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In
occasione del sessantesimo anniversario del 25 luglio 1943, pubblichiamo
un breve estratto dal libro di Giampaolo Pansa, Guerra partigiana
fra Genova e il Po, e precisamente le pagine in cui vengono
ricostruite le vicende avvenute nella nostra provincia immediatamente
dopo la caduta di Mussolini.

Giampaolo
Pansa, Guerra partigiana fra Genova e il Po, Laterza,
Bari, 1998 (prima edizione 1967)
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Gli scioperi di marzo
«
Pane e pace. » « Abbasso il duce. » « Abbasso
la Germania. » « A morte il duce. » « Duce,
a te la maledizione del popolo tradito che tu vuoi fare uccidere
soltanto per ritardare il giorno della tua ignobile fine. »
Erano i primi mesi del 1943, e queste scritte col gesso, questi
rozzi volantini tirati con la carta a carbone apparivano sempre
più di frequente sui muri di cinta degli stabilimenti e sul
selciato delle vie, nei quartieri periferici di Alessandria, Casale
Monferrato, Acqui, Novi. L'Ufficio politico investigativo della
IV Legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale,
a cui spettava nella provincia « la difesa dell'ordine nazionale
dello Stato », le trascriveva, li raccattava e li collezionava,
quasi giorno per giorno, per poi trasmetterli in copia, così,
senza commento al Comando generale di Roma (1).
Che avrebbe dovuto commentare, del resto? Forse che la coscienza
dell'avvicinarsi della fine si faceva sempre
più chiara ed estesa, e portava a compiere atti che turbavano
l'« ordine nazionale »? 0 che, come avveniva
nel
resto del paese, anche la rassegnazione degli alessandrini stava
mutandosi in un sentimento diverso, di ira verso la guerra e di
ostilità nei confronti dello stato che l'aveva voluta? Un
commento inutile. Tutto ormai era chiaro. A neppure tre anni dal
discorso delle " decisioni irrevocabili ", l'Italia era
un paese sconfitto. All'Est, l'Armir era stata annientata. In Africa
settentrionale, l'esercito si avviava alla catastrofe. Il "
fronte interno " stava crollando sotto i lutti, l'esasperazione,
la fame, il terrore. Anche il Partito fascista, ridotto. "
ad un grosso corpo inerte ed ingombrante " ', agonizzava nell'indecisione
e nella paura. E intanto, dopo un silenzio ventennale, gli avversari
(i " sovversivi ", gli antifascisti) si riorganizzavano:
forse sarebbe bastata una piccola spinta per farli uscire allo scoperto.
E una spinta, sia pure soltanto una spinta iniziale, non ancora
sufficiente, venne dagli scioperi del marzo 1943 nei grandi complessi
del " triangolo industriale " del Nord. Iniziata alle
dieci della mattina di venerdì 5 marzo alla Fiat-Mirafiori
di Torino, nello stesso giorno e in quelli seguenti l'agitazione
si estese alle altre fabbriche torinesi. Poi, a partire dal 13 marzo,
l'esempio della capitale regionale " contagiò "
prima la provincia torinese, quindi l'intero Piemonte.
Un " contagio " di intensità diversa. Nei centri
maggiori, gli scioperi erano spesso il risultato di un lavoro di
preparazione minuzioso; alla periferia furono invece il riflesso,
quasi sempre disorganico e confuso, degli avvenimenti delle grandi
città. Così accadde nell'Alessandrino, dove, come
nella maggior parte delle zone lontane dai grossi nodi industriali,
il movimento di protesta ebbe un successo piuttosto scarso. L'Unione
provinciale della Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria
segnalò a Roma soltanto una breve sospensione del
lavoro in un reparto della Borsalino, il 16 marzo, determinata da
rivendicazioni salariali. Nella relazione inviata alla presidenza
romana, il segretario dell'Unione si limitò ad osservare
che lo sciopero nel cappellificio costituiva " un indice dell'esistente
stridente e crescente squilibrio che si era determinato tra i salari
e i prezzi " '.
In realtà, le agitazioni nell'Alessandrino non si limitarono
a quell'unico episodio. Ad Alessandria, con la sospensione alla
Borsalino, si ebbe anche uno sciopero parziale alla società
Mino, che occupava circa seicento operai. Il 23 marzo, poi, interruppero
il lavoro i dipendenti dello stabilimento metalmeccanico della Alma.
Dal rapporto dell'Ufficio politico della MVSN appaiono evidenti
gli obiettivi economici dell'agitazione e la sua connessione con
gli scioperi negli altri centri piemontesi:
I dirigenti della Accomandita lavorazione metalli Alessandria (ALMA)
avevano promesso agli operai dipendenti che avrebbero effettuato
degli aumenti di merito aggirantisi tra i 20-25 centesimi all'ora.
Il 23 corrente, subito dopo la cessazione meridiana del lavoro,
sei operai si sono presentati ai dirigenti della ditta per chiedere
quando avrebbero dato attuazione alle promesse fatte. I dirigenti
della ditta risposero che, ripensando ,alla cosa, erano venuti nella
determinazione di non più concedere quanto promesso, ma di
proporre un miglioramento mediante la effettuazione di una nona
ora quotidiana di lavoro retribuendola con una maggiorazione del
50 per cento.
La proposta, riferita agli operai, venne male accolta tanto e essi
sospesero l'attività lavorativa, per certo sotto l'influsso
di quanto era avvenuto nei giorni precedenti a Torino Asti Sempre
nella seconda metà di marzo, scioperarono nel Casalese le
maestranze del cementificio di Morano sul Po dell'Unione cementi
Marchino, e qualche sospensione del lavoro vi fu ad Ozzano Monferrato,
nello stabilimento della stessa società. In questa zona si
mostrarono particolarmente vivaci piccoli gruppi di comunisti internazionalisti,
capeggiati da un impiegato di 43 anni, Mario Acquaviva, e nuclei
anarchici, numerosi soprattutto fra i cavatori '. Inattivi rimasero
invece i millequattrocento operai del maggior complesso casalese,
l'Eternit, una industria di laterizi.
Ad Ovada si ebbero sporadiche manifestazioni di protesta, sempre
per ragioni economiche, dovute ad elementi non ancora collegati
con i partiti antifascisti. Nei primissimi giorni di aprile, i trecentocinquanta
dipendenti della Manifattura isolatori vetro di Acqui (MIVA) sospesero
il lavoro per richiamare l'attenzione delle autorità sulle
loro disastrose condizioni di salario e per chiedere che venisse
istituita una mensa aziendale. La fabbrica era addetta alla produzione
di guerra: quattro operai, ritenuti gli organizzatori dell'agitazione
furono fermati dai carabinieri e inviati al servizio militare. Un
silenzio totale, invece, negli altri centri della provincia: anche
a Novi Ligure, dove pur esisteva la più grande industria
dell'Alessandrino, l'ILVA, con milleottocento dipendenti addetti
alla produzione di laminati in ferro
Una vivacità piuttosto scarsa, dunque, un inizio lento rispetto
ad altre zone del Piemonte e della Lombardia.
Non è difficile individuarne le cause. Le agitazioni di marzo
erano state determinate da ragioni economiche ed ambientali - insufficienza
dei salari, disumani turni di lavoro, disagi nello sfollamento -
ma ciò che aveva spinto gli operai, o almeno le frazioni
di punta, all'azione aperta era stato un giudizio di carattere politico:
dopo le ultime sconfitte militari, la dittatura non sarebbe potuta
durare a lungo, s'era creata una situazione nuova che rendeva possibile
tentare uno sciopero di tipo quasi insurrezionale. Ma sospendere
il lavoro in un momento in cui l'incessante produzione bellica era
indispensabile al proseguimento della guerra, significava compiere
un atto che aveva un preciso sapore di rivolta. Era necessario,
quindi, disporre di una massa operaia compatta, guidata da quadri
preparati e disposta ad una decisa (e pericolosa) azione di rottura
nei confronti dello stato.
Nell'Alessandrino mancarono quasi del tutto queste condizioni di
partenza. Il grado di concentrazione industriale della provincia
era assai basso, e la mano d'opera si trovava frazionata in centinaia
di piccole aziende Era un dato che rendeva assai difficile mobilitare
gli operai
di molti centri e che ostacolava l'attività degli organizzatori
politici. Su questi ultimi, poi, assai pochi per la verità,
pesava inoltre la relativa facilità di essere individuati
e controllati dalla polizia fascista che nelle piccole poteva seguire,
quasi ora per ora, le mosse egli oppositori, tutti ben noti e schedati.
Si può comprendere, quindi, come al momento degli scioperi
di marzo il lavoro di penetrazione politica nelle fabbriche alessandrine
fosse appena agli inizi. Lo stesso Partito comunista non disponeva
ancora della discreta organizzazione clandestina che sarebbe riuscito
a creare dopo l'8 settembre. Le poche cellule di fabbrica della
Borsalino, dell'ILVA, dei cementifici casalesi erano organismi embrionali,
minuscoli, ancora isolati e non in grado di orientare verso esplicite
forme di protesta il generico, anche se diffuso, malcontento dei
compagni di lavoro
A mantenere quieti la maggior parte degli operai della provincia
contribuirono, infine, la particolare situazione economico-ambientale
del proletariato alessandrino e la sua struttura sociale. A differenza
di Torino, Milano, Genova, nessuna città della provincia
aveva ancora vissuto le ore terribili dei bombardamenti. I disagi
dello sfollamento e dei trasferimenti improvvisi erano pressoché
sconosciuti. In moltissime aziende, per la più parte a carattere
semi-artigianale, le condizioni di lavoro non erano così
dure come nelle grandi industrie. La maggiore integrazione fra città
e campagna, caratteristica dei piccoli centri provinciali, e l'origine
contadina di molti degli operai, avevano poi concorso a rendere
più facile il problema dell'alimentazione e a far sentire
di meno la insufficienza dei salari e la progressiva flessione del
loro potere d'acquisto.
Il
25 luglio
Nonostante
la passività di molte zone, le agitazioni di marzo rappresentarono
un test prezioso per l'antifascismo. In quei giorni s'era avvertita
la presenza di una massa di oppositori nuovi, non ancora organizzati
ma abbastanza decisi e pieni di coraggio. E s'era anche scoperto
quale molla potente fosse la carica di esasperazione e di risentimento
verso il regime che si agitava in molti. Una carica sempre più
forte, sempre meno contenibile, che fra la primavera e l'estate
del '43 trovò espressione, a livello popolare, nell'accentuarsi
di manifestazioni di protesta isolate, quasi individuali: ancora
volantini, ancora scritte sui muri, episodi minimi ma impensabili,
in quelle proporzioni, nei mesi precedenti'. Era un immenso fuoco
che covava sotto la cenere, e che divampò improvviso il 25
luglio.
In
tutto l'Alessandrino la fine del regime fu salutata dovunque, nelle
città e nei paesi, con entusiasmo, con gioia, con sollievo
dalla grande maggioranza della popolazione, senza distinzioni politiche
o di classe. Nessun atto di violenza venne compiuto contro gli esponenti
del PNR Il podestà di Alessandria, Giuseppe Benedetto, diede
le dimissioni e il suo posto fu preso dal generale Giulio Scovazzi,
in veste di commissario prefettizio. 1 fascisti continuarono a circolare
indisturbati, anche quelli che per il loro passato e la loro attitudine
alla violenza rappresentavano un pericolo e una provocazione permanenti.
Dai giornali si sa che soltanto il 4 settembre vennero arrestati,
dai carabinieri di Tortona, due ex-comandanti di squadre d'azione,
Giuseppe Bina e Gino Vigni. Chi pagò per vent'anni di oppressione
furono gli emblemi del fascio, i ritratti del Duce e gli arredi
e i mobili delle sedi di partito '.
Calmatasi l'eccitazione delle prime ore, anche in provincia non
si tardò a scoprire che il crollo del regime e il cambio
di guardia a Roma non significavano l'inizio di un periodo nuovo.
Lo lasciava comprendere la circolare Roatta del 27 luglio ai Comandi
di difesa territoriale; lo disse subito con chiarezza l'atteggiamento
della polizia nei confronti delle manifestazioni popolari e degli
antifascisti che, timidamente, erano usciti allo scoperto.
Ad Alessandria, ad esempio, il 26 luglio, mentre in città
si formavano spontaneamente cortei popolari, le maestranze della
Borsalino abbandonarono i reparti e si raccolsero nel cortile dell'azienda:
volevano uscire in colonna, unirsi ai compagni delle altre fabbriche
e portarsi verso il centro. Per impedirne l'uscita, i carabinieri
circondarono il cappellificio, e trascinarono "in caserma la
delegazione che si tra recata a parlamentare con la Benemerita per
evitare incidenti. Soltanto la vivacissima protesta degli uomini
e delle donne rinchiusi nel grande opificio convinse i carabinieri
a rilasciare i cappellai arrestati `. E non fu il solo episodio.
Durante le manifestazioni del 26 luglio, numerosi antifascisti della
vecchia generazione e un gruppo di giovani vennero arrestati e tenuti
in carcere per qualche giorno, come « faziosi perturbatori
dell'ordine pubblico ».
La cappa si richiudeva lentamente. Il 26 luglio il territorio della
provincia venne dichiarato « in stato di guerra » e
tutti i poteri passarono all'autorità militare. Il generale
di divisione Attilio Grattarola, comandante la Difesa territoriale
di Alessandria alle dipendenze della IV Armata, che dal balcone
della sede del comando s'era mostrato ai manifestanti a fianco di
esponenti antifascisti, assunse « la direzione della tutela
dell'ordine pubblico -» sull'intero Alessandrino. Chiunque
vestisse una divisa, dagli ufficiali dell'esercito alle guardie
giurate, fu posto tu suoi ordini. Venne stabilito il coprifuoco
dalle 21,30 alle 6 del mattino, e fu proibita qualsiasi riunione
pubblica di più di tre persone.
«
Attendere e vigilare »
Per
gli antifascisti « di provincia », lontani dalle grandi
centrali politiche (Milano, Torino, Roma), il 25 luglio rappresentò,
dopo quella degli scioperi di marzo, a seconda spinta. Una spinta
all'azione, a riorganizzarsi, ritrovarsi, a riprendere il discorso
interrotto vent'anni rima. L'atmosfera del Paese era ancora equivoca,
il futuro sempre incerto: ma la caduta del dittatore e il crollo
ella facciata del regime avevano determinato almeno l’illusione
della libertà. Bastò questo per segnare anche alla
periferia un embrione di rinascita di vita politica, sia pure a
livello semi-clandestino.
Fu il Partito comunista quello che seppe approfittare più
di ogni altro della nuova situazione. Per i comunisti," in
realtà, non si trattava di ricostruire dalle fondamenta l'organizzazione
del partito, ma soltanto di dare impeto ed espansione ad un apparato
che nelle sue linee essenziali non aveva mai cessato di esistere
per tutto il ventennio.
La provincia di Alessandria era stata una delle roccaforti «
rosse » dell'Italia settentrionale. Alla fine del 1921, undici
mesi dopo la scissione di Livorno, il Partito comunista d'Italia
vi aveva 2624 iscritti, più che nelle province di Milano,
Genova e Firenze. Le violenze delle squadre fasciste, particolarmente
agguerrite e decise nel Casalese, e le persecuzioni poliziesche
avevano poi prodotto larghi vuoti in queste file. Nei primissimi
anni della dittatura, molti militanti comunisti s'erano visti costretti
a riparare all'estero: era stato questo il caso di Luigi Ceriana
che, dopo aver diretto giovanissimo l'organizzazione provinciale
del PCd'l ed aver tentato di fronteggiare l'insorgente squadrismo,
aveva dovuto rifugiarsi in Unione Sovietica dove, malato per le
percosse ricevute dai fascisti, era morto trentunenne a Yalta, sul
finire del 1931.
Ai comunisti rimasti in patria, il regime elargì con larghezza
anni di carcere o di confino. Così avvenne per l'onorevole
Ambrogio Belloni, eletto deputato nelle elezioni del 15 maggio 1921;
per Carlo Camera, per Stefano Ongarelli e per molti altri. Nonostante
gli allontanamenti e gli arresti, il partito si mantenne abbastanza
saldo. Nel 1929-1930 venne ricostituita clandestinamente la Federazione
comunista e la segreteria politica fu assunta da un impiegato alessandrino
di 26 anni, Giovanni Oreste Villa. Nel febbraio del 1931, in seguito
all'arresto di un militante astigiano trovato in possesso di cinque
copie di « Battaglie sindacali » e di cinque copie de
« l'Unità » stampate alla macchia, la polizia
riuscì ad individuare l'intero apparato provinciale del PCd'I
e arrestò venticinque persone, fra dirigenti e attivisti.
A novembre, il Tribunale speciale per la difesa dello stato condannò
il Villa a sette anni di carcere e altri diciassette comunisti a
pene varianti dai sei ai due anni di reclusione. La responsabilità
di mantenere in piedi il partito passò ad Ottavio Maestri
e ad un impiegato contabile, il ragioniere Walter Audisio. Nel maggio
del 1934, la polizia individuò il nuovo gruppo dirigente:
vi furono undici arresti, e Maestri e Audisio vennero condannati
a cinque anni di confino
Il
consolidarsi della dittatura spezzò in molti punti l’organizzazione
comunista nell'Alessandrino ma non la distrusse del tutto. Durante
l'interregno badogliano, Carlo Camera, nuovo segretario della Federazione
clandestina, Maestri, Audisio, lo studente universitario Carlo Gilardenghi
ed altri militanti si adoperarono per rinfittire i contatti fra
il capoluogo e i centri maggiori della provincia.
Questo
lavoro paziente, condotto in forma semi-cospirativa, diede frutti
discreti fra i giovani e nell'ambiente delle fabbriche. In alcune
aziende, soprattutto per l'opera di isolati militanti di sinistra,
rinacquero le commissioni interne, origine di quei « gruppi
di fabbrica » che durante la lotta di Liberazione avrebbero
collaborato con le formazioni partigiane.
Nel
settore sindacale fu attivo, ma in misura minore del PCI, anche
il Partito socialista. Il PSIUP avrebbe potuto avere notevoli possibilità
di espansione nell'Alessandrino, provincia di antica tradizione
operaia, ma sotto la bufera del fascismo i socialisti avevano retto
assai meno solidamente dei comunisti. Il 25 luglio, gli esponenti
socialisti locali, quasi tutti appartenenti alla generazione prefascista
(il medico Luigi Fadda, il cappellaio Diego Giacobbe, il fornaio
Carlo Rossi, il veterinario Antonio De Marziani e Silvio Gambarana,
esercente di un bar), si trovarono pressoché isolati. Il
partito aveva molti simpatizzanti in tutti i ceti ma soltanto una
parte esigua di essi sembrava disposta ad impegnarsi in modo aperto.
Anche
il Partito d'azione non esisteva come movimento organizzato. In
provincia era rappresentato da un guppo di anziani antifascisti,
per lo più piccolo-borghesi di provenienza repubblicana e
combattentistica: essi facevano capo a Livio Pivano, un industriale
che nel 1924 era stato eletto deputato per i Combattenti nel «
listone » fascista e che presto s'era staccato dal regime,
passando all'opposizione. La Democrazia cristiana si costituì
su basi ristrette, per il lavoro di Angelo Bellato, un funzionario
di banca, e dell'avvocato Giuseppe Brusasca, figlio di un parlamentare
del Partito popolare, che si appoggiarono alla rete dei gruppi di
Azione cattolica ed al clero più giovane ".
Pure
nei centri minori si ebbe un risveglio dell'attività ma,
tanto in Alessandria che nelle altre città Provincia, il
lavoro di riorganizzazione si limitò quasi sempre ad una
serie di contatti personali fra politici dell’era prefascista.
La maggior parte della popolazione e soprattutto moltissimi giovani
che avrebbero poi costituito il nerbo delle bande partigiane in
questo primo periodo si mantennero in disparte. Sarebbero entrati
nella lotta soltanto molto più tardi.
Durante
i quarantacinque giorni di Badoglio i partiti cercarono anche di
collegarsi fra di loro. Ad Alessandria una prima riunione fra gli
esponenti dell'antifascismo locale si era già tenuta all'indomani
del 25 luglio: vi avevano partecipato elementi del PCI, socialisti
e del Pd'A, e qualche antifascista senza una precisa qualificazione
di partito. Questi contatti, ripresi nei giorni seguenti e proseguiti
più o meno regolarmente per tutto il periodo badogliano,
portarono alla costituzione di un Comitato antifascista interpartitico
. L'« interpartito » non ebbe una composizione stabile
né tutti i suoi membri disponevano di una delega dei rispettivi
movimenti. La mancanza di stretti contatti con le centrali dei partiti,
e l'impreparazione e il disorientamento di molti antifascisti tornati
a far politica dopo anni di silenzio, paralizzarono l'attività
del comitato e ne fecero un organismo poco più che simbolico,
incapace di formulare un programma d'azione adeguato agli avvenimenti:
« Attendere e vigilare »: fu questo il generico impegno
dell'antifascismo alessandrino nelle settimane che precedettero
l'armistizio.
Lo
stesso atteggiamento tennero i comitati costituiti in altri centri
della provincia. A Casale Monferrato, socialisti e comunisti si
incontrarono più volte ma non andarono al di là di
una generica intesa sul lavoro da svolgere nelle fabbriche e (testimonianza
delle illusioni dure a morire) sul futuro assetto dell'amministrazione
comunale `. Anche a Tortona il comitato fu costituito da militanti
del PCI e socialisti, più qualche elemento di incerta qualificazione,
in maggioranza uomini non più giovanissimi, che avevano fatto
le loro prime esperienze politiche fra il '19 e il '22 `. Ad Ovada,
Novi Ligure, Acqui e Valenza non si uscì invece da saltuari
contatti personali e, a volte, i rappresentanti dei partiti si ignorarono
sino al periodo seguente l'armistizio. Forse nessuno di costoro
pensava che presto, prestissimo, ci si sarebbe trovati di fronte
a scelte drammatiche, ed a problemi politici e militari completamente
nuovi.
L'8 settembre
La prima,
drammatica scelta si presentò di lì a pochissimi giorni,
con l'annuncio dell'armistizio. Un annuncio che, anche nell'Alessandrino,
trovò molto più preparati i tedeschi degli italiani.
In luglio e in agosto, la provincia di Alessandria era stata circondata
a Sud-est da tre grandi unità germaniche. La XCIV e la LXXVI
Divisione (LXXXVII Corpo tedesco), fatte affluire dalla Francia,
si erano schierate a controllare il Genovesato e il settore alessandrino
della valle Scrivia, attraverso il quale passavano le più
importanti vie di comunicazione, stradali e ferroviarie, fra la
Liguria e la Valle del Po. La LXV Divisione, giunta dalla Germania
si attestò invece nel Vogherese e ai limiti dell'appennino
emiliano Di fronte a queste forze imponenti, esistevano in provincia
alcuni reggimenti di fanteria, dei genio e dell'artiglieria, servizi,
reparti dei comandi territoriali, frazionati in numerosi centri.
La loro consistenza numerica, difficilmente valutabile con esattezza
per l'inaccessibilità delle fonti ufficiali, pare si aggirasse
sui diecimila uomini.
Era evidente che, nel caso di un nostro armistizio con gli Alleati
e di un conseguente attacco tedesco, sarebbe mancata la possibilità
di una difesa efficace. All'inizio di settembre, quando cominciò
ad apparire più chiaro cosa sarebbe accaduto, numerosi antifascisti
rinnovarono alle autorità militari le offerte di collaborazione.
Fu fatica sprecata perché tutti i comandi respinsero l'aiuto
dei civili. Ad Alessandria, Walter Audisio e Livio Pivano, a nome
dell'" interpartito " provinciale, si misero in contatto
con il generale Grattarola, prospettandogli addirittura la possibilità
di isolare la città facendo saltare i ponti sulla Bormida
e sul Tanaro, e sollecitandolo ad armare i cittadini. Il Comandante
della Difesa territoriale rifiutò ". Il 7 settembre,
a Tortona, il comitato antifascista inviò una delegazione
dal colonnello comandante il distretto e gli offrì il proprio
aiuto per la difesa della città. L'ufficiale rispose che
questo compito spettava soltanto all'esercito e affermò che
avrebbe " protetto l'ordine pubblico da qualsiasi parte si
fosse tentato di violarlo " '.
Quando venne il momento di resistere, l'esercito si sfaldò
in poche ore. Tra il 9 e il 10 settembre quasi tutti i reparti si
arresero alle forze tedesche, spesso senza tentare alcuna difesa.
A Casale, pochi carri armati nemici, apparsi all'improvviso in città,
determinarono la resa immediata del presidio Anche a Novi Ligure,
il comandante locale, colonnello Francesco Scansetti, non poté
far nulla per impedire l'occupazione della città. A Novi
si trovava l'unico reparto veramente efficiente di tutta la provincia,
il 1 Reggimento Genio Minatori, in procinto di partire per l'Italia
meridionale: ma anche questo si sciolse senza che i contingenti
tedeschi, di scarsa entità, fossero costretti ad entrare
in azione 27.
Il 9 settembre, superata sul Po di Valenza la resistenza dei reparti
del II Reggimento artiglieria e di un nucleo di carabinieri, gruppi
corazzati della Wehrmacht penetrarono in Alessandria. Vi fu un tentativo
di resistenza alla caserma Valfré, stroncato con pochi colpi
di cannone. Le truppe di presidio si rinchiusero nella Cittadella,
ma i tedeschi si presentarono dinanzi al forte, intimarono la resa
e l'ottennero minacciando di aprire il fuoco Ad Acqui, i reparti
germanici tirarono una cannonata contro il portone della caserma
che ospitava reparti dell'artiglieria e furono subito padroni del
campo.
A Tortona, importante nodo stradale, vi fu uno scontro breve e violento
alle quattro del 9 settembre, attorno al comando della caccia della
I Squadra aerea: si contarono morti da entrambe le parti, feriti,
e soprattutto molti prigionieri italiani: fra questi, il comandante
della caccia, generale Ranieri Cupini, che aveva assunto quell'incarico
due giorni prima e che venne deportato in Polonia. Nuovi scontri
si ebbero alla caserma Passalacqua e in zone diverse della città,
e altri militari caddero in disperati, e inutili, tentativi di resistenza
Furono episodi isolati. Nella provincia, come nel resto del Paese,
mancò qualsiasi forma di difesa organizzata. Senza muovere
grossi reparti, e talvolta senza neppure combattere, i tedeschi
catturarono centinaia e centinaia di uomini, s'impadronirono delle
caserme, dei pezzi di artiglieria, dei depositi di armi, munizioni
e viveri, particolarmente numerosi nell'Alessandrino . I soldati
sfuggiti alla prigionia gettarono la divisa e tornarono a casa,
convinti che tutto fosse finito. In questo mondo che crollava, soltanto
pochissimi capirono che stava per iniziare il periodo più
duro del conflitto e che v'era una sola via d'uscita: quella della
lotta immediata contro i tedeschi. Per costoro stava per cominciare,
attraverso difficoltà inimmaginabili, la vera guerra.
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