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La quotidianità partigiana  
di Franco Castelli

Chi erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano? Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani, attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi, alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.

La quotidianità partigiana

 

Figli della Lupa in parata

Adunate “oceaniche” e scenografie di regime

Ricordo scolastico, rigorosamente in divisa

Copertina di quaderno scolastico pubblicizzante il Moschetto regolamentare “Balilla”

Balilla

 

I "RAGAZZI" DELLA RESISTENZA: DA BALILLA A PARTIGIANI

Per una piena comprensione antropologica dell'evento Resistenza occorre riflettere un momento su quelli che furono i suoi attori protagonisti. Chi erano i partigiani? Le statistiche ci dicono che il 75% dei combattenti dell'esercito di liberazione erano giovani, appartenenti alle classi di leva, dal 1922 al 1925. Ragazzi, dunque, nati e vissuti sotto la dittatura fascista. Giovani allevati da un regime che aveva trasformato il Paese in una grande caserma, che irreggimentava la gioventù nelle organizzazioni paramilitari dell'Opera Nazionale Balilla, poi Gioventù Italiana del Littorio.

Non si può capire appieno la drammaticità e la radicalità non solo ideologico-culturale, ma esistenziale della scelta partigiana, se si dimentica che quei ragazzi avevano dovuto giurare (a sei anni!) fedeltà al Duce , che avevano subito per tutti gli anni di scuola una propaganda massiccia a senso unico, l'indottrinamento quotidiano del "Credere Obbedire Combattere" e del "Libro e moschetto fascista perfetto", studiando su testi scolastici ridondanti di omaggi al Capo infallibile e alle conquiste inarrestabili della Rivoluzione Fascista.
Ragazzi che erano stati (obbligatoriamente) prima Figli della Lupa, poi Balilla, Balilla moschettieri, Avanguardisti, Giovani fascisti; che avevano vestito, spesso con ingenuo orgoglio, le divise fasciste e partecipato, spesso con giovanile entusiasmo, alle sfilate, ai raduni, alle gare, ai campi Dux , agli "agonali" della GIL. Pochi di loro, oggettivamente, potevano nutrire un atteggiamento critico nei confronti del regime: sono favoriti coloro che nella tradizione familiare o di piccolo raggio (amicizie, vicinato, villaggio) hanno qualche esempio, da vecchi antifascisti, militanti politici di base, operai o intellettuali dissidenti, di una coscienza alternativa alla demagogia e agli slogans del regime.

Per la maggioranza di questi giovani (come per gran parte degli italiani) fu la guerra, con il suo pesante fardello di lutti e di rovine, a "svelare" il vero volto del fascismo, lasciando in loro la disperante sensazione del tradimento e dell'inganno. Per chi aveva dovuto imparare sin dai banchi delle elementari che la virtù del balilla è l'obbedienza e solo l'obbedienza, si apriva per la prima volta la possibilità, anzi l'urgente necessità, di scegliere da che parte stare.
Qui, in questa rabbia della "generazione tradita", sta la molla della ribellione e della scelta partigiana.

Nel nome di Dio e dell'Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista. (Testo del giuramento stampato sul retro della tessera della G.I.L., Gioventù Italiana del Littorio)

Non ero politicizzato, no, però in casa mia avevo sentito parlare contro il duce e ricordare i tempi in cui c'era libertà di parlare, e di far sciopero per farsi valere: questo mi è servito, era solo un'infarinatura ma voleva dire essere già abituati a certi discorsi. (Testimonianza di Giuseppe Serra, classe 1928, partigiano, in OLIVA 1989: 151)

In quel periodo lì mi sono accorto che la società fascista si sgretolava, che i miti della mia formazione giovanile erano infranti. Non sapevo che cosa fare in concreto, perchè sono spesso le circostanze a determinare le scelte: però ero profondamente cambiato dallo studente che nel giugno 1940 era andato in piazza a Crotone a gridare 'viva la guerra'. Tre anni di conflitto, ma soprattutto quei due mesi dell'estate 1943, mi avevano tolto le corazze ideologiche del fascismo. (Testimonianza di Giulio Nicoletta, classe 1921, comandante partigiano, in OLIVA 1989:63)

Per chi viene dalle file del disciolto esercito, per i giovani ufficiali usciti dall'Accademia Militare come Nuto Revelli, c'è tutto da ricostruire, in mezzo al disorientamento generale:

Che cosa eravamo e che cosa volevamo non è facile dirlo. Guardavamo con diffidenza tutto e tutti. Io forse ero un 'badogliano', un 'militare puro': due anni di Accademia Militare, fatti sul serio, sono come due anni di seminario, lasciano il segno. Non ero più monarchico, non credevo più nei gradi. Ero stato fascista, avevo dovuto capire tutto da solo quando ormai era troppo tardi. Adesso vivevo nella paura di sbagliare. Non mi bastavano più i discorsi, le belle parole. Diffidavo di chi diceva di aver previsto tutto, di capire tutto. L'apoliticità era il mio rifugio. (Nuto REVELLI, Introduzione, in D.L.BIANCO, Guerra partigiana, Torino 1973, p. XLV)

Il senso della grande cesura che l'esperienza partigiana determina nella biografia politica e culturale di una generazione è bene espresso da un testimone, uno di questi "ragazzi della Resistenza":

Comunque, la mia e quella degli altri è stata un'esperienza che guai a non farla! Chi non l'ha fatta non capisce una parte del mondo (...) La differenziazione tra fascismo e resistenza è stato soprattutto questo: che venivamo da un regime dove il giovane era obbligato a fare il balilla, l'avanguardista... Doveva andare, e se parlava un calcio nel sedere! E lì, invece, maturava un'esperienza in cui ti confrontavi, dicevi la tua, dibattevi, partecipavi, a diciannove anni diventavi comandante, se eri capace. Questa roba qui è stata la più grande differenza: capire la democrazia e il rapporto con gli altri. (Testimonianza di Domenico Marchesotti Palo, classe 1925, partigiano della "Pinan-Cichero", in BORIOLI-BOTTA 1990: 62)

 

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