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La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

Ragazzi di Serravalle Scrivia, renitenti alla leva fascista, salgono in montagna, sull’altopiano del Tobbio
(gennaio 1944)

Marcia di partigiani armati in montagna

Partigiani appostati durante un rastrellamento invernale in montagna

Sosta durante una marcia di collegamento, sulla neve

Partigiani in baracca, Val Borbera, estate 1944


Partigiano di sentinella, nella zona della Benedicta, marzo 1944

Partigiani in marcia

 

 

VIVERE ALLA MACCHIA


"... e abbiamo deciso di andare via, verso le montagne"
(da una testimonianza, OLIVA 1989:64).

Dalle belle città date al nemico
uscimmo un dì su per l'arida montagna
cercando libertà tra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.

(dal canto "Dalle belle città" dei garibaldini dell'Appennino ligure-piemontese; SAVONA-STRANIERO 1985: 147)

La scelta della montagna risponde primariamente ad una strategia di sopravvivenza, ma da subito diviene, per gli antifascisti consapevoli, espressione della volontà di lotta.
Primi rifugi sono, nelle valli alpine, baite abbandonate, ciabot, grange, casermette di frontiera. Ma ci si organizza, e dopo mesi di lavoro, le bande dispongono di discreti alloggiamenti e di buone basi annonarie. Ad ogni rastrellamento nemico, però, tutto viene rimesso in discussione.

Bisogna ricominciare daccapo, ritirarsi più in alto, adattarsi a condizioni di vita assai più dure e difficili di prima (in Valle Gesso, per esempio, sarà la vita di tenda, da non confondersi però con un piacevole e sportivo campeggio: una vita di tenda con pochi e mal ridotti teli, con poche coperte e mille altre scomodità; altrove si tratterà di dormire senza nemmeno un filo di paglia, in isolate baite di montagna, sulla nuda terra che ne costituisce il pavimento, o in sperdute e gelide casermette di frontiera, come al Colle della Mercera; altrove ancora, qualche volta si tratterà di dormire all'aperto, à la belle étoile). (D. LIVIO BIANCO 1973: 72-73)

Nei momenti più drammatici dei rastrellamenti nazifascisti, soprattutto in inverno, quando viene a mancare la protezione della vegetazione boschiva, diventa necessario ricorrere a rifugi naturali come grotte, cave, anfratti, o artificiali come buche appositamente costruite e mimetizzate.

Scrivia aveva dato l'ordine a ogni distaccamento di preparare delle buche, perchè era in arrivo questo grande rastrellamento...Ed è stato effettivamente un rastrellamento in grande stile, e la nostra divisione è stata quella che ha subìto meno perdite, grazie a questo affare delle buche (...) Ci siamo preparati queste buche, e in ogni buca ci stavano cinque o sei (...)(Testimonianza di Alessandro Ravazzano Cucciolo, partigiano, in BORIOLI-BOTTA: 59)

Vivere alla macchia significa fare una vita selvaggia, in cui ci si sente fiere: non è un caso che siano tanto numerosi i nomi di battaglia riferiti ad animali selvaggi, forti ed aggressivi, come Lupo, Leone, Tigre, Leopardo, Pantera, Giaguaro, Orso, oppure astuti e rapidi come Volpe, Falco, Lince, Scoiattolo, Lepre ecc. Sono tutte metafore che testimoniano quel tipo di "disperata vita animale-giunglare" di cui parla Fenoglio e che viene ribadita in diversi canti partigiani:

Da un anno noi quassù / come il cinghiale siam vissuti / dentro i covi...; Sull'aspre rocce ci siam fatti lupi...; Siamo falchi audaci e arditi...; Cosa importa se tuona il cannone / partigiano glorioso leone...

Da quante notti non mi spoglio? - scrive nel suo diario il 26 dicembre 1943 l'intellettuale Emanuele Artom - Quattro, cinque o sei, non mi ricordo, ma sento una fisica nostalgia di fresche lenzuola e morbidi cuscini. A meno che, come il fante della Tradotta, una volta tornato a casa non sappia più dormire nel letto e vada sul pianerottolo con il sacco da montagna e la coperta (ARTOM 1966: 133).

Nelle baite, nei ciabot, nelle cascine, si dorme tutti insieme nella stalla, sulla paglia o sul fogliame; spesso una sola coperta ripara malamente tre uomini. D'estate si dorme anche all'aperto, sotto gli alberi, o sotto le tende: comunque, sempre vestiti e sempre sul duro. Diventa un'abitudine, come dice un testimone che finisce coll'inverare proprio ciò che Artom scriveva come scherzoso paradosso:

Quella notte che ho dormito a casa per la prima volta, dopo il 25 aprile, ho dovuto dormire per terra, perchè non ce la facevo a dormire nel letto, ero abituato al duro. (Testimonianza di Giuseppe Ravazzi Ulno, classe 1915, in BORIOLI-BOTTA 1990: 61)

Ricordo il disagio tremendo delle notti passate a dormire con una coperta in tre, e io in mezzo. C'era sempre un filino appeso al soffitto, e un lucignolo, una candela accesa, con sotto un foglietto su cui era segnato il turno di guardia: a tre, a tre, a tre, facevano la ronda per controllare. E io stavo sveglia. Tante notti ho passato in bianco, perchè ero troppo stanca e la stanchezza ha un limite. Non riuscivo a dormire e allora analizzavo gli odori: odor di orina, odor di brillantina, odor di tabacco. Poi analizzavo i dialetti dei compagni che parlavano nel sonno, con quella candela sempre accesa perchè si potessero vedere i turni. Eravamo coricati tutti vestiti, i ragazzi con il mitra alle spalle. Tutti gli altri dormivano e ronfavano, e io ascoltavo.(Testimonianza di Elsa Oliva, Elsinki, classe 1921, partigiana della Divisione Valtoce, in BRUZZONE-FARINA 1976: 157)

Di notte, è essenziale la vigilanza: ogni imprudenza in proposito può essere fatale per l'intero gruppo di ribelli. Per questo, nel cuor della notte si è svegliati, a turno, dalla sentinella che rientra e si esce, insonnoliti e caldi, nell'aria pungente, a far la guardia con le orecchie tese e gli occhi bene aperti nel buio.
La mattina ci si lava sommariamente alla fontana o al ruscello e d'inverno bisogna spesso rompere il ghiaccio formatosi nella notte nel recipiente. Alla fame, ai pericoli e ai disagi della vita alla macchia si aggiungono scabbia e pidocchi. Ma il tutto si sopporta con coraggio, condito di giovanile sense of humour, come traspare da questa pagina di diario:

Restiamo per diversi giorni lungo il torrente Malone attendati, così potevamo lavarsi e curarci la scabbia, e dichiarare guerra ai pidocchi... Avevamo due pellicce bianchissime... erano piene di pidocchi, chissà di quante nazionalità ve n'erano, mancavano anche i nostri pidocchi per completare la fratellanza universale, gratta che ti gratto le due ore (di sentinella) passavano in fretta anche se in cattiva compagnia, la scabbia faceva prurito e lasciava un terribile bruciore, il gelo pizzica i piedi e il vento fischia, è la notte di Natale (dal diario di Giovanni MARTINETTO Topolino, classe 1927, partigiano garibaldino in Val di Lanzo).

 

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