da
"I viaggi di Erodoto", numero 34 gennaio-aprile
1998, "Il confine orientale. Una storia rimossa".
Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori.
SCHEDE
TESTIMONIANZE
E DOCUMENTI
LA
SHOAH DOPO LA SHOAH
|
LA
PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA |
- La
deportazione degli ebrei alessadrini
- Elenco
degli ebrei alessandrini deportati nei campi di sterminio
- Elenco
dei deportati alessandrini nei campi di concentramento
(tratto da Cesare Manganelli, Brunello Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei: i deportati alessandrini nei campi di sterminio
nazisti, 1943-1945, Milano, Angeli, 1991, pp 79-125
- Vittorio
Finzi, Il mio rifugio in Val Borbera
- Aldo
Perosino, Gli ebrei di Alessandria. Una storia di ciquecento
anni
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Il ricordo,
non privo di suggestioni emotive, della buona amministrazione austriaca
è ancor'oggi largamente diffuso a Trieste, la «perla»
dell'ex Impero austro-ungarico. La benevola immagine lasciata dall'Austria
imperiale fu sapientemente usata dai tedeschi durante l'occupazione
della Venezia Giulia tra la fine del 1943 e l'aprile del 1945. La
pubblicazione di un giornale in lingua tedesca («Deutsche Adria
Zeitung»), i programmi radiofonici di Radio Litorale Adriatico
(soprattutto programmi come Trieste saluta Vienna e Vienna
saluta Trieste), l'intensa attività dell'Associazione italo-tedesca
e le occasioni mondane che in qualche modo continuarono a vivificare
la città pur sotto occupazione (basta sfogliare la stampa locale
del periodo per rendersene conto) sono in gran parte incentrate, secondo
un sapiente uso dei mezzi di persuasione, attorno al legame di Trieste
con la Mitteleuropa e il suo «glorioso» passaio austriaco.
Ed è sempre in questa prospettiva che si pensa di denominare
le province orientali sotto occupazione Adriatisches Küstenland,
riprendendo il termine Küstenland dal vecchio titolo
austriaco (Millo 1989).
Rispetto al territorio austro-ungarico l'estensione dell'Adriatisches
Küstenland in realtà era ben più ampia:
assorbiva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Pola e
Fiume, ed era diretta da un Commissario supremo (il Gauleiter Friederich
Rainer), coadiuvato da consiglieri tedeschi (Deutscher Berater),
che di fatto deteneva tutti i poteri civili e militari dei territorio.
Ora, se la «Zona d'operazioni» costituisse per i tedeschi
una souzione momentanea resa necessaria dal delicato punto di raccordo
bellico che la regione ricopriva tra mondo germanico e fronte balcanico,
oppure fosse da ritenersi una soluzione definitiva nel quadro del
Nuovo Ordine tedesco disegnato dal Terzo Reich, dal punto di vista
storiografico è argomento ancora controverso. La seconda ipotesi
è stata per lungo tempo considerata come la più solida
e credibile (Collotti 1974). L'ambiguità e le reticenze che
i tedeschi mantennero sul destino di questo territorio è da
attribuirsi all'alleanza, subalterna ma preziosa, con il neonato fascismo
della Repubblica sociale italiana che sulle «terre redente fondava
ancora tanta retorica nazionalistica. Di fatto nel Litorale Adriatico
la presenza dei fascisti repubblicani fu messa in sordina e nessun
provvedimento emanato da Salò ebbe validità nella Zona
d'operazioni. Rispetto a quest'ipotesi, ultimamente si è tuttavia
andata profilando un'interpretazione più possibilista secondo
la quale l'assunzione del territorio, da parte tedesca, non poteva
ritenersi comunque definitiva. Il fatto che i rapporti e i collegamenti
tra Adriatisches Küstenland e il Reich fossero mantenuti
dal Ministero degli esteri tedesco avvalorerebbe quest'ultima tesi
(Stuhlpfarrer 1979).
Che fosse o no da ritenersi provincia più o meno acquisita
al Reich Millenario, il dato più inquietante della presenza
nazista nel Litorale Adriatico è rappresentato senz'altro dall'imponente
apparato coercitivo. La preoccupazione di mantenere sotto stretto
controllo il territorio, soprattutto le vie di attraversamento, bonificandolo
dalla presenza partigiana soprattutto jugoslava sempre più
massiccia e incalzante, indurrà, semmai ce ne fosse stato bisogno,
i tedeschi ad adottare una politica di feroce repressione. Nella lotta
antipartigiana venne applicaio il Bandenkampf in der Operationzone
Adriatisches Küstenland una variante, arricchita di
riferimenti locali, della direttiva emanata da Hitler il 18 agosto
1942 per la lotta contro le bande nel territori orientali dopo l'invasione
dell'Urss: praticamente un prontuario, diffuso tra le truppe tedesche,
sulle tecniche d'applicazione della guerra di «sterminio».
L'Istria venne infatti messa a ferro e fuoco; si calcola che tra l'ottobre
e il novembre 1943 vennero eliminati 2000 partigiani, uccise 2500
persone inermi, arrestate 1244, mentre ne vennero avviate ai campi
di sterminio 422 (Bressan, Giuricin 1964).
I rastrellamenti, le distruzioni dei paesi, le rappresaglie sulla
popolazione civile non sono che il primo livello del sistema del terrore
messo in piedi dal nazisti. Il secondo livello èquello rappresentato
dall'apparato di polizia e dai luoghi di detenzione e tortura. Il
comandante della polizia del Litorale è il generale della SS
Odilo Lotario Globocnik, che aveva diretto a Lublino, in Polonia,
l'Aktion Reinhard, vale a dire l'operazione di sterminio che
procurò la morte di oltre due milioni di ebrei a Sobibor, Belzec
e Treblinka. Lo affianca un gruppo di collaboratori che si è
distinto nella «soluzione finale»: Otto Stadie, Kurt Franz,
Christian Wirth, Joseph Oberhauser, Dietrich Allers, Franz Stangl
non sono che alcuni dei nomi più noti di questi criminali di
guerra. Ricordiamo che Allers e Oberhauser furono processati a Trieste
nel 1976 (unici all'epoca ancora viventi) per il ruolo che ebbero
durante l'occupazione tedesca come comandanti della Risiera (Scalpelli
1995).
I nomi di questi criminali vanno ricondotti a quello del Polizeihaftlager
della Risiera di San Sabba costituito nell'ottobre del '43. Il
lager, posto a ridosso della città, ha assolto a molteplici
funzioni: campo di smistamento per gli ebrei verso Auschwitz (ne transitarono
oltre 1200); campo di raccolta dei beni razziati alla comunità
ebraica; luogo di detenzione e tortura del partigianato italiano e
jugoslavo; campo di eliminazione per i resistenti. Dal giugno del
'44 venne messo in funzione un forno crematorio e si procedette all'esecuzione
delle vittime per mezzo dello sgozzamento, dell'abbattimento con la
mazza ferrata e della fucilazíone, mentre, nelle ultime fasi,
si ritiene sia stato utilizzato il sistema della gassazione attraverso
l'utilizzo di camion ermetici. Le vittime della Risiera si aggirano
attorno alla cifra di 3000-4000 unità (Matta 1997). Accanto
alla Risiera, la specificità della quale risiede nelle operazioni
di sterminio condotte al suo interno con i metodi adottati Einsatzkommando
proveniente dalla Polonia, esiste una costellazione di altri luoghi
di detenzione e tortura. Oltre ai vari uffici distaccati dall'EKR
Einsatzkommando Reinhard) in Istria e in Friuli, a Trieste, la
«capitale» del Litorale, vanno almeno ricordati il bunker
del comando delle SS in piazza Oberdan, la «vílla triste»
di via S. Michele e quella, ancora più terribile, di via Bellosguardo
diretta dal vicecommissarlo dell'Ispettorato speciale Gaetano Collotti.
Nell'aprile del 1943 Mussolini istituì nella Venezia Giulia
l'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza con a capo l'Ispettore
generale Giuseppe Gueli con funzioni di repressione antipartigiana
e di controllo dell'attività «sovversiva» nelle
fabbriche. Con l'arrivo dei tedeschi l'Ispettorato si mise subito
al loro servizio rendendosi protagonista di una spietata repressione
contro gli antifascisti che spesso superò, per crudeltà
ed efferatezze, le stesse SS.
La pagina del «collaborazionismo» locale è senz'altro
una delle più spinose e delicate. Non solo per la crudele partecipazione
di questi reparti di polizia italiani (ai quali, non dimentichiamolo,
si affiancò il collaborazionismo sloveno), ma anche per il
ruolo che finirono per avere il podestà Cesare Pagnini e il
prefetto Bruno Coceani, graditi ai tedeschi ed essi stessi espressione
dell'ambigua simpatia filotedesca che nutriva una parte non trascurabile
delle classi dirigenti locali intimorite dal pericolo partigiano slavo-comunista
che incombeva sulla regione. La costituzione di una «guardia
civica» con compiti di controllo e sorveglianza dell'ordíne
pubblico quale emanazione dei poteri civili locali fu di fatto uno
strumento in mano tedesca per espletare, al bisogno, funzioni di supporto
alla repressione, mentre si rivelò prezioso mezzo zo di controllo
e contenimento dei giovani altrimenti reclutabili dal partigiani.
Ciononostante un certo numero di essi aderì ugualmente alla
Resistenza, per quanto non fosse facile, soprattutto per chi non militasse
già nelle file comuniste, aderire a un movimento di liberazione
egemonizzato da sloveni e croati, refrattari a riconoscere l'antifascismo
italiano, ritenuto, in molti casi, un tardivo tentativo di recupero
non sufficiente a riparare i lunghi anni di dominio e discriminazione
fascista (Fogar 1997). Non si può inoltre dimenticare che una
parte cospicua di italiani fu assoggettata al lavoro forzato nella
struttura della Todt, in condizioni di semiprigionia, subendo un trattamento
spesso duro e sprezzante. La strada fra Trieste e Fiume, per esempio,
fu punteggiata da campi di lavoro che videro impegnati tanti italiani
nella costruzione di fortificazioni e trinceramenti (Spazzali 1995).
Il quadro d'insieme che l'occupazione tedesca della Venezia Giulia
ci offre è quindi frastagliato e complesso. L'apparato repressivo
si articola e si diversifica, per durezza e per scopi e finalità
diverse: dalla pura eliminazione, alla rapina, al saccheggio, all'utilizzo
delle forze locali in funzione di supporto e aiuto, sia sotto il profilo
militare che di forza lavoro. Resta tuttavia da considerare un ultimo
significativo elemento che getta ulteriore luce sulla locale presenza
tedesca: l'impatto che ebbe nella zona la deportazione verso i campi
di concentramento nazisti. Le provincie orientali (escluso quindi
il territorio di Lubiana), secondo recenti attendibili stime, ricoprono
da sole quasi un quarto (8220 unità contro 40 000 circa) della
deportazíone a livello nazionale, mentre dal Litorale Adriatico
74 convogli sono partiti per i lager nazisti a fronte dei 49 organizzati
nel resto d'Italia (Coslovich 1994). Si tratta di cifre e quantità
che esprimono con una certa chiarezza l'impatto pesante e grave dell'occupazione
tedesca, ma anche la volontà di resistergli e di riscattarsi.
In questo scenario drammatico, nel quale il gioco delle contrapposizioni
politiche s intrecciava a quello etnico-nazionale, si aprirà
il difficile e lungo dopoguerra triestino.
Bibliografia
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M. Coslovich I percorsi della sopravvivenza.
Storia e memoria della deportazione dall'Adriatisches Kústenland,
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M. Cosiovich, Racconti dal Lager.
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Gli anni 19431945, Quaderni di «Qualestoria»,
Trieste 1997.
T. Matta, La Risiera di San
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T. Matta (a c. di), Un percorso della
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S. Millo 1 peggiori anni della nostra
vita. Trieste in guerra 1943-1945, Edizioni «Svevo»,
Trieste 1989.
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Istruttoria e processo per il Lager della Risiera, 2 voli.,
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Spazzali, Sotto la Todt. Affari, servizio obbligatorio
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K. Stuhlpfarrer Le zone d'operazioni
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