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di
Alberto Cavaglion e Mario Marcarino
da una
pubblicazione dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e
provincia

Prigionieri
russi e polacchi orrendamente mutilati, provenienti da un campo
di concentramento nazista
SCHEDE
TESTIMONIANZE
E DOCUMENTI
LA
SHOAH DOPO LA SHOAH
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LA
PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA |
- La
deportazione degli ebrei alessadrini
- Elenco
degli ebrei alessandrini deportati nei campi di sterminio
- Elenco
dei deportati alessandrini nei campi di concentramento
(tratto da Cesare Manganelli, Brunello Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei: i deportati alessandrini nei campi di sterminio
nazisti, 1943-1945, Milano, Angeli, 1991, pp 79-125
- Vittorio
Finzi, Il mio rifugio in Val Borbera
- Aldo
Perosino, Gli ebrei di Alessandria. Una storia di ciquecento
anni
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All'8
settembre 1943, circa 650.000 militari italiani si trovavano nei
campi di prigionia degli Alleati, disseminati nei cinque continenti.
Tutti erano trattati secondo gli accordi internazionali, così
come, normalmente, lo erano i militari delle Nazioni Unite caduti
in mano tedesca, ad eccezione dei russi (l'Unione Sovietica non
aveva aderito alla Convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929 sul
trattamento dei prigionieri di guerra).
Il particolare accanimento tedesco contro i militari italiani
- conseguenza della capitolazione, anzi, del « tradimento
» del governo Badoglio - si manifestò immediatamente
con i feroci massacri dei prigionieri di Cefalonia, dell'Egeo,
di Corfù, dell'Albania, e di ogni altro luogo in cui, in
Italia e all'estero, le forze armate italiane avevano opposto
resistenza al disarmo e alla cattura (l'8 settembre, l'Italia
non aveva dichiarato guerra alla Germania, cioè non vi
era stato un « rovesciamento del fronte »).
L'atteggiamento persecutorio nei confronti dei « soldati
badogliani » si perpetuò nei Lager germanici e, per
di più, i tedeschi riuscirono ad eludere, con la complicità
dei fascisti di Salò, ogni forma di controllo e di intervento
internazionale a favore dei prigionieri italiani (a fine guerra
mancarono, per lo stesso motivo, statistiche sugli italiani deceduti
in Germania).
La costituzione della repubblica sociale (23 settembre, dopo la
liberazione di Mussolini) offrì, infatti, ai tedeschi il
pretesto per sospendere l'invio a Ginevra delle « cartoline
di cattura »: gli italiani furono considerati « internati
militari », non protetti, perciò, dalla convenzione
del 1929, sullo specioso rilievo che essi, appartenenti a uno
Stato alleato della Germania (la R.S.I.), non erano prigionieri
di guerra, bensì militari temporaneamente dislocati all'estero,
in attesa di essere reimpiegati.
La R.S.I. si riprometteva con tale reimpiego, che prevedeva imponente,
importanti obiettivi politici e militari: l'adesione degli internati
al costituendo esercito di Graziani avrebbe dato prestigio al
nuovo Stato fascista, sia nei confronti degli oppositori interni,
sia nei rapporti con l'alleato tedesco, tenuto anche conto del
non trascurabile apporto di combattenti « di sicura fede
fascista » che Mussolini avrebbe procurato in tal modo alle
forze dell'Asse.
Nonostante lo scetticismo del Comando Supremo tedesco sul raggiungimento
di tali obiettivi, fu prevista, come personale favore di Hitler
nei riguardi di Mussolini, la costituzione di quattro divisioni,
da addestrare in Germania, con contingenti tratti dai campi di
concentramento, integrati dai coscritti della classe 1924, che
sarebbero affluiti a partire dal 15 novembre 1943. Le divisioni
erano: la San Marco, la Monte Rosa, la Littorio e l'Italia, che
sarebbero state rimpatriate, ad ultimato addestramento, e avrebbero
costituito il primo nucleo del futuro esercito repubblicano, di
25 divisioni complessive.
Prima ancora della costituzione della R.S.I., ai militari italiani
era stato proposto, subito dopo la cattura, di collaborare, come
combattenti o come lavoratori, con le forze armate tedesche (secondo
quanto già praticato, ad esempio, con i prigionieri russi),
ma esigue erano state le adesioni, anche se con esse si era potuto
evitare il duro impatto con la prigionia e la deportazione in
Germania. Costituita la R.S.I., l'adesione per le previste unità
italiane appariva più dignitosa e le prospettive di rimpatrio
degli aderenti non mancarono di essere magnificate dal governo
fascista, con adeguata propaganda sia nei Lager, sia in Italia,
ottenendo che alle pressioni esercitate direttamente nei campi
dagli emissari fascisti si aggiungessero quelle delle famiglie
in attesa.
Contemporaneamente, pervennero dall'Italia, da parte di ditte
e di enti vari, numerose richieste nominative di personale ritenuto
necessario nell'attività esercitata anteguerra, accompagnate
ed appoggiate dal caldo invito delle famiglie (ma, anche in tali
casi, l'adesione implicava il riconoscimento della R.S.I.).
Per gli internati (oltre 600.000 uomini) fu questo il problema
centrale: resistere alle pressioni politiche e familiari e, con
esse, alla nostalgia della Patria, alla fame (le calorie giornaliere
scesero progressivamente ben sotto le 1.000 e si rimediava mangiando
i topi delle baracche) e al freddo (l'inverno 1943 -1944 fu particolarmente
crudo e i tedeschi, a ragion veduta, mandarono gli internati,
senza vestiario adeguato, a svernare nei Lager della Polonia fino
allora riservati ai soli russi che erano morti a migliaia); oppure,
con l'adesione, riconoscere come legittimo il governo della repubblica
sociale. Era una scelta cui gli internati non potevano comunque
sottrarsi e, rimanendo nei campi, restava l'amara consapevolezza
che con una semplice firma si sarebbe potuto evitare, oltre alle
sofferenze morali e fisiche, il prevedibile rischio di soccombere
(circa 40.000 internati pagarono con la vita il loro rifiuto,
altri, a causa delle sofferenze e della denutrizione, contrassero
malattie e invalidità che, dopo la liberazione, li costrinsero
a lunghi soggiorni in ospedali e convalescenziari o li condussero
a morte).
Come reazione alla pressante propaganda nazifascista, nacque all'interno
dei Lager la resistenza alle adesioni. La questione che, inizialmente,
ciascuno aveva risolto secondo le proprie inclinazioni o, più
semplicemente, paventando di rimanere in balia dei tedeschi, divenne
un problema collettivo, in una più ampia visione degli
avvenimenti e nella meditata riflessione su quale fosse il dovere
verso la Patria. Le conferenze di carattere culturale, le adunate
regionali e d'arma, gli stessi sermoni dei Cappellani, furono
pretesto ed occasione per approfondire il problema e per una attiva
contropropaganda che i tedeschi non tardarono a scoprire e a reprimere,
pretendendo la preventiva censura sugli argomenti trattati in
tali manifestazioni (gli « indesiderabili » venivano
ripetutamente trasferiti di campo). Ciò non impedì
tuttavia che l'opera di dissuasione continuasse, clandestinamente
e capillarmente, attraverso i riservati colloqui nelle baracche
e, in ogni occasione, nei ricercati contatti personali con gli
incerti e i più esposti alle contrarie sollecitazioni.
Un fattore di resistenza particolarmente efficace fu il giuramento
militare che impegnava ciascuno ad obbedire al governo legittimo,
nonostante che Mussolini avesse sciolto gli internati dal giuramento
al re. Tale fu la forza esemplare del giuramento che centinaia
di giovani ufficiali, che all'atto della cattura non avevano ancora
giurato, vollero prestare giuramento in prigionia, in segrete,
commoventi cerimonie collettive, presente la Bandiera e, talvolta,
individualmente.
Altro elemento che contribuì a rafforzare la resistenza
fu la dichiarazione di guerra del governo italiano del Sud alla
Germania (13 ottobre 1943), dichiarazione che veniva a sancire
formalmente lo stato di guerra che esisteva di fatto tra Italia
e Germania fin dall'8 settembre, per iniziativa tedesca.
La contropropaganda, che, spontaneamente, si sviluppò in
ogni Lager, sortì effetti diretti e indiretti: gli aderenti
non superarono l'1,03% e moltissimi furono i disertori che, al
rimpatrio delle divisioni repubblicane, passarono ai partigiani
(vedasi, ad esempio: G. Milano, Nebbia sulla Pedaggera
, per quanto riguarda la « San Marco », che, rimpatriata
nell'ago-sto 1944, operò nelle valli del Tanaro e della
Bormida). Senza parlare poi degli effetti negativi che il mancato
rientro, di intuitivo significato politico, della gran massa degli
internati ebbe sulla popolazione dell'Italia occupata, nei rapporti
sia con i tedeschi invasori, sia con le autorità fasciste.
Evidente, infine, l'importanza, sul piano politico internazionale,
dell' atteggiamento assunto nei confronti del fascismo da una
massa così qualificata di italiani (erano militari delle
leve cresciute nell' « ardente clima del littorio »).
Ne risultò, ad ogni richiesta, un sempre minore numero
di aderenti, malgrado le pressioni reiterate per mesi e mesi e
l'aggravarsi delle restrizioni di volta in volta minacciate e
puntualmente messe in atto come principale mezzo di coercizione.
La responsabilità di tali vessazioni risaliva sia ai tedeschi,
sia alla R.S.l.; allorquando, ad esempio, per venire incontro
alla disastrosa situazione degli internati, la Croce Rossa Internazionale
- sebbene tagliata fuori da ogni controllo dei Lager - offrì
alle autorità di Salò il suo aiuto, queste subordinarono
l'accettazione degli invii di viveri e di medicinali «alla
eliminazione di ogni etichetta o contrassegno delle merci e dei
generi, in quanto tutti di provenienza di paesi sotto il controllo
del nemico»; e, poiché la Croce Rossa non accettò
tale condizione, assurda quanto in mala fede, nessun aiuto poté
giungere agli internati.
Ciò fu tanto più grave perché la R.S.I.,
e per essa il S.A.I. (Servizio Assistenza Internati), aveva, a
Berlino, forti disponibilità di viveri e medicinali con
le quali avrebbe potuto alleviare le condizioni degli internati;
ma il S.A.I., istituito in antitesi alla Croce Rossa, aveva per
scopo statutario di « assistere materialmente e moralmente
gli internati, con mira principale il risveglio del sentimento
di orgoglio nazionale »: in altri termini, gli aderenti.
Coerentemente a tale linea d'azione, i tedeschi, dopo l'adesione,
cui conseguiva immediatamente un diverso trattamento, trattenevano
per qualche tempo gli optanti, prima di trasferirli nei campi
d'addestramento, nei campi d'origine, come zimbelli, perché
i resistenti constatassero di quale abbondante alimentazione e
di quale vestiario li avrebbe forniti la repubblica sociale, se
avessero aderito.
A parte il raffronto con la diversa sorte riservata agli altri
prigionieri (francesi, belgi, iugoslavi, ecc. si trovavano talvolta
in campi confinanti con quelli dei militari italiani), cominciarono
a farsi sentire le conseguenze della lunga fame e del freddo,
nonché delle pessime condizioni igieniche. Cimici, pulci,
pidocchi rendevano incombenti le minacce di epidemie: quelle di
tifo petecchiale, che già avevano mietuto negli stessi
campi migliaia di russi, rifecero la loro comparsa (dichiarata
la quarantena e senza medicine, il cibo veniva passato attraverso
il reticolato). La tubercolosi, le oligoemie, gli edemi da fame
aumentavano, e anche gli ospedali, per l'assoluta mancanza di
medicine e la persistente scarsità di cibo, offrivano poco
sollievo: nei soli Lazarettlager di Zeithain, di Górlitz
e di Fullen - tre fra i vari ospedali per internati - morirono
2.258 militari. (Nell'ospedale di Zeithain si trovavano anche
un gruppo di crocerossine catturate con l'ospedale militare italiano
di Atene e un altro gruppo proveniente dalla Croazia; internate
in violazione della Convenzione Internazionale, avevano rifiutato
di aderire alla R.S.I.).
Anche per il resto, le prospettive non erano incoraggianti. Il
trattamento inflitto dai tedeschi, esasperati dal fermo contegno
della massa degli internati, si faceva sempre più duro:
estenuanti trasferimenti da campo a campo, interminabili appelli
nella neve, con temperature bassissime, continue umiliazioni,
percosse. In vari campi si ebbero esecuzioni sommarie di singoli
e collettive, per infrazioni disciplinari anche lievi; per i più
ostinati vi erano i campi di punizione o il trasferimento ai KZ,
come, ad esempio, a Dora, dove morirono per le sevizie 296 militari;
ad Hildesheim, nell'Hannover, furono impiccati 132 militari dei
circa 500 addetti allo sgombero delle macerie dei bombardamenti;
150 militari furono fucilati nel Lager di Sebalduschof di Treuenbrietzen,
e così via in una serie incontrollabile di assassini.
Nel febbraio 1944 erano praticamente cessati gli arruolamenti
per l'esercito di Graziani; continuarono, invece, con gli stessi
metodi, le pressioni per le adesioni al lavoro (invece degli emissari
fascisti, venivano ora nei Lager gli imprenditori tedeschi per
scegliere gli elementi da ingaggiare). Fin dall'inizio, i tedeschi,
con brutale sfruttamento, avevano impiegato i soldati e i sottufficiali
italiani nelle miniere e nell'industria e, in aperta violazione
della Convenzione di Ginevra, anche in attività attinenti
alla produzione bellica; altrettanto si verificò più
tardi, per gli ufficiali, con l'invio generale al lavoro coatto.
Il 20 luglio 1944, infatti, con l'accordo Hitler-Mussolini fu
adottata una soluzione radicale per il problema del lavoro. Premesso
che la situazione interna italiana (così aveva fatto presente
Mussolini) non aveva consentito negli ultimi mesi di fornire alla
Germania il contingente di mano d'opera previsto, e che ultimamente
era stato chiesto alla R.S.I. un contributo di circa un milione
di unità lavorative, si stabilì che il potenziale
lavorativo degli internati militari venisse « sfruttato
in pieno per il processo di produzione germanica ». Si escluse
con ciò, da parte italiana, « qualsiasi richiesta
di rimpatrio », apparendo nocivo reintegrare nella madrepatria
degli elementi che, « a causa delle loro condizioni morali,
avrebbero potuto facilmente passare al campo avversario ».
La soluzione, il cui unico lato positivo fu quello di sottrarre
centinaia di migliaia di italiani dell'Italia occupata alla deportazione
in Germania per il lavoro forzato, ebbe per effetto che i tedeschi
si sentirono autorizzati ad usare ogni costrizione per fare uscire
dai Lager tutti gli internati e impiegarli nelle industrie, comprese
quelle belliche.
Era, però, un accordo che, non solo trasformava arbitrariamente
gli internati militari in civili, (cosiddetti « liberi lavoratori
»), ma che la Germania aveva stipulato con la R.S.I., cioè
con un governo che gli internati avevano sempre rifiutato di riconoscere.
Di fronte alla ostinata resistenza dei « badogliani »,
i tedeschi non si arrestarono e gli internati, ufficiali compresi
(questi ultimi, privati a forza dei gradi), vennero inviati al
lavoro sotto la sorveglianza della polizia, mentre i più
ribelli furono trasferiti negli orrendi « campi di rieducazione
al lavoro »; esemplare, fra altre, fu la resistenza opposta
da un gruppo di 44 ufficiali di Wietzendorf, i quali scelsero
di affrontare nel campo di Unterluss disumane sofferenze e, per
alcuni di essi, la morte.
Solo gli ammalati più gravi vennero concentrati nei Lazarettlager
(i campi della morte), dove - dopo vane promesse di rimpatrio
- attesero tra la vita e la morte e senza alcun miglioramento
dell'ordinario trattamento, la fine della guerra che molti non
riuscirono a vedere.
Sulla situazione degli I.M.I., così si era espresso, fin
dal 27 marzo 1944, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia:
« Il C.L.N.A.I., a notizia del selvaggio trattamento al
quale vengono sottoposti, da parte degli aguzzini nazisti, gli
ufficiali ed i soldati italiani internati nei campi di concentramento
in Polonia che si sono rifiutati di prestare servizio nelle organizzazioni
militari e civili tedesche; esprime a questi coraggiosi - che
pur brutalizzati e seviziati in tutti i modi, in una suprema affermazione
di dignità e di fierezza, hanno voluto negare ogni collaborazione
e prestazione al nemico - la sua solidarietà e l'ammirazione
dei liberi e degli onesti di tutto il mondo; denuncia i responsabili
dei delitti e delle atrocità affinché siano, a suo
tempo, giudicati e giustiziati come criminali di guerra».
L'odissea degli internati si concluse, con la fine della guerra
in Europa, nell'aprile -maggio 1945. Per oltre tre anni essi avevano
combattuto su tutti i fronti, compiendo il loro dovere di militari;
per venti lunghi mesi in mano di un feroce nemico, avevano lottato
contro il fascismo, come uomini liberi, ed avevano avuto fra i
reticolati, come già sui campi di battaglia, i loro Caduti.
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