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note
in margine ad un incontro- conversazione con gli alunni di una scuola
secondaria superiore
di Giuseppe Grassano
da Quaderno di storia contemporanea, numero 21-22, 1997


All'ingresso
dei campi di sterminio nazisti, donne e bambini venivano seprati
dagli uomini e spesso immediatamente inviati alle camere a gas
SCHEDE
TESTIMONIANZE
E DOCUMENTI
LA
SHOAH DOPO LA SHOAH
|
LA
PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA |
- La
deportazione degli ebrei alessadrini
- Elenco
degli ebrei alessandrini deportati nei campi di sterminio
- Elenco
dei deportati alessandrini nei campi di concentramento
(tratto da Cesare Manganelli, Brunello Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei: i deportati alessandrini nei campi di sterminio
nazisti, 1943-1945, Milano, Angeli, 1991, pp 79-125
- Vittorio
Finzi, Il mio rifugio in Val Borbera
- Aldo
Perosino, Gli ebrei di Alessandria. Una storia di ciquecento
anni
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Nei
mesi passati, complici alcune circostanze contingenti e fortunate,
abbiamo assistito ad un ritorno di interesse per il tema della deportazione
nazista e della memoria della tragedia dei Lager.
La
ricorrenza del decimo anniversario della scomparsa di Primo Levi,
con gli incontri, le celebrazioni, le iniziative editoriali da essaprovocate,
è stato il punto di partenza di questo revival: a cui poi ha
offerto maggiore e più ampia visibilità l'uscita sui
nostri schermi del film che Francesco Rosi ha tratto da La tregua.
Il risultato è stato quello di una udienza che, grazie
ai mass media, èuscita dal chiuso dei recinti della ricerca
storica specialistica o dal culto dellamemoria dei sempre meno numerosi
sopravvissuti al Lager. Verrebbe dapensare che tutto ciò è
l'estremo "dono" che Primo Levi ci ha voluto lasciare, continuando
quel ruolo di testimone cui ha dedicato l'intera esistenza dopo Auschwitz.
"Echi di una voce perduta" - per ricorrere al titolo di
una sua biografia apparsa qualche anno fa - che continuano a farsi
sentire tra noi.
Tutto
bene insomma, anche se non mancano elementi di perplessità
di fronte ad una attenzione che attende l'invasione mediatica per
acquistare rilievo, salvo poi ritornare, bruciato l'avvenimento che
l'ha provocata, al suo usuale percorso carsico. Allora, ecco qualche
pensiero discordante che non vuole certo rifiutare l'effetto positivo
di cui si diceva, ma solo ribadire la particolarità che, ancora
e sempre, l'argomento deportazione e la sua memoria portano con
sé. Ci si può chiedere, insomma, se sia legittimo e
sufficiente affidarsi ad un film, intenso, onesto nelle intenzioni,
per ridare voce e senso a questa memoria. E' condivisibile l'interesse
e l'attenzione di un pubblico vasto per un'esperienza incisa nella
nostra memoria civile, ma come ridotta a nozione scontata e risolta,
magari attraverso le tesi di certo revisionismo storico, quando siano
l'effetto di un'operazione calcolata anche sulle leggi del mercato
pubblicitario e dello spettacolo? Quali i rischi, i limiti di un "evento"
come l'uscita del film di Rosi?
Non
so veramente se un simile interrogativo abbia valore, almeno pensando
al successo di pubblico ottenuto dal film, alla messe folta di interventi,
valutazioni critiche, dibattiti che hanno seguito la sua uscita e
che sono state completate da recuperi e riproposte di altri films
(Schindler's list di Spielberg, primo tra tutti), o di documentari,
interviste, rievocazioni della tragedia della deportazione apparse
sugli schermi televisivi.
Forse,
ecco, al di là di ogni riserva, basterebbe a dare un senso
al tutto pensare (o sperare) che se il film e ciò che ne è
seguito sono diventati provocazione a leggere, rileggere Levi, La
tregua, o meglio ancora, Se questo è un uomo, i conti
alla fine tornano.
Perché
di fronte ad un evento come quello della deportazione, ad una realtà
"inimmaginabile", "impensabile" quale fu l'universo
concentrazionario, credo si conosca lo scacco di ogni finzione ricostruttiva,
fosse anche la più fedele ed obiettiva. E si recuperi, invece,
l'esigenza di "tornare alle fonti": di risentire le voci
dei protagonisti, la loro testimonianza.
La
questione in sostanza non riguarda la legittimità di fare un
film su questa materia, magari con la base nobile di un testo come
quello di Levi. Ogni film tratto da un'opera letteraria è,
deve essere, infedele, perché è comunque altro dal
libro a cui si ispira. E' opera autonoma di un regista che dà
la sua lettura in piena libertà e responsabilità artistica
e culturale. Riguarda invece l'uso che di una ricostruzione filmica
si vuole fare all'intemo della macchina dell'industria culturale e
dello spettacolo. E poi, su un piano più sostanziale, cioè
all'interno del rapporto finzionememoria, immagine-parola scritta
e sua rappresentazione, riguarda il rischio della semplificazione,
della banalizzazione, o anche e corri spondentemente della enfatizzazione
spettacolare: insomma della riduzione di quella forza di evocazione
e provocazione che la realtà mantiene nelle parole e negli
scritti dei sopravvissuti. Sono i rischi rappresentati dalle concessioni
all'immagine ad effetto, alla situazione caricata per conseguire commozione,
alla delineazione di personaggi trattati come figure tipiche, stereotipi
di una realtà invece ricca di sfumature, di ombre e luci.
E'
quanto ancora Primo Levi notava a proposito di un
filmato televisivo di successo come Olocausto, girato
in America nel 1977, pur dando atto della decorosità e del
buon livello del prodotto, perché - scriveva - "non abusa
del materiale incandescente su cui è stato costruito".
E ne riconosceva l'utilità per il pubblico degli spettatori,
se si accompagnava, oltre il coinvolgimento emotivo, ad un approfondimento
di indagine,e di riflessione. Che èquanto può essere
raggiunto da una lettura della memorialistica concentrazionaria o
dall'ascolto, là dove possibile, delle ultime voci dei protagonisti.
Anche perché - e penso sempre a Levi, ma non unicamente
a lui - si limitano gli eccessi di una partecipazione emotiva fine
a se stessa, si evitano le concessioni al macabro, al raccapricciante
così funzionale agli effetti spettacolari. La semplicità,
la secchezza espositiva di chi racconta "un bagaglio di memorie
atroci col massimo di rigore e il minimo di ingombro - è ancora
Levi a dirlo -, paiono essere strumenti più idonei ad
aprire la strada alla riflessione critica.
Le
considerazioni che ho cercato di esporre valgono ancora meglio se
riferite ad un pubblico di giovani, orinai lontani da ogni rapporto
memoriale con questo passato, o addirittura all'ambito scolastico.
E'
del resto Consuetudine ormai quasi istituzionalizzata
proporre al pubblico degli studenti delle nostre scuole la visione
di films reputati a vario titolo significativi o validi culturalmente.
Così è avvenuto per il film di Rosi, che,
debbo dire, in questa politica di proposte cinematografiche ad uso
didattico, ha rappresentato una occasione di ben altra dignità
rispetto a certi spettacoli cui si convoglia il "gregge"
dei nostri studenti.
Un'occasione
forte perché Levi è autore discretamente frequentato
e conosciuto; perché il film di Rosi ha suoi indiscutibili
meriti; perché, infine, i giovani, molti se non tutti, vogliono
sapeme di più. Se poi questa occasione si può collegare,
come è avvenuto nella scuola in cui insegno, all'altra circostanza
di una ricerca storica sul tema della deportazione, nell'ambito dei
tradizionali concorsi che la Regione Piemonte e l'ANED, l'associazione
exdeportati piemontese, annualmente promuovono, la riflessione critica,
cui ho cercato di dare espressione, acquista maggiore significato.
Gli
studenti che hanno scelto di lavorare in quest'ottica, al di là
delle occasioni, poche e ridotte, offerte dai normali programmi scolastici,
non solo hanno cercato di approfondire lo specifico aspetto storico
della deportazione, affrontando il problema dei totalitarismi del
'900, delle radici del nazismo, dell'antisemitismo e della pratica
del Lager, ma si sono confrontati anche con i problemi della trasmissione
della memoria, del modo con cui oggi, all'interno della cosiddetta
civiltà dell'immagine, ci possiamo riferire a quel passato.
Anche dunque attraverso un film, ma soprattutto ricorrendo alle voci
dei testimoni.
Si
è tornati dunque adesplorare l'ampio territorio della memorialistica
sulla deportazione e si è tornati a Primo Levi e con lui ad
una voce femminile, quella di Lidia Rolfi Beccaria, scomparsa
or sono due anni, appena dato alle stampe L'esilefilo della memoria,
il secondo libro dopo Le donne di Ravensbruck del 1978,
che rappresenta la sua "tregua", il racconto del ritorno
e del difficile reinserimento nella vita normale.
Su
Lidia Rolfi e sul suo ruolo di testimone serve, io credo, insistere
non solo per renderci conto di quanto sia stato importante il suo
impegno a fare emergere, nell'universo concentrazionario, la presenza
e l'importanza della deportazione femminile, ma anche per scoprire
che molti sono i fili che hanno legato Lidia Rolfi a Primo Levi e
numerosi quelli che apparentano il loro modo di rievocare l'offesa.
A cominciare dall'ammissione di avere trovato nell'autore di Se
questo è un uomo colui che ha messo in moto, attraverso
il suo libro e con i suoi incontri pubblici, quel meccanismo dell'esigenza
psicologica e dell'impegno morale a parlare e raccontare agli altri
che poi in Lidia Rolfi non si è più inceppato. Lo ha
ricordato lei stessa, questo ruolo di maestro e iniziatore svolto
da Levi, rievocando la novità di quegli incontri coi giovani
che avvennero a Torino in concomitanza con la prima mostra sulla deportazione,
sul finire del 1958. Si lacerava il velo del l'indifferenza, ottenendo
udienza presso chi si rivelava più pronto a ricevere senza
preconcetti il messaggio, cioè i giovani, ma ugualmente si
erodevano le resistenze profonde a parlare ancora attive in molti
exdeportati.
Ha
dichiarato, infatti, in una intervista, ricordando quel l'iniziativa:
Ora io fino a quella data non avevo avuto motivo di parlare soprattutto
in pubblico della mia esperienza, dovrei anzi dire che non ne avevo
parlato affatto se non con pochi intimi, che erano pur
sempre dei deportati, cioè l'impatto con chi non aveva conosciuto
l'esperienza concentrazionaria non c'era mai stato quasi, per cui
non avevo idea di come si potesse affrontare l'argomento con gli altri,
non soltanto fra di noi ma con gli altri. Ed è per questo che
io dico che Primo Levi è stato in grande maestro, perché
quella sera io ho imparato quale fosse il taglio da dare a questo
argomento quando si parlava con chi di questo argomento era completamente
all'oscuro".
E
allora il suo parlare senza ripari retorici, la chiarezza persino
provocatoria, il rifiuto della fuga nella commozione e nel patetico,
la predilezione soprattutto di un pubblico giovane a cui comunicare
il senso dell'esperienza sua e gli avvertimenti per il futuro. Con
questo pubblico Lidia Rolfì sapeva allacciare un rapporto di
immediatezza comunicativa che sollecitava partecipazione e confronto.
Entrava in sintonia con le esigenze dei giovani, le loro curiosità,
i loro interrogativi, ma sapeva guidarli sul terreno della riflessione
critica, là dove l'informazione storica, il ricordo spoglio
e diretto diventava materia per identificare un problema.
L'esperienza
di questa disponibilità a testimoniare di Lidia Rolfi con i
giovani si è interrotta ora definitivamente. Un'altra voce
perduta. Per questo, al di là di ogni retorica della commemorazione
e di qualsiasi celebrazione - atteggiamenti estranei a Lidia Rolfi,
come ben sa chi l'ha potuta conoscere -, vorrei qui recuperame l'eco
attraverso la riproposta della registrazione di uno di questi suoi
incontri. Risale a più di dieci anni fa: è avvenuto
nel 1984, sempre in occasione di un lavoro di ricerca storica condotto
da un gruppo di studenti. La classe interessata era quella finale
del triennio, ma l'iniziativa aveva contagiata anche gli alunni delle
altre classi dell'istituto, che vollero partecipare alla conversazione
e posero le loro domande. Domande poi in parte preparate, ma molte
nate dal vivo del discorso che Lidia Rolfi aveva fatto.
Rileggendo
il testo di quella conversazione credo si possano capire meglio alcune
cose: non solo il modo con cui si può affrontare oggi in prospettiva
storica la memoria del l'esperienza concentrazionari a, ma anche laprovocazione
che perun giovane nasce dalla testimonianza di un passato che non
passa, se si mette a confronto con la violenza ideologica e fisica
continuamente rinnovata dalle guerre, dai massacri e dagli eccidi
di massa, dalle pulizie etniche le cui notizie e le cui immagini ci
arrivano dalla cronaca dei nostri giorni e turbano, al di là
di ogni assuefazione, le nostre coscienze.
L'impegno
a ricordare
Domande
rivolte a Lidia Rolfi in un incontro con gli studenti dell'ITIS
di Novi Ligure il 17 febbraio 1984
La
conferenza tenuta dalla Signora Lidia Rolfi, ex-deportata nel Lager
di Ravensbruck, il 17 febbraio 1987 nella palestra del nostro istituto
è stata una novità che ci ha interessato e conquistato.
Sono intervenute le classi V e alcune IV, insegnanti e personale
della scuola. L'attenzione è stata totale e continua andassero
così le nostre assemblee! Pertre ore abbiamo ascoltato e
poi chiesto chiarimenti, spiegazioni, notizie.
La
Signora Rolfì ci ha parlato con semplicità e grande
chiarezza spiegandoci la nascita, la diffusione, gli scopi dei Lager
secondo i piani del nazismo. Ha richiamato avvenimenti storici e
aspetti ideologici della dottrina nazista. Ha messo in evidenza
la differenza tra i campi dell'Ovest, per oppositori politici, "diversi",
ecc:., e quelli dell'Est, i campi di sterminio per &li ebrei.
Ha fatto la storia e ha richiamato gli sviluppi di questi campi
seguendo le vicende belliche: come si viveva in essi, quale era
l'organizzazione, il lavoro dei deportati, quale la sorveglianza,
il comportamento delle SS, ecc.
E
poi passata a rievocare la suaesperienzadi deportata, esprimendoci
sentimenti provati, raccontandoci le vicende vissute fino alla sua
liberazione. E' stata questa la parte dell'incontro che ci ha colpito
forse di più, certo quella che più ci ha coinvolti
emotivamente.
Infine
è iniziata la discussione. Molte le domande perché
molti erano gli interrogativi che ci erano nati dentro. Noi le abbiamo
trascritte dalla registrazione che abbiamo fatto, lasciandole nell'ordine
in cui sono state poste.
D.
Molto spesso sull'entrata dei campi di concentramento c'era la scritta:
"Il lavoro rende liberi" (Arbait macht frei).
Quale
è il significato di questo motto?
R. Certamente leggendo questa frase scritta sui portali di quasi
tutti i campi si dovrebbe pensare ad un posto dove effettivamente
si lavorava soltanto e quindi si sarebbe arrivati alla libertà
attraverso il lavorò. Quella che si trovava invece era la
libertà definitiva: la morte. Come in tante altre cose i
tedeschi amavano giocare sul significato delle parole. Erano dei
motti che potevano indurre le persone che li leggevano a pensare
a prima vista ad un posto dove attraverso il lavoro si sarebbe potuto
arrivare ad una speranza: la speranza però nei piani tedeschi
non esisteva, perché il piano della soluzione finale prevedeva
la morte di tutti gli ebrei e soprattutto di tutti i politici. Questo
era previsto nel piano, tanto è vero che noi negli ultimi
giorni abbiamo temuto che la soluzione finale potesse essere portata
veramente a compimento. Abbiamo temuto addirittura di venire sterninati,
di venire uccisi tutti. Se questo non è avvenuto non è
certamente perché i tedeschi ci abbiano fatto grazia della
vita, ma perché distruggere centinaia di migliaia di persone
non è semplice come dirlo; perché una volta ammazzati
(che forse è la cosa più facile) i corpi devono essere
nel giro di pochissimo tempo o sotterrati o distrutti o bruciati.
Sono mancati loro il tempo e le strutture tecniche per farci fuori
tutti. Non soltanto, ma verso l'ultimo mese sono intercorsi dei
"pour parler", dei contatti tra generali tedeschi
e le forze alleate in avanzata; sono stati fatti degli scambi di
prigionieri. E ormai scambiando prigionieri, il mondo civile era
informato di quello che avveniva nei campi. Non sarebbe più
bastato distruggere tutti per cancellare le prove
dei crimini commessi.
Ecco allora
che il piano della distruzione finale non è andato in porto.
Tanto per citare un esempio a Ravensbruck c'era prigioniera la nipote
del generale De Gaulle, che, individuata come sua nipote, è
stata presa e messa in un Bunker, in prigione. A Ravensbruck infatti
esisteva una prigione all'intemo dei campo: come dire che nel campo
prigione esisteva ancora una prigione che era destinata ai grandi
criminali secondo la concezione nazista, cioè ai grandi capi
resistenti, oppure destinata a personaggi importanti che nell'eventualità
potevano essere scambiati.
E'
stato il destino della De Gaulle, che messa in "Bunker di onore",
in prigione, a un certo punto è stata scambiata con generali
tedeschi caduti prigionieri.
Come
è arrivata in Francia, orinai libera, nel febbraio del 1945,
ha cominciato una campagna di stampa portando a conoscenza di tutti
i francesi quello che era Ravensbruck. Grazie a questa campagna la
Croce Rossa internazionale ha potuto avere contatti con generali tedeschi.
Alcune centinaia di prigioniere francesi di Ravensbruck il primo aprile
del '45 sono state scambiate. Attraverso la Svizzera sono arrivate
in Francia prima ancora della fine della guerra. Successivamente l'altro
contingente di deportate francesi è stato salvato dalla Croce
Rossa svedese che è arrivata a prenderle con i camion all'entrata
del campo.
All'intemo
del campo sono rimaste quelle che non avevano la possibilità
di scambi di questo tipo. Erano rimaste le russe, le iugoslave, noi
italiane, ma già contingenti di olandesi, di belghe erano state
liberate prima della fine della guerra. li fatto stesso di averci
incolonnate e dirette verso le postazioni degli alleati aveva per
le SS il solo scopo di tentare una loro ipotetica salvezza.
D.
1 lager erano circondati da molta segretezza e alla fine i tedeschi
tentarono addirittura di fame sparire le tracce. Dopo la guerra
molti tedeschi sostennero di non aver saputo nulla dei campi, di
non sapere che cosa in essi avvenisse. E' questa una giustificazione
valida?
R.
Certamente no, perché la Germania, i tedeschi, la popolazione
tedesca erano perfettamente informati dell'esistenza dei campi,
tanto più che i primi campi erano stati costruiti proprio
per loro.
Pare
che nell'arco di tempo che va dal 1933 al 1945 almeno un milione
di tedeschi siano morti nei campi di concentramento: siano stati
giustiziati o abbiano trovato la morte nei campi di rieducazione,
nei campi di sterminio.
Quindi
la popolazione era perfettamente informata ma anche terrorizzata.
Bastavamolto poco per finire in campo di concentramento. Bastava
anche soltanto assentarsi dal lavoro senza giustificazione per tre
giorni La libertà individuale non esisteva: bastava avere
rapporti con un ebreo, bastava avere rapporti con stranieri... Ed
era questa una cosa estremamente facile, perché la Germania
del periodo bellico era certamente popolata più da stranieri
che da tedeschi: stranieri rastrellati in tutti i modi o allettati
da una posto di lavoro che non trovavano nella loro terra, o rastrellati
di forza e portati a lavorare nelle fabbriche, ma ancora in semilibertà,
o addirittura, come noi, fatti lavorare nelle nostre condizioni.
Comunque la Germania era piena di stranieri e bastava avere qualche
rapporto con loro per finire in campo. lo posso citare una testimonianza
personale. Lavoravo alla Siemens. La Siemens aveva costruito una
sua filiale duecento metri all'estemo dei campo. In questa filiale
lavoravano 7-8 mila deportate. Eravamo controllate da Meister, capi
reparto, che erano dei civili che arrivavano dal paese di Furstenberg
e da località vicine. Questa gente quindi ci vedeva sul lavoro,
poi rientrava a casa: è possibile che non raccontasse niente?
Avranno ben raccontato le condizioni in cui noi lavoravamo, in quali
condizioni eravamo tenute, perché non eravamo certo uno spettacolo
bello da vedersi: vestite di stracci... lo ero 32kg.: ora tenete
conto che 32 kg. voleva dire pelle e ossa e niente altro. E nonostante
tutto eravamo obbligate a 12 ore di lavoro sia di giomo che di notte;
avevamo dei controllori civili che ci guardavano sia di giorno che
di notte, che ci insegnavano a lavorare, per cui la popolazione
era perfettamente informata della esistenza dei campi.
Però,
ecco, quello che voglio dire è questo: certamente non furono
informati di tutto quello che avveniva all'interno del campo. Indubbiamente
non erano informati degli esperimenti chirurgici che venivano fatti
sui prigionieri; di come essi venivano selezionati per la morte,
perchè alla fine, verso l'ultimo periodo, anche nei campi
dell'Ovest, nei campi della Germania, anche a Ravensbruck, avveniva
la selezione.
Quando
una persona non era più in grado di lavorare, veniva selezionata
e fatta sparire in modi diversi. Non so, da noi le anziane dei campo
sono state tutte prese, portate nello Jugendlager, un piccolo campetto
che esisteva vicino a Ravensbruck, e lì fatte morire di morte
naturale. Spogliate di tutto con appelli che duravano dalla mattina
fino alla sera: una donna anziana di quelle condizioni non dura
in vita più di 15-20 giorni. Quando poi la morte tardava
a venire, venivano eliminate con il veleno in attesa che venisse
costruita la piccola camera a gas di Ravensbruck.
Verso
la fine del '44, con l'avanzata dei russi hanno dovuto chiudere
tutti i campi della Polonia. L
venuta
quindi a mancare la macchina della morte. Prima si veniva selezionate
e poi mandate alla camera a gas a Maidanek, a Lublino. Ma chiuse
le camere a gas di Lublino, in attesa di costruirla a Ravensbruck,
hanno inventato questo Jugendlager, dove hanno fatto morire tutte
le donne anziane.
Di
queste cose è probabile che la gente non fosse informata,
ma dell'esistenza dei campi, dei trasporti che arrivavano da tutta
Europa, e che transitavano per le stazioni e che attraversavano
la città, e di queste persone vestite di stracci a righe
col numero che andavano a scavare macerie, che andavano a mettere
traversine nelle ferrovie: di questo tutta la popolazione tedesca
era ben informata. Però la propaganda martellante che ci
denunciava come nemici del Reich, che denunciava tutti questi prigionieri
come coloro i quali si erano opposti alle truppe naziste, facevano
sì che la popolazione si autoconvincesse che la nostra era
la giusta punizione.
Ma
quando hanno saputo che cosa è accaduto realmente nel campo,
hanno preferito dire: "Non sapevamo". Perché se
avessero detto: "Sapevamo", sarebbero stati realmente
coinvolti nell'accusa, nella denuncia e sarebbero stati responsabili
di quello che era avvenuto. Era molto più facile dire: "Noi
non eravamo responsabili. Noi non abbiamo mai compiuto questi crimini".
D.
I deportati erano costretti a lavorare in modo disumano, sino all'esaurimento
delle loro forze. Questo lavoro aveva la sua utilità oppure
era semplicemente un modo per stroncare la resistenza dei deportati?
R.
Il lavoro rieduca, rende liberi: la concezione che il lavoro rieduca
era già nel '33 alla base della rieducazione dei politici chiusi
in campo. All'epoca erano lutti lavori inutili, e a svolgere lavori
inutili siamo mandate anche noi nel primo periodo della quarantena,
appena abbiamo ricevuto il nostro numero e ci hanno fatto le nostre
brave visite ...
Perché
eravamo sottoposte alle visite mediche, fatte più per offenderci
che per controllare se eravamo veramente sane o meno. Per esempio,
a noi donne veniva fatta la visita ginecologica vestite e la visita
ai denti nude. Questo proprio per condizionarci, per distruggerci
psicologicamente magari con il semplice metterci nude fuori, che era
una cosa traumatica tenendo conto del modo in cui eravamo state educate.
Come dice una mia amica nella sua testimonianza, noi non ci facevamo
vedere nemmeno in sottoveste dai nostri fratelli. Questa era l'educazione
dell'epoca. Ebbene, appena tu arrivi, ti mettono nuda a 19 anni vicino
alla mia compagna di 50 anni: il fatto di vedere per laprima volta
tanta umanità nuda, provocò uno choc terribile in tutte
noi. Questo faceva parte della disumanizzazione. E anche il lavoro
inutile faceva della disumanizzazione, perché appena datoci
il numero ci portarono all'estemo del campo su dune di sabbia a lavorare.
A
fare cosa? Tutte messe in tondo con una pala a spostare sabbia a destra
a sinistra per tutto il giorno. La sabbia che la pala aveva spostata
prima regolarmente tornava in questo giro al punto di partenza: il
lavoro era totalmente inutile, ma fatto apposta per distruggerci psichicamente.
Altri
lavori servivano alla comunità: per esempio, il lavoro nel
bosco dava il legname per bruciare nelle cucine, c'era lo scaricare
vagoni, il ripulire il campo...
Questa
ossessione poi della pulizia in campo, per altro impossibile da mantenere!
Il campo aveva una pavimentazione di carbonella: allora noi innaffiavamo
questa carbonella e tiravamo un rullo in continuazione, ma come l'acqua
asciugava, la carbonella veniva di nuovo fuori e il nostro lavoro
non serviva assolutamente a niente.
Era
un lavoro fatto così, senza scopo, se non quello (e anche qui
ritorna l'esempio animale) di farti tirare un rullo come una bestia.
Sono
tantissimi i lavori inutili: essi servivano alla distruzione della
persona umana.
D.
"Ho convinto mio padre e mia madre - leggiamo nel suo libro
- a donare tutto il rame alla patria, anche il pentolone del bucato,
ma non sono riuscita a convincere mia madre a cedere la sua vera.
Mi sono sentita piccola italiana di serie B, con un madre insensibile
ai richiami della patria nell'ora del bisogno".
Quali
erano le sue idee al tempo a cui si riferisce l'affermazione? perché
questo rifiuto di sua madre?
R.
Entriamo nello specifico dell'educazione fascista da tutte noi ragazze
ricevuta a livello scolastico e parascolastico. lo sono del '25
e ho cominciato ad andare a scuola nel '3 1, in pieno regime fascista.
Provenivo
dauna famiglia contadina: sono l'ultima di cinque fratelli, sono
nata in epoca fascista. L'educazione che allora ricevevamo era tutta
impostata sull'ideologia fascista: notate che il sillabario si chiamava
"Libro e moschetto: fascista perfetto"; le prime parole
che abbiamo imparato a scrivere sono state: "Viva il Duce,
eìa, eia, alalà", il famoso urlo fascista.
lo
sono stata imbevuta di questa educazione a scuola, in palestra,
nella parata e nelle varìe adunate oceaniche. Tutto ciò
aveva una contropartita a casa, rappresentata soprattutto da mio
padre e da mia madre. Mio padre sì era fatto la prima guerra
mondiale e mia madre aveva sopportato il peso della casa con tre
figli molto piccoli, sapeva dunque perfettamente che cosa voleva
dire l'educazione guerrafondadia che ci veniva istillata giorno
per giorno a scuola. Non posso dire che fossero antifascisti, ma
erano certamente dei non fascisti per reazione immediata a questo
tipo di regime che imponeva delle cose che essi trovavano
assurde.
E
la cosa più assurda per mia madre era dare al governo del
rame. Primo perché lei del rame aveva bisogno e lo avrebbe
dovuto ricomprare, ma non aveva i soldi; poi perché, conoscendo
benissimo come andavano le cose, sapeva che non sarebbe andato alla
patria, ma a rimpinguare un po' la cassa di qualche gerarchetto.
Né
tantomeno accettava di dar la vera alla patria che chiedeva l'oro
alle donne per poter andare a combattere in Abissinia. Il suo terrore
era che il figlio più grande, che era del 1914 e che era
in età di leva, finisse lui in Africa. Quindi si è
rifiutata di dare la vera.
Era
un modo di reagire alla violenza che veniva fatta sugli italiani,
i quali dovevano tutti collaborare alla guerra di Abissinia che
nessuno sentiva e voleva. Ed aveva ben ragione, perché dopo
l'Abissinia è arrivata la Spagna, che non ci ha toccato direttamente
ma che ha toccato tantissimi italiani.
Mia
madre vide poi nel '40 partire i suoi figli per il fronte e non
li ha più visti tornare a casa fino al '43.
Ecco
quindi, che lareazione di mia madreè la reazione di una brava
contadina e popolana che non si era assolutamente lasciata riempire
la testa dalle strombazzate fasciste, che, peraltro, non le arrivavano
nemmeno perché la radio non l'avevamo e il giornale non si
comprava perché costava.
lo
sì che ero imbottita a scuola, ma loro a casa non avevano
tutti questi imbottimenti dei massmedia. Vivevano i loro problemi,
che erano soprattutto economici, e sapevano perfettamente che cosa
significassero le cose che venivano dette dal grande capo, "Cerrutti",
come IQ
chiamavano
allora, o qualunque cosa venisse stampata sulla "Busiarda",
come era definita La Stampa". Sapevano che tutto quello che
si doveva, al massimo avrebbe riportato i loro figli in guerra.
E non si sono sbagliati.
Quindi
la reazione di mia madre era la reazione di unapersona che aveva
subito la guerra, che il fascismo non aveva sfiorata con la sua
ideologia, perché non era riuscita a penetrare in tutte le
case, quindi riusciva a vedere chiaramente la funzione di queste
cose.
D.
Dopo il suo rientro dal Lager, come si è inserita nel lavoro?
R.
Il rientro è stato, forse, l'inizio di un secondo campo di
sterminio, a livello psicologico però. Noi siamo rimasti
dopo la liberazione per quasi quattro mesi dimenticati un po'da
tutti. Ci avevano prima trasferiti dai russi agli americani, poi
dagli americani agli inglesi. Gli inglesi ci hanno portato al Lubecca,
ci hanno rimesso in campo di concentramento, non più chiusi
però, senza filo spinato, ma era pur sempre un campo di concentramento.
E lì siamo vissute per quattro mesi nella più assoluta
libertà, ma senza che nessuno si preoccupasse di noi. Pensate
che per quattro mesi non siamo riuscite ad avvertire a casa che
eravamo vive. Ad un certo punto ci hanno distribuito un biglietto
della Croce Rossa che è arrivato dopo il mio rientro. Quindi
eravamo praticamente tagliate fuori dal panorama italiano.
Poi,
finalmente, un giorno gli inglesi ci hanno caricate su una tradotta,
che impiegò quattordici giorni per fare il tragitto Lubecca
- Pescantina. A Pescantina abbiamo avuto il primo impatto con la
società.
Io
ho trovato un prete di Mondovì che mi ha dato pane e mele,
mi ha sturato anche una bottiglia. Ma eravamo ricevuti così,
come tanti reduci che arrivavano dalla Germania. Oltre
a
noi deportati, infatti, arrivavano dalla Germania anche i 650
mila internati militari arrestati dopo 1'8-9 settembre e portati
là come forza lavoro.
Se
gli inglesi non ci avevano assolutamente presi in considerazione
come deportati, tantomemo lo fanno gli italiani quando arriviamo.
Semmai siamo un peso in più, soprattutto le donne, di cui
non sanno che farsene.
Questo
viaggio di rientro quindi comincia a darci una certa immagine della
situazione.
A
Milano cerchiamo di prendere un vagone della 3° classe e i civili
ci sbattono giù per paura dei pidocchi. lo, arrivata a Torino,
prendo una tradotta (si viaggiava tutti in carro bestiame allora,
non essendoci spesso altre carrozze) e ho l'impatto con il controllore
che non vuole credere al biglietto che ho io. Diceva che quel biglietto
valeva per gli uomini e non per me donna, perché le donne
che cosa ci facevano in Germania?
E
così quando arrivo a Mondovì mi accorgo che la gente
non sa niente, non è informata, ma soprattutto non crede
a quello che io racconto. Credono che io inventi il 99% di quello
che dico.
In
quei quattro mesi sono ingrassata da 32 a 64 kg., perché
ci nutrivano con farinacei ed in più l'edema da fame ci faceva
gonfiare. L'assenza di mestruazioni aveva fatto sì che io
fossi diventata una specie di botticella; però bastava mettere
un dito sulla carne per vederlo sprofondare. Alla gente questo non
importava, quindi il saluto era normalmente: "Ti sei divertita
in Germania? Guarda come sei stata bene!".
Allora
ti accorgi che non puoi parlare più. Non puoi avere nessuna
comunicazione con gli altri e ti scende un muro davanti.
Quando
mi presento al Provveditorato agli studi (facevo scuola quando sono
stata arrestata) mi si risponde: "Come partigiana presenta
domanda in ritardo, come deportata non ci sono disposizioni a riguardo".
E io perdo un anno di scuola.
Non
riesco a parlare a casa perché non voglio parlare con i miei
genitori della mia esperienza. E non riesco a parlare nemmeno con
i miei fratelli, perché sono convinti di avere avuto l'esperienza
peggiore che potesse succedere ai militari. In effetti i tremila
chilometri fatti da mio fratello Enrico a piedi nella ritirata russa,
credo siano stai qualcosa di peggiore. La mia è un'esperienza
diversa, ma non riesco a raccontarla. E allora come tutti i deportati
comincio a tacere, a chiudermi, a non parlare più.
Pensate
che il libro di Primo Levi, forse il migliore, scritto sulla
deportazione, Se questo èun uomo, nel '46 vende
solo 2.600 copie. credo che l'abbiamo comprato soltanto noi
deportati. Il libro non ha alcun successo all'inizio. Verrà
ripreso circa 7-8- anni dopo e diventerà un documento straordinario.
La nostra generazione quindi non l'ha assolutamente capito.
Ognuno
aveva avuto la sua guerra. Tutti ne erano stati coinvolti, o perché
avevano la casa bombardata, o perché gli avevano rubato il
vitello o la gallina. Tutti ne erano stati coinvolti e avevano
avuta la loro guerra che sembrava la peggiore. Era dunque perfettamente
inutile parlare di queste cose alla nostra generazione.
Abbiamo
cominciato a parlare 10- 11 anni dopo. La prima volta che io ho
parlato in pubblico èstato a Torino nel '58. Ed è
stata un'esperienza straordinaria, perché il dibattito, era
stato organizzato in una piccola sa] a, convinti che ci fosse poca
gente e abbiamo dovuto rimandare via centinaia di persone, tutti
giovani. Allora abbiamo capito che il nostro pubblico era soltanto
quello. Oggi, dopo 30 anni, continuiamo a parlare con i giovani
che ci vogliono ascoltare, che vogliono sapere. Ma i primi dieci
anno sono stati una chiusura totale nei confronti di quell'altro
mondo che non aveva conosciuto l'esperienza concentrazionale.
D.
Volevamo sapere se nella sua esperienza ci sia stato un episodio
in cui si sia manifestato un comportamento umanitario da parte di
una SS nei confronti dei deportati
R.
Devo dirti di no. Perché noi consideravamo buono una SS che
non ci picchiava. Effettivamente parlare di episodi di umanità
da parte di una SS non si può. Comunque, ammesso che qualcunovolesse
compierlo, eraterrorizzato dall'ideadi essere visto, e sapeva perfettamente
che se fosse stato denunciato dal compagno, finiva in un campo di
concentramento. Questa era la realtà.
Far
finta di non vedere quello che era proibito era già un atto
umanitario, perché altrimenti correvano loro dei grossi rischi.
Una SS che ti vedeva interrompere il lavoro e non ti picchiava,
compiva già un atto umanitario. Ricordo l'episodio di un
bambino (e vi erano molti bambini nei campi), di non più
di 4 o 5 anni, biondo, con gli occhi azzurri, di cui non abbiamo
mai saputo il nome e la nazionalità. Ho visto alcune volte
una SS dargli un pomodoro, una mela. Poi, un giomo, gli è
scappata una carezza sulla testa del bambino e si è trovato
un pidocchio sul guanto. Ha cominciato a picchiarlo e poi questo
bambino è scomparso per sempre.
D.
In questi anni sono stati girati molti film sul tema dell'olocausto.
Qual è la sua opinione in merito a queste produzioni cinematografiche?
R.
Bisogna fare una distinzione: vi sono film molto belli e seri, e
altri film che hanno sfruttato la deportazione femminile per dare
vita ad un filone pomo (che mi pare comunque sia caduto dal gusto
della gente). Questi film hanno profondamente offeso tutte le deportate,
soprattutto le deportate morte. Non abbiamo mai fatto alcuna azione
legale contro di essi proprio perché voleva dire far pubblicità
inutile.
Tra
i film seri ricordo "Kapò" di Gillo Pontecorvo.
E
un
film che rispecchia abbastanza fedelmente la vita nel lager, soprattutto
la prima parte. Lo considero uno dei migliori. Ultimamente c'è
stato "Olocausto". Noi deportati non siamo rimasti troppo
soddisfatti di questo film; ma la deportazione è una cosa
estremamente difficile da riproporre attraverso i film: le persone
scheletriche, purtruccate, non si trovano più. Però
bisogna riconoscere che "Olocausto" è stato un
mezzo per avvicinare moltissime persone al discorso della deportazione.
Ha avuto una funzione importante in Germania, perché proprio
in quel periodo stava passando la legge per la prescrittibilità
dei crimini nazisti, cioè questi fatti diventavano impunibili.
Bene, dopo "Olocausto", c'è stata un'ondata di
opinioni e manifestazioni, portate avanti soprattutto dai giovani,
che ha fatto sì che la legge fosse bocciata in parlamento.
Ormai
questi giovani vogliono sapere fino in fondo e ci stanno provando
in modo molto serio.
Ecco
quindi che il film buono ha una sua funzione: quello di avvicinare
i giovani ad un certo tipo di discorso.
Esiste
poi una serie di documentari, uno migliore dell'altro. Certamente
il più bello in assoluto è quello di Alain Resnais,
"Notte e nebbia", che io vi invito a vedere. L'associazione
ex-deportati di Torino lo possiede. Anche la televisione ha proposto
recentemente "Fania": non era assolutamente male,
anche se era molto settoriale.
Ecco,
comunque, un modo per avvicinarsi al discorso, che deve poi essere
approfondito con letture.
D.
Se dovesse incontrare oggi uno dei suoi sorveglianti, che reazioni
avrebbe?
R.
li problema non me lo sono mai posto e preferisco non averne mai
incontrati. Non saprei quale reazione potrebbero produrre su di
me.
Sono
stata chiamata in un certo periodo a identificare alcune foto. Onestamente
ho dovuto dire che non le riconoscevo, perché, prima di tutto,
una delle tecniche di sopravvivenza in campo era quella della mimetizzazione,
cioè quella di non farti mai notare dal sorvegliante,
mai. Per questo dovevi fare in modo di non guardarla mai in
faccia, o do guardarla di sfuggita. Questo fa sì che a 20
anni di distanza io non mi sia sentita onestamente di fare riconoscimenti,
perchè era estremamente pericoloso.
I
maggiori responsabili del mio campo sono stati arrestati praticamente
tutti, processati e 16 di loro impiccati Quindi ì maggiori
responsabili credo abbiano pagato: Suheren è stato impiccato,
Treite è stato impiccato, la Binz ha pagato con la
vita... La sorvegliante qualunque, che non aveva una funzione, bene,
io penso che se non si è macchiata di delitti ben precisi
all'intemo del campo, avrebbe dovuto pagare, sì, ma se
non ha pagato, non è il caso di ricercarla. E' giusto che
paghino i maggiori responsabili, coloro che sono andato oltre quello
che era stato loro comandato.
Mi
dà enormemente fastidio pensare che criminali conosciutì,
come Mengele, vivano ancora tranquillamente nell'America Latina.
Mi dà fastidio che siano occorsi 40 anni per arrestare Barbie.
Ora finalmente è stato estradato e gli stanno facendo il
processo in Germania.
Comunque
la mia reazione non la so... Forse adesso sarebbe diversa. Nei primi
anni invece... t difficile dire queste cose. Certo non ho perdonato.
D.
Lei ha parlato delle reazioni che hanno avuto i suoi famigliari
e i suoi concittadini di fronte alla sua esperienza. Vorremmo sapere
ora la sua reazione a questi atteggiamenti e la profonda differenza
tra il mondo del lager e il mondo in cui si era inserita prima e
che adesso ritrova sempre uguale. Vorrei poi sapere del suo reinserimento
nella società.
R.
Indubbiamente noi avevamo sperato in un mondo diverso. Ma, tornati,
dopo quattro mesi, ci siamo accorti che, sostanzialmente niente
era cambiato. Non c'era più il fascismo, ma c'era un caos
a livello di idee e di immagini. La Resistenza subiva il contraccolpo
di una opinione pubblica non sempre favorevole, e quindi molto spesso
diventava quasi controproducente dire di essere stai deportati o
partigiani. Soprattutto ho sentito questa atmosfera nella
scuola. Non bastava aver cambiato regime per aver defascistizzato
la scuola: le strutture erano sempre uguali, i programmi anche
e anche i direttori erano rimasti uguali a prima. E
stata una profonda delusione. Bisognava però continuare
a vivere. Continuare a vivere voleva dire trovare un appiglio per
non andare in crisi totale. lo questo appiglio l'ho trovato riprendendo
a fare scuola. Molto importante per me è stato anche riprendere
gli studi all'Università. Inizialmente difficile è
stato il reintegramento nella società. Non riuscivo neanche
ad andare a ballare che era una cosa normale per persone della mia
età (vent'anni). Non riuscivo più a stare insieme
ai giovani della mia età. Un aiuto me lo davano anche la
mia partecipazione a gruppi che praticavano svariate attività
(gite in montagna, ecc..). Non riuscivo però a liberarmi
degli incubi notturni. E stato
allora il momento in cui ho pensato di sposarmi e di fare un figlio.
Queste nuove responsabilità mi hanno aiutato a sconfiggere
le mie paure. Dopo di ciò ho cominciato ad incontrami con
il gruppo di deportati e subito capii che siamo legati da un sentimento
non identificabile. Abbiamo incominciato ad incontrarci con lo scopo
di parlare del reinserimento nel mondo e della deportazione. Abbiamo
cominciato ad organizzare colloqui con i giovani e mostre per parlare
di ciò che abbiamo vissuto. Ciò mi ha aiutata ulteriormente
nel reinserimento; il tutto però è durato una decina
di anni molto difficili. Molti sono stati quelli che non sono riusciti
nell'opera di reinserimento, infatti vi sono stati più suicidi
dopo la prigionia che durante ed io sotto questo aspetto mi reputo
fortunata. Molte persone non hanno trovato alcun aiuto né
da parte dello stato, dei partiti e delle forze sociali: per questa
ragione non si sono reinseriti. Per molte persone infatti siamo
scomodi testimoni, soprattutto non vorrebbero che parlassimo ai
giovani.
D.
Volevo sapere che cosa, -secondo lei, ha motivato la generazione
successiva alla sua ad interessarsi della deportazione e quali
sono stati, se lei dice che non volevano sentire, le fonti
di informazione di questa generazione.
R.
lo ho detto che non volevano sapere quelli della mia generazione,
perché o non hanno capito, oppure non hanno voluto capire
ed allora hanno rifiutato il discorso. Le generazioni successive
che volevano affrontare questi problemi non avevano invece problemi
di coscienza. Ad esempio nella mia generazione il fatto che molti
abbiano messo in dubbio o non abbiano voluto sapere era anche un
problema di coscienza, perché si sentivano tutti responsabili
di quello che era accaduto (fascismo - guerra - arresti). La generazione
successiva non aveva invece questo problema e si avvicinava a noi
per sapere e aveva bisogno di una testimonianza diretta di certi
avvenimenti. In Francia il professore Faurisson dichiarò
che le camere a gas non erano mai esistite solo perché non
aveva testimonianze dirette
e proprio dai giovani venne il rifiuto di questa teoria. Anche oggi
vedo interesse in voi giovani e mai diffidenza
ed è ciò che mi sprona a continuare nella mia semina,
ed il raccolto tra voi verrà, non per tutti uguale, ma almeno
credo di aver arricchito la vostra coscienza personale. 1
D.
Si è parlato di esistenza di campi per soli bambini. Sono
esistiti questi campi?
R.
E' esistito un ghetto per bambini, preciso il suo nome: era Terezin.
Qui vi erano i bambini ebrei che poi erano portati alle camere
a gas di Chelmno, di Auschwitz. Pare che vi passarono 100.000 bambini.
Anche ad Auschwitz venivano portati i bambini. Questi solitamente
venivano passati subito alle camere a gas o nei forni crematori.
Esiste però la testimonianza di due bracci dove erano alloggiati
i bambini. Normalmente questi bambini venivano utilizzati per esperimenti
chirurgici e, i superstiti, venivano eliminati. Alcuni di questi
bambini sono stati portati tramite carri bestiame scoperti daAuschwitz
aRavensbruck e poi da lì a Bergen -Belsen, dove sono morti
praticamente tutti. Vi sono delle testimonianze che indicano che
ai bambini di Auschwitz veniva prelevato il sangue ogni quindici
giorni; fungevano così da banca del sangue per l'esercito
nazista. A Ravensbruck hanno sterilizzato 500 zingare. Ravensbruck
ha un altro primato: tra il 1944 ed il 1945 sono arrivate circa
80.000-90.000 donne. lo, matricola 44.000, sono arrivata a giugno
e la matricola più alta che ho visto era la 130.000. Molte
di queste donne erano incinte sono state costrette ad abortire sino
all'ottavo mese. Un bambino all'ottavo mese è già
formato e vivo. Veniva quindi bruciato o annegato. 1 pochi bambini
partoriti vivevano in condizioni disumane in una piccola baracca
e la loro vita durava circa da una a quattro settimane. Tuttavia
alcuni di essi sono sopravvissuti e vivono tuttora. Sono stati salvati
in modo rocambolesco. Un esempio può essere quello di una
bambina francese che è stata gettata oltre una rete di protezione
avvolta in una coperta nelle mani di un soldato della croce rossa
svedese che l'ha portata in salvo. Altre testimonianze di presenze
di bambini si hanno a Neuengamme, dove questi bambini erano destinati
a esperimenti chirurgici. Con l'avvicinarsi della liberazione furono
soppressi conprocedimenti atroci: sono stati addormentati e poi
appesi ai ganci damacellaio di un vecchio mattatoio. Altro caso
che ha interessato direttamente i bambini è stato quello
del voler creare un'unica razza pura ariana. Venivano create delle
case dove gli uomini e le donne prescelti si accoppiavano, la prole
veniva loro sottratta ed allevata in appositi istituti. In Polonia
documenti ufficiali testimoniano della scomparsa di 250.000 rapiti
ai loro famigliari per la ricostruzione della Germania post-bellica.
La città che ha subito maggiormente il ratto dei bambini
è quella di Lidice che era a pochi chilometri da Praga.
D.
Negli ultimi mesi di guerra voi deportati dal comportamento delle
SS vi stavate rendendo conto che la guerra stava finendo?
R.
Eravamo abbastanza infromati di ciò che accadeva tramite
i nuovi arrivati nel campo e nell'ultimo periodo dagli echi della
vicina battaglia. Le notizie precise erano la fonte della nostra
speranza. Gli ultimi otto giorni abbiamo capito che era la fine
perché le SS sono state sostituite dal personale dell'esercito.
Sei o sette giorni dopo, infatti, abbiamo evacuato il campo, mentre
imperversava la battaglia.
D.
Che cosaprova a distanza di 40 anni aparlare delle sue esperienze?
Quali sentimenti?
R.
La molla che ci ha tenuti in vita è stata quella di voler
a tutti i costi andare a denunciare come l'uomo, può diventare
bestia, per far sì che ciò non accada più.
lo mi sento in dovere di comunicare le mie esperienze, fino a che
mi assiste la salute, specialmente in nome di quelli che non sono
più tornati. Purtroppo le stragi continuano e anche da parte
di coloro che avevano subito (Algeria-Argentina).
D.
Lei ha svolto un discorso soprattutto sul piano dei rapporti umani
e delle battaglie psìcologiche che avete combattuto e mi
ha colpito il fatto che lei non abbia citato i tentativi di fuga
che, secondo me, sono il primo pensiero di un deportato.
R.
La fuga si organizza e si realizza quando è possibile. Nelle
nostre condizioni la fuga era impossibile. Poteva però rappresentare
la morte. Alcune
fughe sono state tentate: ad esempio dal mio campo è scappata
la Lecoq, perché all'esterno le hanno preparato la fuga.
Vi sono stati episodi di rivolta collettiva molto importanti: per
esempio la rivolta del campo di Treblinka, e dopo la rivolta il
campo è stato chiuso. C'è
stata la rivolta del campo di Sovribor e anche questo campo è
stato chiuso. 1 sopravvissuti in entrambe i casi non sono stati
più di quattro. C'è
stato un tentativo di rivolta straordinario a Birkenan dove i Sonder-commando
destinati al controllo delle camere a gas, che venivano soppressi
dopo un mese di servizio per eliminare pericolosi testimoni, organizzarono
la distruzione del forno. Dopo la distruzione del quarto forno
ad Auschwitz finiscono di gassare le persone. Un
tentativo straordinario di fuga è avvenuto a Mathausen,
dove 500 prigionieri militari russi a dispetto di tutte le leggi
di protezione del prigioniero vengono trattati in condizioni terrificanti.
Tra le tante cose li obbligano a mangiare come maiali. Tentano la
fuga di massa e la metà almeno trova la morte prima di arrivare
ai fili dell'alta tensione. Circa 200 riescono a guadagnare la campagna
attorno a Mathausen. Nel giro di quarantotto ore sono stati tutti
presi dai contadini e ricondotti nel campo. Solo tre o quattro riescono
a salvarsi. Sono stati tutti uccisi, tranne il generale che
è stato fatto ghiacciare all'ingresso del campo, come esempio.
Bukenwald
è un campo che si è autoliberato, perché
i prigionieri sono riusciti ad impadronirsi di importanti funzioni
di comando e riuscirono a costruirsi delle armi. La notizia
che era stato deciso di distruggere il campo fece scattare l'operazione
che durò quattro ore, e, al loro arrivo, nel pomeriggio,
consegnarono il campo agli alleati.
D.
All'inizio lei ci ha parlato di quando realmente si è resa
conto della situazione in cui si trovava andando nel Lager: quando
ha visto le prime prigioniere, i primi volti di queste persone.
Adesso
io vorrei sapere quando si è resa conto di essere veramente
in salvo.
R.
Mi sono resa conto di essere in salvo quando mi avvisarono che erano
arrivati i russi. Eravamo, con abiti diversi da quelli dei prigionieri
insieme alle SS, in fuga verso gli alleati. L'ultima notte ho perso
l'ultima compagna, sono rimasta sola.
Sulla
porta di una cascina riconosco un signore con una divisa italiana
che faceva parte di un gruppo di quattordici internati militari,
che sorio rimasti padroni della cascina in cui lavoravano, perché
i padroni erano scappati.
Ci
diedero da mangiare e e nel frattempo arrivò al notizia dell'arrivo
dei russi. Dopo di che ripo i perché le mie condizioni erano
veramente disumane: basti pensare che pesavo non
più di tre chili. La gamba mi dava dolori lancinanti e i
soldati mi portarono i primi aiuti. Al
momento della liberazione la mia preoccupazione era diventata quella
di non mangiare troppo perché poteva farmi male.
D.
Come è avvenuto il passaggio dalla sua ideologia fascista
iniziale, seppur imposta dalla propaganda attiva già a livello
scolastico, all'ideologia che la spinse a rivestire l'incarico di
staffetta partigiana?
R.
Il popolo italiano non ha mai avuto tendenze antisemite e ciò
è stato riscontrato in tutti i fronti. Il fatto che mi fece
cambiare opinione fu il ritorno dei miei due fratelli dalla Russia,
i quali furono testimoni delle prime atrocìtà naziste.
Soprattutto un impulso fondamentale al mio cambiamento l'ho avuto
con l'occupazione del nostro paese da parte delle truppe tedesche
e principalmente col fatto del rogo di Boves. Fu a quel punto che
mi arruolai con i partigiani. lo il vero volto del fascismo l'ho
capito in campo di sterminio.
D.
Anche se ha subito atrocità di ogni genere è ancora
d'accordo con l'affermazione che io ho letto nel suo libro: "
Si è già individuato nel tedesco il nemico di ora,
anzi il tedesco diventa il nemico naturale, quello che la gente
comune non ha mai digerito, nemmeno al tempo dell'Asse"?
R.
Mi riferivo ai tedeschi che occupavano le nostre zone e che già
nella prima guerra mondiale avevano fatto molte vittime. Il mio
comportamento verso i tedeschi di oggi è completamente diverso.
Non mi sento di criminalizzare tutto il popolo tedesco, ma soltanto
i tedeschi di allora. Ho nei confronti dei tedeschi il comportamento
che ho nei confronti di un qualsiasi altro popolo.
D.
Quali sono stati i suoi sentimenti il giorno che ha incontrato sul
treno che la portava in Germania Gianni Negro? Il saluto di questo
compagno le fu di conforto nella sua permanenza a Ravensbruck?
R.
Sì, vedere un volto noto è stato molto importante:
era stato come trovare un amico in quella situazione disperata.
Ricordo anche quello sconosciuto barista della stazione di Novara
che ha rischiato di farsi fucilare per portarci un caffè
caldo.
D.
Cosa pensa personalmente dei movimenti pacifisti e degli obiettori
di coscienza?
R.
lo sono sempre stata una sostenitrice degli obiettori, a condizione
che essi svolgano un servizio civile, perché non si può
obbligare nessuno a sparare, se lapropria coscienza non lo permette.
1 miei fratelli maledicevano alla partenza per il fronte coloro
che li mandavano a combattere contro chi non aveva loro fatto mai
niente.
D.
Come pensa possano impegnarsi concretamente i giovani?
R.
Molto importante è l'informazione ed essere impegnati in
attività sociali. Se potete cercate di mantenere viva la
vostra capacità critica in ogni avvenimento. Se vi sentite
di fare un servizio civile al posto di quello militare, potete anche
farlo, tenendo conto che siamo noi gli arbitri della nostra vita.
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