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Antisemitismo: una scheda
di Antonella Ferraris
 
 
 






Alcune immagini dell'arrivo di ebrei deportati nei campi di concentramento


Che cos'è la giornata della memoria

Le nostre iniziative per la giornata della Memoria 2003

Ordine del giorno della Provincia di Alessandria


SHOAH, DEPORTAZIONI, PERSECUZIONI

SCHEDE

TESTIMONIANZE E DOCUMENTI

LA SHOAH DOPO LA SHOAH

LA PERSECUZIONE NELLA NOSTRA PROVINCIA
 

Tipi di antisemitismo

Alla fine del 1894, l’ufficiale francese Alfred Dreyfus, ebreo, fu accusato di spionaggio a favore della Germania, sbrigativamente processato davanti a una corte marziale militare e, nonostante gli indizi a suo carico non sembrassero conclusivi, condannato alla degradazione e alla prigionia perpetua sull’Isola del Diavolo. Due anni più tardi, mentre il fratello di Dreyfus indagava per suo conto, il nuovo capo del Servizio Informazioni, colonnello Picquart, riaprì il caso essendosi convinto dell’innocenza di Dreyfus e accusò un altro ufficiale, il colonnello Esterhazy, di nobile famiglia, ma giocatore e bon vivant. Picquart dopo poco fu promosso e trasferito e Dreyfus restò in prigione. E’ a questo punto che secondo lo storico Léon Poliakov inizia il vero Affare Dreyfus, con la pubblicazione, su L’Aurore, il giornale dell’uomo politico radicale Georges Clemenceau, di una lettera aperta dello scrittore Emile Zola intitolata “J’accuse”. Alla fine del 1897 la Francia offrì al mondo l’immagine di un paese sull’orlo della guerra civile, dove i sostenitori di Dreyfus, pochissimi dalla prima ora, e la maggioranza dell’opinione pubblica antidreifusarda si combattevano sui giornali e spesso anche nelle strade. Dreyfus fu riconosciuto innocente nel 1907 e graziato e a molti questo parve un compromesso politico. Le reiterate condanne subite da Dreyfus anche quando i colpevoli e i mandanti dell’azione di spionaggio erano stati chiaramente individuati e la successiva concezione della grazia servirono ad evitare un colpo di stato da parte della francese militarista e nazionalista.
Il caso Dreyfus, con cui inizia questa scheda, è un evento importante storicamente, per molti periodizzante nei confronti dell’emersione di un fenomeno esistente da secoli, ma che alla fine dell’Ottocento veniva ad assumere connotati nuovi: l’antisemitismo. L’antisemitismo si differenzia dalla tradizionale ostilità nei confronti degli ebrei legata alla tradizione cristiana ( antigiudaismo) e nata nella tarda antichità nel momento in cui il cristianesimo si distacca dalla cultura ebraica che lo ha generato. Tale atteggiamento, che si concretizza immediatamente nella presentazione degli ebrei come il popolo deicida viene mantenuto e perpetuato sia nel mondo cattolico, sia in quello protestante, sia , almeno parzialmente, in quello ortodosso. Questo atteggiamento si accompagna, in età moderna, anche una polemica antiebraica di matrice economica, legata alle attività commerciali e bancarie svolte tradizionalmente dagli ebrei, proprio a causa della proibizione ecclesiastica di possedere la terra.
A partire dagli anni ‘70 dell’ottocento, anche se persiste l’antigiudaismo di matrice prevalentemente cattolica – si pensi al caso Mortara, il bambino rapito ai propri genitori, battezzato e mai restituito – nasce in Germania e in Francia un atteggiamento laico di rifiuto degli ebrei che si nutre di elementi culturali e sociali contemporanei.
La parola antisemitismo (antisemitismus in tedesco) viene coniata da Wilhelm Marr, un ex socialista convertito ai valori germanici, nel libro Semite Jude, esempio eminente di una campagna di diffamazione contro gli ebrei molto virulenta negli anni ’70 e ’80 e collegata ad una situazione economica e sociale difficile (la nazionalizzazione delle ferrovie). Il bacino di raccolta di questa campagna, che utilizza il lessico antigiudaico già proprio del mondo cristiano, è quello dei contadini e piccoli proletari, che votano per lo più il partito Cristiano Sociale e al tempo stesso sono vicini all’Antisemiten Liga. Questo antisemitismo laico è supportato dalla nascita del cosiddetto mito ariano, derivato a sua volta dagli studi di orientalistica del primo ottocento, che hanno diffuso in occidente la cultura indiana più antica dei Veda , delle Upanisad e del Mahabarata. Per la prima volta l’origine della civiltà e dei valori occidentali vengono distaccati dalla cultura giudaico –cristiana, per risalire ad una mitologia più antica, guerriera ed indoeuropea, di cui i Germani vengono considerati gli unici veri eredi ariani. La nuova cittadinanza tedesca viene associata al recupero dei miti e delle leggende tedesche, il cui più noto divulgatore è il musicista Richard Wagner , autore del lungo ciclo di opere liriche tratto dal Nibelungenlied (L’oro del Reno, la Walkiria, Sigfrido, Il crepuscolo degli dei). Il suo genio innovativo e drammaturgico ha diffuso i valori del pangermanesimo. Wagner è uno dei più noti rappresentanti dell’antisemitismo tedesco, pur essendo lui stesso stato aiutato, nel corso dei suoi travagliati esordi, da musicisti ebrei come Meyerbeer o Mendelhsson - Bartholdy. Nello scritto Il giudaismo nella musica sostiene che gli ebrei non hanno alcun contatto con il popolo, che dominano una società ormai degenerata, cercando di assimilarsi al punto da dissolversi in essa. In tal modo l’ebreo perde anche la sua specificità culturale, come un ramo secco. “ Il giudaismo non è altro che la cattiva coscienza della civiltà moderna”
Una seconda culla per il movimento antisemita sta nelle numerose teorie razzistiche nate a vario titolo dall’ambito degli studi biologici darwiniani. Nel 1858 Ernest Renan pubblica Storia generale e sistema comparato delle lingue semitiche. Lo storico francese contrappone la civiltà ariana a quella semitica insistendo sul tema della razza. La razza ariana è dotata di ampiezza di vedute e profondità di pensiero, che sono l’eredità culturale lasciata dal politeismo antico, mentre la razza semitica è dogmatica e priva di spirito e rigore scientifico. Gesù costituisce un progresso rispetto al formalismo della religione ebraica.
Renan non formula ancora una concezione delle razze umane come determinate biologicamente. Alcuni anni più tardi De Gobineau pubblica il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane. In esso la differenza fra le razze umane è determinata da criteri biologici, quale la forma e la grandezza del cranio, che sono causa di un diverso grado di sviluppo delle varie civiltà. Sinché le razze sono rimaste pure, la civiltà umana ha prosperato, mentre la mescolanza delle razze, in particolare ad opera dei semiti, ha provocato una generale decadenza. La razza rimasta più pura è quella ariana, prevalente in Germania e nella aristocrazia francese che discende dagli antichi Germani (la borghesia invece deriva dagli schiavi Gallo romani..) Anche De Gobineau si riallaccia ai miti orientali che vedono l’origine della civiltà sull’Himalaya, anziché nella cultura biblica. Nel 1892 Theodor Fritsch, animatore di gruppi e persino società segrete antisemite, nel Catechismo dell’Antisemitismo, dimostrò l’arianità di Gesù. Quest’opera costituisce una sorta di ponte tra l’antisemitismo in cui perdurano ancora gli stereotipi tradizionali dell’antigiudaismo e il razzismo sviluppato in coerentemente in senso biologico. Il maggiore rappresentante di questa corrente è H.St.Chamberlain, un inglese che vive in Germania, dove diviene genero di Wagner e suo collaboratore a Bayreuth, il teatro costruito dal suo mecenate, il re di Baviera, per la rappresentazione delle opere wagneriane. Chamberlain è influenzato dal darwinismo sociale, che applica i principi dell’evoluzione e della selezione naturale alle società umane. Ai due estremi ci sono da una parte le razze più giovani come quella teutonica o nordica, più forte ed elevata moralmente, dall’altro la razza semitica, la più antica, ma anche la più degenerata moralmente. Secondo Chamberlain i contenuti della Bibbia sono stati generati da altre culture, in particolare quella egizia, e poi assimilati dagli ebrei. Il Cristo è ariano. L’opera di Chamberlain ha un grande successo e a sua volta ispira un altro libro famoso e controverso, pubblicato nel pieno della I Guerra Mondiale, Il declino dell’Occidente di Oswald Spengler. Cercando di nascondere la derivazione da Chamberlain, rifiuta i “ridicoli cliché di Semita e di Ariano” e li sostituisce con una dicotomia tra “stati faustiani”, tra i quali, ben inteso, c’è la Germania, e le nazioni magiche, che annoverano gli arabi e gli ebrei. C’è una totale incomprensione tra le nazioni faustiane e quelle magiche, perché queste ultime non si identificano mai completamente con il popolo ospite sino a farne il proprio destino. Il sentimento di questa incomprensione genera l’odio, che si nutre di simboli come la razza, la professione, il sangue. Per quanto nel testo abbondino espressioni poi largamente utilizzate anche dalla successiva propaganda nazista, non c’è traccia in Spengler del consueto attacco alla finanza ebraica dominatrice del mondo, come se l’autore avesse voluto distinguersi da coloro che fomentavano volgarmente l’opinione pubblica.
Resta da esaminare un ultimo tipo di antisemitismo, che Poliakov definisce “la rivincita degli atei”. Si tratta di quello anticapitalista. Già il socialista francese Pierre Proudhon considerava l’ebreo come il principe del male, Satana, Arimane, insomma il male incarnato, un essere fraudolento e parassita che non è né lavoratore, né industriale e né veramente commerciante; la sua nefasta influenza nella società è un segno della decadenza dei tempi, che Proudhon associa alla diminuzione del numero dei coscritti, all’imbastardimento delle razze cavalline (!) e all’emancipazione femminile, cui era risolutamente contrario. Si tratta probabilmente di ossessioni personali, che culturalmente non derivano tanto dal socialismo riformista, quanto, almeno come linguaggio dai tradizionalisti romantici francesi come Bonald. L’ostilità contro gli ebrei è infatti assente tra i socialisti francesi degli anni ’40 dell’Ottocento; anzi i vari Blanqui, Blanc e Fourier spesso prendono le difese degli ebrei. Si potrebbe dire che l’antisemitismo come la religione sia quasi un fatto privato. Tuttavia, una delle opere giovanili di Marx, Die Judenfrage ( La questione ebraica), ha caratteristiche molto diverse. Marx ignora e rinnega le proprie origini ebraiche polemizzando in generale contro la religione. Religione e stato sono due entità inscindibili all’origine di due profonde forme di alienazione. Il vero Dio d’Israele è il denaro e gli ebrei sono legati da interessi puramente materiali che nascondono attraverso la diversità religiosa. E’ inutile parlare di emancipazione degli ebrei, come si chiedeva anche in Germania nel 1840, l’emancipazione dell’ebreo è l’emancipazione dell’ebraismo – e Marx ignora le masse ebraiche proletarie oppresse e sfruttate nella vicina Polonia.
Con questi precedenti e identificando l’ebreo con il capitalismo finanziario il socialismo della prima e della seconda Internazionale è piuttosto ambiguo nel suo atteggiamento verso gli ebrei. Anche durante l’affaire Dreyfus i socialisti francesi, per bocca del loro organo di stampa La petite Republique di Jaurès mantengono un atteggiamento prudente e incerto proprio per questa vocazione “classista”. Solo dal 1897 esponenti importanti come lo stesso Jaurès e Millerand prendono apertamente posizione a favore di Dreyfus, quando ancora l’opinione pubblica socialista era molto più indecisa sul partito da prendere.


Crisi di fine secolo e formazione dell’opinione pubblica

Negli ultimi anni dell’Ottocento le certezze legate al progresso economico e tecnologico si affievoliscono considerevolmente. Gli anni a cavallo del secolo nuovo ci presentano una crisi sia economica, sia politica. I rapporti tra Francia e Germania, già guastati dalla guerra del 1870, peggiorano ulteriormente dopo l’affaire Dreyfus. La Germania, tenendo una politica di basso profilo, ha buon gioco nel demonizzare l’avversario qualificando di barbaro il comportamento dell’opinione pubblica francese. Ma le masse che gridano in Francia “morte agli ebrei” non sono diverse dalle masse tedesche, che hanno votato massicciamente per il Bismark prima, che apparentemente non sono contrarie all’assimilazione degli ebrei, ma plaudono privatamente alle misure restrittive di ogni genere – dall’obbligo di residenza alla durata del servizio militare - approvate in Russia sin dal 1880 o come, l’imperatore Guglielmo II, sono entusiasti dei pogrom antiebraici di Kishinev (1903). Le stesse masse qualche anno più tardi sosterranno la guerra, il presidente Hindemburg e voteranno Hitler.
I “valori nazionali” e patriottici insegnati nelle scuole, o fatti propri dalla stampa costituiscono un fattore di coesione all’interno dei singoli popoli, coesione che implica l’esclusione di tutti i diversi . Quello che sconcerta Clemenceau e altri attenti commentatori è la trasformazione del popolo sovrano in una plebe molto attirata dal mito dell’uomo forte, in Germania, come in Francia . questo perché quasi ovunque al progresso economico non ha fatto eco un progresso dei diritti e della consapevolezza politica, anche in quei paesi di più antica democratizzazione. Inoltre permangono, in paesi come la Russia o l’Italia, sacche di privilegi e di arretratezza politica ed economica. Anche la presenza di vasti imperi coloniali, quello francese e quello inglese in particolare, non serve da freno alle tensioni sociali emergenti, anzi diventa un ulteriore fattore di competizione.
In questo panorama l’esercito diventa quasi ovunque il baluardo contro la mutevolezza dei rapporti sociali e la tempo stesso e proprio per questo un premio molto ambito per gli ebrei come simbolo della loro emancipazione e integrazione (il “sangue versato”). L’esercito è l’ultimo bastione dell’aristocrazia, è legato alla tradizione (antirepubblicana in Francia, antiparlamentare in Germania e in Italia, imperiale in Austria- Ungheria), generalmente clericale, ancora molto influente per chi vuole fare carriera. L’esercito, sino alla Seconda Guerra Mondiale, mantiene uno spirito di corpo fortissimo al suo interno e una quasi totale seclusione dalla vita civile, cui non è sottoposto. Non viene per ciò stesso democratizzato. Ciò fa nascere diffidenze reciproche, che sono molto evidenti nell’ affaire Dreyfus , che è anche un caso aperto tra giurisdizione civile e militare, risolto alla fine dal compromesso cui si è accennato.
Sebbene non sempre in aperto conflitto con il mondo civile, esercito e burocrazia dello stato si mantengono separati e si controllano. L’esercito spesso si presenta come elemento di ordine ed efficienza in senso antiparlamentare, specie dove questo tipo di regime mostra segni di debolezza: in Italia alla vigilia della prima Guerra Mondiale, in Germania nel primo dopoguerra, durante la Repubblica di Weimar. Non a caso le costituzioni più recenti in Europa mettono l’esercito sotto il controllo democratico, come accade nella Costituzione italiana, che però al suo apparire lasciava sopravvivere la pena di morte, altrimenti abolita, nell’ambito dei tribunali militari.
Tutti questi elementi, sovente contraddittori, costituiscono lo sfondo entro cui viene individuato negli ebrei un ideale capro espiatorio. L’opinione pubblica, in Francia ma non solo, risponde, istigata dalla stampa, che è il mezzo ideale per diffondere idee, polemiche, anche menzogne. Il processo Dreyfus è un affare perfetto, per la stampa, tanto che proprio su di essa inizia. Ci sono arringhe, lettere aperte, polemiche assimilate avidamente dai lettori, che si identificano con uno dei due schieramenti e anche con un giornale piuttosto che un altro: L’Aurore di Clemenceau , o La Libre parole di Edouard Drumont, già autore de La France Juive (La Francia Ebraica), antidreyfusardo, in nome della tradizione, di quella Francia della religione , delle crociate, di Luigi XIV, libera dall’influenza dei laici, degli ebrei, dei repubblicani. La Chiesa, quasi ovunque, ma in Francia più che altrove, perde posizioni di potere e di influenza nella società, ma questo non elimina le tensioni sociali, anzi le esaspera. L’antisemitismo, ovunque, diventa un fattore interclassista.
Le masse sono in primo piano. Sono il frutto della sovranità popolare, del suffragio universale ( maschile), ma il loro comportamento dimostra che sono facilmente influenzabili e che il loro comportamento collettivo è sovente irrazionale anche nelle scelte elettorali. Il popolo – scrive Clemenceau – “ è cacciato dal suo trono di giustizia e privato della sua maestà”. Vediamo le masse sobillate dalla chiesa o dalla propaganda razzista aggredire uomini politici e cittadini ebrei, assalire attività ebraiche, in una anticipazione dei pogrom russi e poi nazisti.
Si tratta di un periodo di crisi e non si può non notare come, dalla fine dell’Ottocento in poi, si sia avuto un ritorno dell’antisemitismo in forme più o meno esplicito nei momenti di maggiore crisi economica, politica e culturale.
A questi elementi si deve aggiungere un elemento di crisi di tipo filosofico: la crisi ( per alcuni definitiva) del sistema di valori creato dall’illuminismo. Nell’ottocento l’uomo è ancora convinto di vivere nella luce della ragione e non nelle tenebre.
Però… A fine secolo, accanto alle esposizioni universali che dipingono a tinte rosee il futuro dell’uomo, si diffonde una cultura che è stata definita “del sospetto” da Gianni Vattimo, che coglie nella filosofia di Nietzsche il punto di rottura con una tradizione che ha fatto dell’uomo e delle sue possibilità una religione. Ma se l’uomo non ha più bisogno di dio, se Dio è morto – la nuova aurora di cui parla Nietzsche- che cosa è l’uomo? E’ su questa definizione che si gioca la partita, e il tragico travisamento di cui la filosofia di Nietzsche è stata vittima ne è la dimostrazione. Chi non rientra entro una precisa definizione di “umano” è una cosa, un non-essere, un non-esistente ( gli ebrei nei campi, per i nazisti, non erano uomini, ma Figuren, fantocci). Lo stesso progresso diventa un mito distruttore, fine a se stesso, che serve a giustificare razze, religioni, arte, eugenetica, con l’effetto di distruggere ogni memoria, ogni senso, ogni valore, ogni morale.
E dopo il 1945 il progresso, dopo aver condotto l’umanità sull’orlo dell’autoannientamento, si trasforma nella felicità immediata che rifiuta ogni domanda, anche su questioni essenziali come la vita, la sofferenza e la morte, lasciando l’uomo completamente disarmato di fronte alla vita.


Antisemitismo e persecuzione

Il legame tra antisemitismo culturale e persecuzione attiva è presente sin dall’inizio dell’età moderna, con la cacciata degli ebrei dalla Spagna (Gerush): ho usato volutamente la parola antisemitismo, in questo caso, poiché questa persecuzione non è solo religiosa, ma presenta, se non apertamente almeno nei fatti, un aspetto razziale ( la limpieza de sangre). Prima di allora, oltre alla segregazione, all’obbligo di portare segni distintivi e a tutta una serie di limitazioni nel movimento e nelle attività economiche permesse, c’erano stati sporadici attacchi di violenza “dal basso”, sostenuti solitamente, quando non apertamente incoraggiati da Chiesa e sovrani laici, il cui comportamento presenta non poche ambiguità. Spesso tolleravano e favorivano la presenza degli ebrei, ma la loro situazione restava precaria e in balia di circostanze sovente fortuite.
Nell’ Ottocento l’antisemitismo nei paese occidentali comincia ad assumere caratteri violenti con l’ affaire Dreyfus.: attacchi ad ebrei, negozi assaltati e devastati, lo stesso Dreyfus percosso in strada e il suo aggressore mandato assolto dal tribunale che riconosce che il popolo non ha accettato l’innocenza. In Russia sin dagli anni ’80 avviene lo stesso fenomeno. Il governo, di fronte alla campagna di attentati e all’azione dei movimenti democratici, oltre alla repressione generalizzata e alle deportazioni , vara una serie di misure discriminatorie verso ebrei, come l’estensione del servizio militare, la limitazione all’accesso alle università, la residenza coatta. A queste si accompagnano esplosioni di violenza dal basso, realizzate però con il pieno appoggio dell’autorità, che vedono nei pogrom un modo di deviare il malcontento popolare verso un comodo capro espiatorio (nel mondo orientale gli ebrei sono spesso piccoli commercianti e artigiani, dal reddito molto basso, ma dalla elevata visibilità per i loro usi e le loro pratiche religiose). Opera del generale Ratchkovskij, alto funzionario della polizia segreta zarista, l’Ochrana, sono anche I protocolli dei savi anziani di Sion, plagio che si nutre di fonti diverse, non tutte antisemite. Il tema fondamentale dei Protocolli è il complotto degli ebrei per dominare il mondo attraverso da un lato l’azione dei sindacati e dei movimenti socialisti e dall’altro attraverso il capitale finanziario e la massoneria. E’ un libro di straordinario successo anche al di fuori della Russia: nonostante gli stessi russi abbiano in seguito dimostrato la sua falsità continua a essere ristampato ancora oggi. L’apparato militare fa pressione sulla chiesa e sulla magistratura: sino agli inizi del Novecento si susseguono le accuse e i processi per omicidio rituale, ma la Chiesa e la magistratura si mostrano, nella maggior parte dei casi, indipendenti nel loro giudizio. Questo accanimento contro gli ebrei è spiegabile osservando le statistiche degli arresti: la percentuale degli ebrei processati per motivi politici è nettamente superiore al rapporto tra popolazione ebraica e popolazione complessiva, e questo li rende particolarmente sospetti. Del resto i pochi ebrei che riescono a terminare gli studi non possono non agire per cercare di migliorare le spaventose condizioni in cui vivono. I pogrom russi, in particolare quello di Kishinev ( Pasqua 1903) sollevano una vasta eco anche in Europa, di simpatia verso gli ebrei ( ma anche di plauso verso gli assassini, come abbiamo visto): i banchieri ebrei come i Rothschild rifiutano ulteriori prestiti alla Russia, il valore delle obbligazioni russe crolla, ma la persecuzione non cessa. L’alternativa rimasta agli ebrei era o l’emigrazione verso gli Stati Uniti, sino al 1910 più di un milione e mezzo di persone partì, o la conversione al cristianesimo o all’Islam, o come si è visto, la militanza politica, sia nel movimento sionista fondato in Austria da Theodore Herzl o nei partiti politici come il Bund, il partito operaio ebraico, che vedono la luce entrambi nel 1897.
Dopo la Prima Guerra Mondiale e la rivoluzione russa, vi sono altri movimenti antiebraici come il pogrom di Simon Petliura in Ucraina, che sono meno spontanei e più determinati dal quadro delle lotte antibolsceviche. D’altro canto la rivoluzione russa, dove agisce un gruppo dirigente di origine ebraica, e i successivi accordi di Brest Litovsk che provocano il ritiro della Russia dall’Intesa vengono attribuiti agli ebrei anche dalla più autorevole stampa occidentale, come il Times di Londra, e L’homme enchainé di Clemenceau.
Gli accordi di pace e la “dichiarazione Balfour” (1917) sembrano aprire nuove prospettive alla possibilità, per gli ebrei, di ottenere un “focolare”, cioè uno stato indipendente in Palestina, sotto al mandato britannico. Mentre si intensifica l’emigrazione ebraica verso la Palestina, il mondo occidentale si avvia verso la deflagrazione di un antisemitismo non più astratto, ma reale. Questo processo viene accelerato dalla nascita dei totalitarismi, il nazismo in Germania, lo stalinismo in Unione Sovietica e infine (dal punto di vista dell’adozione dell’antisemitismo) il fascismo italiano.
Il legame tra totalitarismo e sterminio degli ebrei, avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale viene spiegato da due principali scuole interpretative.
La prima è più diffusa ed è quella dello “sterminio volontario” (tesi intenzionalista), ossia della persecuzione antiebraica come elemento connaturato al totalitarismo, presente nella sua ideologia e nelle sue politiche attive. In questo modo sia la politica eugenetica del nazismo, sia la Shoah (che fra l’altro furono condotte pressoché dagli stessi individui) sono elementi fondamentali della costruzione dell’ordine nuovo di cui parlava Hitler. Questa è la tesi sostenuta da Raul Hillberg, da Poliakov, da Laqueur, e più recentemente da Browing e da Goldhagen (cfr. il cap. I de I volonterosi carnefici di Hitler)
La seconda sostiene che lo sterminio degli ebrei è uno strumento necessario, ma contingente, alla guerra ideologica contro l’URSS. In caso contrario, la politica di Hitler si sarebbe “accontentata” della segregazione e della espulsione “eventuale”, con qualche pogrom “spontaneo” come la “notte dei cristalli”. Questa tesi giustifica le saltuarie esplosioni di antisemitismo sovietico prima e dopo la guerra : già nel 1919 un operaio, parlando con il dirigente bolscevico Kalinin, diceva che i Russi sarebbero diventati tutti bolscevichi e subito, se la rivoluzione li avesse sbarazzati degli ebrei… Giustifica inoltre l’adesione tardiva del fascismo all’antisemitismo, al momento della alleanza con la Germania. In questo modo però viene a mancare la tesi dell’unicità della Shoah come forma di sterminio programmato e lo si assimila ad altri grandi massacri del passato, tutti legati a circostanze eccezionali politiche e militari (tesi di Arno Mayer, La soluzione finale).


Totalitarismo e antisemitismo

Il totalitarismo hitleriano fa dell’antisemitismo un aspetto fondamentale della sua ideologia e un principio necessario della sua azione politica. Il saggio ormai classico di Hannah Arendt Le origini del totalitarismo (1951) analizza le origini del totalitarismo proprio a partire dalla condizione degli ebrei nella seconda metà dell’ottocento, così come noi l’abbiamo delineata nei paragrafi precedenti, individuando nell’ affaire Dreyfus e nell’imperialismo di alcuni stati europei, in particolare della Germania, i fattori scatenanti dell’antisemitismo di massa. Il totalitarismo è una nuova forma di stato diversa dalle altre forme di “governo degli uomini” (Bobbio) che si sono presentate nella storia come la dittatura dell’antichità o più recentemente il regno di Napoleone I o Napoleone III. Lo sfondo del totalitarismo è una società di massa, dove agiscono partiti e istituzioni di tipo parlamentare. Il movimento che fa capo ad un leader carismatico (tema questo non utilizzato dalla Arendt, ma analizzato già nel 1920 da Max Weber) si contrappone ai partiti tradizionali in nome di una forza decisionale e di identificazione personale organica che superano per rapidità efficienza e solidità l’istituzione giuridica. Il nucleo centrale dell’ideologia totalitaria è l’obbedienza e questa risposta identifica nell’opposizione radicale alla modernità e ai suoi valori di libertà la chiave per comprendere, almeno in parte il successo del movimento nazista. Hitler voleva fare risorgere, nello stato razziale, il popolo tedesco e la sua identità nazionale e il suo passato mitologico dalla sconfitta subita nella Prima Guerra mondiale. Gli ebrei rappresentavano perfettamente quegli ideali di democrazia, pacifismo e internazionalismo che il nazismo combatteva e non rientravano nell’ideal tipo tedesco, come gli zingari. Questo era sufficiente per determinare la loro eliminazione. Non mancavano nemmeno le ragioni economiche, come il desiderio di appropriarsi di ricchezze e posizioni detenute dagli ebrei in Germania in nome di una razionalizzazione organica dell’economia, in ogni caso le ragioni politiche ed ideologiche hanno la meglio sulle altre considerazioni, come si vedrà durante la guerra, quando gli ebrei nei campi vengono eliminati anche quando il loro lavoro di manodopera a costo zero è utile allo sforzo bellico tedesco.
Al sistema democratico il nazismo e il fascismo prima di lui sostituiscono un sistema militare, costituito dall’esercito da organizzazioni paramilitari e dalla polizia: l’elemento chiave è il terrore, che permea di sé ogni livello sociale.
Zsigmund Barman in Modernità e olocausto (1989) aggiunge a questi alcuni altri elementi. Riprendendo il tema del capo carismatico caro a Weber, Bauman rileva come tra il capo, il gruppo dei suoi seguaci “della prima ora” e il resto del Volk ci fosse una burocrazia del partito che trasformava la volontà del leader in legislazione e la faceva rispettare. Uno dei primi provvedimenti del nazismo, all’indomani della presa del potere, fu ad esempio l’espulsione degli ebrei dalle università tedesche. A questi provvedimenti, non a caso, si accompagnano ad altri che pongono le basi dello stato razziale, come la sterilizzazione volontaria o coatta degli asociali e degli affetti da malattie trasmissibili per via ereditaria. Segue negli anni successivi uno stillicidio di provvedimenti discriminatori volti ad accentuare l’isolamento degli ebrei nel mondo tedesco, che culminano con le leggi di Norimberga del 1935. Esse ratificano il processo di espulsione degli ebrei tedeschi dalla società stabilendo che solo chi ha sangue tedesco può essere cittadino e vietano qualunque contatto sia di lavoro, sia sentimentale o sessuale tra appartenenti a razze diverse. L’unica concessione che viene fatta alle necessità di un paese sulla via del riarmo riguarda i meticci (Mischlinge). : con un regolamento successivo, i figli di matrimoni misti vengono assimilati ai tedeschi a meno che non siano a loro volta sposati con ebrei o membri attivi della comunità ebraica.
Il popolo tedesco e la chiesa, sia cattolica sia protestante, accettarono passivamente questi provvedimenti.
Le leggi razziali italiane del 1938 furono promulgate sulla base di quelle tedesche. Al concetto culturale di razza ariana si accompagna una serie di provvedimenti economici che mirano ad escludere gli ebrei da ogni tipo di attività. Sono le banche ad incaricarsi della confisca e della gestione dei beni degli ebrei, creando così un contenzioso difficile da sanare quando, dopo la fine della guerra, superstiti ed eredi cercheranno di rientrare in possesso dei loro beni.


L’antisemitismo del secondo dopoguerra

Nel secondo dopoguerra assistiamo alla nascita dello stato di Israele (1948), risultato più rilevante del movimento nazionale ebraico, il sionismo. La rinascita di uno stato ebraico dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 e.v. è un tema sempre presente nella tradizione rabbinica e religiosa, dove spesso si accompagna a fantasie mistico –messianiche come quelle di Shabbetai Zevi nel 1600. Nell’ ‘800 il mondo ebraico della diaspora si interroga sulla necessità dell’assimilazione o si laicizza, mentre nasce l’idea di una nazione ebraica in autori come Moses Hess . E’ l’antisemitismo aggressivo dell’ affaire Dreyfus e dei pogrom che spinge il giornalista Theodoro Herzl a fondare nel 1897 un movimento politico, attivo in particolare nell’europa orientale dove si diversifica in varie componenti, che vanno dal nazionalismo dei “revisionisti” al socialismo al messianismo religioso.
Vent’anni dopo il primo congresso sionista, e dopo infruttuose trattative con molti stati europei incluso il Vaticano, la dichiarazione Balfour apre possibilità politiche concrete, che il blocco dell’immigrazione negli anni ’30 e l’opposizione della Gran Bretagna alla fine della guerra sembrano portare al fallimento. Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra migliaia di profughi provenienti dalle zone occupate dai tedeschi cercano di entrare più o meno legalmente in Palestina, sovente arrestati e internati a Cipro. Bisogna aggiungere che nonostante le morte di milioni di persone nei lager l’antisemitismo, specie in Polonia, non è spento e vi sono parecchi episodi di violenza contro i sopravvissuti che culminano nel pogrom di Kielce nel 1946.
Per sanare la crescente tensione tra ebrei e arabi, l’Onu presenta un piano che preveda la spartizione della Palestina tra le due comunità, piano rifiutato dagli arabi. Alla proclamazione dello stato d’Israele scoppia una guerra tra il nuovo stato e i paesi arabi confinanti che si conclude con la loro sconfitta militare e con il riconoscimento del nuovo stato da parte della comunità internazionale.
La presenza di Israele, e ancora prima l’immigrazione ebraica, fa nascere nei paesi arabi e in generale nel mondo musulmano un antisemitismo politico prima che religioso, alimentato dal nascente nazionalismo di questi paesi. I discorsi del Gran Muftì di Gerusalemme, che durante la guerra fu ricevuto da Hitler, riecheggiano frequentemente I protocolli dei savi anziani di Sion.
In questa sede non saranno analizzate le complesse vicende mediorientali, la cui risoluzione purtroppo non sembra prossima. Il sostegno ai diritti del popolo palestinese ha favorito il nascere, in Europa ed in altre parti del mondo di un antisionismo che sovente non è stato altro che una forma appena mascherata di antisemitismo.
Contestualmente, nel mondo occidentale, in Europa come negli Stati uniti, la rinascita di movimenti neonazisti e neofascisti o nazionalisti ha riportato in auge l’antisemitismo di tipo razziale e generalmente xenofobo. Ci sono stati partiti come quello Republikaner in Germania, messi al bando proprio per l’apologia del nazismo e dello sterminio sostenuti in scritti e recentemente anche su siti internet. In Russia sono i nazionalisti seguaci della Grande Russia ad aver ripreso il tradizionale antisemitismo religioso presente nel mondo ortodosso. La riproposta del libro di Hitler Mein Kampf come dei Protocolli non conosce sosta.
Dal punto di vista culturale, la riflessione sui fatti del Novecento ha fatto nascere una scuola storica detta negazionista, nella quale polemisti come il francese Faurisson o storici come Irving sono giunti a negare la realtà della Shoah, dello sterminio degli ebrei e delle camere a gas attribuendoli alla propaganda alleata o a un complotto ebraico a sostegno del sionismo . Le tesi di questi autori hanno suscitato una giusta indignazione nell’opinione pubblica europea e hanno ricevuto una sanzione giuridica in vari paesi tra cui la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia. L’antisemitismo è tuttavia una pesante eredità del secolo scorso che nonostante tutto quello che è accaduto non siamo ancora riusciti ad estirpare.


Bibliografia

Della numerosa bibliografia sull’antisemitismo vengono qui citati soltanto quelli direttamente utilizzati per elaborare questa scheda.
AA.VV, ( a cura di Francesco Soverina), Olocausto/Olocausti, Roma, Odradek, 2003
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Todorov,T., Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano, 1992 (1991)
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