L'ESPERIENZA
DEL GUERRIGLIERO
Ho
camminato due giorni e sono arrivato a Cantalupo Ligure. Non sapevo
neanche dov'ero, non sapevo con chi parlare. Perchè lì
era tutto montagne, domandavo dove c'erano i partigiani e mi dicevano:
"Guardi, vadi di qui, così e così"...
E poi dormivo in quei pagliai, e basta. Poi sono arrivato lì
nei partigiani e mi hanno interrogato (...) "Adesso stasera
vai a dormire là - c'era la stalla, c'era del fieno - e
non uscire di notte perchè c'è la sentinella e se
ti vede ti spara"... E infatti ho dormito, ero troppo stanco,
tutto il cammino che avevo fatto, ho dormito fino alla mattina
e sono venuti a chiamarmi, e mi hanno portato in un distaccamento.
(Testimonianza di Salvatore Muto Tino, classe 1923, partigiano,
in BORIOLI-BOTTA 1990: 21-22)
Quando
sono arrivato su, le testuali parole sono state queste: "Guarda,
qui devi decidere, perchè qui niente può renderti
gradevole la vita: c'è da rischiare, da fare della fame,
prendere del freddo, tutti insieme per combattere questo nemico.
Se vuoi rimanere, se no sei libero di andare dove vuoi".
Così sono rimasto su con gli altri. (Testimonianza
di Luigi Gandolfo Garibaldi, classe 1925, partigiano, in BORIOLI-BOTTA
1990: 68)
L'ingresso
in banda viene raccontato dai testimoni come un viaggio avventuroso
che ha qualcosa di iniziatico: in effetti, per i giovani che hanno
fatto la scelta partigiana, significa tagliarsi i ponti alle spalle
e iniziare una nuova perigliosa vita. Il modo in cui il comandante
Barbato accoglie un gruppo di renitenti sulla strada che da Bagnolo
conduce a Barge è in tal senso illuminante: dopo aver tracciato
col piede una striscia nella polvere, dice:
Pensateci
bene, prima di superare questa linea: al di là la vita
è dura, piena di pericoli: si va per combattere contro
i nazisti e i fascisti; chi vuol tornare indietro, ci pensi ora:
passati di là non si ritorna più indietro. (DIENA
1970: 48)
Chi
si fa partigiano abbandona il mondo ordinario e domestico e "varca
la soglia": perde la sua individualità di prima e
rinasce a nuova vita mediante battesimo. L'adozione del nome di
battaglia partigiano sancisce questo rito d'ingresso in una società
altra.
-
Confessalo e battezzalo - disse stranamente Condottiero. Dapprima
non capii il significato di quella formula. Tarzan mi chiamò
da una parte e mi chiese sottovoce, come in un rito: - Qual è
il tuo nome? - Il nome vero? - Certo, puoi star sicuro. I tuoi
dati sono tenuti segreti. In caso di pericolo si bruciano i registri.
(...) - Che nome di battaglia scegli? - Fai tu - risposi. - E
allora ti chiamerai Milano, visto che vieni di là. Anzi,
Milan, come la squadra di calcio. Ti va bene? - D'accordo - risposi
un po' interdetto. - Ecco, sei battezzato. Il tuo nome di battaglia
è Milan; cerca di fargli onore! (NAHOUM "MILAN"
1981: 84)
Per
il giovane iniziato, c'è tutto da apprendere, nella nuova
condizione di guerrigliero: la disciplina partigiana con le sue
regole (i turni di guardia notturni, le corvées, andare
di pattuglia ecc.), l'addestramento all'uso delle armi e, finalmente,
un bel giorno, la "prova del fuoco", ossia il colpo
di mano o il contatto militare con il nemico.
La
lotta di liberazione è stata tutta un'inesperienza, tutto
un inventare, un creare al momento quello che dovevi fare.
(Testimonianza di Elsa Oliva, Elsinki, classe 1921, partigiana
combattente della Divisione "Valtoce", in BRUZZONE-FARINA
1976: 125)
Non
era come in caserma, dove tutto è deciso e regolato: lì
bisognava inventare da noi, saperci comandare da soli.
(Testimonianza di Mario Bertone, classe 1926, partigiano, in OLIVA
1989: 155)
Inventare
la guerra che dovevamo fare è stato un modo per crescere,
al quale hanno contribuito tutti, ognuno coi suoi mezzi. Il 'fare
da soli', comunque e sempre, è stata la lezione più
significativa di quei mesi.
(Testimonianza di Federico Tallarico, classe 1918, comandante
partigiano, in OLIVA 1989: 155)
Le
testimonianze personali sulle emozioni destate da quel momento
drammatico e disvelatore che è per tutti la prova del fuoco,
mostrano come, fuori da ogni retorica, sia labile la linea che
separa la paura e il coraggio.
Per
me era il primo scontro. Avevo fifa, poi ho visto Ivan, il russo,
che sparava in piedi col mitragliatore e ho detto 'se non ha paura
lui, perchè devo averla io', e ho cominciato a sparare
anch'io. L'azione fruttò dei fucili e dei mitra e mi diede
molta euforia: mi sentivo un guerriero, una persona importante.
(Testimonianza di Carlo Suriani, cit. in OLIVA 1989: 94)
Per
la strada incontrai Moretta che mi disse: "Vuoi fare un colpo?
Stanno per partire dieci uomini per ammazzare cinquanta tedeschi.
Va alla base a prendere il moschetto e le bombe a mano".
Naturalmente mi tolsi deciso il pastrano e dissi di sì,
ma confesso che avevo una certa preoccupazione (...) Per la strada
guardavo il sole luminoso e il cielo azzurro, pensando: "Sarebbe
un peccato morire in una così bella giornata" (...)
Poi osservai fra me e me che non ho mai sparato in battaglia,
né tirato una bomba a mano (...) Giunto alla base seppi
che i dieci partigiani sarebbero stati più di quindici
e i cinquanta tedeschi erano sette fascisti piazzatisi in Cavour
per far la tratta dei giovani del '24 e del '25. L'entusiasmo
degli altri mi avvolse, saltai da un muretto sul camion con un
balzo quale non ho mai fatto in vita mia, e si cominciò
la volta per la campagna... (diario ARTOM 1966: 129-30)
La
paura e il coraggio, l'entusiasmo e l'orrore sono sentimenti che
trascorrono e trascolorano spesso nei ricordi dei combattenti
di allora.
Marciavamo
a ventaglio in questo bosco, no? perchè ad agosto c'era
tante foglie... Belin, ma mi son visto un bersagliere davanti
che era una maschera di sangue! Io son rimasto talmente... Tra
parentesi, ragazzi, io a 16 anni non ne avevo ancora visto morti.
Io ho visto questo ragazzo qua, una maschera di sangue...una maschera
di sangue che scappava. Io ero lì con 'sto fucile... Son
rimasto talmente emozionato che non c'ho nemmeno sparato a 'sto
ragazzo che scappava...
(Testimonianza di Alessandro Ravazzano Cucciolo, classe 1928,
partigiano, in BORIOLI-BOTTA 1989: 24)
L'esperienza
più drammatica per i giovani in armi è rappresentata
dai rastrellamenti: è in quell'occasione che si rivela
la solidità del collettivo partigiano, la sua capacità
di resistere al nemico sino all'ultimo, sganciandosi poi col minor
numero di perdite possibile.
Molte testimonianze sottolineano la sensazione angosciosa del
sentirsi braccati, così come l'incubo delle imboscate che
ritorna, dopo, tutte le notti.
Pertuso
io me lo sono sognato per tre anni consecutivi. Alla notte mi
svegliavo di colpo. Per tre anni è stato un incubo per
me, queste cose si pagano dopo (...) E la notte mi vedevo determinate
scene. Per esempio: sono caduto due volte in un'imboscata, due
giorni consecutivi, e lì è stato tremendo. Dopo
ti lascia il segno, e io questo sogno dell'imboscata e di quando
è stato colpito Franchi, io me lo sono rivisto sai quante
volte? Quante notti mi sono alzato che mi svegliavo in un bagno
di sudore!
(Testimonianza di Giorgio Bernardi Falco, classe 1926, partigiano,
in BORIOLI-BOTTA 1990: 24)
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