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Chi
erano i partigiani? Cosa speravano? Perché combattevano?
Come vissero concretamente quei 20 mesi sulle montagne? Che ricordo
hanno conservato nella loro vita di quell’esperienza?
A queste ed altre domande vogliono rispondere queste Schede per
uso di memoria che Franco Castelli ha compilato attingendo a fonti
orali, memorie, diari, per darci una visione della Resistenza in
chiave antropologica, con attenzione alle ragioni e ai sentimenti
dell’’uomo partigiano’. La guerra di liberazione
vista dall’interno, nei suoi risvolti umili e quotidiani,
attraverso la memoria del vissuto: una memoria che ci sembra importante
trasmettere oggi ai giovani, in quest’Italia così pericolosamente
proclive alla cancellazione del passato, alla scomparsa dei ricordi,
alla mistificazione strumentale della storia del Novecento.
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La
quotidianità partigiana
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Partigiani
della Pinan-Cichero, distaccamento
Vestone, in Val Borbera

Partigiani
“sulle somme colline”, in zona libera (estate 1944)
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Premessa
Se molto
si è scritto sugli eventi politici e militari della Resistenza,
poco o nulla si è scritto sulla vita quotidiana delle formazioni
partigiane. Pare quasi che il tempo, in quei venti mesi, si sia
concentrato tutto nell'azione: colpi di mano, sabotaggi, scontri
armati, imboscate e fughe, rastrellamenti e rappresaglie. In realtà
non fu così, o non fu solo così, nel senso che la
Resistenza fu certo un periodo convulso, agitato e drammatico, ma
nell'esperienza della singola "banda" o del singolo combattente
non è riducibile ai soli fatti militari, trattandosi di un'esperienza
complessa sia sul piano sociale che culturale e psicologico. Un'esperienza
di crescita individuale e collettiva che passa attraverso modi e
forme "diversi" di vita quotidiana: gesti, riti, abitudini,
comportamenti che prefigurano un diverso modello di uomo e di società.
E' dunque un tema ricco e interessante anche se abbastanza sfuggente
sul piano documentario, poichè da una parte la diffusa ansia
di agire propria di quei mesi e in seguito una distorcente lettura
dell'evento in chiave "eroica" e celebrativa hanno portato
ad una sorta di rimozione della quotidianità. Non si può
quindi che provare a mettere insieme degli spunti ricavati qua e
là, in particolar modo da testimonianze orali o da fonti
non ufficiali di tipo soggettivo (diari, memorie, lettere, opere
letterarie ecc.).
La
vita di banda rimane comunque, per tutti i protagonisti di allora,
un'esperienza determinante e unica, sia sul piano esistenziale che
su quello formativo: la banda come microcosmo che prefigura un modello
di vita alternativo a quello sino allora esperito sotto il regime.
Il sogno realizzato di una "cosa nuova" che si chiama
democrazia.
Ma
io le dirò che mi piaceva, ecco. Mi piaceva. Tutto nuovo,
tutto bello. Dai del tu a tutti, sia che sia il comandante sia uno
della mia età, sia a uno che non contasse. Era la stessa
cosa. E si pensava: la democrazia sarà forse così.
Però in quel modo lì non l'ho poi mai più sperimentata,
ecco. (Testimonianza di Gian Francesco Coscia Mercurio, partigiano,
classe 1928, in BORIOLI-BOTTA 1990: 165)
La
prima esperienza "diversa" di chi entra nel partigianato
è quella di vivere il principio di uguaglianza, che infrange
la pesante gerarchizzazione della cultura fascista. Nelle bande
gli uomini mangiano e dormono insieme, danno del tu ai comandanti
(nelle formazioni più rigoriste, come le GL, qualsiasi distinzione
di grado sembrerebbe un sacrilegio). Tutti uguali nelle corvées,
nei turni di guardia, nella distribuzione di viveri e di tabacco.
La
seconda esperienza formativa, per tanti giovani di città
(studenti, operai o borghesi) è la scoperta delle condizioni
della campagna povera e la partecipazione indiretta alla vita della
gente di montagna:
Si
capisce che questa vita è una fatica continua, che tutto
vi è lento, difficile; si partecipa a un'esistenza priva
di servizi e di servitori, dove tutto deve essere fatto da se stessi:
tagliare la legna, portare i pesi, cercare il cibo, cuocere il cibo,
cercare vestiti, armi, munizioni. In tutte le cronache del periodo
ribellistico si ritrovano le faticose corvées, i trasporti
rischiosi, carri riempiti di segatura, coperti di fascine, di fieno;
e dentro armi, munizioni. Prendere armi, sotterrare armi. Dappertutto:
nei boschi, nelle baite, nelle tombe dei picoli cimiteri, e di notte,
che i montanari non vedano. Prendere farina, lardo; prendere benzina,
sale. Scambiare sale con olio oppure olio con munizioni. Capire
che per portare al fuoco una squadra ribelle occorrono dieci, venti
ribelli che da parte loro facciano la guardia, taglino la legna,
portino i pesi. E non è facile, bisogna imparare tutto: come
si barda e come si carica uno dei "muli di Badoglio",
i muli abbandonati dal regio esercito; come si cuoce il pane, come
si fabbrica un letto con tronchi di pino e sacchi di paglia o di
foglie, come si cura la scabbia, come si sopportano i pidocchi.
(BOCCA 1975: 74-75)
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