Siamo
in un certo numero ad essere convinti che la Shoah o Auschwitz
non si possono studiare -né, a fortiori, insegnare- come
il resto.
Questa
convinzione non comporta tuttavia l'unanimità: alcuni,
per fare un esempio che a suo tempo fece non poco rumore dall’altra
parte delle Alpi, preferirebbero che la Shoah fosse studiata ed
insegnata come un dettaglio della Seconda Guerra mondiale. La
mia trattazione non si rivolge a loro ma, bisogna esserne coscienti,
essi esistono, più numerosi di quanto non vorremmo ammettere.
Anche tra di noi, il consenso è soltanto apparente. In
effetti, la nostra convinzione comune che Auschwitz non si debba
insegnare come il resto poggia su fondamenti differenti e a volte
incompatibili.
L'argomento
più spesso invocato è quello dell'assoluta singolarità
storica della Shoah. Ricostruito per sommi capi, il ragionamento
è il seguente: se questa storia innominabile deve essere
studiata e trasmessa -e l'insegnamento è uno dei canali
della trasmissione- in modo diverso, è perché essa
è nel suo contenuto assolutamente differente dal resto
e “assolutamente differente” può qui voler
dire solo una cosa: che essa è totalmente incomparabile,
cioè che essa non intrattiene alcun rapporto di similitudine
con qualsiasi altra cosa nella storia. Essa è a tal punto
incomparabile che si potrà addirittura dire che essa non
è, né può diventare, parte della storia.
Un corollario di questa posizione è che, siccome la Shoah
non ha niente a che vedere con nient'altro (conseguenza della
sua incomparabilità), essa è inesplicabile ed incomprensibile.
Nella misura in cui, come è pure frequente, si considera
in più che la Shoah è l'unica singolarità
storica assoluta, non ci si stupirà di sentir dire che
la Shoah è il solo avvenimento che non può essere
né spiegato, né compreso. Essa avrebbe, per così
dire, il triste privilegio della non intelligibilità.
Da parte mia temo che l'insistenza sull'assoluta singolarità
storica della Shoah che caratterizza oggi lo stato della memoria
di Auschwitz la faccia finire in un'impasse altrettanto funesta
di quella -a ben guardare diametralmente opposta- dove l'aveva
cacciata ieri l'antifascismo staliniano ed il suo universalismo
ideologicamente pervertito. Io voglio di conseguenza tentare in
un primo tempo di esplicitare i miei timori che sono insieme di
ordine cognitivo e morale. Per questo, illustrerò il mio
proposito per mezzo di alcune riflessioni sui conflitti di periodizzazione
apparsi nel dibattito sulla storicizzazione del regime nazional-socialista.
Proporrò in seguito un argomento alternativo basato, è
vero, su di un’altra intenzione -per giustifìcare
la proposizione secondo la quale Auschwitz non si dovrebbe studiare
come il resto.
Tutto ciò sì inscrive in un tentativo per tracciare
a grandi tratti i principali assi di una configurazione della
memoria di Auschwitz che, respingendo insieme le sue due configurazioni,
quella passata (cioé l’universalismo mutilato dell'antifascismo
staliniano) e quella presente (cioé la singolarizzazione
a oltranza delle memorie comunitarie) , cerchi un cammino più
praticabile per impiantarla solidamente nella coscienza storica
dei nostri contemporanei.
Da
un punto di vista strettamente cognitivo -epistemologico all'occorrenza-
comincerei col far notare che una singolarità storica assoluta
-vale a dire una singolarità senza nessun parametro comune
con alcun altro fenomeno passato, presente o futuro-, ebbene non
esiste, -né qui né altrove- perché rappresenta
una contraddizione in objecto. Siccome mi manca il tempo per dimostrarlo,
mi servirò delle parole di uno storico non sospettabile
di parzialità in materia: Pierre Nora che scriveva, in
tutt'altro contesto ma in modo definitivo: "La memoria è
un assoluto e la storia non conosce che il relativo." Che
cosa significa per il nostro discorso?
Semplicemente
che tutte le singolarità che la scienza storica può
stabilire sono necessariamente relative a un punto di vista, a
qualche cosa in rapporto alla quale la singolarità è
stabilita. Non c'è dunque una singolarità storica
assoluta, ci sono delle singolarità storiche relative:
così, per non citare che alcuni esempi, a riguardo della
Shoah, l’utilizzazione di complessi quasi industriali che
combinavano camere a gas e crematori è una singolarità
storica in rapporto alle modalità tecniche del dare la
morte in altri genocidi o ancora, quando si considera con Jackel
l'avvenimento dal punto di vista dei carnefici, c'è una
singolarità nel fatto che "mai prima uno Stato aveva
deciso ed annunciato sotto l'autorità del suo responsabile
supremo che un certo gruppo umano doveva essere sterminato, per
quanto possibile nella sua totalità, inclusi vecchi, donne,
bambini e lattanti, decisione che questo Stato ha in seguito applicato
con tutti i mezzi a sua disposizione". Si potrebbero moltiplicare
all’infinito -ahimé- questi esempi di singolarità
storica la cui somma stessa fa della Shoah un avvenimento contemporaneamente
senza precedenti (ma non necessariamente senza futuro come si
è sovente rilevato) e singolare da numerosi punti di vista.
Ma il fatto che essa sia stata, in quanto tale, senza precedenti
non implica affatto che non sia paragonabile - paragonabile: vale
a dire simile per certi punti e differente per certi altri- e
anche tra coloro che la pretendono imparagonabile, non vi è
alcuno che non possa in effetti fare a meno di stabilire paragoni,
non foss’altro che, come Jackel, per stabilire più
fermamente una singolarità. Perché se l'avvenimento
è davvero senza parametro comune con null'altro sotto certi
punti di vista, lo è sotto altri dove al contrario gli
accostamenti si impongono.
Questi ultimi non sono necessariamente limitati a considerazioni
molto generali e/o banali; tanto con "fenomeni" lontani
e senza legami di causalità -Barry, il cane lupo che attaccava
gli sventurati destinati al gas a Sobibor richiama furiosamente
i cani che accompagnavano i Conquistadores in America del Sud
cinque secoli fa- quanto con dei "fenomeni" vicini e
pertinenti causalmente -la gasazione dei malati di mente che fornì
la maggior parte dei suoi esperti ai campi dì sterminio
di Sobibor, Belzec e Treblinka-, c'è una quantità
di punti di vista sotto i quali Auschwitz è paragonabile;
talvolta perfino, quando noi per esempio ci confrontiamo a delle
manifestazioni di quello che Hanna Arendt chiamava la "banalità
del male", Auschwitz è talvolta stranamente vicino
a noi, paragonabile a ciò che noi viviamo hic et nunc.
Se
la storia non conosce che delle singolarità relative, la
memoria al contrario conosce perfettamente delle singolarità
assolute e mi basterà credo un esempio per convincervi:
niente è più "normale" che vedere i propri
genitori morìre e da un punto di vista scientifico o storico,
non v'è in ciò alcunché di singolare: la
morte di una madre è l'avvenimento più banale che
vi sia; ma per chi perde la propria madre, la cosa non è
affatto così, l'avvenimento è assolutamente singolare,
vale a dire qualitativamente unico e non comparabile: ogni uomo
ha un bel sapere a partire da una certa età che la morte
di una madre è nell'ordine delle cose, qui è di
sua madre che si tratta ed è per l’interessato in
ogni caso un avvenimento senza alcun comune parametro con niente
di conosciuto altrove. Così lo stesso fenomeno può
rappresentare due cose differenti a seconda del rapporto che si
intrattiene con esso: per l’impiegato dello stato civile
incaricato di registrare il decesso, non si tratta che di una
riga in più nel registro delle morti, per il congiunto
nel lutto è un avvenimento che va più o meno considerevolmente
a rovesciare la sua esistenza. Vi domando di mettere per ora da
parte questo ragionamento, ci ritorneremo più tardi.
Se
le singolarità storiche assolute non esistono, è
evidentemente difficile dimostrarle... Ma giacché non si
vuole aver l'aria di battere in ritirata, l’affermazione
della loro esistenza diventa artificiale e dogmatica. Diviene
un articolo di fede piuttosto che un argomento. Perché
i dogmi non si discutono, si impongono mediante argomenti basati
sull'autorità che solo il rispetto che ispira ancora il
ricordo delle sofferenze patite permette di far passare. All'occorrenza,
la procedura dogmatica si attesta soprattutto sul rifiuto di ammettere
alcuna altraprospattiva al di fuori di quelle che fanno emergere
al meglio le singolarità.
Al posto di altre prospettive, si svilupperà una strategia
del sospetto basata essenzialmente, lo vedremo, su dei processi
alle intenzioni. Nella misura in cui, in fin dei conti, questo
significa non tollerare che alcuni punti di vista ad esclusione
degli altri, l'operazione incatena letteralmente la ricerca.
Di conseguenza inoltre, essa mantiene artificialmente la non intelligibilità
dell'avvenimento: se solo le prospettive nelle quali esso appare
come incomparabile hanno diritto di cittadinanza, non c'è
il rischio che lo si possa comprendere: se esso ci è presentato
esclusivamente come privo di ogni legame con ogni altra cosa,
è giocoforza concludere che è caduto dal cielo piuttosto
che essere il prodotto di una società e della sua storia.
E se cade dal cielo, meglio abbandonarne lo studio ai teologi
che hanno con le cose del cielo una più lunga frequentazione
che gli storici.
Ma alla fine, il risultato di questa strategia non può
che essere disastroso: gli allievi, la gente in generale, non
sono stupidi. Se è a colpi di dogmi che gli viene rifilata
la storia, si può essere sicuri che reagiranno violentemente
a quella che allora avranno percepita come una storia “ufficiale".
Svilupperanno ben presto l'impressione che si nascondono loro
delle cose, ed è evidentemente questo genere di impressione
che i falsificatori sapranno sfruttare. Senza arrivare a dire
che l'insistenza esclusiva su una pseudo-singolarità storica
assoluta fa il gioco del negazionismo, penso tuttavia che essa
sia molto dannosa perché produce presso i destinatari (i
quali vi sono già -sia per antisemitismo atavico, sia per
la reticenza di assumere la propria storia, sia per entrambi i
motivi- fin troppo inclini) più diffidenza che compassione
a riguardo delle vittime. E, ci ritornerò, se è
col provocare diffidenza verso le vittime che si conclude una
lezione su Auschwitz, meglio rinunciarci prima.
Tanto più che non è soltanto da un punto di vista
cognitivo ma anche etico che l'insistenza su una singolarità
assoluta è dannoso. In effetti, come non sentire la svalutazione
che si riversa, che lo si voglia o no, sul "resto" quando
si afferma perentoriamente che, essendo la Shoah differente da
tutto il resto, essa deve essere studiata ed insegnata differentemente?
Non c'è sintomo più indicativo di questa situazione
sgradevole del numero incalcolabile di volte che gli autori si
sentono obbligati a dire prima o poi nel corso delle loro argomentazioni
che non hanno assolutamente intenzione di minimizzare la sofferenza
degli altri. In psicanalisi, questo si chiama denegazione e mi
sembra chiaro che se, loro malgrado, questi autori non banalizzassero
le altre "tragedie" storiche, non proverebbero nemmeno
il bisogno di difendersi. Io credo che contrapporre in tal modo
le vittime della storia le une alle altre in un macabro gioco
al rialzo significhi tradirle tutte e dirò ora come noi
possiamo a mio avviso rendere un miglior servizio alle vittime
di Auschwitz facendole "servire" esse stesse a denunciare
le altre vittime, passate e presenti, dell'oppressione.
[...]
Ma quando si dice che Auschwitz non va insegnato come il resto,
si può anche voler manifestare il desiderio che esso sia
insegnato in modo differente. Qui l'accento non è posto
sul contenuto, ma sulla folla, sulla modalità dell’insegnamento;
non più sull'”oggetto” stesso, ma sul rapporto
con "oggetto”.
Per fornire l'intuizione che corrisponde a questa comprensione
alternativa, analizziamo ciò che ci shocca all’idea
che Auschwitz possa essere insegnato come il resto.
La prima cosa da mettere in rilievo è che proprio di "shock"
si deve parlare: essere “shoccati”, è un sentimento
di natura morale; se si trattasse di un sentimento puramente cognitivo,
si parlerebbe di essere stupiti o sorpresi. Si può essere
sorpresi, anche stupefatti da un fenomeno senza pur tuttavia esserne
per nulla shoccati. Ma all'occorrenza, noi saremo shoccati. Per
qual motivo, se non perché noi abbiamo di fronte allo studio
e all'insegnamento di certi “oggetti" della attese
che sono più che semplicemente cognitive? Quali sono queste
attese?
Se la lezione su Auschwitz, per quanto esatta e precisa, dovesse
lasciare i suoi destinatari nello stesso stato in cui si trovavano
prima di sapere, io preferirei personalmente che la lezione non
fosse stata affatto tenuta, perché se essa non ha alcun
impatto, non si tratta di una operazione inutile, ma, dal
punto di vista della formazione morale e civica del destinatario,
è una perdita. In effetti, se si è capaci di integrare
Auschwitz come una semplice informazione, ciò ha un significato
morale: è un indurimento, un indurimento che è pienamente
paragonabile all'indurimento che Himmler voleva per i suoi SS
quando diceva loro a Posen il 4 ottobre 1943. La maggior parte
di voi sa che cosa significa avere 100, 500, 1000 cadaveri davanti
a sé. Avere sopportato ciò e nondimeno -a parte
qualche debolezza umana eccezionale- essere rimasti corretti,
questo ci ha induriti".
Non voler intendere Auschwitz come lo potevano vedere gli SS significa
che, grazie ad Auschwitz, noi vogliamo provocare presso i destinatari
una crisi paragonabile a quella che ci ha scossi quando noi abbiamo
realizzato pienamente ciò che ieri è accaduto là.
Prima di domandarci se sia stato unico o no, con o senza precedenti
nella storia dell'umanità, noi abbiamo avuto uno shock
che non ci ha lasciati indenni. Alla maniera delle vittime (e
più degli SS questa volta) noi abbiamo ricevuto questa
informazione come inimmaginabile, più precisamente, come
impossibile fattualmente e inaccettabile eticamente. Abbiamo ben
dovuto in seguito rassegnarci sul piano empirico ammettere che
essa è stata possibile, dal momento che aveva avuto luogo,
ma senza che purtuttavia cessasse di sembrarci intollerabile sul
piano etico. Da allora, noi viviamo in una tensione irriducibile
tra il riconoscimento fattuale di ciò che è stato
e la protesta etica che ciò non avrebbe mai dovuto essere
possibile. Come ogni stato di crisi grave, questo stato di tensione
provoca in un primo momento uno sconvolgimento globale: essa paralizza
la riflessione, rovescia tutte le certezze e tutti i valori, obbliga
ad una revisione completa di tutte le norme del pensiero e dell’azione.
Come in effetti mantenere la propria fiducia in un mondo nel quale
un Auschwitz è stato possibile?
Si vede bene che non c'è spiegazione, per quanto sofisticata,
che possa risolvere il problema perché il tratto caratteristico
di questa crisi di fiducia, è che da una parte essa provoca
una ricerca infinita di spiegazione e di comprensione ma che,
d'altra parte, noi sappiamo per così dire a priori che
niente la potrà quietare. Auschwitz deve in un certo senso
restare un enigma perché noi inorridiremmo all'idea che
una qualche spiegazione potesse -come, non lo dimentichiamo, è
vocazione di ogni spiegazione che si rispetti-, farci ammettere
che, date tali e talaltre circostanze, Auschwitz era prevedibile
e normale. In altri termini, noi possiamo e dobbiamo trasmettere
(anche nell'insegnamento Auschwitz come un fenomeno inesplicabile
ed incomprensibile ma essere capaci nello stesso tempo di declinare
l'insieme delle spiegazioni e delle interpretazioni che ne sono
state proposte. Alcune mi potrebbero apparire fantasiose, altre
più convincenti ma anche queste ultime non bastano a spingermi
ad adattarmi alla realtà di Auschwìtz come io accetto
molti altri fenomeni quando mi viene fornito un inizio di spiegazione.
Questo
significa che Auschwitz sarà la sola ed unica cosa inesplicabile
nella storia? E' questa, l'ho detto finora, una affermazione che
si sente frequantemente. Qui a Torino, non posso far a meno di
rilevare che Primo Levi stesso la sosteneva. Nell'appendice redatta
nel 1976 per l'edizione scolastica di Se questo è un uomo
per, diceva, rispondere alle domande che mi vengono continuamente
poste dagli studenti", si ferma specificamente al problema
“come si spiega l'odio fanatico dei nazisti contro gli Ebrei?”:
dopo aver tracciato un lungo panorama storico della genesi e dello
sviluppo dell'antisemitismo nel mondo e specificamente in Germania,
egli confessa: "Tuttavia, devo ammettere che queste spiegazioni,
che sono quelle comunemente accettate, non mi soddisfano: sono
diminutive, non commisurate, non proporzionali ai fatti da spiegare".
Fino a qui, sono del tutto d'accordo con lui; esprime perfettamente
ciò che siamo in molti, credo, a sentire nello stesso modo
ma allorché riflette ed analizza questa insoddisfazione,
credo che imbocchi una strada sbagliata. Scrive: "Forse quanto
è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si
deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare.
Mi spiego: “comprendere” un proponimento o un comportamento
umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne
l'autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun
uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler,
Goebbels, Eichmann, e infiniti altri. Questo ci sgomenta, ed insieme
ci porta sollievo perché forse è desiderabile che
le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano
più comprensibili. Sono parole ed opere non umane, anzi,
contro-umane, senza precedenti storici, a stento paragonabili
alle vicende più crudeli della lotta biologica per l'esistenza.
A questa lotta può essere ricondotta la guerra: ma Auschwitz
non ha niente a che vedere con la guerra, non ne è un episodio,
non ne è una forma estrema. La guerra è un terribile
fatto dì sempre: è deprecabile ma è in noi,
ha una sua razionalità, la <comprendiamo>".
Come
primo indice dell'aporia alla quale ci si condanna facendo di
Auschwítz l'unico avvenimento incomprensibile della storia,
si noterà l'incoerenza di Primo Levi che, nella medesima
pagina, afferma simultaneamente che non si può comprendere
il carnefice nazista perché <nessun uomo normale potrà
mai identificarsi con lui> e che bisogna sempre ricordare che
gli Eichmann e Compagnia "non erano dei carnefici per nascita,
non erano -salvo poche eccezioni- dei mostri, ma degli uomini
qualunque". Si vede allora la contraddizione: se erano uomini
comuni perché sarebbe escluso per noi identificarci con
loro e comprenderli? In altre parole, per fare di Auschwitz l'unico
avvenimento incomprensibile, si è (tra le altre cose) obbligati
a popolarlo di esseri incomprensibili: bestie, demoni o extraterrestri
... ma allora noi non possiamo poi senza contraddizione "normalizzarli"
con lo scopo di farne eroi negativi, spaventapasseri esemplari
per l’edificazione della gioventù.
Inoltre e soprattutto, è così sicuro che noi comprendiamo
la guerra? Abbiamo perfettamente integrato la sua possibilità
come modo per risolvere differenze irriducibili mediante la discussione,
questo è incontestabile. Ma l'abbiamo mai compresa? Io
sono persuaso del contrario: noi non abbiamo che dei simulacri
di spiegazione ed essi non ci soddisfano che nella misura in cui,
contrariamente a ciò che si produce con Auschwitz, di fronte
alla guerra, la nostra protesta etica -è generalmente (sempre)
imbavagliata. Anche se noi siamo contrari -e chi non lo è?-
noi l'abbiamo ammesso esattamente nel modo in cui la descrive
Primo Levi: come una realtà sgradevole e condannabile ma
comprensibile. Per quanto mi riguarda, è la mia insoddisfazione
di fronte alle spiegazioni del genocidio degli Ebrei che mi ha
fatto scoprire (e ciò si può mostrare) che a ben
guardare noi non abbiamo in realtà spiegazioni migliori
della guerra o di altri genocidi ma che, in tutti questi altri
casi, noi siamo disposti ad accontentarcene.
Questa
scoperta mi ha veramente aperto gli occhi: mi sono reso conto
che ci si nascondeva delle cose sulla storia... Non voglio evidentemente
lasciar intendere che noi saremmo vittime di un qualche complotto
ma semplicemente che la relativizzazione _e la banalìzzazione
che noi tutti temiamo per Auschwitz si è già prodotta
a riguardo delle guerre e delle altre carneficine umane da un
bel pezzo.
Si delineano allora tre possibilità:
a)
la peggiore di tutte è che lo stesso fenomeno, di banalizzazione
per assuefazione si produca e che la possibilità di un
genocidio etnocidiario 36 sia ormai inserita ed integrata nella
gamma delle "soluzioni -criminali, certo, ma come umane-
prevedibili in certi tipi di crisi politiche e sociali. In questo
caso, la tensione (tra l'empirico e l'etico) che abbiamo analizzato
finora sparirebbe e questa sarebbe non solo la più insidiosa
delle banalizzazioni, ma sarebbe inoltre ben gravida di conseguenze
pratiche drammatiche: in effetti, l’integrazione della possibilità
di un genocidio etnocidiario accrescerebbe considerevolmente il
rischio di una sua ripetizione giacché una possibilità
integrata è per definizione una cosa che diviene passibile
di essere presa in considerazione, e questa è per una virtualità
la prima condizione necessaria sul cammino della sua realizzazione.
E' la ragione ultima per la quale io dicevo prima che una lezione
su Auschwitz che non pervenga a trasformare i suoi destinatari
è una perdita assoluta e non solamente un'operazione inutile.
b)
la seconda possibilità è uno statu quo poco soddisfacente
nel quale la messa in evidenza della singolarità della
Shoah porta a far considerare che c'è in effetti una frattura
tra essa (che rappresenta il solo intollerabile) e tutto il resto
(che può allora essere tollerato). In altre parole, ed
è un nuovo effetto perverso dell'insistenza esclusiva sulla
singolarità, questa conduce non solamente a banalizzare
teoricamente gli altri crimini ma anche e soprattutto a neutralizzarli
eticamente. L'attualità dell'ex-Yugoslavia fornisce purtroppo
l'occasione di mille “sbandamenti” dove rappresentanti
autorizzati delle diverse memorie di Auschwitz provano il bisogno
di far notare che è certamente atroce ma che non si tocca
tuttavia là lo stesso grado di orrore di 50 anni fa.
La
memoria di Auschwitz diviene dunque in questo contesto un alibi
per una quantità di ingiustizie... . La sola consolazione
in questa ottica, a differenza di quanto si verifica nello scenario
precedente, è che il genocidio etnocidiario rimane fatto
oggetto di un interdetto categorico.
c)
la terza, per la quale mi batto, è di utilizzare il riferimento
ad Auschwitz per debanalizzare e delivellare una moltitudine di
fenomeni che noi non tolleriamo se non perché ci siamo
abituati ad essi e vi siamo condizionati da secoli. Come nessuna
spiegazione causale riesce a farci
riconciliare col fatto di Auschwitz, nessuna dovrà riuscire
a farci riconciliare con altri fenomeni scandalosamente intollerabili.
E' tempo di renderci conto che, proprio come nell 'articolazione
evocata prima tra il normale e l'anormale, il paragone tra Auschwitz
e altri crimini -civili e militari- può avere come effetto,
piuttosto che di appianare i crimini nazisti, di delivellare gli
altri. Se un aspetto determinato di Auschwitz si ritrova in quell'altro
fenomeno, non bisogna temere di veder Auschwitz amalgamato e ridotto;
al contrario sotto questo rapporto è il carattere intollerabile
di questo fenomeno che ridiventa percepibile attraverso il prisma
di Auschwitz, prisma che è allora un'arma per polverizzare
le apparenze di spiegazioni-giustificazioni sedimentate nella
nostra storia per far “digerire” tutto quello che
offende nello stesso tempo la ragione e la morale 39. In questa
prospettiva, siccome la nostra soglia di tolleranza all'oppressione
e allo sfruttamento diminuisce drasticamente, noi siamo spontaneamente
indotti a resistervi d'ora in avanti e si può sperare che
il mondo ne sia cambiato (e di conseguenza anche che noi possiamo
nuovamente fidarci di lui, restituirgli la fiducia che Auschwitz
ci ha fatto perdere).
Sto
sognando, senza dubbio, ma non c'è nulla di male a spingere
un ragionamento fino al limite (fino all'utopia) perché
si scopre finalmente che ciò che noi ci aspettiamo in definitiva
da una lezione su Auschwitz nulla di meno che _un nuovo rapporto
con la storia. Se l'obiettivo è raggiunto allora Auschwitz,
nella misura stessa in cui è stato per il destinatario
all'origine dell’instaurazione di questo nuovo rapporto,
-allora AuschwItz dico io acquista per il destinatario lo statuto
di una singolarità assoluta della memoria: Auschwitz, simile
in ciò a nient'altro, è stato, si dirà, un
giro di boa nel mio rapporto con la storia e dunque necessariamente
anche nel mio rapporto col mondo 40. Se questa crisi potesse essere
provocata in un numero sufficientemente importante di persone,
essa prenderebbe lo statuto di un giro di boa nella storia tout
court (e non solamente nella storia di un numero limitato di individui).
Allora, e questo sarebbe, credo, il solo omaggio che noi potremmo
rendere alle vittime, uno storico del terzo millennio potrà
scrivere: c'è stato Auschwitz, e niente dopo fu più
come prima...
Sarebbe rendere alla memoria di Auschwitz una audacia che ha un
poco perduta dopo anni sulla difensiva quella di esigere in nome
suo una revisione globale della storia che farebbe fremere i
“revisionisti”,
(negazionistí o banalizzatori) di ogni pelo. Ma, bisogna
insistervi, rivedere tutto alla luce di Auschwitz non significa
assolutamente amalgamare tutto ad Auschwitz. Si tratterà
semplicemente di considerare d’ora in avanti il passato
e la storia alla ricerca di ciò che ci sarà da rifiutare
piuttosto che alla ricerca del buon tempo antico o di ciò
di cui potremmo glorificarci. E' un' euristica, non una colpevolizzazione
forsennata, né una fascinazione per l'orrore ma solamente
la speranza di un rapporto più efficace col passato: la
memoria di Auschwitz come punto di vista indissociabilmente cognitivo
ed etico sulla storia universale.
[...]
Auschwitz
oblige? Sì, Auschwitz ci costringe a un nuovo rapporto
con la storia, ad un rapporto critico con la totalità del
passato che ci ha fatti quello che siamo. Come si attesta il fatto
che l'obbligazione fatta da Auschwitz sia effettivamente integrata?
Per il fatto che esso passa, attraverso un processo di crisi,
dallo stato di singolarità storica relativa a quello di
singolarità memoriale assoluta. E come si attesta questa
singolarità memoriale? Per il fatto che essa segna una
svolta nella storia...
Partiti interrogandoci sulle periodizzazioni di Auschwitz, finiamo
per considerare Auschwitz come momento-chiave di una nuova periodizzazione
della storia universale. Ciò non è tanto stupefacente
nella misura in cui dopo l'inizio noi avvertiamo bene che una
risposta solamente teorica ad Auschwitz è votata allo scacco:
Auschwitz obbliga a ben di più che uno sforzo teorico...
Ma è chiaro che se Auschwitz possiede tutte le caratteristiche
richieste per divenire l'inizio di un periodo storico, non ne
segue per nulla che lo diventerà automaticamente. Qui la
nostra responsabilità come insegnanti e/o militanti si
fa schiacciante. Se noi non riusciamo a presentare la memoria
di Auschwitz in una configurazione capace di convincere effettivamente
i nostri interlocutori che essa ha in tutto e per tutto l'importanza
che noi le accordiamo, se fra trenta o cinquant’anni Auschwitz
non significherà per le generazioni di allora, niente di
più di quello che Verdun significa oggi per noi, (per riprendere
uno spettro recentemente agitato da Arno Mayer), sarà colpa
nostra e, al di là, sarà, per il genere umano, una
perduta... '
non posso . Impedirmi di tremare se penso a ciò che sarà
necessario perché si presenti una nuova occasione: se Auschwitz
non sia stato sufficiente, che cosa sarà?