UN
ESERCITO SENZA DIVISA
Il
bersagliere ha cento penne
e l'alpino ne ha una sola
il partigiano ne ha nessuna
e sta sui monti a guerreggiar.
(canto partigiano, SAVONA-STRANIERO 1985: 320)
Ci
venivano qua e là incontro uomini vestiti di strane fogge,
giubbe militari, camicie rosse, semplici giacche da borghesi,
ornate da fazzoletti multicolori; portavano copricapi di ogni
genere, dal cappello alpino al berretto garibaldino, al basco
militare; molti avevano la testa nuda: la maggior parte erano
giovani; parecchi, ragazzi; pochi, anziani. (B.CEVA 1954:
118)
Avevano capelli lunghi e barbe non fatte, non avevano divise,
tranne Mitra ed un altro che erano vestiti interamente di marrone,
con due piccole stelle alpine sui baveri. Tutti portavano cinturoni,
giberne, pistole, berretti militari ed uno aveva anche una cuffia
di lana. (G.PETTER 1976: 32)
L'esercito
partigiano non è un esercito regolare, ma un esercito di
guerriglieri volontari, il cui aspetto esteriore denunzia questa
origine popolare e spontanea. L'impossibilità pratica di
dotare gli uomini di un'uniforme porta ad una estrema varietà
e casualità dell'abbigliamento, in cui si spazia da elementi
di divisa del disciolto esercito ad abiti borghesi disparati,
sfocianti talvolta in "una strana combinazione di rusticano
e sciatorio" (FENOGLIO, Primavera di bellezza).
Certo, in questo dispiegarsi multiforme di fogge, nel "carnevale"
delle divise partigiane, è da vedere anche una reazione
alla militarizzazione coatta del ventennio e alle lugubri divise
di repubblichini e brigate nere. Così certi elementi fantasiosi
dell'abbigliamento (giubboni di pelliccia, copricapi pirateschi
o alla cow-boy ecc.) sono da interpretare come riaffermazione
simbolica di creatività e di protagonismo individuale contro
la forzata massificazione di regime.
...
in prima fila si vedeva un capo che su dei calzoncini corti come
quelli d'una ballerina portava un giubbone di pelliccia che da
lontano sembrava ermellino, e un altro capo che aveva una divisa
completa di gomma nera, con delle cerniere lampeggianti.
(FENOGLIO, I ventitrè giorni della città di Alba)
Nelle
formazioni di montagna, soprattutto dopo i rastrellamenti, restano
solo i più decisi, i partigiani veramente convinti, e questa
sorta di epurazione, oltre a operare una severa selezione morale,
si risolve in un mezzo per migliorare l'equipaggiamento.
Chi
se ne va, infatti, è tenuto a lasciare, ai compagni che
restano, quanto ha di meglio: a cominciare dalle scarpe (così
preziose!) fino ai maglioni e alle coperte, è un rinnovamento
o integrazione del corredo che in tal modo si compie. E solo chi
ha vissuto quei duri tempi, solo chi sa, per esperienza diretta,
cosa vuol dire vivere in montagna colle scarpe rotte e disfatte,
e cogli abiti a brandelli e pieni di pidocchi, può capire
l'importanza di ciò. (D.LIVIO BIANCO 1973: 73)
L'esercito
partigiano come esercito senza divisa, dunque, armata degli scalzi.
Naturalmente, ci sono differenze esteriori che segnano le varie
componenti politiche del movimento e ne caratterizzano gli "stili"
interni: dall'eleganza e dallo "sfarzo vigile" dei capi
badogliani al rigorismo morale dei giellisti alla francescana
severità proletaria di certi distaccamenti garibaldini.
Nonostante
che le circolari del CVL (Comando Volontari della Libertà)
raccomandino di mettere da parte simboli ed emblemi di partito,
vige in larga misura la volontà di distinguersi, sia con
"fazzoletti" di vario colore (rosso, azzurro, verde)
sia coi distintivi: stella rossa per le brigate Garibaldi, scudetto
metallico con fiaccola fra le lettere G e L per i giellisti, coccarde
tricolori per gli autonomi.
Le
divise dei nostri partigiani erano le più disparate, ma
tutti noi portavamo al collo un foulard rosso e sul cappello una
stella rossa, il nostro emblema (ROCCA 199: 30)
Anche
in questo campo si manifesta comunque, con il passare dei mesi
e il maturarsi dell'organizzazione, una decisa volontà
di normalizzazione anche esteriore, che dia un segno palpabile
dell'accresciuta forza dell'esercito partigiano. Un valido aiuto
in questo senso viene fornito dai lanci alleati, che portano ad
un miglioramento del vestiario collettivo.
Ai
primi tempi mi ero messo il nome di Pirata per la strana uniforme
che avevo. Adesso qualunque partigiano non può essere chiamato
pirata perchè è un bel soldato. (da un giornale
murale della "Pinan-Cichero", distaccamento Villa, in
LAZAGNA: 231).
Con
il vestiario dei lanci, a fine marzo ('45), tutti i partigiani
furono vestiti con le divise americane. E' strano constatare come
la divisa ci accrebbe nella stima tanto della popolazione civile
quanto del nemico. Nel territorio occupato dai tedeschi si andavano
diffondendo le voci più strane sulla nostra potenza, sul
nostro numero, sulla nostra organizzazione. (LAZAGNA: 246)
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