I
"RAGAZZI" DELLA RESISTENZA: DA BALILLA A PARTIGIANI
Per
una piena comprensione antropologica dell'evento Resistenza occorre
riflettere un momento su quelli che furono i suoi attori protagonisti.
Chi erano i partigiani? Le statistiche ci dicono che il 75% dei
combattenti dell'esercito di liberazione erano giovani, appartenenti
alle classi di leva, dal 1922 al 1925. Ragazzi, dunque, nati e
vissuti sotto la dittatura fascista. Giovani allevati da un regime
che aveva trasformato il Paese in una grande caserma, che irreggimentava
la gioventù nelle organizzazioni paramilitari dell'Opera
Nazionale Balilla, poi Gioventù Italiana del Littorio.
Non
si può capire appieno la drammaticità e la radicalità
non solo ideologico-culturale, ma esistenziale della scelta partigiana,
se si dimentica che quei ragazzi avevano dovuto giurare (a sei
anni!) fedeltà al Duce , che avevano subito per tutti gli
anni di scuola una propaganda massiccia a senso unico, l'indottrinamento
quotidiano del "Credere Obbedire Combattere" e del "Libro
e moschetto fascista perfetto", studiando su testi scolastici
ridondanti di omaggi al Capo infallibile e alle conquiste inarrestabili
della Rivoluzione Fascista.
Ragazzi che erano stati (obbligatoriamente) prima Figli della
Lupa, poi Balilla, Balilla moschettieri, Avanguardisti, Giovani
fascisti; che avevano vestito, spesso con ingenuo orgoglio, le
divise fasciste e partecipato, spesso con giovanile entusiasmo,
alle sfilate, ai raduni, alle gare, ai campi Dux , agli "agonali"
della GIL. Pochi di loro, oggettivamente, potevano nutrire un
atteggiamento critico nei confronti del regime: sono favoriti
coloro che nella tradizione familiare o di piccolo raggio (amicizie,
vicinato, villaggio) hanno qualche esempio, da vecchi antifascisti,
militanti politici di base, operai o intellettuali dissidenti,
di una coscienza alternativa alla demagogia e agli slogans del
regime.
Per
la maggioranza di questi giovani (come per gran parte degli italiani)
fu la guerra, con il suo pesante fardello di lutti e di rovine,
a "svelare" il vero volto del fascismo, lasciando in
loro la disperante sensazione del tradimento e dell'inganno. Per
chi aveva dovuto imparare sin dai banchi delle elementari che
la virtù del balilla è l'obbedienza e solo l'obbedienza,
si apriva per la prima volta la possibilità, anzi l'urgente
necessità, di scegliere da che parte stare.
Qui, in questa rabbia della "generazione tradita", sta
la molla della ribellione e della scelta partigiana.
Nel
nome di Dio e dell'Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce
e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col
mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista. (Testo del
giuramento stampato sul retro della tessera della G.I.L., Gioventù
Italiana del Littorio)
Non
ero politicizzato, no, però in casa mia avevo sentito parlare
contro il duce e ricordare i tempi in cui c'era libertà
di parlare, e di far sciopero per farsi valere: questo mi è
servito, era solo un'infarinatura ma voleva dire essere già
abituati a certi discorsi. (Testimonianza di Giuseppe Serra, classe
1928, partigiano, in OLIVA 1989: 151)
In
quel periodo lì mi sono accorto che la società fascista
si sgretolava, che i miti della mia formazione giovanile erano
infranti. Non sapevo che cosa fare in concreto, perchè
sono spesso le circostanze a determinare le scelte: però
ero profondamente cambiato dallo studente che nel giugno 1940
era andato in piazza a Crotone a gridare 'viva la guerra'. Tre
anni di conflitto, ma soprattutto quei due mesi dell'estate 1943,
mi avevano tolto le corazze ideologiche del fascismo. (Testimonianza
di Giulio Nicoletta, classe 1921, comandante partigiano, in OLIVA
1989:63)
Per
chi viene dalle file del disciolto esercito, per i giovani ufficiali
usciti dall'Accademia Militare come Nuto Revelli, c'è tutto
da ricostruire, in mezzo al disorientamento generale:
Che
cosa eravamo e che cosa volevamo non è facile dirlo. Guardavamo
con diffidenza tutto e tutti. Io forse ero un 'badogliano', un
'militare puro': due anni di Accademia Militare, fatti sul serio,
sono come due anni di seminario, lasciano il segno. Non ero più
monarchico, non credevo più nei gradi. Ero stato fascista,
avevo dovuto capire tutto da solo quando ormai era troppo tardi.
Adesso vivevo nella paura di sbagliare. Non mi bastavano più
i discorsi, le belle parole. Diffidavo di chi diceva di aver previsto
tutto, di capire tutto. L'apoliticità era il mio rifugio.
(Nuto REVELLI, Introduzione, in D.L.BIANCO, Guerra partigiana,
Torino 1973, p. XLV)
Il
senso della grande cesura che l'esperienza partigiana determina
nella biografia politica e culturale di una generazione è
bene espresso da un testimone, uno di questi "ragazzi della
Resistenza":
Comunque,
la mia e quella degli altri è stata un'esperienza che guai
a non farla! Chi non l'ha fatta non capisce una parte del mondo
(...) La differenziazione tra fascismo e resistenza è stato
soprattutto questo: che venivamo da un regime dove il giovane
era obbligato a fare il balilla, l'avanguardista... Doveva andare,
e se parlava un calcio nel sedere! E lì, invece, maturava
un'esperienza in cui ti confrontavi, dicevi la tua, dibattevi,
partecipavi, a diciannove anni diventavi comandante, se eri capace.
Questa roba qui è stata la più grande differenza:
capire la democrazia e il rapporto con gli altri. (Testimonianza
di Domenico Marchesotti Palo, classe 1925, partigiano della "Pinan-Cichero",
in BORIOLI-BOTTA 1990: 62)
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