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Emilio CASALINI "Cini"
comandante 5° distaccamento della III Brigata Liguria

Trasporto
a valle delle bare dei martiri della Benedicta (maggio 1945)
Un
canto nato alla Benedicta: Siamo i ribelli della montagna
di Franco Castelli
Siamo
i ribelli dela montagna
nella versione dei Ratti della Sabina
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Il
canzoniere partigiano , come hanno ormai chiarito gli etnomusicologi,
si compone essenzialmente di rielaborazioni, adattamenti, parodie
di motivi precedenti, appartenenti alla tradizione militare o popolare,
a inni del movimento operaio nazionale o internazionale, a canzonette
di consumo. Pochi i canti originali, nel testo e nella melodia.
Uno di questi è nato sui monti della nostra provincia, in
circostanze drammatiche che è giusto far conoscere. Se Fischia
il vento viene composto su un'aria sovietica, se Pietà
l'è morta modifica attualizzandolo il testo di un canto
alpino del 1915-18, se Bella ciao nasce dopo la Resistenza
su un antico motivo di ballata, uno dei più intensi e significativi
inni partigiani, Dalle belle città (Siamo i ribelli della
montagna), viene creato nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese,
nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento
della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla
con il comandante Emilio Casalini "Cini".
Sulle
circostanze e modalità reali della genesi di questo originale
canto della Resistenza, disponiamo della testimonianza diretta di
Carlo De Menech, allora diciottenne commissario politico del distaccamento.
Ad
un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa
che riguardi noi e tutti i giovani dela nostra generazione, esaltandone
la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo.
Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della
vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti
Cini prende l'iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle
parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza
di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all'ingresso della "caserma",
che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo
circolo attorno a lui proponendo e sugerendo vocaboli e argomenti.
Dopo alcuni giorni la bozza è stesa (...). In distaccamento
c'è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale
viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante
il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note
sono vergate su un pezzo di carta da pacchi (...).
Siamo
i ribelli della montagna, con la sua originalità del
testo e della musica, diventa così la nostra canzone, la
canzone del 5° distaccamento, in cui si potrà riconoscere
la storia di tanti altri giovani che, come noi, hanno scelto la
montagna e la libertà.
Carlo
De Menech, Siamo i ribelli della montagna, dattiloscritto
inedito (1975), depositato presso l'Istituto per la storia della
resistenza e della società contemporanea in provincia di
Alessandria.
Dalle
belle città date al nemico
fuggimmo un dì sull'aride montagne
cercando libertà fra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo i muscoli e i cuori in battaglia.
Siamo
i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Di
giustizia è la nostra disciplina
libertà è l'idea che ci avvicina
rosso sangue, il color della bandiera
siam d'Italia l'armata forte e fiera.
Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
provammo l'ardor per la grande riscossa
sentimmo l'amor per la patria nostra.
Siamo
i ribelli della montagna...
E'
un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per
la qualità della sua "scrittura", che rivela un certo grado
di cultura. Sin dall'incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana
(genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione
"belle città/aride montagne" che appare come lo specimen
della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città
ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti.
I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà,
fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo ("viviam
di stenti e di patimenti") alla severa scuola della montagna, in
cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi,
egoismi.
Nel
tono generale del canto, nella sua stessa melodia baldanzosa, in
certe formule testuali, paiono rinvenirsi suggestioni, moduli e
stilemi risorgimentali, alla Mameli (vedi "la schiavitù del
suol tradito" o "l'ardor per la grande riscossa"). Dalle belle
città è una canzone fresca, giovane, piena di
vento e di speranza, in cui si sente vibrare la tensione utopica
e la grande carica di idealità civile e politica che animò
la stagione partigiana. E' commovente pensare che appena qualche
settimana dopo la composizione di questo inno, sull'altopiano del
Tobbio si abbattè un uragano di ferro e di fuoco, e molti
di quei coraggiosi "ribelli della montagna" finirono fucilati alla
Benedicta o al passo del Turchino, braccati sui monti come belve,
uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio.
Con
i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo
della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale
della riscossa partigiana, e come inno della rinata Divisione "Mingo"
accompagnò il movimento di liberazione ligure-piemontese
sino alla vittoria finale .
Franco
Castelli
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