Isral > risorse e documenti > 25 aprile > la quotidianità partigiana > il pane quotidiano
La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

Partigiani della sussistenza

Di ritorno dal fondovalle, col mulo e la mascotte

Il rancio

 

IL PANE QUOTIDIANO

La mia mamma la mi diceva
- Non andare sulle montagne
mangerai sol polenta e castagne
ti verrà l'acidità...

(dalla canzone "Se non ci ammazza i crucchi", in SAVONA-STRANIERO 1985: 377)

Nel primo periodo ribellistico, per i gruppi stanziati in montagna c'è il problema quotidiano della sopravvivenza: si campa alla giornata in un ambiente povero di risorse, nutrendosi di castagne e di quanto viene offerto dai contadini della zona, senza il cui appoggio i primi "ribelli" non potrebbero resistere. Ma con l'ingrossarsi delle bande, non bastano i piccoli rifornimenti, né si può pesare oltre misura sulla già magra economia contadina: bisogna reperire approvvigionamenti consistenti, organizzare magazzini di viveri e quindi predisporre un'intendenza che provveda alle vettovaglie, allo stoccaggio e alla distribuzione razionale dei viveri. Per racimolare il necessario si compiono azioni nei confronti degli ammassi (silos di grano) e dei raduni fascisti di bestiame; si assaltano magazzini militari, convogli alimentari ; si requisiscono grossi proprietari terrieri e industriali della zona.
Provvedere al nutrimento per un gran numero di uomini è una sorta di combattimento quotidiano che impegna a fondo gli addetti agli approvvigionamenti.

Nei magazzini dell'intendenza viene sistemato ciò che serve per il fabbisogno immediato, dalla montagna scendono ogni giorno col mulo gli incaricati a prelevare le razioni stabilite. Bisogna fornire la farina al fornaio che ogni mattina consegna i quantitativi richiesti di pane; per provvedere la carne si deve imparare a macellare, e squartare un vitello non è facile per chi non ha spennato mai neanche un pollo. Depositi di viveri vengono sistemati presso i contadini, che escogitano i più diversi espedienti per nascondere le riserve dei partigiani: fosse scavate nel terreno e ricoperte di fascine contengono scatolame e salumi, mucchi di grosse pietre nelle aie nascondono forme di formaggio. (DIENA 1970: 44-45)

Quando sulle basi partigiane si abbattono i rastrellamenti, tutto ciò che si è faticosamente costruito va in fumo e, specie se si è nella stagione invernale, ciò significa fare la fame, o nutrirsi in modo precario con qualunque cosa di commestibile capiti a portata di mano. Gli esempi che si possono fare sono molti e le conseguenze di tipo gastro-addominale prevedibili, ma sempre sopportate con spiritosa pazienza:

come quando un gruppo di uomini isolati con Romanino in alta montagna verso Pian dei Lupi aveva come unico cibo una grossa forma di formaggio e un mastelletto di marmellata e un inglese che era con loro scoteva melanconicamente la testa, mentre andava ripetendo: "Food cacio e marmelada, cacare tutto il giorno come capra"... (DIENA 1970: 105)

L'altro giorno ho interrotto il diario a cagione dell'arrivo di una corvée dal gran Rosier portatrice di viveri (pane e latte); dopo quasi due giorni che non si mangiava che sola polenta senza sale mi si può anche permettere di interrompere il diario per un avvenimento di così grande importanza. (dal diario di Pedro Ferreira, alla data 4.6.1944, in CADORNA 1948: 371)

Per il prelievo di bestiame o di derrate, ai contadini si offrono acconti in denaro o si rilasciano buoni di requisizione che, dopo le prime perplessità, vengono preferiti al denaro del traballante governo fascista.

Per gli approvvigionamenti Sergio è ormai un'autorità, riconosciuto anche dalla popolazione della pianura che vede in lui l'incaricato degli ammassi partigiani. Il suo modo di fare è semplicissimo: va, con i suoi uomini nella cascina, dove è del grano per l'ammasso, e dice che ha bisogno del grano e per chi. Il più delle volte la gente della cascina lo accoglie benevolmente, altre volte la gente dice che non dà il grano, ma che Sergio può prelevarlo; allora egli si trattiene a chiacchierare con la gente sorvegliandola in questo modo, mentre i suoi uomini caricano. Poi paga quasi il doppio dell'ammasso. I prezzi che questo fa sono una vera truffa pel contadino che deve cedere il grano a due lire il chilo, mentre paga il fieno a quattro. Lascia una dichiarazione d'aver prelevato il grano e se ne va. Per il bestiame il metodo è uguale: se una cascina deve consegnare tre bestie, sempre pagando più dell'ammasso, Sergio ne porta via due lasciando la dichiarazione di furto di tre e lasciando così la terza a disposizione del contadino che la vende a suo profitto, rifacendosi del prezzo basso dell'ammasso. (dal diario di Jacopo LOMBARDINI, cappellano valdese di una formazione GL in Val Pellice: 161).

Il rito del rancio in comune sancisce i valori dell'egualitarismo cui si impronta la vita di banda. La scarsità di viveri impone, nei reparti, una ferrea disciplina alimentare: chi viene colto a rubare viveri o vino, non sfugge alla punizione del palo.

Ci siamo accorti che questo qua sapeva dove erano le mele e ogni tanto andava a prendere qualche mela. Eh! La prima volta ci abbiam dato un'ora di palo mi sembra... Poi l'abbiamo pescato un'altra volta e ci abbiamo dato 5 o 6 ore di palo. Ogni tanto lo tiravamo giù e lo rimettavamo di nuovo. (Testimonianza di Gino Tasso Tigre, classe 1924, comandante brig. Oreste, in BORIOLI-BOTTA 1990: 32)

 

pagina successiva

 

 

ISRAL - via dei Guasco 49 - 15100 Alessandria | telefono 0131 443861 | fax 0131 444607

sito realizzato con il contributo della fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino