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La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

Distaccamento partigiano (Divisione Garibaldi Pinan-Cichero)

Partigiani “Matteotti” in armi davanti al castello di Castelceriolo (AL)

Pose aggressive e culto delle automobili

 

UN ESERCITO SENZA DIVISA

Il bersagliere ha cento penne
e l'alpino ne ha una sola
il partigiano ne ha nessuna
e sta sui monti a guerreggiar.

(canto partigiano, SAVONA-STRANIERO 1985: 320)

Ci venivano qua e là incontro uomini vestiti di strane fogge, giubbe militari, camicie rosse, semplici giacche da borghesi, ornate da fazzoletti multicolori; portavano copricapi di ogni genere, dal cappello alpino al berretto garibaldino, al basco militare; molti avevano la testa nuda: la maggior parte erano giovani; parecchi, ragazzi; pochi, anziani. (B.CEVA 1954: 118)

Avevano capelli lunghi e barbe non fatte, non avevano divise, tranne Mitra ed un altro che erano vestiti interamente di marrone, con due piccole stelle alpine sui baveri. Tutti portavano cinturoni, giberne, pistole, berretti militari ed uno aveva anche una cuffia di lana. (G.PETTER 1976: 32)

L'esercito partigiano non è un esercito regolare, ma un esercito di guerriglieri volontari, il cui aspetto esteriore denunzia questa origine popolare e spontanea. L'impossibilità pratica di dotare gli uomini di un'uniforme porta ad una estrema varietà e casualità dell'abbigliamento, in cui si spazia da elementi di divisa del disciolto esercito ad abiti borghesi disparati, sfocianti talvolta in "una strana combinazione di rusticano e sciatorio" (FENOGLIO, Primavera di bellezza).


Certo, in questo dispiegarsi multiforme di fogge, nel "carnevale" delle divise partigiane, è da vedere anche una reazione alla militarizzazione coatta del ventennio e alle lugubri divise di repubblichini e brigate nere. Così certi elementi fantasiosi dell'abbigliamento (giubboni di pelliccia, copricapi pirateschi o alla cow-boy ecc.) sono da interpretare come riaffermazione simbolica di creatività e di protagonismo individuale contro la forzata massificazione di regime.

... in prima fila si vedeva un capo che su dei calzoncini corti come quelli d'una ballerina portava un giubbone di pelliccia che da lontano sembrava ermellino, e un altro capo che aveva una divisa completa di gomma nera, con delle cerniere lampeggianti.
(FENOGLIO, I ventitrè giorni della città di Alba)

Nelle formazioni di montagna, soprattutto dopo i rastrellamenti, restano solo i più decisi, i partigiani veramente convinti, e questa sorta di epurazione, oltre a operare una severa selezione morale, si risolve in un mezzo per migliorare l'equipaggiamento.

Chi se ne va, infatti, è tenuto a lasciare, ai compagni che restano, quanto ha di meglio: a cominciare dalle scarpe (così preziose!) fino ai maglioni e alle coperte, è un rinnovamento o integrazione del corredo che in tal modo si compie. E solo chi ha vissuto quei duri tempi, solo chi sa, per esperienza diretta, cosa vuol dire vivere in montagna colle scarpe rotte e disfatte, e cogli abiti a brandelli e pieni di pidocchi, può capire l'importanza di ciò. (D.LIVIO BIANCO 1973: 73)

L'esercito partigiano come esercito senza divisa, dunque, armata degli scalzi. Naturalmente, ci sono differenze esteriori che segnano le varie componenti politiche del movimento e ne caratterizzano gli "stili" interni: dall'eleganza e dallo "sfarzo vigile" dei capi badogliani al rigorismo morale dei giellisti alla francescana severità proletaria di certi distaccamenti garibaldini.

Nonostante che le circolari del CVL (Comando Volontari della Libertà) raccomandino di mettere da parte simboli ed emblemi di partito, vige in larga misura la volontà di distinguersi, sia con "fazzoletti" di vario colore (rosso, azzurro, verde) sia coi distintivi: stella rossa per le brigate Garibaldi, scudetto metallico con fiaccola fra le lettere G e L per i giellisti, coccarde tricolori per gli autonomi.

Le divise dei nostri partigiani erano le più disparate, ma tutti noi portavamo al collo un foulard rosso e sul cappello una stella rossa, il nostro emblema (ROCCA 199: 30)

Anche in questo campo si manifesta comunque, con il passare dei mesi e il maturarsi dell'organizzazione, una decisa volontà di normalizzazione anche esteriore, che dia un segno palpabile dell'accresciuta forza dell'esercito partigiano. Un valido aiuto in questo senso viene fornito dai lanci alleati, che portano ad un miglioramento del vestiario collettivo.

Ai primi tempi mi ero messo il nome di Pirata per la strana uniforme che avevo. Adesso qualunque partigiano non può essere chiamato pirata perchè è un bel soldato. (da un giornale murale della "Pinan-Cichero", distaccamento Villa, in LAZAGNA: 231).

Con il vestiario dei lanci, a fine marzo ('45), tutti i partigiani furono vestiti con le divise americane. E' strano constatare come la divisa ci accrebbe nella stima tanto della popolazione civile quanto del nemico. Nel territorio occupato dai tedeschi si andavano diffondendo le voci più strane sulla nostra potenza, sul nostro numero, sulla nostra organizzazione. (LAZAGNA: 246)

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