Presentazione
Dal
10 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 si svolse a Francoforte sul
Meno un processo contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager
di Auschwitz. In seguito al movimento di opinione pubblica provocato
nel mondo dal processo ad Adolf Eichmann tenuto a Gerusalemme
nel 1961, per la prima volta la Repubblica federale tedesca affrontava
in maniera impegnativa la questione delle responsabilità
individuali, dirette, imputabili a esecutori di ogni grado, attivi
nei recinti di Auschwitz. Il processo ebbe dimensioni proporzionate
alla sua importanza; nel corso di 183 giornate vennero ascoltati
409 testimoni, 248 dei quali scelti tra i 1500 sopravissuti del
Lager.
La
storia del campo o meglio dei campi di Auschwitz, dalla loro apertura,
nel giugno del '40, all'evacuazione per l'avvicinarsi delle truppe
russe (gennaio 1945) fu rievocata, a un quarto di secolo di distanza,
da chi vi aveva partecipato come vittima, aguzzino o complice,
rimasto a piede libero, degli aguzzini stessi. I volti, gli atteggiamenti,
certe battute degli imputati piú conosciuti: il vicecomandante
Robert Mulka, il Rapportfuhrer Oswald Kaduk, i funzionari della
Sezione politica Wilhelm Boger e Hans Stark, divennero noti in
tutto il mondo attraverso servizi giornalistici; una sinistra
celebrità acquistarono personaggi che, per singolari dispositivi
della macchina della legge, figuravano non tra gli imputati ma
tra i testimoni, a fianco delle loro vittime.
Tale
categoria era rappresentata soprattutto da medici, dal personale
impiegato in Auschwitz per la « selezione », per la
scelta, cioè, del materiale umano da eliminare immediatamente
o da consegnare all'industria (durata media della vita di un detenuto-operaio:
nove mesi). L'operazione di cernita, che comportava l'invio diretto,
nelle camere a gas, dei bimbi, dei vecchi, dei deboli, dei malati,
apparve forse per la prima volta, in maniera cosi evidente, legata
all'accordo tra alcune industrie tedesche e il governo. I grandi
industriali del Reich non potevano ignorare il prezzo reale d'una
mano d'opera offerta a condizioni estremamente vantaggiose.
Peter
Weiss assistette a molte sedute del processo di Francoforte. Vide
le figure degli imputati e dei testimoni, assistette al tentativo
di fare rientrare negli schemi della giustizia umana crimini non
solo senza precedenti, ma inconcepibili. Da note prese durante
le sedute, soprattutto dai resoconti redatti da Bernd Naumann
per la « Frankfurter Allgemeine Zeitung », lo scrittore
ricavò materiali per Die Ermittlung, L'Istruttoria
(il titolo italiano rende solo in parte il senso di quello
tedesco, il suo aspetto tecnico-giuridico, escludendo il significato
di accertamento dei fatti, di verifica, pure essenziale). Il giudice,
il difensore, il procuratore, diciotto accusati e nove testimoni
anonimi, ognuno dei quali impersona piú di un testimone
reale, sono i personaggi di questo « oratorio in undici
canti »; nel quale non è passata una parola che non
sia stata pronunciata nell'aula del tribunale.
In
versi liberi, brevi e brevissimi, spesso d'una sillaba, la materia
inaudita: accuse, testimonianze, difese tutte egualmente, se pure
per ragioni diverse, atroci, si dispone in modulazioni essenziali,
convertendosi in una sostanza verbale apparentemente incolore,
in realtà portata al calore bianco da un'altissima tensione
interna. Le combinazioni di parole ritrovate da Weiss restituiscono,
con un'immediatezza a volte quasi insostenibile, non un senso,
ma tutti i possibili sensi di quello che la documentazione storica
piú completa può offrire: una volta tanto, un testo
di poesia integra, anzi approfondisce, dati della storia.
L'inferno
del maggiore Lager, del Lager per antonomasia, è disegnato
nella sua estensione e profondità, le sue istallazioni
descritte con rigore catastale, l'iter del detenuto, anzi dello
Haftling, se vogliamo conservare, come titolo d'onore, questa
qualifica che ha accompagnato nella morte milioni di innocenti,
minuziosamente tracciato, dalla sosta sulla banchina ferroviaria
al forno crematorio; il modo con cui questo inventario è
pronunciato, quasi se ne cogliesse per la prima volta la consistenza
reale, oltrepassa di gran lunga il dato naturalistico, s'impone
con la chiarezza conferita da una forza elementare.
Ma
il passato è solo una delle dimensioni dell'oratorio di
Weiss: l'altra, meno avvertibile per la sua stessa mobilità
e ambiguità, è quella del presente, dei modo in
cui quel passato è rivissuto, atteggiato. All'evocazione
dei fatti compiuta dagli scampati, corrispondono le interpretazioni,
le prese di posizione degli imputati e di molti « testimoni
», che depongono a piede libero. Questo aspetto dell'Istruttoria,
se anche meno emozionante, ha una forza di rivelazione, anzi di
denuncia, stupefacente: reticenza, malafede, menzogna, viltà,
cinismo, ottusità, sono caratteri dei despoti, dei boia,
dei carcerieri di un tempo; la lezione che si ricava dal loro
atteggiamento, certo favorito dall'indulgenza, dall'acquiescenza,
quando non dall'appoggio attivo della società in cui oggi
vivono, è in un certo senso, forse, piú drammatica
di quella derivante dall'evocazione del passato. Non sono parole,
quando si dice che Auschwitz continua ancora dentro e intorno
a noi.
GIORGIO
ZAMPA