IL
PANE QUOTIDIANO
La mia mamma la mi diceva
- Non andare sulle montagne
mangerai sol polenta e castagne
ti verrà l'acidità...
(dalla canzone "Se non ci ammazza i crucchi", in SAVONA-STRANIERO
1985: 377)
Nel
primo periodo ribellistico, per i gruppi stanziati in montagna
c'è il problema quotidiano della sopravvivenza: si campa
alla giornata in un ambiente povero di risorse, nutrendosi di
castagne e di quanto viene offerto dai contadini della zona, senza
il cui appoggio i primi "ribelli" non potrebbero resistere.
Ma con l'ingrossarsi delle bande, non bastano i piccoli rifornimenti,
né si può pesare oltre misura sulla già magra
economia contadina: bisogna reperire approvvigionamenti consistenti,
organizzare magazzini di viveri e quindi predisporre un'intendenza
che provveda alle vettovaglie, allo stoccaggio e alla distribuzione
razionale dei viveri. Per racimolare il necessario si compiono
azioni nei confronti degli ammassi (silos di grano) e dei raduni
fascisti di bestiame; si assaltano magazzini militari, convogli
alimentari ; si requisiscono grossi proprietari terrieri e industriali
della zona.
Provvedere al nutrimento per un gran numero di uomini è
una sorta di combattimento quotidiano che impegna a fondo gli
addetti agli approvvigionamenti.
Nei
magazzini dell'intendenza viene sistemato ciò che serve
per il fabbisogno immediato, dalla montagna scendono ogni giorno
col mulo gli incaricati a prelevare le razioni stabilite. Bisogna
fornire la farina al fornaio che ogni mattina consegna i quantitativi
richiesti di pane; per provvedere la carne si deve imparare a
macellare, e squartare un vitello non è facile per chi
non ha spennato mai neanche un pollo. Depositi di viveri vengono
sistemati presso i contadini, che escogitano i più diversi
espedienti per nascondere le riserve dei partigiani: fosse scavate
nel terreno e ricoperte di fascine contengono scatolame e salumi,
mucchi di grosse pietre nelle aie nascondono forme di formaggio.
(DIENA 1970: 44-45)
Quando
sulle basi partigiane si abbattono i rastrellamenti, tutto ciò
che si è faticosamente costruito va in fumo e, specie se
si è nella stagione invernale, ciò significa fare
la fame, o nutrirsi in modo precario con qualunque cosa di commestibile
capiti a portata di mano. Gli esempi che si possono fare sono
molti e le conseguenze di tipo gastro-addominale prevedibili,
ma sempre sopportate con spiritosa pazienza:
come
quando un gruppo di uomini isolati con Romanino in alta montagna
verso Pian dei Lupi aveva come unico cibo una grossa forma di
formaggio e un mastelletto di marmellata e un inglese che era
con loro scoteva melanconicamente la testa, mentre andava ripetendo:
"Food cacio e marmelada, cacare tutto il giorno come capra"...
(DIENA 1970: 105)
L'altro
giorno ho interrotto il diario a cagione dell'arrivo di una corvée
dal gran Rosier portatrice di viveri (pane e latte); dopo quasi
due giorni che non si mangiava che sola polenta senza sale mi
si può anche permettere di interrompere il diario per un
avvenimento di così grande importanza. (dal diario
di Pedro Ferreira, alla data 4.6.1944, in CADORNA 1948: 371)
Per
il prelievo di bestiame o di derrate, ai contadini si offrono
acconti in denaro o si rilasciano buoni di requisizione che, dopo
le prime perplessità, vengono preferiti al denaro del traballante
governo fascista.
Per
gli approvvigionamenti Sergio è ormai un'autorità,
riconosciuto anche dalla popolazione della pianura che vede in
lui l'incaricato degli ammassi partigiani. Il suo modo di fare
è semplicissimo: va, con i suoi uomini nella cascina, dove
è del grano per l'ammasso, e dice che ha bisogno del grano
e per chi. Il più delle volte la gente della cascina lo
accoglie benevolmente, altre volte la gente dice che non dà
il grano, ma che Sergio può prelevarlo; allora egli si
trattiene a chiacchierare con la gente sorvegliandola in questo
modo, mentre i suoi uomini caricano. Poi paga quasi il doppio
dell'ammasso. I prezzi che questo fa sono una vera truffa pel
contadino che deve cedere il grano a due lire il chilo, mentre
paga il fieno a quattro. Lascia una dichiarazione d'aver prelevato
il grano e se ne va. Per il bestiame il metodo è uguale:
se una cascina deve consegnare tre bestie, sempre pagando più
dell'ammasso, Sergio ne porta via due lasciando la dichiarazione
di furto di tre e lasciando così la terza a disposizione
del contadino che la vende a suo profitto, rifacendosi del prezzo
basso dell'ammasso. (dal diario di Jacopo LOMBARDINI, cappellano
valdese di una formazione GL in Val Pellice: 161).
Il
rito del rancio in comune sancisce i valori dell'egualitarismo
cui si impronta la vita di banda. La scarsità di viveri
impone, nei reparti, una ferrea disciplina alimentare: chi viene
colto a rubare viveri o vino, non sfugge alla punizione del palo.
Ci
siamo accorti che questo qua sapeva dove erano le mele e ogni
tanto andava a prendere qualche mela. Eh! La prima volta ci abbiam
dato un'ora di palo mi sembra... Poi l'abbiamo pescato un'altra
volta e ci abbiamo dato 5 o 6 ore di palo. Ogni tanto lo tiravamo
giù e lo rimettavamo di nuovo. (Testimonianza di Gino
Tasso Tigre, classe 1924, comandante brig. Oreste, in BORIOLI-BOTTA
1990: 32)
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