La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

Addestramento delle reclute

Azione di sabotaggio

 


L'ESPERIENZA DEL GUERRIGLIERO

Ho camminato due giorni e sono arrivato a Cantalupo Ligure. Non sapevo neanche dov'ero, non sapevo con chi parlare. Perchè lì era tutto montagne, domandavo dove c'erano i partigiani e mi dicevano: "Guardi, vadi di qui, così e così"... E poi dormivo in quei pagliai, e basta. Poi sono arrivato lì nei partigiani e mi hanno interrogato (...) "Adesso stasera vai a dormire là - c'era la stalla, c'era del fieno - e non uscire di notte perchè c'è la sentinella e se ti vede ti spara"... E infatti ho dormito, ero troppo stanco, tutto il cammino che avevo fatto, ho dormito fino alla mattina e sono venuti a chiamarmi, e mi hanno portato in un distaccamento. (Testimonianza di Salvatore Muto Tino, classe 1923, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1990: 21-22)

Quando sono arrivato su, le testuali parole sono state queste: "Guarda, qui devi decidere, perchè qui niente può renderti gradevole la vita: c'è da rischiare, da fare della fame, prendere del freddo, tutti insieme per combattere questo nemico. Se vuoi rimanere, se no sei libero di andare dove vuoi". Così sono rimasto su con gli altri. (Testimonianza di Luigi Gandolfo Garibaldi, classe 1925, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1990: 68)

L'ingresso in banda viene raccontato dai testimoni come un viaggio avventuroso che ha qualcosa di iniziatico: in effetti, per i giovani che hanno fatto la scelta partigiana, significa tagliarsi i ponti alle spalle e iniziare una nuova perigliosa vita. Il modo in cui il comandante Barbato accoglie un gruppo di renitenti sulla strada che da Bagnolo conduce a Barge è in tal senso illuminante: dopo aver tracciato col piede una striscia nella polvere, dice:

Pensateci bene, prima di superare questa linea: al di là la vita è dura, piena di pericoli: si va per combattere contro i nazisti e i fascisti; chi vuol tornare indietro, ci pensi ora: passati di là non si ritorna più indietro. (DIENA 1970: 48)

Chi si fa partigiano abbandona il mondo ordinario e domestico e "varca la soglia": perde la sua individualità di prima e rinasce a nuova vita mediante battesimo. L'adozione del nome di battaglia partigiano sancisce questo rito d'ingresso in una società altra.

- Confessalo e battezzalo - disse stranamente Condottiero. Dapprima non capii il significato di quella formula. Tarzan mi chiamò da una parte e mi chiese sottovoce, come in un rito: - Qual è il tuo nome? - Il nome vero? - Certo, puoi star sicuro. I tuoi dati sono tenuti segreti. In caso di pericolo si bruciano i registri. (...) - Che nome di battaglia scegli? - Fai tu - risposi. - E allora ti chiamerai Milano, visto che vieni di là. Anzi, Milan, come la squadra di calcio. Ti va bene? - D'accordo - risposi un po' interdetto. - Ecco, sei battezzato. Il tuo nome di battaglia è Milan; cerca di fargli onore! (NAHOUM "MILAN" 1981: 84)

Per il giovane iniziato, c'è tutto da apprendere, nella nuova condizione di guerrigliero: la disciplina partigiana con le sue regole (i turni di guardia notturni, le corvées, andare di pattuglia ecc.), l'addestramento all'uso delle armi e, finalmente, un bel giorno, la "prova del fuoco", ossia il colpo di mano o il contatto militare con il nemico.

La lotta di liberazione è stata tutta un'inesperienza, tutto un inventare, un creare al momento quello che dovevi fare.
(Testimonianza di Elsa Oliva, Elsinki, classe 1921, partigiana combattente della Divisione "Valtoce", in BRUZZONE-FARINA 1976: 125)

Non era come in caserma, dove tutto è deciso e regolato: lì bisognava inventare da noi, saperci comandare da soli.
(Testimonianza di Mario Bertone, classe 1926, partigiano, in OLIVA 1989: 155)

Inventare la guerra che dovevamo fare è stato un modo per crescere, al quale hanno contribuito tutti, ognuno coi suoi mezzi. Il 'fare da soli', comunque e sempre, è stata la lezione più significativa di quei mesi.
(Testimonianza di Federico Tallarico, classe 1918, comandante partigiano, in OLIVA 1989: 155)

Le testimonianze personali sulle emozioni destate da quel momento drammatico e disvelatore che è per tutti la prova del fuoco, mostrano come, fuori da ogni retorica, sia labile la linea che separa la paura e il coraggio.

Per me era il primo scontro. Avevo fifa, poi ho visto Ivan, il russo, che sparava in piedi col mitragliatore e ho detto 'se non ha paura lui, perchè devo averla io', e ho cominciato a sparare anch'io. L'azione fruttò dei fucili e dei mitra e mi diede molta euforia: mi sentivo un guerriero, una persona importante.
(Testimonianza di Carlo Suriani, cit. in OLIVA 1989: 94)

Per la strada incontrai Moretta che mi disse: "Vuoi fare un colpo? Stanno per partire dieci uomini per ammazzare cinquanta tedeschi. Va alla base a prendere il moschetto e le bombe a mano". Naturalmente mi tolsi deciso il pastrano e dissi di sì, ma confesso che avevo una certa preoccupazione (...) Per la strada guardavo il sole luminoso e il cielo azzurro, pensando: "Sarebbe un peccato morire in una così bella giornata" (...) Poi osservai fra me e me che non ho mai sparato in battaglia, né tirato una bomba a mano (...) Giunto alla base seppi che i dieci partigiani sarebbero stati più di quindici e i cinquanta tedeschi erano sette fascisti piazzatisi in Cavour per far la tratta dei giovani del '24 e del '25. L'entusiasmo degli altri mi avvolse, saltai da un muretto sul camion con un balzo quale non ho mai fatto in vita mia, e si cominciò la volta per la campagna... (diario ARTOM 1966: 129-30)

La paura e il coraggio, l'entusiasmo e l'orrore sono sentimenti che trascorrono e trascolorano spesso nei ricordi dei combattenti di allora.

Marciavamo a ventaglio in questo bosco, no? perchè ad agosto c'era tante foglie... Belin, ma mi son visto un bersagliere davanti che era una maschera di sangue! Io son rimasto talmente... Tra parentesi, ragazzi, io a 16 anni non ne avevo ancora visto morti. Io ho visto questo ragazzo qua, una maschera di sangue...una maschera di sangue che scappava. Io ero lì con 'sto fucile... Son rimasto talmente emozionato che non c'ho nemmeno sparato a 'sto ragazzo che scappava...
(Testimonianza di Alessandro Ravazzano Cucciolo, classe 1928, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1989: 24)

L'esperienza più drammatica per i giovani in armi è rappresentata dai rastrellamenti: è in quell'occasione che si rivela la solidità del collettivo partigiano, la sua capacità di resistere al nemico sino all'ultimo, sganciandosi poi col minor numero di perdite possibile.
Molte testimonianze sottolineano la sensazione angosciosa del sentirsi braccati, così come l'incubo delle imboscate che ritorna, dopo, tutte le notti.

Pertuso io me lo sono sognato per tre anni consecutivi. Alla notte mi svegliavo di colpo. Per tre anni è stato un incubo per me, queste cose si pagano dopo (...) E la notte mi vedevo determinate scene. Per esempio: sono caduto due volte in un'imboscata, due giorni consecutivi, e lì è stato tremendo. Dopo ti lascia il segno, e io questo sogno dell'imboscata e di quando è stato colpito Franchi, io me lo sono rivisto sai quante volte? Quante notti mi sono alzato che mi svegliavo in un bagno di sudore!
(Testimonianza di Giorgio Bernardi Falco, classe 1926, partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1990: 24)

 

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