioni
o in casolari più o meno abbandonati sparsi nelle campagne
circostanti.
Per
un certo periodo, sono stato sempre nascosto, un po’ qua un po’ là… Eh, andavo
dalle famiglie, andavo da mia nonna, che era in una cascina,
son stato lì tutto settembre e ottobre…
[...]
Poi quando hanno messo fuori il bando che chi non si presentava
bruciavano le case, ammazzavano tutti, allora siamo venuti
giù a
Serravalle... Eravamo in sette o otto, abbiam fatto il foglio
per andare al distretto, poi dal distretto a Tortona. [...]
Ho dato il mio nome e ho firmato io, ero capo drappello di
quei sette lì. All’indomani mattina [invece] siamo andati in montagna,
siamo andati qua alla Benedicta… Che cosa andiamo a fare al distretto?
Quelli che sono sotto le armi scappano a casa, noi dobbiamo andare
là?
Mia
mamma diceva: “Mah?
Farai bene o farai male?”. Dico: “Ma gli altri vengono a casa,
e io devo andare a presentarmi?”. Erano momenti un po’ critici… Non
si sapeva che pesci prendere a quei tempi là, no? [...] E
allora siamo andati alla Benedicta. [...]
Avevo
vent’anni. Non
avevo insomma [preparazione
politica]…Piuttosto che andare a finire con quella gentaglia
di tedeschi o che, abbiamo cercato di andare dove andavano
i più tanti, va! Di Serravalle eravamo più di venti. Alla Benedicta eravamo mezzi sbandati, perché c’era
poco ancora: non c’era armi, non c’era niente! (testimonianza di Giuseppe Sericano)
Nonostante
tra le giovani generazioni questa prima fase fosse ancora caratterizzata
da un’ampia propensione per una disobbedienza ai bandi (che assumeva
comunque il significato di un rifiuto della guerra fascista)
dalla quale non discendeva però una scelta partigiana o di mobilitazione,
alla fine dell'autunno un nuovo nucleo partigiano si aggiunse
a quelli già operanti sull'Appennino ligure-alessandrino
e si attestò nei pressi dei Laghi della Lavagnina: era formato
da una decina di operai liguri e da alcuni «sbandati» ed
era comandato da Edmondo Tosi (Achille, poi Ettore).
Nelle
settimane precedenti il Natale 1943 in tutto il settore si contavano
dunque una ottantina di uomini, armati malamente e pressoché inattivi.
Trenta di essi si trovavano radunati nella «Banda di Voltaggio» e
stazionavano all'Albergo Grande, una cascina che in passato era
servita da essiccatoio dì castagne. L'arrivo dei nuovi componenti,
quasi tutti militanti comunisti mandati in montagna dalla federazione
genovese, aveva acuito i termini dei conflitto tra partigiani
la cui formazione era di carattere politico e quelli la cui mentalità era
più legata all’esperienza maturata nell’ambiente militare. La
diatriba attraversava anche la stessa sfera dei comportamenti
quotidiani: Merlo e il «Puny» scendevano di frequente alle loro
case, contravvenendo quindi ad elementari comportamenti di prudenza
cospirativa; viceversa i comunisti, più ligi ai dettami della
teoria della guerriglia, stavano rigorosamente sul posto. Neppure
l'arrivo dei nuovo commissario politico, Mori, un operaio dell'Ansaldo,
servì ad amalgamare meglio le due anime presenti in banda.
Nonostante le difficoltà ora esposte, i partigiani riuscirono
in qualche modo a qualificare più concretamente la loro presenza,
soprattutto con colpi intimidatori contro i fascisti locali,
anche se l’armamento dei gruppi continuava ad essere assolutamente
inadeguato per le azioni di guerriglia:
Come
armi avevamo degli sten, alcuni moschetti e bombe a mano, quelle
che ci hanno
buttato gli inglesi nell’ultimo lancio… [...] Armi leggere, [...] armi
pesanti neanche una. [...] Qualche azione si è fatta, ma
ancora eravamo agli inizi. [...] Anche le armi non erano
adatte per
fare certe azioni (testimonianza di Santo Campi “Morgan”).
Queste
azioni, anche se sporadiche e di relativa importanza militare,
crearono
però non poche preoccupazioni soprattutto tra i fascisti
locali, timorosi del potere di attrazione che la presenza
partigiane nelle valli poteva esercitare su altri giovani
incerti sul da farsi: si fecero perciò più insistenti le presenze di
spie e delatori e le puntate dei carabinieri dell'ovadese che
a dicembre iniziarono a perlustrare le vallate per individuare
la dislocazione dei «ribelli». Ciò determinò alcuni spostamenti,
anche di un certo rilievo, sul fronte resistenziale: la banda
di Merlo lasciò l'area dei Porale, s’inerpicò sul Tobbio e dopo
qualche giorno trascorso in una costruzione abbandonata ridiscese
verso Voltaggio, infine giunse alla cascina Cravara Superiore
dove si sciolse. I genovesi si diressero ai Laghi della Lavagnina;
Merlo e il «Puny», insieme ai russi e ad alcuni elementi appena
giunti in montagna, diedero vita a un'altra formazione: in pratica
il primo embrione della futura Brigata autonoma «Alessandria».
All'inizio di gennaio il nucleo di Fillak, dopo un breve periodo
di permanenza fuori settore, raggiunse anch'esso i Laghi della
Lavagnina, ricongiungendosi agli uomini di Tosi e alla frazione
staccatasi dalla ex «Banda di Voltaggio». Con i tre gruppi qui
radunati, una quarantina di uomini in tutto, fu costituita la
III Brigata Garibaldi «Liguria»: comandante venne nominato Edmondo
Tosi, vicecomandante era Franco Gonzatti (Leo), commissario politico
Rino Mandoli (Sergio Boerio). In un primo momento la sede dei
comando venne posta, alla cascina Brignoleto, mentre il grosso
della formazione viveva sparso nei casolari intorno. L'inconsistenza
dell'armamento non impedì che venisse subito compiuta un'azione
contro un posto d'avvistamento aereo, situato sul monte Zuccaro.
Erano azioni importanti per il morale dei giovani, e servivano
anche, sottraendole ai militi fascisti, a recuperare armi
per rimpolpare i piccoli arsenali delle formazioni.
Nei
primi mesi del 1944 la III Brigata Garibaldi «Liguria» e la Brigata autonoma «Alessandria» aumentarono
via via i loro effettivi. I nuovi bandi nazifascisti (soprattutto
quello dei 18 febbraio dai toni particolarmente minacciosi e
noto come «bando Graziani») indussero un numero crescente
di giovani a salire in montagna. I piccoli nuclei si dilatarono
quasi improvvisamente e in poche settimane nelle alture intorno
al monte Tobbio si raccolsero diverse centinaia di giovani
renitenti e partigiani.
Una
capillare ricerca realizzata negli anni Novanta dagli istituti
storici
del Piemonte ha consentito di capire meglio le caratteristiche
sociali del partigianato della regione: in quell’occasione venne
creata una banca data contenente le schede personali di tutti
gli smobilitati delle formazioni piemontesi e della VI Zona ligure
(alla quale appartenevano le formazioni partigiane del basso
alessandrino) che ha permesso di indagare con precisione questioni
quali le classi di età dei partigiani, la loro provenienza sociale
e geografica, le dinamiche di adesione al movimento, gli spostamenti
all’interno delle bande.
La
ricerca ha consentito di delineare con una certa precisione
anche le
caratteristiche sociali dei gruppi attestati intorno al monte
Tobbio che erano, in primo luogo, formati da ragazzi molto
giovani: più del 25% aveva meno di 20 anni, mentre un altro 55% aveva
dai 20 ai 29 anni. Più dell’80% degli effettivi era quindi al
di sotto dei trent’anni.
La
giovane età era naturalmente una delle caratteristiche tipiche
di tutto il movimento partigiano italiano, ma in questo case
l’età media
dei partigiani risulta particolarmente bassa: la base partigiana
era dunque formata proprio da quella generazione nata e cresciuta
sotto il fascismo, quasi completamente priva di memoria e
cultura politica se si esclude quella che, ad alcuni di loro,
poteva
provenire dalla tradizione familiare. Per la maggior parte
di questi nuovi partigiani il rifiuto dei fascismo non derivava,
come abbiamo già avuto modo di vedere, da una
adesione motivata e cosciente a un'altra ideologia, ma in
primo luogo dal rifiuto della guerra e dal disagio per la
situazione
in cui il fascismo aveva portato l’Italia. Come ha scritto
Claudio Pavone, alle radici della loro scelta c’era in primo
luogo la “disobbedienza”,
disobbedienza al fascismo e all’ideologia che il fascismo
intendeva imporre alle nuove generazioni (rigide gerarchie,
culto della
guerra e della violenza, razzismo e intolleranza, disprezzo
verso gli altri popoli). La vita di montagna, nella quale
invece la
solidarietà di gruppo e l’egualitarismo erano valori fondanti,
costituiva così un’importante scuola di vita e di nuova morale,
che con il tempo avrebbe imposto di pensare anche a nuove
scelte politiche, ma al momento rappresentava ancora una
scelta troppo recente e di breve periodo per determinare
saldi e
radicati convincimenti.
Solo i pochi elementi più anziani, gli antifascisti di vecchia
data, erano in possesso di una discreta preparazione politica.
A loro era in genere affidata la funzione di commissari politici,
ai quali spettava il compito di formare le coscienze dei
giovani che iniziavano a fare i conti con la loro ventennale
esperienza
di vita in regime fascista:
Mi
ricordo che eravamo tutti giovani, del ’25, ’24 e ’23… [...] Eravamo renitenti e
si organizzava una resistenza, si voleva finirla con il fascismo,
con la dittatura, si voleva lanciare quelle basi di un’Italia
nuova, di un’Italia libera, democratica, tollerante… [...]
E si cominciava a discutere, venivano anche i partiti. [...]
Il primo che è venuto era del Partito comunista, [...] poi è venuto
uno del Partito d’azione e uno del Partito liberale… (testimonianza
di Giovanni Ponta).
La
seconda evidente caratteristica dei partigiani del Tobbio era
lo strettissimo
legame con i paesi delle vallate immediatamente circostanti:
il 43% era nato in provincia di Alessandria, il 38 in provincia
di Genova, il 6,5 in provincia di Savona. Se si scomponeva
questo dato per singoli comuni di residenza risulta ancora
più evidente
l’immagine di un partigianato sal carattere fortemente autoctono:
piccoli e medi paesi come Silvano d’Orba, Castelletto d’Orba,
Rocca Grimalda, Ovada, Molare, Lerma, Campomorone, Rossiglione,
Serravalle Scrivia, Bosio, o delegazione della “Grande Genova” come
Sestri Ponente, Rivarolo, Pontedecimo o Sampierdarena fornivano
decine e decine di effettivi alle due formazioni che andavano
organizzandosi. Come vedremo, questo legame così forte con il
territorio, in presenza di comportamenti non perfettamente conformi
alla vita cospirativa, non era scevro di pericoli: esso rappresentò infatti
una delle cause del rastrellamento ma risultò anche, nel momento
dell’attacco, un vantaggio per molti ragazzi che, grazie alla
conoscenza dei luoghi, riuscirono a passare tra le maglie dell’accerchiamento.
E’ infine
interessante soffermare l’attenzione anche sulle caratteristiche
sociali delle bande. L’esame delle professioni dei giovani affluiti
in montagna ci restituisce l’immagine di formazioni a larga base
popolare, ma anche capaci di attrarre uomini dai più diversi
strati sociali. Così, se moltissimi giovani erano contadini (oltre
il 20%, ed è un dato che riconferma lo stretto legame con i paesi
circostanti a larga base rurale) e ancor più erano gli operai
(il 37%, con una percentuale assai superiore alle medie dell’epoca,
a riconferma del rapporto con la Genova operaia e marittima),
altrettanto significative erano le presenze del mondo studentesco
(quasi il 9%, quasi tutti universitari), dei commercianti (circa
il 6%) degli impiegati (circa il 5%) o dei liberi professionisti
(vicini al 2% degli effettivi). Anche in questo senso le bande
del Tobbio, al pari delle altre formazioni della resistenza italiana,
furono capaci di attrarre i più diversi ceti della popolazione,
riproponendo al proprio interno una dialettica di posizioni e
di esperienze che rappresentò uno dei suoi punti di forza, il
segno più visibile di uno stretto legame con il territorio e
con le popolazioni civili che andava ben al di là del dato
politico di riferimento delle singole formazioni.
Detto
delle caratteristiche sociali del movimento, bisogna subito segnalare
che l'ingrossarsi delle file pose notevoli problemi logistici
e di organizzazione, che derivavano in gran parte proprio
dalle caratteristiche degli uomini saliti in montagna, giovani
dalla
limitata esperienza militare e dalla ancor più scarsa esperienza
politica:
Tutti
questi giovani che dai paesi e dalle città venivano qui per unirsi
a noi non potevano costituire un problema visto che paradossalmente non c’erano armi per tutti...
E
hanno costituito un grosso problema, perché [...] quando poi è uscito
fuori il famoso Bando Graziani [...] qui c’è stato un flusso
enorme che ha messo in cattive condizioni il movimento della
resistenza. [...] Avere qui un ammassamento di 800-900 persone
non armate, e oltretutto non armate ma bisognava darci da mangiare… e
ha creato tutti i problemi che poi hanno favorito [...] il
massacro della Benedicta.
[...]
i Comitati di liberazione e i comandi partigiani non potevano
certamente
mandar via questa gente che se non si presentava ai bandi venivano
presi
e venivano portati via. [...]I bandi erano abbastanza crudeli:
per chi non si presentava addirittura c’era la fucilazione
(testimonianza
di Talino Repetto)..
Naturalmente
il primo problema era quello dell'acquartieramento dei vari contingenti:
la zona del Tobbio e delle Capanne di Marcarolo
non presentava infatti grandi possibilità d'alloggiamento, essendo
caratterizzata da un insediamento a case sparse, spesso molto
distanti fra loro. I vari distaccamenti vennero quindi alloggiati
alla meno peggio in edifici disabitati o semi‑diroccati. Carlo
De Menech, uno dei primi partigiani a raggiungere i casolari
intorno al Tobbio, racconta nella sua biografia partigiana
l’arrivo
nella cascina che doveva diventare la sede del distaccamento
di cui poi divenne commissario politico:
La
Grilla era una casa di abitazione a due piani, parzialmente diroccata
e pericolante
e con un'ampia stalla, intervallata di circa dieci metri,
che ci propone a prima vista un rifugio utile al momento per
ripararci
dalle intemperie. [...] Su questi ciottoli sistemiamo subito
la lettiera, spargendovi quella poca paglia che abbiamo trovato
nel fienile: sarà questo il nostro giaciglio mentre il guanciale
lo rimediamo con lo zaino. [...] La posizione è ideale, ma l'isolamento
in cui ci troviamo, [...] a ore di cammino dai più vicini distaccamenti,
si farà sentire nei collegamenti e negli approvvigionamenti
(Carlo De Menech Siamo i ribelli della montagna, in “Urbs,
nn. 1-2, 1995, p. 60)
Un’altra
testimonianza inedita conservata nell’Archivio dell’Istituto
per la storia della resistenza e della società contemporanea
in provincia di Alessandria, quella del vice intendente della
divisione “Mingo” Angelo Lasagna (Fernando), ripropone sensazioni
analoghe a quelle di De Menech:
Il
buon Giovanni mi conduce in una stanzetta piena di ragnatele,
dove sono accatastate,
in una confusione incredibile, pile di arnesi dalle fogge
più svariate,
crogiuoli a uno o due manici, setacci, pinze di ferro arrugginite,
[...] Vedendomi sorpreso Giuanin mi dice: “Non è roba mia, è qui
da chissà quanti anni… [...]Se senti qualche rumore non ti spaventare,
sono topi campagnoli che girano ma non cercano te… Cercano roba
da mangiare!”.
Queste
descrizioni ci mostrano con grande realismo le difficoltà incontrate
dai partigiani all'atto di insediarsi nel settore operativo.
Ma è opportuno a questo punto riportare lo schema del dislocamento
e della consistenza dei distaccamenti della III Brigata Liguria
alla fine dell'inverno: sono dati puramente indicativi, poiché l'afflusso
dei renitenti dilatava continuamente il numero degli effettivi,
e tuttavia l’elenco di consente di avere una percezione piuttosto
precisa della vorticosità con cui il movimento stava crescendo
e dei problemi logistici che questo sviluppo tumultuoso rendeva
sempre più gravi.
All’inizio
del 1944 la formazione garibaldina era così schierata:
- Capanne di Marcarolo: sede dei comando, 20
uomini, comandante Edmondo Tosi, commissario politico Pennello
(Fino);
- cascina Benedicta: sede dell'intendenza, 50
uomini, responsabili Emilio Guerra, Saverio De Palo (Macchi)
e Luigi Bovone (Febo);
- cascina
Menta: 1° distaccamento, 100 uomini,
comandante Moro, commissario politico Giovanni Sanetti (Ugo);
- cascina
Nuova: 2° distaccamento, 30 uomini,
comandante Maggi, commissario politico Tullio Colla (Roberto);
- cascina
Poggio: 3° distaccamento, 50 uomini,
comandante Mitta, commissario politico Francesco Rivara (Bruno);
- cascina
Palazzo: 4° distaccamento, 80 uomini,
com. Piero Martini (Giacomino), commissario politico Grca Cupic
(Boro);
- cascina
Grilla: 5° distaccamento, 80 uomini,
comandante Emilio Casalini (Cini), commissario politico Carlo
De Menech (Lindo);
- cascina
Cornaggetta: 6° distaccamento, 60 uomini,
comandante Walter Fillak, commissario politico Gaetano De Negri
(Giuliano);
- cascina
Tugello: 7° distaccamento, 20 uomini,
comandante Franco Gonzatti (Leo) commissario politico Lino»;
- cascina Lombarda: 8° distaccamento, in
via di formazione, 20 uomini circa, comandante Andrea Scano
(Elio), commissario politico Giacomo Buranello (Pietra).
In
questo stesso periodo la Brigata autonoma «Alessandria» salì a circa duecento
effettivi e rafforzò la sua autonomia. Infatti, falliti i reiterati
tentativi d'inquadrare il gruppo di Merlo nell'ambito della III «Liguria»,
gli organizzatori della Resistenza decisero di ratificare ufficialmente
l'esistenza di una formazione distinta nel settore: il comando
fu affidato a Gian Carlo Odino (Italo), un ex‑ufficiale,
e gli uomini si disposero lungo il corso dei torrente Roverno.
Le loro difficoltà logistiche erano ancora superiori rispetto
a quelle incontrate dai partigiani
della III Liguria: Quella
ligure, la brigata Garibaldi, era più organizzata della nostra, perché venivano
da Genova o da Bolzaneto o da Rivarolo, il comitato di liberazione
ligure [li aiutava]. [...] Avevano più armi ed erano anche più organizzati
come impostazione della lotta partigiana, mentre dalla nostra
parte son venuti su un sacco di ragazzi senza esperienza come
io che avevo 19 anni…… (testimonianza di Giovanni Ponta) Risolta
in qualche modo la questione dell'alloggiamento, restavano aperti
i problemi dei vivere quotidiano. Il più urgente era quello del
vitto. La distanza tra una cascina e l'altra intralciava il regolare
approvvigionamento dei vari distaccamenti impedendo all'intendenza
di fornire con regolarità un pasto a tutti gli effettivi: spesso
i partigiani riuscivano a rimediare solo un po' di castagne e
di brodaglia. e, forse, neppure questo sarebbe stato possibile
senza la collaborazione dei contadini, che dividevano con i «ribelli» il
proprio scarso cibo. L'altro nemico era il freddo dell'inverno appenninico, i cui rigori non potevano
essere mitigati dal povero corredo di vestiti e coperte:
Durante
la giornata, se non c’era qualche cosa di più importante, l’unica
cosa era scaldarsi perché faceva molto freddo, e bere molta acqua
per lenire la fame, molta fame… Andavamo a caccia di quei fruttini
rossi che ci sono nei rovi, nelle boscaglie… Per mangiarli, perché avevamo
molta fame. E non parlavamo mai di pastasciutte, [...] perché allora
era terribile, ci girava la testa solo a pensarci. [...]Giornalmente
andavamo a prendere le vettovaglie: [...] riso, un po’ di pane… tutto
lì. [...] E poi si mangiava: acqua e riso senza sale, e tutto
lì, il nostro pranzo era finito.
[...]
Ma anche se eravamo in queste condizioni eravamo fermamente decisi
di essere partigiani
e fare il nostro dovere… (testimonianza
di Santo Campi, Morgan)
Infine
l'armamento, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, era estremamente
ridotto: meno della metà degli uomini poteva disporre di un'arma,
per lo più scarsamente efficiente e con pochi minuti di fuoco.
A questa difficoltà si sperava di rimediare con i lanci promessi
dagli alleati, ma essi tardarono a venire, anche perché gli anglo-americani
erano restii ad armare e rifornire una formazione egemonizzata
dai comunisti. Neppure il poco consistente aviolancio di marzo,
giunto dopo lunga attesa, modificò di molto i termini della situazione: Come armi non ne avevamo
noi eravamo in fase di costruzione di questa bande partigiane,
e il comandante Odino aveva detto così che facevano due lanci
alla Benedicta, e questi lanci sono stati fatti, però hanno dato
poche munizioni… [...] Poca roba. [...] Se guardiamo bene [...]
una buona parte eravamo senza armi, il nostro distaccamento era
senza armi (testimonianza
di Giovanni Ponta) Nonostante
queste difficoltà i distaccamenti riuscirono a organizzare con
una certa precisione le loro giornate: i più esperti militarmente
impartivano lezioni sull'uso delle armi e iniziò anche un paziente
lavoro educativo svolto soprattutto dagli uomini politicamente
più esperti, i commissari politici. Non si deve però credere,
come una certa mitologia partigiana tramanda, che il loro ruolo
fosse di natura squisitamente ideologica: al contrario, il loro
compito prioritario era di offrire quelle nozioni elementari
di storia e di cultura democratica di cui una intera generazione
era stata privata dal fascismo. Per questo venne allestita una
vera e propria scuola, dove gli analfabeti o i meno istruiti
(e non erano pochi, in formazioni con la base sociale che abbiamo
ricordato) imparavano a leggere e a scrivere e tutti iniziavano
a confrontarsi con la storia d’Italia e del fascismo imparando
nozioni basilari sul sistema parlamentare, sui sindacati, sull’organizzazione
della società democratica: Era tale il mio stupore
che Pietro capì che mi doveva una spiegazione: “Cerca di capire
che incomincia una cosa nuova, insolita, sconvolgente per i più tra
di noi, che, al massimo, come esperienza di armi, conoscono i
petardi [...]. Dobbiamo insegnare ai giovani l’uso delle poche
armi che abbiamo, ma soprattutto renderli coscienti del perché ci
troviamo in questa situazione. [...] Ora in questo periodo di
relativa calma in cui le difficoltà sono il vitto scarso, il
freddo, la scarsità di indumenti, dobbiamo prestare attenzione
ai ragazzi in modo da renderli coscienti che abbiamo di fronte
un esercito tecnicamente ineccepibile [...] coadiuvato dagli
scherani fascisti [...] i quali sognano di rimettere in catene
il nostro paese” (testimonianza
scritta inedita di Angelo Lasagna, Fernando)
Lentamente
anche i piccoli problemi del vivere quotidiano trovarono parziale
soluzione: sarti e calzolai riadattavano vestiti e riparavano
scarpe; mentre le rapide e frequenti puntate a fondovalle servirono
a migliorare leggermente la qualità del vitto. Eppure,
malgrado gli indubbi progressi, ancora all'inizio della primavera
le difficoltà degli
ottocento uomini accampati nelle cascine intorno a Capanne di
Marcarolo rimanevano notevoli.
Un buon numero di azioni era già stato portato a termine, e tuttavia
le due Brigate erano ancora lontane dal possedere tutti i requisiti
necessari per la guerriglia. Nel mese di marzo fu lo stesso comando
della III «Liguria» a rilevare «i propri errori e le proprie
manchevolezze» in un bollettino diffuso a tutti gli effettivi
nel quale venivano denunciate l'insufficiente istruzione sull'impiego
delle armi e degli esplosivi e sul modo di comportarsi in pattuglia
e in distaccamento», nonché la trascuratezza dei «lavoro politico
ed educativo», poiché «si combatte meglio quando si sa per quale
fine si combatte». Entrando più nel dettaglio le principali cagioni
di preoccupazione erano individuate nella «mancanza di ordine
e coesione nelle squadre […] di completa solidarietà in seno
ai distaccamenti»; nella «presenza degli opportunisti, troppo
palesemente opportunisti»; nella «tendenza alla vita comoda».
Le conclusioni non erano delle più confortanti: “E' ributtante,
per esempio, vedere delle mense particolari e delle provviste
personali. Arrischiamo assieme la vita e non vogliamo ancora
dividere il nostro pezzo di pane casalingo» (il
documento è conservato nell’archivio dell’Istituto per la storia
della resistenza e della società contemporanea in provincia
di Alessandria, fondo Pansa)
Come
si vede le centinaia di uomini saliti in montagna tra il
febbraio e il marzo 1944 spesso al di fuori delle attese
e delle prospettive
organizzative dei Comitati di liberazione, avevano accresciuto
il peso concreto delle differenze politiche, sociali, culturali,
che sin dall'inizio intralciarono la crescita organizzativa del
movimento partigiano: il lavoro dei commissari politici dedicato
a trasmettere ai giovani «ribelli» un'etica egualitaria e nuova
avrebbe richiesto molto più tempo di quanto non gliene concesse
il rapido precipitare degli eventi. Per
capire in che modo il partigianato di questa fascia appenninica
riuscì a
superare il difficile periodo invernale bisogna prestare attenzione
anche al loro legame con le popolazioni locali. Il problema dei
rapporti tra guerra di liberazione e mondo contadino è estremamente
complesso, e tuttavia si possono brevemente accennare alcune
costanti, significative di una linea di solidarietà spontanea.
La politica agraria del regime aveva colpito duramente i piccoli
proprietari, gli affittuari e i mezzadri, generando un diffuso
malcontento; Questa «faccia del fascismo» si era mostrata anche
a Capanne di Marcarolo, impersonata dal fattore dei marchesi
Spinola, proprietari di molte cascine della zona. Costui, fascista
convinto, si rese autore di numerose ingiustizie e soprusi nei
confronti dei fittavoli. Bisogna poi considerare che quasi ogni
famiglia aveva uno dei suoi componenti in guerra (non mancavano,
come in tutte le vallate alpine, i caduti o i dispersi sul fronte
russo). La quasi ovvia ostilità nei confronti dei nazifascisti
si accompagnava a un moto di simpatia verso i giovani renitenti,
che ricordavano ai contadini i figli e i parenti lontani. A questo
proposito basti citare il coraggio con cui gli abitanti di Marcarolo
portarono soccorso ai partigiani feriti durante il rastrellamento
e il prezzo che, come vedremo, pagarono per quei gesti di umana
solidarietà; o, ancora, il loro contributo all'opera di recupero
delle vittime dell'eccidio. Inoltre, come abbiamo avuto modo
di constatare analizzando la provenienza geografica dei partigiani,
i legami tra gli uomini saliti in montagna e gli abitanti dei
paesi delle vallate dell’Ovadese e del Novese, a larga maggioranza
contadina, era strettissimo: da diversi piccoli paesi salirono
in montagna quasi tutti i giovani nati tra il 1923 e il 1925
e proprio l’ambiente della comunità locale diventò il vero fulcro
della scelta e, successivamente, della vigilante tutela per i
ragazzi dei vari distaccamenti. L’analisi delle schede di smobilitazione
dei partigiani ci segnala che spesso i ragazzi salivano in montagna
a gruppi partendo dallo stesso paese e nello stesso giorno: la
comunità locale fu quindi decisiva nella maturazione di una decisione
di aderire al movimento partigiano collettivamente condivisa
e accettata e diventò, in questa sorta di rito della partenza,
una garanzia di protezione e copertura. In definitiva, resta
l'evidenza di una collaborazione, oscura ma decisiva, allo sviluppo
e al sostentamento delle bande: collaborazione che neppure il
terrore instaurato nella Settimana Santa del 1944 riuscì a neutralizzare
completamente. E’ anche con l'esistenza di questo retroterra
solidale che si spiega la ripresa dei movimento partigiano in
questo settore successivamente al rastrellamento e nonostante
le atrocità in esso perpetrate.
La
riflessione sull'episodio della Benedicta si muove necessariamente
tra luci e ombre. La domanda «Poteva andare diversamente?», che impegnò a
lungo la stessa riflessione del movimento partigiano nelle settimane
e nei mesi immediatamente successivi l’eccidio, acquista legittimità solo
se è utile a mettere in gioco l'esigenza di comprendere, oltre
il mito, la complessità degli eventi e la stessa natura delle
formazioni partigiane con i loro punti di forza e i loro limiti. Il
rastrellamento fu preparata meticolosamente e si inserì in un vasto piano
di repressione del movimento partigiano che i nazisti misero
in atto, da est verso ovest, in tutta l’Italia del Nord nella
primavera 1944. Ma per dimensioni e risultati l’operazione
contro i partigiani attestati intorno al Monte Tobbio fu
particolarmente rilevante. Come scrivono Cesare Manganelli
e Brunello Mantelli
Dal
15 marzo al 15 aprile 1944 furono condotte [...] quattordici
azioni antipartigiane
che portarono alla cattura di 1.390 prigionieri, di cui i rastrellati
alla Benedicta rappresentavano più di un quarto del totale (26,5%)
(Manganelli-Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei. I deportati alessandrini nei campi di sterminio
nazisti 1943-1945, Aned-Franco Angeli, 1991)
Si trattò quindi dell’operazione antipartigiana più significativa
di quel periodo ed assunse un significato non solo di attacco
contro i giovani in armi, ma anche di deliberato terrore nei
confronti delle popolazioni civili, nel tentativo di rompere
quella catena di solidarietà che aveva portato i giovani in montagna
e stava diventando uno dei punti di forza della nascente organizzazione
di resistenza.
Se
l’azione militare fu particolarmente decisa e si inscrisse in un piano
d’azione che i nazisti avevano preparato in tutto il Nord Italia,
non bisogna dimenticare che le forze della neonata Repubblica
sociale italiana ebbero un ruolo molto importante nelle diverse
fasi del rastrellamento: furono i fascisti a chiedere a ripetizione
l’azione antipartigiana, furono i fascisti a tessere una fitta
rete di delazioni che consentì di individuare facilmente i
nuclei di giovani partigiani e, infine, furono i militi della
Rsi ad
affiancare attivamente i nazisti in azione.
Nuove
disponibilità archivistiche consentono di documentare assai bene l’attivismo
dei fascisti repubblicani. Presso l’Archivio di Stato di Alessandria è infatti
possibile leggere molte note informative dalle quali emerge con
precisione l’ossessiva insistenza con la quale i militari e i
funzionari della Rsi continuarono, tra fine febbraio e fine marzo,
a chiedere ai camerati tedeschi di avviare operazioni di rastrellamento
contro gli uomini attestati a Capanne di Marcarolo. Ecco cosa
si può leggere, ad esempio, in due tra i molti documenti ormai
disponibili. Il 18 marzo il “Capo della Provincia di Alessandria” scrive
al Ministero degli Interni di Salò:
Da
qualche tempo viene segnalata nella parte meridionale della Provincia,
e precisamente
nella zona montuosa confinante con il territorio di Genova, la
presenza di gruppi di ribelli provenienti da località dell’Appennino
Ligure.
Da
informazioni pervenute e dagli accertamenti effettuati in loco è risultato
che le bande contano numerose unità e che fanno parte di essa
anche alcuni elementi di nazionalità inglese e slava.
Pare inoltre che dispongano
di abbondante e moderno armamento.
Essi
si trovano attualmente in una zona molto impervia, sulle pendici
del Monte Poggio presso
le “Capanne di Marcarolo”, site nel territorio del Comune di
Lerma, da dove talvolta discendono facendo sporadiche puntate
verso gli abitati. Vista le tendenze della bande ad espandersi ed
a commettere ulteriori azioni terroristiche e di saccheggio,
si è resa indilazionabile
la necessità di eseguire il rastrellamento della zona infestata. (corsivo nostro)
Presi
pertanto gli opportuni accordi con gli organi di polizia, è stata
predisposta la organizzazione di una colonna composta di seicento
militi
della Guarda Nazionale Repubblicana, convenientemente dotati
di armi automatiche. Essa
sarebbe impiegata su tre compagnie e, mentre su una direttrice
i ribelli sarebbero
impegnati frontalmente, si tenterebbe, con gli altri due
reparti, di precludere loro ogni possibilità di fuga ed effettuarne
la distruzione o la cattura.
Definiti
tutti i particolari, l’azione fu sottoposta all’esame del locale Comando Germanico,
che in un primo momento l’ha approvata pienamente. Al
momento però di
iniziare la fase esecutiva, lo stesso Comando Germanico ha
improvvisamente fatto conoscere che [...] si rende necessario
sospendere ogni
azione, con riserva di compiere tale rastrellamento successivamente
con truppe tedesche .
Costretto quindi, per
gli indugi, frapposti dal Comando Germanico,a differire
ogni attività repressiva, che per altro, data l’accurata preparazione
e la sufficienza dei mezzi, avrebbe avuto certamente buon esito,
ho proceduto per ora al rafforzamento dei presidi della Guardia
Nazionale Repubblicana dislocati nelle zone interessate.
I
fascisti repubblicani non solo chiesero con insistenza
di effettuare le operazioni di rastrellamento, ma addirittura
prepararono con
solerzia le unità per effettuarlo loro stessi. Neppure il divieto
di avviare l’operazione frapposto dai nazisti, li fece desistere
dai loro propositi. Due giorni dopo, il 20 marzo, il Capo della
Provincia inviò un’altra nota al proprio Ministro:
In
conseguenza del divieto posto dal Comando Militare Germanico
al già predisposto
rastrellamento, è stato eseguito per mezzo della Guardia Repubblicana,
un rafforzamento dei presidi della zona. Questa
misura, però si
rileva insufficiente.
Essa
inoltre, per il suo carattere meramente difensivo, non impedisce
che la banda accresca non soltanto la sua consistenza numerica
ma, altresì, la sua audacia.
In
atto le sole forze della Polizia e della G.R. disponibili in
provincia possono essere
bastevoli a eliminare dal territorio provinciale (che sino ad
ora ne era rimasto immune) l’azione dei partigiani. Mentre
ulteriori indugi porterebbero a una situazione che, come verificatosi
altrove, assumerà proporzioni più vaste e richiederà, poi, l’impiego
di mezzi ben maggiori. Mentre resto in attesa di disposizioni al riguardo, prego
di voler rappresentare quanto sopra esposto al Comando Superiore
Germanico per le determinazioni del caso. (corsivo nostro)
Di
fronte ai presunti tentennamenti nazisti, che oggi possiamo
interpretare
anche come una sorta di fastidio per l’intraprendenza di uomini
di non si fidavano molto e che che venivano addirittura giudicati
di possibile intralcio per le operazioni che sarebbero scattate
di lì a un paio di settimane, i fascisti locali si appellarono
alle autorità superiori per chiedere quell’azione antipartigiana
che restava in cima ai loro pensieri. Del resto la Gnr aveva
preparato il rastrellamento prestando anche molta attenzione
all’attività di spionaggio e aveva cercato di infiltrare molti
suoi uomini tra ipartigiani dislocati a Capanne di Marcarolo.
Alcune spie furono individuate e fucilate, ma ciò non impedì la
stesura di una mappa circostanziata dello schieramento resistenziale.
La stessa sovrastima dei numero dei «ribelli», valutati intorno
alle duemila unità, e dei loro livello d'armamento si può ricondurre,
alla luce di questi documenti e di altri redatti dalla Guardia
Nazionale Repubblicana (uno di essi, che dimostra una conoscenza
piuttosto precisa del dislocamento dei reparti partigiani è pubblicano
in Riservato a Mussolini,
Feltrinelli 1975, pp. 256‑257), alla volontà di indurre
i nazisti a moltiplicare il loro impegno nel «risanamento» della
zona, anche se non si possono escludere ingenui errori di rilevazione
o addirittura che i fascisti avessero prestato credito a false
informazioni al rialzo fornite dagli stessi partigiani alle spie
con lo scopo di diffondere tra i nazifascisti l’idea di trovarsi
di fronte a formazioni molto organizzate; tali false informazioni,
se effettivamente furono fornite, si rivelarono tragicamente
controproducenti. Ciò che qui
ci preme però soprattutto rilevare è il ruolo attivo e diretto
dei fascisti nella richiesta del rastrellamento e la loro volontà di
parteciparvi direttamente, perché le carte che abbiamo appena
citato ci sembra facciano giustizia, con la forza della documentazione
storica, ad alcune tesi revisionistiche che hanno avuto recentemente
anche una vasta fortuna nell’opinione pubblica secondo le quali
la Repubblica sociale svolse una funzione di “cuscinetto” tra
i nazisti e i partigiani: secondo questa tesi la Repubblica Sociale
Italiana e i suoi uomini avrebbero contribuito ad abbassare la
soglia di violenza, frenando la brutalità nazista ed evitando,
in alcuni casi, stragi e rastrellamenti. Ora, i documenti citati
sono più che sufficienti per dimostrare la pretestuosità di questa
tesi: non solo la Rsi, in questo come in moltissimi altri casi,
non svolse affatto una funzione di deterrente allo scatenarsi
della violenza, ma fu essa stessa a sollecitarla, con una insistenza
che infastidì anche i comandi germanici.
Un’altra
questione che ha caratterizzato negli anni il dibattito storiografico
relativo all’eccidio della Benedicta e che in parte si ricollega
al problema del ruolo dei militari della Rsi nel rastrellamento,
riguarda le forze impegnate nell’attacco. La letteratura storiografica,
ma soprattutto la memorialistica, hanno spesso proposto cifre
molto differenti tra di loro, arrivando a scrivere di 20.000
rastrellatori, tra nazisti e fascisti di Salò. Anche noi, nella
prima stesura di questo opuscolo, avevamo parlato di “parecchie
migliaia di armati”, incerti su quale fonte fosse più attendibile
tra quelle a nostra disposizione. Gli studi di Cesare Manganelli
e Brunello Mantelli, che hanno potuto lavorare su fonti provenienti
dagli archivi tedeschi, ci hanno offerto una risposta pressoché definitiva
riguardo al numero degli attaccanti, che si aggira sulle 2.000
unità: Il
numero di soldati tedeschi che condussero il rastrellamento può essere
stimato complessivamente tra mille e millecinquecento, tutti
della fanteria
(granatieri), a cui si aggiunsero trecentoventi
o trecentocinquanta militi della Gnr (corsivo nostro) oltreché un
numero imprecisato, ma non certo superiore a qualche decina di
bersaglieri (Manganelli-Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei..,. p. 61). Queste
cifre testimoniano anch’esse il ruolo non certo secondario dei fascisti
repubblicani nell’effettuazione stessa del rastrellamento e rappresentano
una prova ulteriore che la Repubblica sociale non svolse alcuna
funzione di “cuscinetto” o
di ammortizzatore della violenza: al contrario furono proprio
i fascisti a sollecitare l’operazione antipartigiana e ad accollarsene
i compiti più terribili : proprio ai militi italiani di Salò,
come risulta da molte testimonianze, venne infatti affidato
il compito di formare il plotone d’esecuzione che giustiziò sul posto
quasi cento partigiani.
Fatta
chiarezza sul numero degli attaccanti, resta da rilevare,
come ha notato giustamente Pier Paolo Rivello anche in una
recente intervista,
che la vera differenza tra partigiani e rastrellatori non riguardò tanto
il numero degli uomini che si trovavano sui due fronti (quasi
il triplo, comunque, se si considerano anche le truppe impegnate
con funzioni di collegamento o nelle retrovie a favore nei nazifascisti),
ma la disparità di mezzi. Se infatti, come abbiamo visto, molti
dei circa ottocento ragazzi dislocati nei diversi distaccamenti
partigiani erano addirittura disarmati, i nazisti e i fascisti
disponevano “di un armamento e di mezzi più che adeguati, con
autoblindo, cingolati, mortai, lanciafiamme, mitragliatrici pesanti,
molte armi automatiche e vari pezzi di artiglieria da montagna” (Pier
Paolo Rivello, Quale giustizia per le vittime dei crimini
nazisti, Torino, 2002, p. 126). Per
una ironia della storia, la conferma più evidente dell’enorme disparità di
mezzi tra nazifascisti e partigiani ci arriva proprio dalle
fonti tedesche: nei giorni seguenti il rastrellamento
i nazisti in
vari documenti tra cui il Giornale di guerra del Gruppo di Armata Von
Zangen, che qui si cita, tracciarono con soddisfazione
il bilancio dell’operazione, che costò ai partigiani “145
morti e 368 prigionieri” a fronte di soli “4 morti fra cui un
soldato italiano” tra le proprie fila, e dichiararono la consistenza
del “bottino” strappato ai partigiani:
1
automobile, 120 fucili da caccia, 9 revolver, 9 pistole, 11 pistole
ad avancarica, 1 baionetta, 15 fucili (italiani e francesi),
7 fucili mitragliatori (americani), 1 fucile mitragliatore (italiano),
pezzi di ricambio per fucile mitragliatore (americano), 4 cuffie
radio, piccole quantità di munizioni e di equipaggiamento” (allegato
n. 3 al Giornale di Guerra, citato in Manganelli-Mantelli, p.
139). Anche
volendo ipotizzare che i partigiani meglio armati fossero quelli
che
riuscirono a sfuggire all’accerchiamento, è sufficiente questo
documento per capire di quale misero arsenale disponessero gli
uomini attestati nei cascinali intorno alla Benedicta armati,
quando andava bene, con un fucile da caccia: questa era la situazione
dei due fronti in quella tragica alba del 6 aprile 1944 e indicava
che per i giovani partigiani il destino era segnato. Ma
prima di narrare i drammatici giorni del rastrellamento, occorre
ancora
ragionare sul comportamento dei partigiani nelle settimane precedenti
l’attacco: essi a dir poco sottovalutarono quanto stava avvenendo,
non tenendo nel debito conto le informazioni che erano in loro
possesso. Infatti, non solo avrebbero dovuto valutare con più attenzione
il lavoro delle spie, che pure avevano individuato e a volte
giustiziato, ma è ancor più difficilmente comprensibile la sufficienza
con cui accolsero le informazioni sul possibile rastrellamento
che continuavano a giungere loro. Infatti sia le fonti scritte
sia le testimonianze orali attestano che non solo tra i comandi,
ma nella stessa base partigiana circolarono con frequenza notizie
di una possibile azione nazifascisti: Io andavo regolarmente
una volta la settimana a Novi, a piedi [...] e portavo su dei prigionieri o delle armi,
quello che mi davano il Comitato… [...] Era già un mese che dicevano
sempre che vengono a fare ul rastrellamento… [...] Insomma, ormai
era una cantilena che ci credevamo e non ci credevamo,,, (testimonianza
di Roberto Fossati). Anche
la memorialistica è zeppa dei segni di una disarmante
sottovalutazione del pericolo:
[...]
i tedeschi da qualche tempo stanno facendo preparativi per eliminare
questa pericolosa sacca e il nostro Comando ne viene a conoscenza
attraverso vari canali informativi.
Anche noi, in Grilla
(la cascina sede del distaccamento,
ndr) riceviamo un dispaccio in tal senso da una guida di Campoligure,
ma il comando di brigata non crede ad un rastellamento in grande
stile, bensì a qualche puntata dei tedeschi per ricacciarci lontano
dalle loro principali vie di comunicazione, puntate che poi dovrebbero
rientrare.
Siamo, comunque, in
stato di preallarme (Carlo De Menech Siamo i ribelli della
montagna, in “Urbs, nn. 1-2, 1995, p. 65)
Quello
che appare più sorprendente è però la scarsa considerazione con cui
vennero accolte, da parte dei comandi, le continue segnalazioni
di movimenti di truppe e le notizie di possibili rastrellamenti
che giunsero a ripetizione già parecchi giorni prima dell’attacco: Un
pomeriggio dell’ultima settimana di marzo c.a. un corriere proveniente
da fondo valle portava la notizia di un probabile rastrellamento
in grande stile da parte di forze repubblicane. Questa comunicazione
venne subito inviata per conoscenza a tutti i Comandanti militari.
[…]
Alle due del mattino del giorno tre aprile giungeva il corriere
proveniente dal Centro, recante la notizia di un rastrellamento
fatto da parte di reparti germanici. Immediatamente anche questa
comunicazione veniva con tutta urgenza portata a conoscenza di
tutti i distaccamenti (Relazione
del Conandante della brigata d’assalto ligure, in Archivio
Isral, Fondo III Brigata Liguria).
A
queste informazioni venne prestato scarsissimo peso e le misure
difensive furono irrilevanti, limitandosi ad ordini impartiti
ai distaccamenti
più avanzati affinché lasciassero “l’accantonamento occultandosi
nella montagna” o a diramare “quelle istruzione di carattere
generale che si ritenevano necessarie per orientare e inquadrare
tutti i Comandanti di distaccamento”. Così gli uomini arrivarono
al giorno fatidico quasi completamente impreparati. Uno dei più illuminanti
documenti in al senso è il rapporto, un po’ approssimativo grammaticalmente
ma di indubbia efficacia narrativa, redatto pochi giorni dopo il rastrellamento
da un Commissario politico della III Liguria Fino:
In ogni distaccamento
non era visto il pericolo di un rastrellamento, era totalmente
scartato che i tedeschi si immischiassero in tali operazioni; a sostenere questa tesi c’era pure il comandante militare (corsivo
nostro). In due riunioni di comandanti militari dei singoli
distaccamenti fu portato all’ordine del giorno la probabilità di
un rastrellamento, fu pure deciso che in caso di tale operazione
da parte del nemico
la via della ritirata doveva essere in due direzioni diverse
per poi trovarsi al monte Dente, questo fu discusso, ma non preso sul serio (corsivo
nostro) (Il documento è nel volume Le
Brigate Garibaldi nella Resistenza, Feltrinelli, 1975, vol.
I, p. 379).
In un altro Rapporto sui fatti militari
posteriormente alla data del 27 marzo 1944 redatto probabilmente
dall’intendente Emilio Guerra, si legge esplicitamente che Il
Comando non tenne in sufficiente valore le informazioni assai
anticipate del probabile inizio di un rastrellamento perché le
prime informazioni non furono seguite dai fatti e si attribuì valore
di paura a quello che invece gli informatori consideravano sentimento
di dovere e di prudenza.
Avremo modo più avanti di tornare sulle carenze dell’organizzazione
partigiana che fu tra le concause del rastrellamento, e sul lavoro
di autocritica che maturò nel movimento partigiano e portò a
una organizzazione delle bande del tutto differente. E’ però utile
avanzare almeno una considerazione per cercare di capire questa
tragica sottovalutazione del pericolo: lo stato ancora embrionale
del movimento, la diffidenza per la “politica” diffusa in frange
significative dello schieramento partigiano, il tumultuoso ingrossarsi
delle fila, il via vai continuo tra paesi di fondo valle e cascine
sedi dei distaccamenti, caratterizzato da puntate dei partigiani
alle loro case e frequenti visite di amici e parenti, avevano
nel tempo fatto maturare tra i giovani attestati intorno alla
Benedicta la convinzione di trovarsi in una sorta di zona franca,
al riparo dai pericoli e tutelati dalla protezione del loro retroterra
sociale. In questa situazione in cui pareva regnare una sorta
di tacita non belligeranza, in cui ognuno faceva la sua parte
senza però passare dalle parole ai fatti: nazisti e fascisti
che minacciavano ma non intervenivano, giovani che non aderivano
ai bandi ma preferivano occultarsi piuttosto che organizzarsi
militarmente. L’insufficienza dei rapporti tra i centri politici
della resistenza e le
formazioni, la mancanza di un nucleo consistente di antifascisti
preparati e in grado di porsi alla testa del movimento (significativa
l’assoluta difformità nel giudicare la situazione tra i Commissari
e i Comandanti militari che traspare dai documenti citati) aveva
consentito a questo atteggiamento di imporsi anche tra i quadri
di comando, e portò a terribili conseguenze.
Sul
piano della tattica militare resta da dire che i responsabili
dei gruppo garibaldino cercarono di approntare un piano di sganciamento,
ad est verso la Val d'Orba e l'Acquese e a sud-ovest verso
Voltri e Arenzano, relegandolo però nella sfera di un'eventualità piuttosto
remota. Nessuno, insomma, volle credere che sarebbe successo
quello che poi effettivamente accadde. La
narrazione del rastrellamento si muove tra la fredda contabilità dei documenti
nazisti e fascisti che con la cadenza burocratica dei resoconti
militari ci informano delle diverse azioni, delle perdite nemiche
e dei prigionieri catturati, e la drammatica intensità dei
racconti individuali dei sopravissuti:
Stamattina
ore 6 sono state riprese operazioni rastrellamento dalle linee
di sosta
raggiunte nella serata di ieri punto solo alcuni centri hanno
abbozzata una parvenza reazione punto sino ore 15 di oggi erano
stati fatti circa 200 prigionieri e sembra che i morti ascendano
a qualche decina punto [...] reparti legioni hanno continuato
servizio blocco fermando diverse decine ribelli sbandati disarmati
che erano riusciti infiltrarsi tra un reparto
e l’altro delle truppe operanti punto. Così si può leggere in un fonogramma inviato dal Comando provinciale Gnr
di Alessandria al Comando generale - servizio politico alle ore
22.20 del 7 aprile, e altrettanto impressionante per la sua freddezza
burocratica è il fonogramma inviato alle ore 15.35 dell’11 aprile,
quando le operazioni erano pressoché giunte al termine e l’esito
dell’operazione si rivelava come una vera e propria carneficina: Giorno 8 e 9 sono continuate
operazioni rastrellamento zona Monte Pobbio (sic) + Capanne Marcarolo et capanne superiori punto zona Monte Pobbio
Cascina Labenedetta (sic)
et Capanne superiori dove ribelli erano più numerosi et meglio
organizzati si sono avute resistenze punto da notizie giunte
tutto ieri perdite ribelli ascendono a circa 200 punto un
bersagliere morto alcuni feriti germanici [...] sono stati passati alle armi 90 ribelli
tra i quali un ten. colonnello ex reg. esercito e capitano
Tosi [...] punto numero prigionieri ascende circa 400 punto
(i due
documenti sono riportati in Manganelli – Mantelli, pp. 152-153).
Rimandando
alle altre pubblicazioni in cui lo sviluppo militare del rastrellamento è narrato
con maggiore dettaglio, in particolare i lavori di Giampaolo
Pansa e di Cesare Manganelli e Brunello Mantelli, qui converrà lasciare
la parola ai protagonisti e ripercorrere sul filo della memoria
i giorni del rastrellamento. Sono storie individuali, ma anche
racconti paradigmatici dei modi in cui le centinaia di giovani
spesso disarmati vissero quella drammatica esperienza. Abbiamo
visto che il rastrellamento, orchestrato dai comandi militari
germanici di Genova e Alessandria, scattò nella notte fra il 5 e il 6 aprile
1944. La manovra d'accerchiamento doveva isolare in una sacca
senza vie d'uscita tutta l'area compresa tra la Valle Stura e
la Valle Scrivia. Cinque colonne motorizzate si mossero insieme,
rispettivamente dai settori di Lerma, Carrosio e Voltaggio, Masone,
Rossiglione e Campomorone. Un aereo «Cicogna» guidava la spedizione,
segnalando dall'alto la presenza dei «ribelli». Nella situazione
che abbiamo descritto, l’attacco non poteva che cogliere di sorpresa
i partigiani del Tobbio:
Tulipano era andato
in pattuglia al posto mio e noi ci preparavamo per la sera per
andare in azione. Intanto il Verde aveva
fatto un risotto con i fagioli, preparava soffritti e tutto.
Gustavamo già... A mezzogiorno si mangiava!!! E in un attimo...
Guardiamo verso i laghi, in un sentiero... Ma cos’è quella cosa
che si muove laggiù? Un biscione? Cos’é? Allora Sbarra, il comandante, va e prende un
binocolo. Uh! dice, una colonna enorme di tedeschi che sta venendo
da questa parte!
E
la miseria! Noi… Nessuno
ci ha avvisato, niente... E allora via, in fretta e furia, abbiamo
fatto su tutta la nostra roba (testimonianza
di Santo Campi)
[...]
vedo due che vengono su di corsa verso di me… [...] Sentivo sparare, e io
ho detto: avran fatto i lanci, perché dovevano fare i lanci gli
inglesi. [...] C’era uno che era di Salerno, si chiamava Masaniello,
[...] c’aveva una valigia, [...] era tutta sventrata e non se
ne era nemmeno accorto... Mentre andava ci avevano sparato, [...]
non l’hanno preso, però la valigia era tutta rotta... Ha visto
me e si è messo a piangere. [...] Dico: ma cosa succede? Dice:
C’è un rastrellamento così e così… Allora l’ho lasciato lì e
io sono andato a vedere dove c’era il mio distaccamento. Sono
arrivato là e le armi le ho nascoste, che poi le ho prese dopo
due o tre mesi, e ho visto che [la cascina] bruciava già (testimonianza di Callisto Arecco). Il
rastrellamento scoppiò improvviso, e i nazifascisti attaccarono in forze.
I gruppi più organizzati tentano di rispondere all’attacco
ma la maggior parte dei partigiani ebbe solo il tempo di
nascondersi alla meglio, sperando di non cadere nelle mani
dei rastrellatori:
[...]
la manovra di accerchiamento è in atto. Forti colonne avanzano in zona occupata
dalle forze partigiane, aerei da osservazione tedeschi sorvolano
ininterrottamente la zona, mentre le artiglierie martellano senza
posa le postazioni partigiane. [...] Superiorità tedesca in quanto
dispongono di armi il cui tiro è più lungo di quello delle armi
partigiane. [...] I tedeschi iniziano un violento fuoco di mitragliatrici
pesanti mentre la fanteria nemica avanza. Scambio di bombe a
mano. I partigiani si ritirano in forze verso L’intendenza. [...]
Il Comando viene abbandonato. Il 1° e il 3° distaccamento attaccano
per tutta la notte le posizioni dei nemico. [...] Violenti combattimenti
tra le rocce, con lancio di bombe a mano offensive ed incendiarie.
I tedeschi usano lanciafiamme. Tutto brucia. [...] Da
48 ore non dormiamo, non mangiamo, non beviamo. Resistiamo. Alci
n' scappano, abbandonano le armi. Vigliacchi. Ore 7,30: guardo
l'orologio per l'ultima volta! I combattimenti si fanno più aspri:
'indietreggiamo! il fumo è tale che sembra notte (dal diario di Walter Ulanowski (]osef), studente
ventunenne catturato durante il rastrellamento il 7 aprile).
La “cicogna” continua
a volteggiare e segnala con bengala i gruppi partigiani che ancora
resistono; noi aspettiamo con ansia la sera e la sospirata nebbia.
Nell’attesa ognuno
segue i propri pensieri: con un senso di rimorso penso a mia
madre, abbandonata, sola alle prese con le difficoltà consuete
della vita di un paese in guerra.
[...]
Si ode il ronzio della “cicogna”, ma, se alziamo gli occhi, non la vediamo: buon
segno. UN bengala sganciato non ha il bagliore dei primi, ma
appare quasi velato da un paralume; da più parte si sente bisbigliare,
ella nebbia (testimonianza scritta inedita di Angelo Lasagna, Fernando) Colti
di sorpresa, diversi gruppi agirono d’istinto e molti di
loro decisero di convergere verso la Benedicta, dove aveva
sede
il comando
della III Liguria:
Il
Comandante, in una rapida riunione di emergenza, dispone di
ritirarsi verso la Benedicta,
come previsto dai piani di comando. Affannosamente mettiamo in
uno zaino i pochi viveri di cui disponiamo, consistenti in alcune
pagnotte e in un pezzo di lardo. In lontananza si odono brevi
raffiche intercalate da colpi isolati dei “ta-pum” Nell’avvicinarci
alla Benedicta, sentiamo più distinto il fragore delle esplosioni
di bombe a mano, con i “tra-tra” delle machine pistole (testimonianza scritta inedita di Angelo Lasagna,
Fernando) Nessuno
lo immaginava, nessuno… Poi si sono visti arrivare là alle Capanne i tedeschi
addosso e allora c’è stato uno sbando… [...] Tanti [...]
si sono concentrati alla Benedcita pensando che arrendendosi
[...]
sarebbero
stati fatti prigionieri, non trucidati. (testimonianza
di Dante Ghezzi, Pietro).
Per
molti fu questo l’errore fatale: anziché sparpagliarsi a piccoli gruppi
cercarono aiuto e direttive dove erano dislocati i partigiani
più esperti. Così confluirono verso la Benedicta non solo diversi
partigiani della III Liguria, che dipendevano direttamente dal
comando dislocato nella grande cascina, ma anche numerosi gruppi
di giovani, in gran parte disarmati, in forza alla Brigata Autonoma
Alessandria:
Siamo andati alla Benedicta
e il comandante della Benedicta Macchi ci ha dato delle munizioni
di scorta e ci ha detto: ragazzi, andate verso i mulini di Voltaggio
e non lasciate che i tedeschi avanzino verso di noi. E mentre
ci avviamo [...] abbiamo trovato una schiera dei famosi badogliani
di Odino, trenta, quaranta, cinquanta, non so quanti, forse cento...
non so quanti erano. E... cantavano. Tutti insieme... Ohhhh...
E io ricordo che gli ho detto: ma cosa fate?!? Cantate? Ma sparpagliatevi,
tre o quattro assieme, e via...
[...]
Cantavano, felici loro... Venivano da noi perché dicevano: ci
difendono loro, sono armati... Ma sparpagliatevi, non state tutti
insieme... [...]
Anche gli altri miei amici lo dicevano. E invece loro sono andati
alla Benedicta (testimonianza
di Santo Campi)
Quando
noi abbiamo scoperto i tedeschi li avevamo ormai addosso: avevano
chiuso tutti i valichi, [...] e il capitano Odino ci ha radunato
lì nella cascina… Andiamo tutti alla Benedicta perché là ci sono
le armi e facciamo la resistenza. Siamo partiti, siamo andati
alla Benedicta, [...] siamo arrivati là e c’erano i tedeschi,
quello è stato lo sbaglio (testimonianza
di Giovanni Ponta).
Così, mentre i gruppi più organizzati e i ragazzi che conoscevano meglio
il territorio riuscivano, approfittando anche della situazione
caotica che si andava creando, a passare tra le maglie del rastrellamento,
per molti altri non vi fu scampo. Impreparati alla guerriglia,
disarmati, privi di ordini e di contatti, diventarono facile
preda per gli attaccanti. Molti di loro, in particolare quelli
confluiti alla Benedicta, anziché la salvezza trovarono ad attenderli
i nazifascisti e vennero subito catturati. Una buona metà della
Brigata «Alessandria» andò incontro a questa sorte: della formazione
autonoma solo il piccolo nucleo di Merlo riuscì abbastanza in
fretta a portarsi fuori dalla «zona calda» e a salvarsi, attraversando
il Lemme dopo due brevi soste alla cascina Carrosina e ai Molini
di Voltaggio. I
ragazzi catturati alla Benedicta all’alba del 7 aprile
vennero fucilati sotto gli occhi di alcuni loro compagni,
che erano
sfuggiti alla
cattura ma non erano ancora riusciti a filtrare tra le maglie
del rastrellamento e rimanevano nascosti nei pressi del grande
cascinale:
Noi
eravamo lì nel
bosco di fronte… Non potevamo vedere ma sentivamo la mitraglia
che sparava, e avevamo visto tutti questi nostri compagni, che
[...] la maggior parte erano tutti disarmati e si sono consegnati
prigionieri qui alla Benedicta… [...] Li hanno presi prigionieri
e poi a gruppi di quattro o cinque li hanno portati [...] in
quella curva [...] e li fucilavano [...] con la mitraglia (testimonianza di Roberto Fossati).
Ma
il racconto più drammatico del lungo e macabro rituale della fucilazione,
che si protrasse per molte ore, è quello di Giuseppe Odino, che
sopravvisse all’esecuzione:
Ci hanno chiamato,
al mattino, cinque alla volta. Io ero nel quinto gruppo, dal ventunesimo al venticinquesimo. [...] Dopo
la curva sulla destra ho cominciato a vedere cinque morti, di
Serravalle, che era poi il mio gruppo che conoscevo meglio. [...]
Anche lì, si ha delle sensazioni, perché… [...] Io vedevo un
certo Chiappella, di Serravalle, tutto sporco di sangue evidentemente,
e la mia impressione, a prima vista, mi sembrava impossibile… L’hanno
impiastrato di rosso per farci parlare noi… [...] C’hanno schierato
là [...] e lì c’era il plotone d’esecuzione… tempo neanche d’essere
in fila e c’han tirato… e… Io sostenevo un partigiano [...] praticamente
l’ho tenuto su così, e m’ha salvato lui [...]. E son caduto giù,
e questo me lo son portato dietro, involontariamente… [...] Questo
momento veramente tra
i più brutti di tutti quelli che ho passato, perché sentivo
le pallottole fischiare… [...] Io sono rimasto lì, perché c’era
questo plotone d’esecuzione di bersaglieri, bersaglieri di Stanza
a Bolzanerto, ma questo me l’hanno detto dopo, io ho visto che
non erano tedeschi, che erano militari italiani… Comunque cado
giù, e mentre vado giù c’è Leo, che è vicecomandante della brigata,
che han tentato di fare un colpo, ha sparato… [...] Ho sentito
gli ufficiali italiani che comandavano il plotone d’esecuzione … “Ci
ritiriamo alla Benedica che siamo attaccati”. Io quando ho sentito
così ho cominciato a tirare fuori la testa, guarare un po’… Vedevo
che andavano verso la Benedicta, e lì c’è un ruscello sulla sinistra
e me ne sono andato lungo quel ruscello e ho camminato più che
potevo camminare… [...] Poi mi è venuta paura, perché vedevo
questo aereo che girava, e non è che segnalasse me, però sai,
in quei momenti… Lo vedevo con la mia testa… E allora cosa ho
fatto? C’erano delle foglie secche ho preso tutte queste foglie
secche e mi ci sono infilato e sono rimasto lì… (testimonianza di Giuseppe Odino). Il
rastrellamento non ebbe termine con le fucilazioni. Nella
notte tra il 7 e l'8 aprile l’azione antipartigiana proseguì con immutata
intensità e investì anche diversi componenti della III «Liguria»,
lasciata quasi indenne dalla prima fase dell'operazione.
Trenta
partigiani del V distaccamento, che sotto la guida di Emilio
Casalini (Cini) erano riusciti a sganciarsi dalla cascina Grilla
al monte
Orditano, vennero sorpresi in cammino nei pressi dei monte Figne:
catturati, furono tradotti a Voltaggio per essere giudicati da
un tribunale di guerra. A Masone, invece, furono concentrati
una quarantina di uomini rastrellati tra Campo Ligure e Rossiglione.
Il bilancio delle perdite per i partigiani diventava sempre più pesante.
Già nel corso della nottata altre ventuno vittime si aggiunsero
a quelle della Benedicta: quattordici ragazzi pressoché inermi
furono trucidati a Passo Mezzano e un'analoga sorte conobbero
i componenti di una piccola squadra di sette «ribelli», caduti
in un'imboscata tra Cravasco e i Piani di Praglia e giustiziati
a Isoverde. Le esecuzioni proseguirono durante la giornata successiva:
a Villa Bagnara caddero tredici dei quaranta prigionieri di Masone;
a Voltaggio, invece, furono fucilati cinque autonomi e tre garibaldini,
tra cui Emilio Casalini, comandante del V distaccamento. Si
era alla vigilia di Pasqua e i morti superavano ormai
abbondantemente il centinaio. Tre giorni dopo, l'11 aprile,
sempre a Voltaggio
si registrò il massacro di altri otto appartenenti alla Brigata «Alessandria»;
e questo quando già le forze tedesche avevano ricevuto l'ordine
di abbandonare il settore e rientrare in sede.
Anche
se non costò vite umane, uno degli atti di violenza gratuita dei nazifascisti
si indirizzò verso la Benedicta: l’antico edificio “colpevole” di
avere ospitato il comando e l’intendenza della III Liguria, dopo
aver svolto la funzione di prigione per i ragazzi in attesa di
essere fucilati o deportati nella serata del 7 aprile, venne
minato e distrutto. Come in altri luoghi d’Italia e del mondo
la guerra non risparmiava, nella sua logica folle, neppure questo
grande cascinale sorto come convento benedettino che rappresentava
uno dei luoghi di maggior interesse storico e architettonico
della fascia appenninica. E’ assai difficile fare un computo totale delle vittime. Alle centoquarantasette
esecuzioni «regolari» bisognerebbe aggiungere i caduti in combattimento
e i contadini della zona trucidati per pura rappresaglia. Sono
infatti numerosi gli episodi di violenza perpetrati contro la
popolazione civile, rea unicamente di aver prestato aiuto ai
giovani partigiani: ecco, così come ce li restituiscono i
documenti e le testimonianze, alcuni episodi di efferata
e gratuita barbarie
perpetrati contro partigiani e contadini.
Orfeo!
Il primo morto è stato quello… Gli hanno sparato, l’hanno colpito
ed è caduto a terra. Che poi ha fatto una morte, poverino… Gli
hanno lasciato di guardia due fascisti e per un giorno e una
notte a lamentarsi là a terra, e quelli della cascina che era
lì vicino volevano portarci da bere e qualcosa da magiare e glielo
impedivano. L’hanno lasciato morire lì, così, dissanguato, che
poteva anche campare se lo curavano, no? (testimonianza
di Santo Campi).
I
tedeschi [...] presso la cascina dei Faldi catturano una preda: è Gigante
il nostro ex aiuto-cuoco.[...] Lo traducono seco alla cascina
Fuia dove, nel prato antistante, lo massacrano di botte con bastoni
e calci di fucili, torturandolo e riducendolo una maschera
di sangue.
Un
contadino della cascina, pietosamente, tenta di portare al giovane
massacrato un bicchiere d’acqua; un tenente tedesco lo ignora,
ma il capitano, che sta martirizzando quell’infelice, gli dà un
colpo al bicchiere buttandoglielo lontano e con tono minaccioso
gli grida: “Weg, raus!”.
Dopo qualche
ora, viene chiamato un ragazzo di 14-15 anni,figlio dell’altra famigliari contadini che abita
alla Fuia, e gli viene presentato il prigioniero con le seguenti
parole: “Guarda come vanno trattati i traditori della Patria!”.
Indi, il povero Gigante viene finito con un copo di pistola alla
nuca (Carlo De Menech Siamo i ribelli della montagna,
in “Urbs, nn. 1-2, 1995, p. 66) I
tedeschi hanno derubato i contadini di quanto avevano, comprese
le mucche che furono trasportate in città sui camion delle truppe.
I contadini dai diciotto-venti anni in su sono stati costretti
a cooperare nelle operazioni in tutti i lavori di trasporto.
Ciò nonostante le loro case sono state o incendiate o fatte saltare
per aria con mine. Cinque di essi sono stati fucilati sulla soglia
della loro casa al cospetto dei loro congiunti.
Uno
dei più raccapriccianti episodi è il seguente:
Due
patrioti insanguinati e feriti si sono presentati nella casa
di un contadino ed hanno
chiesto aiuto per medicarsi le ferite più gravi. Giunsero nel
frattempo i tedeschi che chiusero porte e finestre e appiccarono
il fuoco bruciando vivi i due compagni e l’intera famiglia di
contadini (Il documento è nel volume Le Brigate Garibaldi nella Resistenza,
Feltrinelli, 1975, vol. I, p. 375). Secondo
i documenti fascisti e tedeschi sulle alture del Tobbio
la calma tornò solo tra l’11 e il 12 aprile, dopo quasi una settimana
di rastrellamento. Una calma relativa, perché in una relazione
redatta dal Comandante provinciale della Gnr il 21 aprile 1944
si può leggere che i fascisti, non paghi di quanto era successo
nei giorni precedenti, “dal 13-4 ad oggi” effettuarono “quattro
rastrellamenti nella zona già invasa dai ribelli”. L’esito delle “operazioni” fu
però nullo (“sono stati recuperati due fucili mitragliatori ed
alcuni caricatori con munizioni, due pistole vecchie a tamburo”)
a riprova che le bande erano state completamente sgominate.
I
fucilati ebbero una sepoltura sommaria e provvisoria, perché nessuno, se
si esclude una squadra di disinfezione dell’Ospedale Militare
di Alessandria, poté per diversi giorni avvicinarsi alla zona
dell’eccidio. Solo a rastrellamento finito i parenti e gli amici
dei giovani uccisi poterono raggiungere le fosse comuni dove
erano stati ammassati i cadaveri dei loro congiunti. La scena
del massacro era terrificante e così la racconta Michelangelo
Grosso, fratello minore di due dei caduti, tra i primi a raggiungere
con i genitori il luogo dell’eccidio: Mia
mamma ha avuto subito la percezione che i suoi figli
fossero stati fucilati, e subito si è disperata dicendo: andiamo, andiamo perché stanno
uccidendo Enrico e Pietro.
[...]
Siamo arrivati proprio alla Benedicta dove abbiamo trovato
le fosse con tutti
questi cadaveri… Mi ricordo benissimo che vi era una ragazza
molto giovane che si dava da fare per ripulire tutti questi caduti
in queste tre fosse che vi erano… Mentre mia mamma di temperamento
più forte li uliva e cercava di aggiustarli, mio babbo, probabilmente
perché era debole di cuore, non ha visto niente, è svenuto… (testimonianza di Michelangelo Grosso). Michelangelo
e i suoi genitori trovarono accanto alle fosse alcune
ragazze giunte prima di loro. Tra esse c’era Martina Scarsi,
una giovane antifascista ovadese
alla cui penna si deve una delle più notevoli ed emotivamente intense
descrizione della zona dell’eccidio nei giorni immediatamente
successivi al massacro:
Cominciammo
a salire lungo il sentiero che ci doveva condurre alla Benedicta.
I primi casolari, che ben conoscevamo, li trovammo incendiati,
devastati, saccheggiati, vuoti. Tutto intorno non un'anima viva.
Andammo avanti finché la salita si fece più ripida. Eravamo stanche.
Sedute su una pietra sentimmo dei passi sopra di noi. Qualcuno
scendeva. Erano in due e risultarono alle dipendenze della C.R.I.
Venivano dalla Benedicta: [...] «Alle Capanne di Marcarolo ci
sono ancora i tedeschi e i fascisti, non è possibile andare lassù».
Rispondemmo che ci andavamo lo stesso. Ci guardarono rassegnati
e ci dissero: «Se proprio volete andare, andate! State attente,
ci sono due grosse fosse dentro le quali ci saranno un centinaio
di partigiani fucilati, alla destra di queste fosse, salendo
per oltre 20-30 metri al massimo, troverete sette pietre
e della terra smossa, sotto queste pietre ci sono altri sette
partigiani fucilati». Andammo avanti senza più fermarci sino
a giungere al luogo dell'eccidio. Incontrammo per primo un prete
domenicano, vestito di bianco, si aggirava attorno a quelle fosse
e sembrava pregasse. Poi subito dopo incontrammo una donna con
addosso un grembiulino bianco e in mano una bottiglia d'alcool
e dei cotone. Non lontano un uomo stava seduto su di una pietra
e lui stesso, immobile, pareva una pietra. E poi vicino alla
donna c'era un bel ragazzo di 12‑13 anni con occhi azzurri
e capelli ricci e nerissimi. Era in piedi e non diceva nulla.
Erano i genitori e il fratello minore di due partigiani fucilati
che stavano cercando tra i tanti cadaveri della Benedicta. Eravamo
soli, in tutto sei persone vive in mezzo a tanti morti trucidati
dalla barbarie nazista. Mi
avvicinai ad un albero. Era da tempo un albero secco e vidi in
terra tanto sangue
e poi dei pezzi di cranio. Uno spettacolo spaventoso. Cominciammo
ad alzare una di quelle sette pietre e a scoprire Il volto di
quei sette caduti. I I primo fu per noi sconosciuto. Il secondo
anche. Finalmente con la terza pietra scoprimmo che si trattava
dei povero Romeo (Pastorino). Lo dissotterrammo. Aveva il volto
intatto, pareva sereno. Spostammo poi le altre e trovammo anche
Aldo Canepa. Continuammo a piangere in silenzio. Andammo al grande
cascinale «La Benedicta». Trovammo in terra tutto attorno, carte
da gioco, spazzolini, dentifrici, ogni cosa e tanta legna bruciata.
La Benedicta era stata fatta saltare con la dinamite. Recuperammo
tutti i pezzi di legna possibile e con essi andammo a coprire
il volto di quei ragazzi. Ritornammo poi vicino ai genitori di
quei ragazzo. Aiutammo quella povera donna. Il padre non era
più in grado di fare qualcosa. Era impietrito. Stava solo, e
guardava nel vuoto. Anche il ragazzo continuava a rimanere immobile
e ci guardava ... (Valsesia, 1981, pp. 132-133). L’altra faccia altrettanto terribile dell’eccidio è rappresentata dal capitolo
della deportazione: eei 368 prigionieri di cui parlano le fonti
ufficiali tedesche nel bilancio del rastrellamento (ma alla fine
risultarono sicuramente più numerosi) alcuni furono fucilati
nelle settimane successive. L'operazione della Benedicta ebbe
infatti una funesta appendice nell'eccidio del Turchino: il 19
maggio 1944, dopo oltre un mese trascorso in prigionia alla Casa
dello Studente di Genova, diciassette partigiani autonomi e garibaldini
catturati tra il 6 e l'11 aprile furono fucilati insieme ad altri
quarantadue prigionieri politici. In questa rappresaglia trovarono
la morte Walter Ulanowski e i due comandanti della «Alessandria»,
Odino e Pestarino. Tra i diciassette giustiziati c’era anche
il fratello di Callisto Arecco, Domenico, che come i suoi
compagni fu condotto alla fucilazione dopo giorno di orribili
torture:
Mio
fratello l’han
preso e l’han portato a Genova, [...] casa dello studente e Marassi. Poi
mio padre è andato
a Genova [...] E non lo volevano lasciare entrare, poi c’era
un tedesco [...] e allora l’ha fatto entrare… [...] Ma non lo
conosceva più, mi ha detto… [...] Non c’aveva più le unghie,
c’avevano levato le unghie… [...] Dice: “Se dovesse venire a
casa non lo so, non lo so cosa diventerà… [...] E poi il giorno
19 di maggio lui e 59 li han portati sul turchinoe l’han fucilato
sul Torchino… (testimonianza
di Callisto Arecco)
Per centinaia di altri ragazzi iniziò il tragico viaggio
verso il campo di concentramento
di Mauthausen. Secondo la ricostruzione di Cesare Manganelli
e Brunello Mantelli i ragazzi rastrellati alla Benedicta che
finirono in campo di concentramento furono 207, tutti arrivati
con un trasporto “dato in partenza da Genova l’8 aprile e giunto
al KL il 16 dello stesso mese” (Manganelli-Mantelli, p. 40).
Di loro ben pochi fecero ritorno alle loro case: al computo di
morte del rastrellamento devono dunque essere aggiunti almeno
altri 179 ragazzi (secondo il computo che risulta dall’analisi
comparata tra le fonti disponibili presentata in questo
stesso volume) i quali finirono i loro giorni in campo di concentramento.
Nelle parole di uno dei pochi sopravissuti, Giuseppe Sericano,
il racconto del viaggio verso il campo e dell’arrivo a Mauthausen:
Alle
quattro e mezza, cinque del pomeriggio [del giorno di Pasqua],
mi han chiamato...
Senza mangiare….e piovigginava, era una giornata freddissima!
[...] Un ufficiale dice: “Adesso andate a Sesto San Giovanni.
Là c’è lo smistamento vi manderanno ai vostri distretti”. Io
non credevo più a
niente. Ci hanno caricati su un camion e portati a Gavi. Io sono
passato sotto casa, però non si vedeva nessuno. [...] Poi siamo
passati da Serravalle, là c’era il padre di quel Daffunchio [un
prigioniero, ndt], allora lui c’ha detto: “Papà andiamo a Novi,
portaci da mangiare e un po’ di roba da vestire, perché… Insomma
noi c’abbiamo fame e c’abbiamo tutta la roba sporca”. Difatti
quell’uomo lì è andato a casa, ha preso la bicicletta, dopo un
quarto d’ora venti minuti era là. Ricordo che ci ha portato una
micca di pane, un fiasco di vino, una scatola di sardine: sarà stata
un mezzo chilo! Una bottiglia di grappa, eh... Ci siamo messi
lì, come è arrivata la roba da mangiare, con la fame che avevamo,
ci siamo ubriacati senza bere. All’indomani è poi arrivata mia
madre, parenti, amici, mi han portato roba da vestire, roba da
mangiare, e noi parlavamo… Insomma, dalla via al cancello ci
sarà stato venti, trenta metri... Loro erano al di là del
cancello, e ci davano i pacchi. Come portavano quei pacchi, [le
guardie tedesche] li aprivano: nelle pagnotte guardavano,
toccavano se c’erano delle armi, dei coltelli o dei seghetti.
[...]
Ci han portato alla stazione, e ci hanno infilati nei vagoni
bestiame: noi eravamo
sessanta o settanta per vagone… Eh!, col reticolato ai finestrini
e han chiuso la porta, ci han lasciato una fessura proprio per
poter urinare e basta. Legata con un fil di ferro grosso così! [...]
E siam partiti, e “tutun, tutun” arriviamo
all’indomani mattina a Milano. E lì vengono i bombardamenti.
Apriranno?! Ci faranno scappare?! Macché! Sono scappate le guardie,
e noi là dentro belle e chiusi. Per fortuna lì non hanno
picchiato le bombe.
[...]
Siamo arrivati a Brescia: siamo stati fermi quasi tutto il
giorno nella stazione!
E man mano, due o tre per volta, ci facevano scendere, si andava
a lavarci un po’, e a orinare. [...] Avevamo una voglia di lavarci,
che là dentro quel vagone di notte era freddo, ma di giorno era
caldo, sotto il sole… Sporchi! Comunque alla sera siam partiti… Siam
partiti ma tutti col sangue alla gola… Abbiam fatto un buco per poter sporcare, andare
di gabinetto, se no dovevamo farlo su della carta, se ce n’era,
o berretti, finché c’era dei berretti, poi li buttavamo giù dal
finestrino…. [...]
Siamo arrivati in Austria, e lì, nella mattinata [il treno] si ferma in una
stazione: c’è dei militari che lavorano lungo il binario, e uno è vestito
da militare italiano; allora uno di noi: “Te che capisci un po’ il
tedesco…” . “Eh, qualcosa…”. “Leggi un po’ nel vagone cosa c’è scritto…”. È andato
a vedere, ha fatto finta di lavorare con la forca: “C’è scritto:
deportati politici, pericolosi, campo di concentrazione di Mauthausen”.
“Poveri noi” dice
questo tipo di Milano!
Lui c’era
già stato lì a Mauthausen l’altra guerra. “Eh! – dice – ragazzi,
qua bisogna mangiare tutto quello che abbiamo perché quando arriviamo
là ci portano via tutto! Ci lasciano nudi come quando siamo nati!”.
E di fatti è stato vero. [...] siamo arrivati verso le dieci
e mezza. Alla stazione siam scesi giù, con la nostra roba, abbiamo
camminato per sei chilometri a piedi. Arriviamo davanti al cancello,
lì ci contavano uno per volta, cinque per cinque, in fila. [...]
Poi si apre il portone… C’è da girare a destra, e han dato il fianco destr in
tedesco, ma chi è che lo sa?! Chi lo capisce? Allora, con
un nervo, a nerbate ci han fatto girare come buoi.
Ci
han spogliato, c’han
preso tutto: Hanno messo tutto dentro delle casse; [...] c’hanno
spogliato poi giù da una scaletta, al bagno. Però prima di andare
al bagno si passava dal barbiere. Ci han messo il rasoio sopra
alla testa: c’han rasato dappertutto, nelle gambe… fino in mezzo
alle dita dei piedi! Rapati! Come una zucca! Poi passavamo dentro
il bagno. Come si entrava c’era uno con una gomma, con un filo
d’acqua, sembrava che ci piantasse degli aghi, con l’acqua fredda
e a pressione… Ci
guardavamo un po’ in
faccia, e…. non ci conoscevamo più! Io cercavo i miei compagni,
non li conoscevo più! E poi mi han chiamato quel Daffunchio,
quel Guareschi: ma chi è che liu riconosceva rapati a quel modo
lì? Tutti nudi! E rapati!
Cinquecento
eravamo. Poi siamo usciti: ci hanno dato un paio di mutande
e una camicia.
A me le mutande andavano più o meno bene, riuscivo a abbottonarle.
La camicia mi mancava più o meno dieci centimetri per abbottonare,
eh! E c’ho detto che è stretta… m’ha dato subito una tecca,
poc!. Poi m’han dati gli zoccoli, zoccoli non chiusi, eh! Una
tavola, col taglio più o meno a forma del piede, con una striscia
di fil di ferro sopra. Me li hanno dati tutti e due dello stesso
piede. Solo che uno era più o meno la mia misura, e l’altro era
più lungo cinque o sei centimetri! C’ho detto se me li dava tutte
e due uguali…. [Lo zoccolo] più lungo l’ho preso subito in testa! [...]
Ho visto subito com’era la situazione. Con quella camicetta lì e stop! E poi
ci hanno accompagnato in una baracca di quarantena. Hanno scelto
un interprete. Questo ci dice: “Guardate ragazzi che qua [...]
il viaggio è finito. Qua dovremo lavorare, finché ci abbiamo
una goccia di sangue; dimenticarsi le famiglie, il padre, la
madre, i nonni, i fratelli, le sorelle le mogli e i figli, e
anche l’Italia. Che qua, finché c’è una goccia di sangue lavoriamo,
e quando non ce n’è più… Vedete quella ciminiera là? Passeremo
da quella ciminiera là, che è il crematorio”. Stavamo lì tutti
ammucchiati, perché lassù fa freddo! Mauthausen è su a seicento,
settecento metri! Un freddo da cane, con una camicetta così,
e mutande, senza calze, senza il berretto, senza niente, e tutti
ammucchiati! È venuto notte e ci han fatto entrare nelle baracche.
C’era dei castelli a due piani, tre, quattro per piano. Sotto
e sopra. So che di sopra a noi c’è andato un certo avvocato che
non mi ricordo più il nome, sarà stato un quintale… Come è andato
su si è rotto le tavole c’è venuto addosso. E con me c’era Daffunchio
e Guareschi. Son venuti giù ci sono cascati addosso, e giù nerbate!
Poi hanno aggiustato con sei tavole, una cosa e l’altra si son
messi a posto. All’indomani mattina alle sei, sveglia! Alzati!
E vai avanti e indietro! E insomma con le pietre [durante
il periodo di quarantena ai prigionieri venivano fatte spostare
pietre, massi, affinché non restassero inoperosi]. E
uno di qua, di là, con quel nervo, guai a mettere i piedi nel cemento.
Noi abbiamo continuato, sette o otto giorni così. Poi dopo
ci han dato le divise e il numero di matricola. Poi, per
circa dieci
giorni, ne hanno chiamato una ventina, o trenta, di andare
a lavorare, a piantare delle rape. [...] Andavamo a
trapiantare delle rape.
[...]
Poi siamo andati a Gusen 1. Ci siam salutati e non li ho
più visti Daffunchio
e Guareschi (testimonianza
di Giuseppe Sericano). Con il rastrellamento della Settimana Santa i nazifascisti
avevano inteso non solo smantellare le formazioni che con la
loro presenza minacciavano direttamente la Grande Genova e il
Basso Alessandrino, ma anche infliggere un duro colpo a tutto
il fronte resistenziale. L'annientamento dei partigiani dell'Appennino
ligure-piemontese sarebbe dovuto servire da deterrente per tutti
i giovani intenzionati a prendere la via della montagna e della
lotta armata e, se ciò non fosse bastato, le violenze contro
le popolazioni avrebbero dovuto fare terra bruciata intorno ai «ribelli»,
rompendo con il terrore il filo rosso della solidarietà tra combattenti
e civili che si andava faticosamente ma inesorabilmente tessendo. A
fine aprile 1944 il loro intento sembrava raggiunto: le informazioni
che la Guardia nazionale repubblicana inviava al Ministro degli
interni
di Salò continuavano a indicare che nella zona del Tobbio non
vi erano più segni di bande “ribelli”. Ma la situazione cambiò rapidamente,
anche perché i comandi partigiani alessandrino e genovese seppero
impostare con coraggio e tempestività una autocritica spietata
dei propri errori e riuscirono a rimettere in piedi il movimento.
Un documento particolarmente significativo della capacità di
analisi e di autocritica del artigianato ligure-alessandrino è la
già citata relazione, non firmata ma redatta con ogni probabilità dall’intendente
della III Brigata Liguria Emilio Guerra, che anche sul piano
storiografico può ancora oggi essere assunta e condivisa nei
suoi assunti fondamentali. La
relazione proponeva in primo luogo una ricostruzione
dettagliata dell’andamento
del rastrellamento e puntuali considerazioni sugli errori commessi
dallo schieramento partigiano che non prestò, come abbiamo già visto,
la dovuta attenzione al lavoro delle spie e, sottovalutando la
forza dei nazifascisti (“Noi non abbiamo avuto intuizione che
la calma del nemico non era debolezza ma semplicemente accurata
preparazione segreta”) arrivò a considerare con irrisione le
informazioni relative al possibile attacco (“si attribuì valore
di paura a quello che invece gli informatori consideravano sentimento
di dovere e prudenza”). Ma Guerra individuava correttamente l’errore
fondamentale nelle modalità con cui le bande andavano formandosi,
gravate dal peso di giovani senza preparazione militare e politica
arruolati per giunta senza la disponibilità di un adeguato
armamento per potersi difendere:
La
Brigata Liguria con l’afflusso degli elementi giovani renitenti alla leva anziché trarne
forza aveva indebolito la sua compagine: perché si
sono diluiti i quadri che sono sempre stati insufficienti;
[...]
perché non essendo
maturi non avevano alcuna comprensione per le norme cospirative; perché non potendo
essere tutti armati diminuivano la libertà di movimento degli
elementi armati; perché non
avendo mai combattuto prima [...] si sono in parte abbandonati
al panico.
Accanto
a questa analisi piuttosto lucida, il documento conteneva
anche alcune considerazioni per così dire più “di partito”, che si muovevano
su un terreno di riflessione meno capace di cogliere la complessità dei
fatti e svelavano, senza volerlo, un’altra ragione
del disastro partigiano: la relazione tendeva infatti ad
attribuire al partito d’azione la responsabilità di non aver fornito armi
adeguate ai partigiani (“Il Partito d’Azione ha la colpa di non
averci fornito le mitragliatrici Saint-Etienne”) e al Pd’A e
al Partito liberale la colpa di aver ostacolato il movimento
a causa del loro anticomunismo (“Certi atteggiamenti formali
di significato comunista hanno provocato da parte del partito
liberale e d’azione sospetto, diffidenza fino al punto da preoccuparsi
di costituire ostacoli attorno al nostro operato anziché aiutarci”).
In realtà le “diffidenze” tra i partiti del fronte antifascista
erano all’ordine del giorno, e non ne era certo immune neppure
il Partito comunista. Anch’esse dovevano dunque essere annoverate
tra le concause del rastrellamento poiché diedero luogo a forme
di controllo e sospetto reciproco che si rivelarono assai negative:
questi passi del documento, che ripropongono lo spirito di non
sopite divisioni, ci dicono che non fu facile, nelle settimane
successive all’eccidio, far maturare tra le diverse forze politiche
un atteggiamento di più concreta collaborazione. Solo quando
questo avvenne il fronte partigiano riuscì a riprendere con più vigorela
sua battaglia.
Il
valore di questa relazione non consisteva solo nella
capacità di analizzare
gli errori: essa cercava anche di proporre nuovi criteri di organizzazione
che in seguito furono effettivamente applicati La Benedicta divenne
così uno spartiacque, tragico ma importante, tra una prima fase
di crescita tumultuosa e poco coordinata del movimento e una
seconda fase in cui i principi della lotta clandestina vennero
seguiti con scrupolo e attenzione e gli errori commessi in occasione
del rastrellamento divennero insegnamenti preziosi. In questo
senso la relazione di Guerra deve essere letta come il documento
simbolo della ripresa della lotta partigiana tra Genova e il
Po su basi nuove e più strutturate. Vale dunque la pena seguirne
ancora lo sviluppo, perché in essa ritroviamo proposte operative
che informarono la strategia dello schieramento partigiano sino
alla Liberazione. La
prima questione può sembrare quasi ovvia, ma richiamava una norma elementare
di comportamento che non venne però rispettata alla Benedicta:
la mobilità dei reparti. questione tanto più importante in ragione
delle particolari caratteristiche del territorio appenninico,
caratterizzato da vallate “circostanti le città” e quindi facilmente “accerchiabili”.
L’intendente continuava poi a scavare in profondità negli
errori commessi e indicava come il movimento doveva organizzarsi: Tutte
le considerazioni riguardanti il lavoro dei partigiani furono
esaminate non abbastanza assiduamente dal triamgolo militare
(il nucelo di comando della resistenza garibaldina genovese,
ndr) che fra l’altro era composto di elementi che pur avendo
notevole capacitò politica non potevano portare alcun contributo
nell’esame di problemi di tecnica militare partigiana. La
consapevolezza di dover affiancare agli elementi con maggiore
spessore politico quadri militarmente esperti divenne una costante
dell’organizzazione
partigiana: soprattutto le formazioni garibaldine non esitarono
a cedere importanti posti
di comando ad elementi esterni al partito e a volte esplicitamente
critici con il Partito comunista ma militarmente esperti e di
grande prestigio personale tra i partigiani di base. Non fu certo
un caso se proprio due delle divisioni garibaldine del fronte
partigiano dell’appennino genovese-alessandrino, quella che costituì la
VI Zona operativa ligure, furono guidate da due cattolici assai
distanti dal partito comunista: Aldo Gastaldi, Bisagno,
comandante della divisione Cichero e Aurelio Ferrando, Scrivia,
che comandò la divisione Pinan-Cichero. Il documento proseguiva poi con una serie di indicazioni di carattere sia
militare sia politico (che valevano anche a correggere il massimalismo
verbale che abbiamo appena rilevato) e che si ritroveranno applicate
quasi alla lettera nella successiva vicenda partigiana di queste
vallate:
Piccoli
reparti mobili con un certo grado di autonomia sono preferibili.
Le
armi bisogna procurarsele (senza cullarsi “nella speranza di essere completamente armarti
con l’aiuto degli alleati”) ed occorre vi siano un certo numero
di mitragliatrici. [...] Epurare le fila
con draconiane misure di fronte al minimo sospetto senza sentimentalismi
ed inutili attese.
Allenare
veramente gli uomini con un’istruzione adeguata alla lotta
simulando tutte le possibili circostanze. Tenere
in conto immediato tutte le informazioni mentre il
meccanismo delle informazioni
verrà perfezionato.
Restare sul terreno
di una propaganda patriottica e non ostentare estremismi politici. Quando nell’inverno 1944 le Valli Borbera e Curone, dove
erano dislocati i distaccamenti delle brigate Arzani e Oreste,
vennero investite da un violento rastrellamento nel quale i nazisti
impiegarono anche truppe di soldati mongoli che si resero protagoniste
di efferate violenze contro la popolazione, si poté constatare
con precisione che i ragazzi della Benedicta non erano morti
invano. In tutti i paesi delle vallate e nei centri della Valle
Scrivia, del Novese e del Tortonese i partigiani avevano attivato
un efficientissimo servizio di informazione partigiana (Sip)
guidato dallo studente genovese Giuseppe Balduzzi, Marco II,
che aveva consentito alle brigate di ottenere tempestive informazioni
sui movimenti delle truppe naziste e della Repubblica di Salò.
I distaccamenti furono allertati per tempo e ognuno mise in atto
la propria tattica di difesa, diversificata da zona a zona. Ci furono distaccamenti che
si occultarono in buche appositamente preparate e rifornite di
cibo e acqua, chi si portò verso le cime più alte “precedendo” i
rastrellatori, fu chi scese a valle occultandosi in cascine di
famiglie amiche e attive nella vigilanza aspettando che il pericolo
passasse. In nessun caso i partigiani accettarono lo scontro.
Vale la pena sottolineare che nelle fila delle due brigate militavano
diversi reduci della Benedicta, come Santo Campi, il cui racconto
ci ha accompagnato in queste pagine, o Luigi Leggetta, Bob, o
ancora Lilio Giannecchini, Toscano, che era diventato vice comandante
della Brigata Oreste. La
relazione di Guerra terminava con l’invito a redarre un proclama da indirizzare “alla
popolazione, alle madri, alle mogli, alle sorelle, ai compagni
che attendono invano il ritorno di chi è caduto”, e formulava
un auspicio dal tono profetico: “La storia ci
dirà se questo colpo mortale ha scosso o meno la popolazione
ligure dall’apatia e dal disinteresse per le sorti della nostra
terra”. Il
proclama venne effettivamente stilato e costituì il documento della rinascita
del movimento partigiano nell’ovadese e nell’entroterra ligure
della valle Stura:
Il nemico ha creduto
di annientare con terrore non solo le nostre formazioni armate,
ma cancellare nello spirito ogni idea di riscossa, [...] fucilando
e bruciando vivi nelle case contadini e patrioti assieme, il
nemico ci ha uniti per sempre nella lotta per la liberazione. Bisogna
essere degni di chi è caduto.
Bisogna
vendicare i compagni così selvaggiamente trucidati. [...] Tutto ciò segna
il limite massimo a cui poteva giungere il nemico. La nostra
Stalingrado è giunta, occorre passare alla riscossa. L’auspicio di Guerra infatti si avverò, e l’azione nazifascista che aveva
l’obiettivo di annientare lo schieramento partigiano e incutere
il terrore tra la popolazione civile sortì l'effetto opposto,
trasformando in ostilità e in odio aperto la diffidenza già diffusa
nei confronti dei repubblichini e delle truppe tedesche. Ormai
non c'era più alcun dubbio su quale fosse il vero nemico. Così,
contrariamente a quanto speravano i comandi germanici, i mesi
successivi alla strage segnarono la graduale riscossa dei fronte
partigiano. I giovani che chiedevano di entrare in banda aumentarono
anziché diminuire e molte volte furono gli stessi sopravvissuti
all'eccidio i principali artefici della ripresa. Le
popolazioni civili, dopo un attimo di comprensibile smarrimento,
si schierarono ancor più decisamente al fianco dei giovani
in armi.
La Benedicta segnò quindi un momento di svolta nella storia
della Resistenza. Dalle ceneri dell'antico monastero in fiamme
e dal sacrificio di tanti giovani nacque una nuova divisione,
la Mingo, che dall’estate 1944 fu in grado di riprendere la lotta
contro nazisti e fascisti e contribuì alla liberazione di Ovada
e della stessa Genova. Una divisione che seppe anche ricostruire
un legame forte con la popolazione, il cui segno più importante
fu la pubblicazione del giornale “il ribelle” poi “Il Patriota”:
redatto in prima persona dal cappellano della divisone don Bartolomeo
Ferrari, don Berto, esso fu diffuso non solo tra i partigiani
ma anche tra la popolazione civile (ne venivano stampate diverse
migliaia di copie, tiratura del tutto eccezionale per un giornale
partigiano) e divenne il simbolo di un rapporto nuovamente saldo
tra giovani in armi e cittadini.
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50° anniversario della liberazione. Contiene tra l’altro il saggio
di Carlo. De
Menech, Siamo i ribelli della montagna.
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