VIVERE
ALLA MACCHIA
"... e abbiamo deciso di andare via, verso le montagne"
(da una testimonianza, OLIVA 1989:64).
Dalle belle città date al nemico
uscimmo un dì su per l'arida montagna
cercando libertà tra rupe e rupe
contro la schiavitù del suol tradito.
(dal canto "Dalle belle città" dei garibaldini
dell'Appennino ligure-piemontese; SAVONA-STRANIERO 1985: 147)
La
scelta della montagna risponde primariamente ad una strategia
di sopravvivenza, ma da subito diviene, per gli antifascisti consapevoli,
espressione della volontà di lotta.
Primi rifugi sono, nelle valli alpine, baite abbandonate, ciabot,
grange, casermette di frontiera. Ma ci si organizza, e dopo mesi
di lavoro, le bande dispongono di discreti alloggiamenti e di
buone basi annonarie. Ad ogni rastrellamento nemico, però,
tutto viene rimesso in discussione.
Bisogna
ricominciare daccapo, ritirarsi più in alto, adattarsi
a condizioni di vita assai più dure e difficili di prima
(in Valle Gesso, per esempio, sarà la vita di tenda, da
non confondersi però con un piacevole e sportivo campeggio:
una vita di tenda con pochi e mal ridotti teli, con poche coperte
e mille altre scomodità; altrove si tratterà di
dormire senza nemmeno un filo di paglia, in isolate baite di montagna,
sulla nuda terra che ne costituisce il pavimento, o in sperdute
e gelide casermette di frontiera, come al Colle della Mercera;
altrove ancora, qualche volta si tratterà di dormire all'aperto,
à la belle étoile). (D. LIVIO BIANCO 1973:
72-73)
Nei
momenti più drammatici dei rastrellamenti nazifascisti,
soprattutto in inverno, quando viene a mancare la protezione della
vegetazione boschiva, diventa necessario ricorrere a rifugi naturali
come grotte, cave, anfratti, o artificiali come buche appositamente
costruite e mimetizzate.
Scrivia
aveva dato l'ordine a ogni distaccamento di preparare delle buche,
perchè era in arrivo questo grande rastrellamento...Ed
è stato effettivamente un rastrellamento in grande stile,
e la nostra divisione è stata quella che ha subìto
meno perdite, grazie a questo affare delle buche (...) Ci siamo
preparati queste buche, e in ogni buca ci stavano cinque o sei
(...)(Testimonianza di Alessandro Ravazzano Cucciolo, partigiano,
in BORIOLI-BOTTA: 59)
Vivere
alla macchia significa fare una vita selvaggia, in cui ci si sente
fiere: non è un caso che siano tanto numerosi i nomi di
battaglia riferiti ad animali selvaggi, forti ed aggressivi, come
Lupo, Leone, Tigre, Leopardo, Pantera, Giaguaro, Orso, oppure
astuti e rapidi come Volpe, Falco, Lince, Scoiattolo, Lepre ecc.
Sono tutte metafore che testimoniano quel tipo di "disperata
vita animale-giunglare" di cui parla Fenoglio e che viene
ribadita in diversi canti partigiani:
Da un anno noi quassù / come il cinghiale siam vissuti
/ dentro i covi...; Sull'aspre rocce ci siam fatti lupi...; Siamo
falchi audaci e arditi...; Cosa importa se tuona il cannone /
partigiano glorioso leone...
Da
quante notti non mi spoglio? - scrive nel suo diario il 26 dicembre
1943 l'intellettuale Emanuele Artom - Quattro, cinque o sei, non
mi ricordo, ma sento una fisica nostalgia di fresche lenzuola
e morbidi cuscini. A meno che, come il fante della Tradotta, una
volta tornato a casa non sappia più dormire nel letto e
vada sul pianerottolo con il sacco da montagna e la coperta
(ARTOM 1966: 133).
Nelle
baite, nei ciabot, nelle cascine, si dorme tutti insieme nella
stalla, sulla paglia o sul fogliame; spesso una sola coperta ripara
malamente tre uomini. D'estate si dorme anche all'aperto, sotto
gli alberi, o sotto le tende: comunque, sempre vestiti e sempre
sul duro. Diventa un'abitudine, come dice un testimone che finisce
coll'inverare proprio ciò che Artom scriveva come scherzoso
paradosso:
Quella
notte che ho dormito a casa per la prima volta, dopo il 25 aprile,
ho dovuto dormire per terra, perchè non ce la facevo a
dormire nel letto, ero abituato al duro. (Testimonianza di
Giuseppe Ravazzi Ulno, classe 1915, in BORIOLI-BOTTA 1990: 61)
Ricordo
il disagio tremendo delle notti passate a dormire con una coperta
in tre, e io in mezzo. C'era sempre un filino appeso al soffitto,
e un lucignolo, una candela accesa, con sotto un foglietto su
cui era segnato il turno di guardia: a tre, a tre, a tre, facevano
la ronda per controllare. E io stavo sveglia. Tante notti ho passato
in bianco, perchè ero troppo stanca e la stanchezza ha
un limite. Non riuscivo a dormire e allora analizzavo gli odori:
odor di orina, odor di brillantina, odor di tabacco. Poi analizzavo
i dialetti dei compagni che parlavano nel sonno, con quella candela
sempre accesa perchè si potessero vedere i turni. Eravamo
coricati tutti vestiti, i ragazzi con il mitra alle spalle. Tutti
gli altri dormivano e ronfavano, e io ascoltavo.(Testimonianza
di Elsa Oliva, Elsinki, classe 1921, partigiana della Divisione
Valtoce, in BRUZZONE-FARINA 1976: 157)
Di
notte, è essenziale la vigilanza: ogni imprudenza in proposito
può essere fatale per l'intero gruppo di ribelli. Per questo,
nel cuor della notte si è svegliati, a turno, dalla sentinella
che rientra e si esce, insonnoliti e caldi, nell'aria pungente,
a far la guardia con le orecchie tese e gli occhi bene aperti
nel buio.
La mattina ci si lava sommariamente alla fontana o al ruscello
e d'inverno bisogna spesso rompere il ghiaccio formatosi nella
notte nel recipiente. Alla fame, ai pericoli e ai disagi della
vita alla macchia si aggiungono scabbia e pidocchi. Ma il tutto
si sopporta con coraggio, condito di giovanile sense of humour,
come traspare da questa pagina di diario:
Restiamo
per diversi giorni lungo il torrente Malone attendati, così
potevamo lavarsi e curarci la scabbia, e dichiarare guerra ai
pidocchi... Avevamo due pellicce bianchissime... erano piene di
pidocchi, chissà di quante nazionalità ve n'erano,
mancavano anche i nostri pidocchi per completare la fratellanza
universale, gratta che ti gratto le due ore (di sentinella) passavano
in fretta anche se in cattiva compagnia, la scabbia faceva prurito
e lasciava un terribile bruciore, il gelo pizzica i piedi e il
vento fischia, è la notte di Natale (dal diario di
Giovanni MARTINETTO Topolino, classe 1927, partigiano garibaldino
in Val di Lanzo).
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