LA
SOCIALITA' PARTIGIANA
La
concretezza della vita partigiana , attinta alle memorie personali
dei protagonisti, non è riducibile ai moduli eroici della
tradizione resistenziale, ma rivela aspetti più variegati
e complessi. Accanto al ricordo delle azioni militari, dei sacrifici,
alla tensione e all'orrore della guerra civile, troviamo il ricordo
di una socialità intensa e cordiale, di amicizie indelebili,
di momenti di euforia, di entusiasmo, di giovanile spensieratezza.
Eravamo
quasi tutti intorno ai vent'anni. Non bisogna dimenticare che
la Resistenza è stata fatta in maggioranza da ragazzi.
A volte facevamo anche degli scherzi, come quando a Bautik, che
era un compagno molto meticoloso, abbiamo mandato all'aria con
una pioggia di melette tutto il pranzo: il suo vino preparato,
il pane nel punto giusto, la gavetta messa bene. Ero io sulla
pianta di mele, Nandino, che è stato poi fucilato a Omegna,
vicino a Bautik, forse anche qualcun altro. Bautik s'è
spaventato: in un primo tempo credeva che ci fosse il terremoto;
poi s'è tanto infuriato che ci voleva sparare...(Testimonianza
di Elsa Oliva, Elsinki, in BRUZZONE-FARINA 1976: 137)
All'interno
del collettivo partigiano si incontrano ceti sociali, culture
e mentalità diverse: la presenza di studenti, operai, contadini
mette a confronto città e campagna, mentre il grande rimescolamento
prodotto dagli eventi bellici non solo fa incontrare Nord e Sud
del paese (nelle bande ci sono molti soldati meridionali) ma fornisce
anche occasioni di confronti internazionali, con la presenza di
russi, slavi, inglesi evasi dai campi di prigionia tedeschi.
La vita di distaccamento, con la pratica delle riunioni serali
attorno al fuoco, in cui si discute, si racconta, si canta insieme,
consolida la partecipazione collettiva e favorisce forme di socialità
interna.
Quando
ci troviamo tutti uniti, o quasi tutti, discutiamo per il miglioramento
del nostro distaccamento, perchè è l'unica nostra
ambizione che il nostro distaccamento sia uno dei primi in azione
e uno dei migliori come comportamento. Poi si parla di politica
e tutti cerchiamo di farci una coltura per potere domani saperci
governare ed infine cantiamo; cantiamo le nostre vecchie canzoni,
che anche nella nostra vecchiaia rimarranno impresse nella nostra
memoria e ci ricorderanno gli stenti e le fatiche, le soddisfazioni
provate quassù e i nostri cari compagni caduti.
(testo inedito di Pietro Cavo Zeta, classe 1924, partigiano, in
BORIOLI-BOTTA 1990: 199)
Si
stava lì, si chiacchierava e si cantava... C'era qualcuno
con la chitarra. Si cantava e si contava delle storie, così.
Ricordo quella canzone che ha fatto Condor; aveva l'aria della
X Mas, come aria, però aveva fatto il testo lui... Eh,
si cantava, si cantava fino alle undici-mezzanotte, a secondo.
Se c'era da fare delle azioni si andava a dormire prima, se non
c'era da fare delle azioni allora si cantava.
(testimonianza di Giuseppe Roncoli Tin, classe 1926, partigiano,
in BORIOLI-BOTTA 1990: 23)
In
un complesso intreccio di elementi tradizionali e innovatori,
di valori progressivi e di simboli del passato, di miti universali
e particolarismi di campanile, la cultura della Resistenza esprime
un suo coloratissimo immaginario e produce una sorta di "folklore
partigiano" che si condensa in riti miti simboli, pratiche,
comportamenti, espressioni interne alla banda, forme di gergalità
ecc.
Una componente significativa di questa cultura è l'impeto
giovanile, il vitalismo, l'esuberanza, la quasi sventata ostentazione
di eroica baldanza del giovane partigiano in armi sulle libere
montagne o sulle "somme colline". Il repertorio dei
nomi di battaglia bene esemplifica questo immaginario giovanile,tutto
costellato di nomi "forti", violenti, fragorosi, ad
alta tensione emotiva, usati spesso come esorcismi o come meccanismi
di autogratificazione o di autodefinizione rafforzativa.
Lo pseudonimo partigiano riflette una certa "carnevalizzazione"
della coscienza che, secondo Bachtin, precede sempre, preparandoli,
i grandi capovolgimenti: in esso si esprimono in modo sintomatico,
gusto per il mascheramento e le metamorfosi, gioia degli avvicendamenti,
gusto dell'avventura, senso di inizio e tensione utopica. Così,
accanto ai molti nomi di animali forti o astuti o crudeli (Tigre
Leone Lupo Falco Condor Cobra Toro Volpe) compaiono i fenomeni
naturali violenti (Lampo Fulmine Saetta Folgore Tuono Vento Tempesta
Ciclone), i miti dell'avventura e dell'esotismo (corsari, banditi,
giustizieri, cow-boy e pistoleri attinti dal cinema, dai romanzi
o dai fumetti), nomi di armi ed esplosivi (Freccia Spada Mitra
Dinamite Razzo Bomba), aggettivi forti ed aggressivi (Audace Deciso
Rapace Guerriero Intrepido Terribile).
Ma non manca neppure l'ironia, la voglia di scherzare su sé
stessi e sui propri compagni. Così l'ambivalente interpretazione
elogiativo-ingiuriosa di pseudonimi come Badolo Canaia Fastidi
Cispa Cadnas Picchiato Pivello, o come Crik Crok Macario affibbiati
a tre reclute impacciate e stupefatte della democraticità
della vita partigiana (LAZAGNA 66).
Non
c'erano le pesantezze della 'naja', i 'gavettoni' e via dicendo:
però si scherzava; quando c'era da prendere in giro qualcuno,
così, bonariamente, non ci tiravamo indietro...
(Testimonianza di Giulio Nicoletta, classe 1921, comandante partigiano,
in OLIVA 1989: 305)
Ludicità,
gusto della beffa tesa al nemico, voglia di distrazione dalla
vita dell'accampamento che talvolta conduceva anche a imprudenze
pericolose: sono tutti segnali che mostrano, nei giovani "ribelli",
l'ansia di riappropriarsi della gioventù negata dalla guerra.
Tutte
le volte che si poteva, scendevamo a Giaveno. Lì c'era
più gente, si incontravano le ragazze, c'erano le osterie.
Insomma, la vita era lì, in basso. Quando si rischia tutti
i giorni di prendersi una fucilata, uno ha ancora più voglia
di divertirsi quando può.
(Testimonianza di Gildo Brunatti, classe 1921, partigiano, in
OLIVA 1989: 307)
Punizioni:
2 ore di palo e 4 ore di guardia al vice comandante Janez per
abbandono del posto di pattuglia per andare a ballare e rientrava
invece che alla sera alle sette l'indomani. 1 ora di palo al commissario
Ramis perchè rientrava al distaccamento dal permesso avuto
invece che alla mattina alla sera.(...) Ammonizione all'intendente
Ettore perchè si recava abusivamente a ballare senza permesso
assieme a Janez e Ramis.
("Rapportino giornaliero" (5 febbraio 1945) del distaccamento
Nino Franchi, brigata Oreste, in BORIOLI-BOTTA 1989: 139)
Noi
non volevamo delle imposizioni da nessuno, eravamo ribelli un
po' in tutto. E anche esuberanti. Una volta Fassino, Piol e Baratta
sono andati a Torino su una 1500 con la camicia rossa, sono scesi
al bar Bitti di via Roma e sono entrati con i mitra a prendere
l'aperitivo. Lo hanno fatto per scommessa. A pensarlo adesso,
erano azioni da giovani, coraggiose ma senza scopo.
(OLIVA 1989: 218)
Nel
nostro distaccamento non manca l'allegria, ci sono parecchi compagni
che con i loro scherzi e buffonate ci tengono in allegria tutto
il giorno, uno di essi ha fatto la rima a ciascuno di noi e tutte
le sere cantiamo fra le risate di tutti. Questa è la vita
del nostro distaccamento piena di brio e di lavoro, tutti noi
lavoriamo ma vogliamo fare ancora di più, per liberare
al più presto possibile il nostro suolo dall'oppressore.
(Testo inedito di Pietro Cavo, cit., in BORIOLI-BOTTA 1989: 199)
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