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SCHEDE
TESTIMONIANZE
E DOCUMENTI
LA
SHOAH DOPO LA SHOAH
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LA
PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA |
- La
deportazione degli ebrei alessadrini
- Elenco
degli ebrei alessandrini deportati nei campi di sterminio
- Elenco
dei deportati alessandrini nei campi di concentramento
(tratto da Cesare Manganelli, Brunello Mantelli, Antifascisti,
partigiani, ebrei: i deportati alessandrini nei campi di sterminio
nazisti, 1943-1945, Milano, Angeli, 1991, pp 79-125
- Vittorio
Finzi, Il mio rifugio in Val Borbera
- Aldo
Perosino, Gli ebrei di Alessandria. Una storia di ciquecento
anni
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Troppo
facile, verrebbe da pensare, scegliere l’Olocausto come tema
di un film. Di un film “mainstream”, si intende, che
cerca, anche, il successo di botteghino. Troppo facile perché
non mancano, nel recente passato, botteghe e botteghini che hanno
beneficiato del soggetto. Perché esso è diventato,
dispiace e disturba dirlo, ma tant’è, qualcosa che
assomiglia ad un genere cinematografico.
Tanto più rischiosa, allora, tale scelta da parte di un “Autore”
degno della qualifica, e della maiuscola, quale indubbiamente è
Roman Polanski. Ragionare sul suo Pianista deve significare, perciò,
innanzi tutto chiedersi quali strategie il regista polacco abbia
adottato, quali siano state le sue risposte alla questione delicatissima
(e di rado trattata come tale) del pericolo di una “spettacolarizzazione”
di ciò che, in base a standard appena decenti di umanità
e civiltà, come spettacolo non andrebbe trattato.
Dato essenziale, al riguardo, è la connotazione fortemente
polanskiana: Il pianista è, in misura che può sorprendere,
un film marcatamente “di Polanski” e “à
la” Polanski. Di un regista abituato a costeggiare il cinema
di genere per immettervi i contenuti, i toni e le inquietudini che
caratterizzano la sua singolare verve autoriale.
Alle immagini di repertorio,che “situano” la vicenda
in apertura, segue la descrizione delle traversie degli ebrei di
Varsavia, ed in particolare della famiglia Szpilman. Al “documento”
succede quindi una narrazione la cui “convenzionalità”
non disdegna, talvolta, lo stereotipo, ed un’enfasi sui chiaroscuri
delle psicologie, su contraddizioni e lati oscuri dei personaggi.
Si pensi all’amico collaborazionista che salva Wladyslaw,
al bambino che, appena prima della deportazione, commercia per procurarsi
del denaro che non potrà più servirgli, al vecchio
ebreo folle che, per vie irrazionali, proprio in virtù della
sua follia, entra in confidenza coi soldati nazisti, e, soprattutto,
allo stesso protagonista.
Il pianista Szpilman non sembra preoccuparsi della politica e della
storia neanche quando esse entrano di prepotenza nella sua quotidianità.
La protervia con cui continua a suonare sotto le bombe possiede
la forza malata della rimozione. Tuttavia, in ottemperanza alla
cifra polanskiana dell'ambiguità, la passione di Wladyslaw
assume connotazioni via via diverse nel corso del film. La musica,
ancora come “fuga dalla realtà”, è però
motivo di resistenza, di sopravvivenza psicologica quando il musicista,
in uno degli appartamenti dove si nasconde, muove le dita sulla
tastiera di un pianoforte senza toccarla, ed immagina le note...
Per poi divenire una vera e propria ancora di salvezza quando l’ufficiale
tedesco, immagine dell’eroe romantico, sedotto dalla performance
del virtuoso decide di aiutarlo. Si tramuta, infine, finita la guerra,
in fattore di successo e di prestigio sociale.
La “follia” di Szpilman è condivisa dal suo collega
che, appena liberato, sente il bisogno di rimproverare ai nazisti,
in primo luogo, il fatto di averlo privato del suo strumento! E
dall’ufficiale romantico, cui non varrà, però,
la salvezza: non rintracciato dal pianista sarà mandato a
morire in Russia in un campo di prigionia.
Irrazionalità dell’uomo e degli eventi.
Wladyslaw, musica a parte, appare uomo di poche qualità,
ed è in fondo proprio la sua “propensione alla fuga”
(in virtù della quale, peraltro, non partecipa alla rivolta
del ghetto) a salvargli la vita.
Polanskiano è il clima di claustrazione in cui si dipanano
le sue disavventure. Con una magistrale confusione del “dentro”
e del “fuori”: appare sempre incerto da quale parte
dei vari “muri”, materiali e mentali (il ghetto, gli
appartamenti, i caseggiati diroccati), si trovi, per il protagonista,
la salvezza o la perdizione; egli appare costantemente “rinchiuso”,
negli spazi angusti come in quelli aperti e vuoti generati dai bombardamenti.
La dimensione dell’incubo e dell’irrazionale è,
in definitiva, il tratto caratterizzante di questo Olocausto visto
da Polanski; e nella categoria della “follia” sembra
andarsi a collocare lo stesso nazismo. Una visione pessimistica
della Storia o, se vogliamo, una visione a-storica, o meta-storica,
che può lasciare perplessi.
E tuttavia, Siegfried Kracauer ha potuto indicare negli incubi del
cinema espressionista tedesco il presagio dell’avvento della
Bestia; e pare lecito definire “kafkiano” il buco nero
della storia e della coscienza occidentale che chiamiamo “Olocausto”.
E polanskiano? Forse. Spielberghiano no di certo, per intenderci,
né, con tutto rispetto, benignano.
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