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La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

Partigiani sull’altopiano del Tobbio, nel marzo 1944, pochi giorni prima dell’eccidio della Benedicta

Scherzi fra giovani partigiani

Distaccamento dell'Arzani a Fontana Val Borbera della Divisione Garibaldi Pinan- Cichero

da sinistra Bellora, Bonicelli, Gilardenghi, Lentini, Prandi

 

 

LA SOCIALITA' PARTIGIANA

La concretezza della vita partigiana , attinta alle memorie personali dei protagonisti, non è riducibile ai moduli eroici della tradizione resistenziale, ma rivela aspetti più variegati e complessi. Accanto al ricordo delle azioni militari, dei sacrifici, alla tensione e all'orrore della guerra civile, troviamo il ricordo di una socialità intensa e cordiale, di amicizie indelebili, di momenti di euforia, di entusiasmo, di giovanile spensieratezza.

Eravamo quasi tutti intorno ai vent'anni. Non bisogna dimenticare che la Resistenza è stata fatta in maggioranza da ragazzi. A volte facevamo anche degli scherzi, come quando a Bautik, che era un compagno molto meticoloso, abbiamo mandato all'aria con una pioggia di melette tutto il pranzo: il suo vino preparato, il pane nel punto giusto, la gavetta messa bene. Ero io sulla pianta di mele, Nandino, che è stato poi fucilato a Omegna, vicino a Bautik, forse anche qualcun altro. Bautik s'è spaventato: in un primo tempo credeva che ci fosse il terremoto; poi s'è tanto infuriato che ci voleva sparare...(Testimonianza di Elsa Oliva, Elsinki, in BRUZZONE-FARINA 1976: 137)

All'interno del collettivo partigiano si incontrano ceti sociali, culture e mentalità diverse: la presenza di studenti, operai, contadini mette a confronto città e campagna, mentre il grande rimescolamento prodotto dagli eventi bellici non solo fa incontrare Nord e Sud del paese (nelle bande ci sono molti soldati meridionali) ma fornisce anche occasioni di confronti internazionali, con la presenza di russi, slavi, inglesi evasi dai campi di prigionia tedeschi.
La vita di distaccamento, con la pratica delle riunioni serali attorno al fuoco, in cui si discute, si racconta, si canta insieme, consolida la partecipazione collettiva e favorisce forme di socialità interna.

Quando ci troviamo tutti uniti, o quasi tutti, discutiamo per il miglioramento del nostro distaccamento, perchè è l'unica nostra ambizione che il nostro distaccamento sia uno dei primi in azione e uno dei migliori come comportamento. Poi si parla di politica e tutti cerchiamo di farci una coltura per potere domani saperci governare ed infine cantiamo; cantiamo le nostre vecchie canzoni, che anche nella nostra vecchiaia rimarranno impresse nella nostra memoria e ci ricorderanno gli stenti e le fatiche, le soddisfazioni provate quassù e i nostri cari compagni caduti.
(testo inedito di Pietro Cavo Zeta, classe 1924, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1990: 199)

Si stava lì, si chiacchierava e si cantava... C'era qualcuno con la chitarra. Si cantava e si contava delle storie, così. Ricordo quella canzone che ha fatto Condor; aveva l'aria della X Mas, come aria, però aveva fatto il testo lui... Eh, si cantava, si cantava fino alle undici-mezzanotte, a secondo. Se c'era da fare delle azioni si andava a dormire prima, se non c'era da fare delle azioni allora si cantava.
(testimonianza di Giuseppe Roncoli Tin, classe 1926, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1990: 23)

In un complesso intreccio di elementi tradizionali e innovatori, di valori progressivi e di simboli del passato, di miti universali e particolarismi di campanile, la cultura della Resistenza esprime un suo coloratissimo immaginario e produce una sorta di "folklore partigiano" che si condensa in riti miti simboli, pratiche, comportamenti, espressioni interne alla banda, forme di gergalità ecc.
Una componente significativa di questa cultura è l'impeto giovanile, il vitalismo, l'esuberanza, la quasi sventata ostentazione di eroica baldanza del giovane partigiano in armi sulle libere montagne o sulle "somme colline". Il repertorio dei nomi di battaglia bene esemplifica questo immaginario giovanile,tutto costellato di nomi "forti", violenti, fragorosi, ad alta tensione emotiva, usati spesso come esorcismi o come meccanismi di autogratificazione o di autodefinizione rafforzativa.
Lo pseudonimo partigiano riflette una certa "carnevalizzazione" della coscienza che, secondo Bachtin, precede sempre, preparandoli, i grandi capovolgimenti: in esso si esprimono in modo sintomatico, gusto per il mascheramento e le metamorfosi, gioia degli avvicendamenti, gusto dell'avventura, senso di inizio e tensione utopica. Così, accanto ai molti nomi di animali forti o astuti o crudeli (Tigre Leone Lupo Falco Condor Cobra Toro Volpe) compaiono i fenomeni naturali violenti (Lampo Fulmine Saetta Folgore Tuono Vento Tempesta Ciclone), i miti dell'avventura e dell'esotismo (corsari, banditi, giustizieri, cow-boy e pistoleri attinti dal cinema, dai romanzi o dai fumetti), nomi di armi ed esplosivi (Freccia Spada Mitra Dinamite Razzo Bomba), aggettivi forti ed aggressivi (Audace Deciso Rapace Guerriero Intrepido Terribile).
Ma non manca neppure l'ironia, la voglia di scherzare su sé stessi e sui propri compagni. Così l'ambivalente interpretazione elogiativo-ingiuriosa di pseudonimi come Badolo Canaia Fastidi Cispa Cadnas Picchiato Pivello, o come Crik Crok Macario affibbiati a tre reclute impacciate e stupefatte della democraticità della vita partigiana (LAZAGNA 66).

Non c'erano le pesantezze della 'naja', i 'gavettoni' e via dicendo: però si scherzava; quando c'era da prendere in giro qualcuno, così, bonariamente, non ci tiravamo indietro...
(Testimonianza di Giulio Nicoletta, classe 1921, comandante partigiano, in OLIVA 1989: 305)

Ludicità, gusto della beffa tesa al nemico, voglia di distrazione dalla vita dell'accampamento che talvolta conduceva anche a imprudenze pericolose: sono tutti segnali che mostrano, nei giovani "ribelli", l'ansia di riappropriarsi della gioventù negata dalla guerra.

Tutte le volte che si poteva, scendevamo a Giaveno. Lì c'era più gente, si incontravano le ragazze, c'erano le osterie. Insomma, la vita era lì, in basso. Quando si rischia tutti i giorni di prendersi una fucilata, uno ha ancora più voglia di divertirsi quando può.
(Testimonianza di Gildo Brunatti, classe 1921, partigiano, in OLIVA 1989: 307)

Punizioni: 2 ore di palo e 4 ore di guardia al vice comandante Janez per abbandono del posto di pattuglia per andare a ballare e rientrava invece che alla sera alle sette l'indomani. 1 ora di palo al commissario Ramis perchè rientrava al distaccamento dal permesso avuto invece che alla mattina alla sera.(...) Ammonizione all'intendente Ettore perchè si recava abusivamente a ballare senza permesso assieme a Janez e Ramis.
("Rapportino giornaliero" (5 febbraio 1945) del distaccamento Nino Franchi, brigata Oreste, in BORIOLI-BOTTA 1989: 139)

Noi non volevamo delle imposizioni da nessuno, eravamo ribelli un po' in tutto. E anche esuberanti. Una volta Fassino, Piol e Baratta sono andati a Torino su una 1500 con la camicia rossa, sono scesi al bar Bitti di via Roma e sono entrati con i mitra a prendere l'aperitivo. Lo hanno fatto per scommessa. A pensarlo adesso, erano azioni da giovani, coraggiose ma senza scopo.
(OLIVA 1989: 218)

Nel nostro distaccamento non manca l'allegria, ci sono parecchi compagni che con i loro scherzi e buffonate ci tengono in allegria tutto il giorno, uno di essi ha fatto la rima a ciascuno di noi e tutte le sere cantiamo fra le risate di tutti. Questa è la vita del nostro distaccamento piena di brio e di lavoro, tutti noi lavoriamo ma vogliamo fare ancora di più, per liberare al più presto possibile il nostro suolo dall'oppressore.
(Testo inedito di Pietro Cavo, cit., in BORIOLI-BOTTA 1989: 199)


BIBLIOGRAFIA


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BORIOLI Daniele - BOTTA Roberto 1990 : I giorni della montagna, Alessandria, WR edizioni

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CEVA Bianca 1954: Tempo dei vivi 1943-1945, Milano, Ceschina

CHIODI Pietro 1976 : Banditi, Torino, Einaudi

DIENA Marisa 1970 : Guerriglia e autogoverno, Parma, Guanda

FENOGLIO Beppe 1978 : Opere, Torino, Einaudi

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LOMBARDINI Jacopo 1962 : Diario, in S.Mastrogiovanni, Un protestante nella Resistenza, Firenze, La Nuova Italia

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OLIVA Gianni 1989 : La Resistenza alle porte di Torino, Milano, Angeli

PETTER Guido 1976 : Che importa se ci chiaman banditi, Firenze, Giunti

ROCCA Giovanni 1984: Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Canelli, Art pro Arte

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