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Cesare Levreri, Il Partito
d'Azione in Alessandria, con una presentazione di Carlo Gilardenghi
e una prefazione di Giovanni Sisto, Alessandria, Edizioni
Dell'Orso, 1986

La
foto (1926) sul passaporto di Livio Pivano (conservato dal nostro
archivio), protagonista nei giorni immediatamente successivi l'8
settembre del tentativo di convincere i responsabili di parte dei
reparti dell'esercito italiano stanziati in Piemonte a contrastare
l'invasione tedesca
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Nel 1943, mentre l'italia, ultimo tra gli stati belligeranti d'Europa,
cadeva in mano della Germania nazista, proprio nel momento in cui
questa tracollava su diversi fronti, si organizzava in Piemonte, accanto
alla lotta clandestina degli altri gruppi aderenti al comitato di
liberazione nazionale, la resistenza del partito d'Azione.
Del
resto questo movimento politico, il cui spirito venne felicemente
definito " una reviviscenza dei risorgimentali " 1, era
nato nell'anno precedente con un programma di radicali riforme politiche,
sociali, economiche, sulla: base della pregiudiziale istituzionale
repubblicana, sostenendo la necessità di: " ( ... )
intensificare le agitazioni e le proteste popolari, chiedendo pace
separata e guerra contro i tedeschi " 2.
Il
P. d'A. nasceva dalla confluenza di varie forze: alla base i gruppi
G.L. di Milano con Mario Andreis, Riccardo Lombardi, Leo Valiani,
e, di Torino, con i fratelli Galante Garrone, Livio Bianco, Giorgio
Vaccarino, Ada Gobetti, l'organizzazione liberalsocialista, ramificata
dal Veneto alle Puglie con Opocher, Codignola, Ragghianti e Bobbio,
poi, i nuclei degli antifascisti democratici, in prevalenza allacciati
all'esperienza del combattentismo, raccolti intorno a Ferruccio
Parri, con cui collaboravano Tino e La Malfa. Insieme ad essi: gruppi
di repubblicani con Oronzo Reale a Roma, Luigi Zeboli a Bologna,
Mario Zino, Eros Lanfranco, Mario Cassiani Ingoni a Genova, Oddo
Marinelli nelle Marche, schiere mazziniane con Carlo e Tancredi
Galimberti a Cuneo, Livio Pivano ad Alessandria, Ettore Trombetti
e Armando Quadri a Bologna, Sergio Fenoaltea a Roma, Pasquale Schiano
a Napoli, file superstiti del partito sardo di Azione di Emilio
Lussu, Stefano Siglienti e Mario Berlinguer a Cagliari e Sassari
I.
Ad
Alessandria intorno a Livio Pivano erano collegati esponenti della
più antica tradizione antifascista. Si trattava di un'opposizione
che, pur non avendo mai assunto caratteristiche di movimento attivo,
aveva conservato un gruppo dirigente e mantenuto in vita un dibattito
politico-culturale corrispondente a diverse matrici, filtrate, tuttavia,
dalla prova politica comune dell'intervento nella grande guerra
prima, e del combattentismo poi. Un combattentismo non reducistico,
d'ispirazione repubblicana, in cui coesistevano mazziniani, accanto
a socialisti bissolatiani e salveminiani come il medico Luigi Fadda,
cattolici come Giovanni Alloisio, industriale ovadese, liberali
come il ragionier Giuseppe Maranzana, funzionario della locale cassa
di risparmio.
Dopo
la prima guerra mondiale quei giovani interventisti alessandrini,
come tanti altri coetanei, tornarono dalle trincee, a cui erano
saliti nella convinzione di conchiudere nell'ultima lotta con l'Austria
l'impegno risorgimentale di Garibaldì e Mazzini, con una
intima sicurezza: " ( ... ) che li portava a credere indispensabile
la distruzione del vecchio regime " 4 , arroccato su -posizioni
di potere e privilegio. Essi rappresentavano, in una parola, un
combattentismo girondino, già permeato da un certo socialismo
liberale ante litteram, che doveva trovare la sua definitiva collocazione
nelle posizioni antifasciste espresse dalla propria organizzazione
nazionale nel Congresso di Assisi del 27-29 luglio 1924.
Ciò
corrispondeva all'esigenza di un gruppo di borghesi democratici
o di " civili " come amavano definirsi: imprenditori,
impiegati commercianti, professionisti, che cercavano di costruire
e di vivere in uno stato moderno, libero nelle sue strutture: "
aperto alle più audaci aspirazioni che sapessero commisurare
gli ideali alle capacità " I.
Viceversa
le contraddittorie vicende del primo dopoguerra avevano indotto
nel 1924 l'associazione nazionale combattenti a confluire nella
lista governativa. Livio Pivano, presidente della Federazione di
Alessandria, sostenuto dal locale movimento " battistino ",
fu eletto deputato, nonostante le riserve espresse daì fascisti,
prima nei confronti della sua candidatura, poi, nel boicottaggio
sui voti dì preferenza 6.
A pochi
mesi di dìstanza, scioltosi il combattentismo democratico
da ogni legame con il partito di governo, schiacciato dal peso morale
dell'omicidio Matteotti, Pivano venne ad integrarsi nel gruppo che,
alla Camera, astenendosi il 15 novembre 1924 nella votazione sullo
stato di previsione della spesa del ministero degli Affari Esteri,
costituì il nucleo di un'" opposizione in aula "
- distinta da quella comunista - troppo spesso trascurata nel suo
messaggio per il più vistoso, ma meno efficace fenomeno dell'Aventino.
Sottoposto
a vigile sorveglianza da parte del regime, Pivano continuò
anche dopo lo scioglimento della XXVII legislatura la sua battaglia
assieme al professor Giuseppe Piccinini, sollevato nel 1926 dall'incarico
di presidente della locale associazione dei mutilati di guerra,
al dottor Capriata, funzionario della Cassa di Risparmio di Alessandria,
all'israelita Anselmo Jona, imprenditore manifatturiero.
Privati
del passaporto, sottoposti a provvedimenti amministrativi, a perquisizioni
domiciliari, Pivano e i suoì, nonostante reiterati, severi
ammonimenti della polizia, mantenevano fitti rapporti e settimanalmente
s'incontravano in casa di lui, in via Trotti, in riunione a "
porte aperte " dove ognuno dei partecipantì poteva introdurre,
facendosene garante, nuovi aderenti. Tra questi, assiduo, l'astigiano
Umberto Calosso, una delle future " voci " di radio Londra
7.
L'intervento
in Spagna, l'alleanza con Hitler, malgrado l'occupazione nazista
dell'Austria, le leggi razziali, l'ingresso nella seconda guerra
mondiale, in rapida successione, aprirono nuove possibilità
all'antifascismo. Poi, vennero i primi insuccessi militari, contro
gl'inglesi in Africa e contro la Grecia, a dimostrare che il regime
conducendo l'Italia alla catastrofe si esponeva alla possibilità
di uno sradicamento violento.
Una
parte della borghesia alessandrina, in particolare quella appartenente
alla comunità ebraica, con cui le discriminazioni avevano
consolidato antichi legami di amicizia, mai rinnegati, anzi esibiti
in manifestazioni pubbliche di simpatia, considerava ormai il gruppo
clandestino dell'antifascismo democratico di Pivano come un sicuro
punto di riferimento'.
Tale
interesse - pur riferendosi più ad una coerente testimonianza
di comportamenti adeguati ad un complesso di opinioni e di idee
a lungo professati, che al programma progressista e democratico
di un'organizzazione ancora sconosciuta, la quale non poteva richiamarsi
alla notorietà di una ideologia connessa al suo nome, rivendicare
posizioni di prestigio e di forza acquisiti anteriormente alla marcia
su Roma - era, tuttavia, indicativo di una nuova situazione.
Seguirono,
tra l'autunno 1942 e l'inizio dell'inverno 1943, le notizie dei
disastri di El Alamein e Stalingrado, quest'ultimo particolarmente
sentito, perché molti giovani alessandrini erano in Russia
con la divisione Ravenna. Per la città, su cui il questore
Alloati andava allentando la presa in concomitanza con i ripiegamenti
delle forze dell'Asse e la dissoluzione del regime, il P. d'A. fece
circolare un volantino titolato " La parola degli "ULTIMI".
Foglio per gli Italiani di buona fede e di buona volontà
".
Nello
stesso periodo ripresero i contatti con i comunisti. 1 collegamenti
con questo partito, a datare dal 1934 - momento in cui la polizia
fascista aveva scoperto in città l'esistenza di un progetto
di concentrazione antifascista con la partecipazione, accanto ad
esponenti comunisti, di Lorenzo Capriata e Giuseppe Maranzana -
erano del tutto mancati 9.
Negli
anni, pregiudiziali ideologiche ed applicazione di metodi di lotta
diversi avevano eretto un muro di ostilità e diffidenza tra
i due gruppi. Esso si era, se possibile, rafforzato tra l'agosto
1939 ed il giugno 1941, periodo di attuazione del patto germano-sovietico,
che aveva coinciso, con una punta massima di prevenzione da un lato,
con il più chiuso settarismo dall'altro.
Per
di più nel 1942 i comunisti furono paralizzati dal regime
con gli arresti di Gandini, Negri, Dellagatta, Cresta, Casolino,
Corona, Gallinotti, vale a dire buona parte dei più attivi
quadri di fabbrica.
Toccò,
perciò, ad un nuovo gruppo dirigente giungere alla determinazione,
che era opportuno ristabilire un rapporto con il più cospicuo
nucleo cittadino d'opposizione antifascista. Di ciò fu incaricato
un giovane ragioniere, Walter Audisio, già condannato al
confino per cinque anni, nel 1934, che relazioni di cordialità
personale, oltre che di lavoro, legavano a Livio Pivano, "
leader " indiscusso degli avversari al regime.
Il
collegamento intrapreso nel novembre del 1942, doveva portare, nel
febbraio del 1943, mentre dei rimpannucciati superstiti della divisione
Ravenna sfilavano per la città, alla stesura di una prima
nota dei componenti del fronte interpartitico per la provincia di
Alessandria. Essa era composta per il P. d'A. da Livio Pivano e
Giuseppe Piccinini, per il partito liberale da Giuseppe Maranzana
e Lorenzo Capriata, per il partito socialista da Luigi Fadda e dal
professor Ferruccio Boffi, per il partito comunista da Ottavio Maestri
e da Walter Audisio. La rappresentanza democristiana, essendosi
quel partito riservato di far conoscere i propri nominativi, prese
a partecipare alle riunioni del fronte solo dopo il 25 luglio 1943,
con la persona del ragioniere Angelo Bellato.
Al
di là delle distinzioni di partito - lo confermava il nome
di Capriata accanto a quello di Maranzana in rappresentanza del
gruppo liberale - ci si trovava, nella sostanza, di fronte ad un'ipotesi
d'accordo tra due organizzazioni: da una parte, l'opposizione borghese,
il cui nucleo era costituito dagli interventisti democratici della
prima guerra mondiale, dall'altra, l'opposizione operaia, organizzata
clandestinamente dal partito comunista.
Ambedue
le strutture dal nuovo reciproco rapporto trassero maggior forza
e convinzione badando a creare e, in qualche caso, a rafforzare
una propria rete provinciale, la cui trama cominciava appena a delinearsi.
In tale periodo vennero gli scioperi di marzo a Milano e Torino;
essi ad Alessandria, pur producendo fermento ed agitazione alla
base 10, non ebbero seguito in carenza, appunto, di apparato organizzativo.
Comunque, i partiti compresero che il limite di guardia era stato
superato, perciò moltiplicarono gli incontri e, in assenza
di azioni positive, ogni discorso cadeva su quello che si sarebbe
fatto dopo.
Animatore
del fronte interpartitico e centro dello stesso per la vastità
dei legami a livello nazionale, prestigio personale, ampiezza di
relazioni, era naturalmente Livio Pivano. Di ciò rende esplicita
testimonianza Carlo Gilardenghi scrivendo che nel fronte antifascista:
" ( ... ) emerse subito la figura di Livio Pivano che, accanto
ai comunisti era tra i più decisi sostenitori del passaggio
all'azione " I'.
Analoga,
per quanto indiretta, ammissione veniva da Walter Audisio, il quale,
riferendo che fino alla prima settimana di luglio non era avvenuto
nulla di notevole, ricordava: " Poi una sera Pivano mi telefonò
in ufficio per invitarmi ad andar con lui l'indomani mattina a Torino,
dove avremmo avuto un incontro interessante. Difatti ci recammo
nello studio dell'avvocato Duccio Galimberti ( ... ) e apprendemmo
che l'ex ministro liberale Marcello Soleri, giunto in Piemonte da
Roma in quei giorni, aveva portato la notizia che il "discorso
del bagnasciuga" di Mussolini sarebbe stata l'ultima esibizione
del dittatore e che il re col suo entourage aveva studiato il modo
per uscire dalla disastrosa situazione, liquidando una volta per
tutte il regime fascista. Era questione di giorni, al massimo di
qualche settimana. Bisognava mantenere molto riservata la notizia
per non pregiudicare il corso dell'operazione. Quelle erano le parole
di Marcello Soleri che Galimberti ci riferiva, pregandoci di agire
nei giorni successivi "con prudente intelligenza" ma con
crescente fiducia nel prossimo ritorno della "fiamma della
libertà e della giustizia" " 12.
Il
25 luglio non colse impreparati almeno due esponenti dell'antifascismo
alessandrino.
Il
mattino del 26 luglio Pivano rientrò in città, come
di consueto in quella stagione, dalla sua cascina di San Biagio,
a Felizzano, di buon'ora, trovando lo stabilimento in fermento.
In mezzo al trambusto, egli mandò messaggi ai componenti
del fronte onde organizzare, al più presto, una riunione
presso la sede della sua fabbrica.
A metà
mattina, nella più grande eccitazione, iniziò la discussione
sui provvedimenti da prendere per manifestare alle autorità
con i sentimenti antifascisti di Alessandria, i compiti direttivi
che i partiti del fronte intendevano esplicare. In breve fu decisa
l'organizzazione di un corteo popolare con inizio alle ore 14 attraverso
l'itinerario di piazza Garibaldi, corso Roma, piazza Rattazzi (oggi
della Libertà). Ci fu chi intendeva dare precise indicazioni
degli obiettivi da raggiungere: le case del fascio, gli emblemi,
le effigi, i segni littori; ma la maggioranza rilevò che
il fronte doveva assolvere prima di tutto la sua funzione politica,
dirigendo e dando tono adeguato e carattere alla prima manifestazione
pubblica dell'antifascismo dopo circa venti anni di silenzio. Del
resto, si convenne, agli emblemi avrebbe pensato la folla senza
bisogno di. particolari istruzioni.
Mentre
ferveva la discussione e venivano iniziate le trattative con la
prefettura per ottenere il permesso di sospendere il lavoro nelle
fabbriche - ricevendo da parte dell'organo di governo risposta interlocutoria
- si provvedeva, pure, a telefonare agli altri stabilimenti industriali,
a tirare ciclostili, distribuiti a mano al mercato, diffusi nelle
cassette delle lettere, da parte degli stessi lavoratori della Società
Pivano, per informare la cittadinanza sull'iniziativa del fronte.
Ma
poco prima dell'una pomeridiana Pivano, convocato in prefettura
per delle comunicazioni, dovette abbandonare la riunione. Era giunta
da Roma, intorno a mezzogiorno, la notizia del decreto di stato
d'assedio ed il conseguente divieto di qualsiasi assembramento.
Intanto
che Pivano, avendo rifiutato di farsi promotore presso il fronte
interpartitico dell'annullamento del corteo, tentava di discutere
i termini di una possibile soluzione, la sfilata si apriva secondo
il programma fissato.
Scriveva
Audisio: " Quando un po' prima delle 14 ( ... ) giungemmo (
... ) in piazza Garibaldi, trovammo soltanto una dozzina di vecchi
compagni parlottanti tra di loro, al centro della parte ombrosa
dell'immensa piazza ( ... ). Quelli del comitato c'erano ormai tutti,
meno Pivano che - stranamente tardava all'appuntamento. Attorno
ai portici per tutto il perimetro della piazza sostavano numerosi
gruppi dì persone, certamente in attesa del maturarsi degli
eventi, mentre altri gruppi più cospicui stavano infoltendosi
in mezzo ai giardini pubblici ( ... ). Decidemmo di aprire il corteo
( ... ). Appena messici in moto, fu un accorrere gioioso e acclamante
da ogni lato della piazza: imboccando corso Roma, non meno di duemila
persone si presentarono all'abbraccio ideale di due fittissime ali
di cittadini che, entusiasti, applaudivano i manifestanti. Applausi
e fiori scendevano da balconi e finestre lungo tutto il percorso:
i sorrisi e le lacrime di gioia avevano quel giorno pieno diritto
di libera circolazione sul viso di ognuno, anche di coloro che per
temperamento credevano di essere immuni dalle sollecitazioni dei
più nobili sentimenti " I'.
Il
corteo continuava ad infittirsi. Esso aveva raggiunto la massima
consistenza quando le sue prime file, svoltando da piazzetta della
Lega per imboccare via Umberto 1 (oggi via dei Martiri) e giungere
così al termine del percorso sulla piazza principale, individuarono
uno sbarramento. In fondo alla via, ad un cento, cento cinquanta
metri di distanza, erano schierate diverse compagnie di soldati:
in prima linea erano state disposte le mitragliatrici, in seconda
stavano soldati in ginocchio, in terza soldati in piedi, tutti con
il fucile spianato. Davanti all'ostacolo, due ufficiali con la sciabola
sguainata intimavano lo scioglimento del corteo. Subito scese lungo
le file dei manifestantì il silenzio.
Alcuni
membri del fronte avanzarono, soli, a parlamentare con gli ufficiali,
cui mancò nel momento decisivo la determinazione; invece
dalla colonna dei cittadini un altro centinaio di animosi si mosse
innalzando un grande cartello su cui era scritto a caratterì
cubitali " Viva l'Esercito ". 1 due militari furono presi
in mezzo, nuove squadre avanzavano acclamando patria ed esercito.
1 soldati abbassarono le armi e tutta la folla rìprese nel
giubilo il cammino verso lo sbocco nella piazza.
Al
di là del posto di blocco, di ritorno da Palazzo Ghilini
sede della prefettura, c'era Livio Pivano, che si faceva faticosamente
largo tra la calca. Vi fu una brevissima consultazione nella quale
fu deciso d'indirizzare il corteo verso la sede del Presidio distante
solo poche decine di metri. 1 manifestanti, ormai padroni della
situazione, esigevano che una rappresentanza degli organizzatori
della sfilata fosse ricevuta dalle autorità militari.
A ciò
furono delegati Pivano ed Audisio, che vennero accolti al comando
della Difesa Territoriale dal generale Grattarola. All'alto ufficiale,
la cui giurisdizione militare si estendeva oltre che sull'alessandrino,
con l'eccezione di Casale, sul cuneese, su porzioni dell'astigiano
e del pavese, i due deputati, dopo aver ribadito il carattere patriottico
dell'iniziativa del fronte, offrirono la collaborazione dei partiti
antifascisti per l'immediato futuro. Il generale Grattarola, preso
atto delle loro dichiarazioni, acconsentì a mostrarsi alla
folla, insieme ai suoi ospiti, da un balcone del palazzo. Quindi,
congedando Pivano ed Audisio, invitò il primo, pluridecorato
al valore militare ed oratore ufficiale dall'immediato dopoguerra
nel giorno anniversario del 38' reggimento della divisione Ravenna,
a sciogliere l'assembramento con brevi parole. Il che avvenne, senza
alcun incidente, nel cortile. Vi fu solo qualche isolata minaccia
all'indirizzo del commissario di P.S. Barcellona, accusato di eccessivo
zelo nelle ore precedenti, ma egli fu immediatamente protetto e
scortato dai componenti del fronte 14. Il corteo si sparse in mille
rivoli. A sera, targhe, segni e simboli fascisti erano scomparsi
dal centro della città: il busto di Arnaldo Mussolini, collocato
sotto la galleria Guerci, fu rovesciato e trascinato sino all'angolo
tra via San Lorenzo e via Caniggia.
"
Il Piccolo " del 31 luglio descrisse così quella giornata:
" Lunedì, cortei di cittadini, in cui figuravano uomini
e donne di ogni condizione sociale, studenti e operai, impiegati
e professionisti, hanno percorso le vie della città inneggiando
al Sovrano e al Maresciallo Badoglio, manifestando quindi, nel grido
soverchiante di "Viva l'Italia" e nel canto dell'inno
di Mameli, i sentimenti che urgevano in ogni animo. Le manifestazioni
- contenute in forma di esemplare disciplina, consone alla gravità
dell'ora - hanno rivelato ancora una volta l'ardente spirito patriottico
della città, la sua consapevolezza dei doveri che impegnano
in questo momento la responsabilità di ogni cittadino, e
hanno dimostrato su quale fertile terreno è caduto l'altissimo
appello del Sovrano, ispirato alle supreme esigenze della difesa
della Patria ".
Non
diversamente in provincia: nel maggiore centro, Casale, il vescovo
Giuseppe Angrisani, nella lettera Pastorale I doveri dell'ora indirizzata
" ai diletti figliuoli della Città e della Diocesi di
Casale " doveva scrivere a proposito del 25 luglio: "
Ora che s'è diradata alquanto l'atmosfera, densa di calcinacci
e di caligine, prodotta dal crollo dell'edificio ventennale del
fascismo; e che s'è placato il clamore della piazza lasciando
posto alla voce serena del buon senso, permettete, cari figliuoli,
che il vostro Vescovo vi rivolga una parola paterna ( ... ) ".
Nel
tardo pomeriggio del 26 luglio il comitato del fronte si radunò
in casa di Pivano per riprendere l'esame della situazione politica
interrotto al mattino. Fu deciso un nuovo incontro per il dì
successivo, sempre in via Trotti: all'ordine del giorno era la stesura
di un volantino che si voleva far circolare al più presto
tra la cittadinanza. Ma proprio in quella occasione, Pivano fu raggiunto
da una comunicazione che riferiva: " Siete invitato di venire
domattina alle ore 10,30 dal Sig. Questore Comm. Dott. Giuseppe
De Litala per comunicazioni che vi riguardano " 15
La
convocazione assumeva un aspetto inquietante perché si erano
sparse voci di una serie di arresti in conseguenza degli avvenimenti
del giorno precedente. Pivano, per quanto vivamente sconsigliato
di presentarsi dalla maggioranza dei colleghi del fronte, decise
di recarsi al convegno che gli era stato fissato. In quella sede
gli vennero contestati vari addebiti in ordine ai fatti accaduti
il 26 luglio e successivamente gli fu richiesto di firmare una dichiarazione
in cui si rendeva responsabile della perturbazione dell'ordine pubblico
in città.
Di
fronte al reciso rifiuto di Pivano, il questore ne ordinò
l'arresto immediato.
Pareva
assurdo che, mentre l'euforia popolare e la mancata reazione, anche
minima, da parte del regime, davano la misura della stanchezza e
del discredito in cui questo era precipitato, si procedesse all'arresto
degli antifascisti.
Una
delegazione del fronte chiese ed ottenne di essere ricevuta dal
prefetto, ma questi, malgrado l'assicurazione della volontà
di collaborazione dei rappresentanti dei partiti, invitato ad intervenire
per la liberazione dei detenuti, si trincerò dietro le copie
delle circolari che gli erano state inviate.
Da
parte sua Pivano, dal carcere di via Parma, dove trovò comprensione
e simpatia nel " comandante " Giuseppe Datola 16 già
il 29 luglio aveva scritto a Grattarola: " Signor Generale,
Non vi sembri importuna ed inutile una voce che vi viene dal carcere
( ... ). Ascoltatemi - vi prego -perché non chiederò
nulla per me, che ho accettato la mia sorte con serena fierezza
( ... ). Lunedì scorso ho capeggiato una dimostrazione di
Popolo inevitabile nella sua spontaneità e ritengo di essere
riuscito a contenerla nella forma più mite e corretta in
un momento di grave fermento, dirigendola ad una espressione di
puro patriottismo. La dimostrazione si è sciolta al grido
di Viva l'Esercito e la mia presenza ed il mio intervento valsero
ad impedire incidenti che avrebbero potuto essere gravi ( ... ).
Chiamato in Questura ( ... ) mi fu richiesto ( ... ) di sottoscrivere
una dichiarazione. Ho sdegnosamente rifiutato di firmare e non sono
pentito del gesto né turbato per le conseguenze. Faccio punto
per quello che mi riguarda dopo di aver ristabilito il vero circa
la mia condotta e le mie responsabilità. Ma la premessa era
necessaria ( ... ) io vi chiedo Sig. Generale - dalla mia cella
di carcerato: Liberate - non me - ma tutti gli arrestati politici
( ... ). Mi offro personalmente come ostaggio a garanzia della loro
condotta e vi accerto che l'ordine pubblico non sarà da essi
turbato, che gli animi eccitati si distenderanno nella fiducia della
sicura giustizia di domani ( ... ) " I'. L'autorità
militare, come quella civile, rimase irremovibile. In quei primissimi
giorni seguenti il 25 luglio, nonostante l'avvicendamento di vertice,
nulla era mutato nello stile e nello spirito antidemocratico. Ad
aggravare il disordine reazionario era intervenuta la confusione
dei poteri civili e militari: lo stato d'assedio aveva trasmesso
il potere alle autorità militari, senza tuttavia escludere
la funzione politica delle prefetture e delle dipendenti questure.
Il pretesto della tutela dell'ordine pubblico serviva in effetti
ad annullare quel minimo di libertà che si riteneva acquisito
e ad infrenare masse e uomini che avrebbero potuto, nella nuova
situazione, inserirsi nella vita pubblica nazionale. A togliere
ogni dubbio sulle reali intenzioni del governo vennero gli atti
del 26 e 27 luglio e la circolare Badoglio, che ribadiva il divieto
di costituire partiti politici per tutta la durata della guerra.
Ma sotto la spinta dei vertici nazionali di quei partiti, di cui
si negava l'organizzazione, a parziale compenso per l'opinione pubblica,
venne contestualmente il decreto di scioglimento del partito fascista,
della camera dei fasci e delle corporazioni, nonché l'abolizione
del gran consiglio e del tribunale speciale. Tali provvedimenti,
di fatto, vanificarono la causa d'incarcerazione, non solo per coloro
che erano già stati condannati per motivi politici, ma anche
per quelli che erano ancora in attesa di giudizio. Così accanto
agli antichi prigionieri e agli altri fermati, a causa delle manifestazioni,
usci dal carcere anche Livio Pivano, che aveva in precedenza rifiutato
di aderire ad un'amichevole esortazione del suocero Bernardo Cetroni,
generale di divisione, comandante di Piazza a Torino, il quale gli
aveva scritto: " t necessario che tu firmi una dichiarazione
la quale è strettamente conseguente alla situazione del momento,
occorre pazienza ( ... ) " I'.
Il
fronte interpartitico alessandrino riprese le riunioni nella pienezza
dei suoi componenti, ma era bloccato nell'azione dalla dissonante
presenza che alcuni partiti realizzavano con uomini diversi, spesso
in disaccordo fra di loro. Infatti per i socialisti oltre a Luigi
Fadda e a Ferruccio Boffi comparvero, di volta in volta, Carlo Rossi
e Diego Giacobbe, per i liberali oltre a Maranzana, intervennero
Adolfo Lume e Ciarli, locale direttore del banco Ambrosiano. Tra
i comunisti, poi, permanevano antichi atteggiamenti di remora alla
collaborazione con i partiti antifascisti, che si traducevano in
una critica serrata allo spirito della manifestazione del 26 luglio
concretizzatasi in una dimostrazione squisitamente patriottica a
favore dell'esercito.
Ma
sotto la pressione degli avvenimenti la situazione evolveva rapidamente.
Da una parte veniva il decreto legge che estendeva le norme penali
del codice militare alle province non invase ed il generale Grattarola
ribadiva: " Ad evitare errate concezioni, ricordo che nessuna
ragione - dico nessuna - potrà giustificare o, comunque,
scusare le infrazioni al Bando sul coprifuoco ( ... ) " 19,
ma dall'altra veniva inviata una circolare riservata ai comandi
della Difesa Territoriale di Torino ed Alessandria, avente per oggetto
" segnalazioni di elementi indesiderati ", che confermava
la volontà di disperdere quanto rimaneva dell'organizzazione
fascista20.
Per
Pivano e Piccinini erano giorni d'intenso lavoro politico nel movimento
e nel fronte interpartito, il quale in conformità alle decisioni
centrali aveva assunto il nome di comitato nazionale delle opposizioni.
Nel
clima nuovo che si andava diffondendo Pivano ricevette proposte
di collaborazione da parte di giornali, sia di Alessandria che di
Torino. " Il Piccolo " del 7 agosto, accanto a "
Il dovere del momento " di Luigi Fadda, pubblicava un suo articolo
dal titolo " Saper Attendere ", la " Gazzetta del
Popolo " del 14-15 agosto ne stampava in prima pagina, come
editoriale, un altro, " L'assistenza sociale nell'Italia libera
".
Ad
Alessandria si succedevano rapidi i cambiamenti. Il 2 agosto il
podestà Benedetto, dimissionario, veniva effettivamente sostituito
da un commissario reggente nella figura del generale Giulio Scovazzi.
Nei giorni successivi Antonio Goggi subentrava a Luigi Franzini
all'unione agricoltori, Aldo Moraschi a Carmelo Romeo all'unione
professionisti: scomparivano anche nei paesi circonvicini le targhe
intitolate ad Arnaldo Mussolini, Costanzo Ciano ed Italo Balbo.
Anche il campo sportivo mutava nome.
A livello
nazionale l'azione dei partiti antifascisti diventava vieppiù
consistente. Il 7 agosto essi, constatando che il governo Badoglio
non aveva attuato le comuni richieste avanzate in ordine alla liquidazione
totale del fascismo e all'apertura di trattative d'armistizio, nonché
alla liberazione immediata di tutti i detenuti politici, all'abolizione
delle leggi razziali, alla costituzione di un governo formato dai
rappresentanti di tutti i partiti che esprimevano la volontà
nazionale, deliberavano di far presente al Paese e al governo in
carica che, solo con l'immediata attuazione di quel complesso di
misure, si poteva sperare di uscire dalla tragica crisi in cui ci
si dibatteva".
C'era
in tutto il popolo italiano un'ansia di pace, una volontà
di farla finita con la guerra documentata da tutti i giornali dell'epoca,
legali e clandestini. Badoglio, in una riunione tenutasi presso
la sede dello stato maggiore generale, sulla scorta d'informazioni
dei carabinieri, riconosceva che la situazione andava mutando in
modo tale per cui il popolo, il quale voleva la pace, accusava il
governo di fascismo per lo stesso fatto di continuare la guerra
22.
In
provincia di Alessandria, dove a partire dal 14 agosto, con l'eccezione
del capoluogo di Tortona, Novi ed Acqui, era stato abolito l'obblìgo
del coprifuoco 23 il comitato delle opposizioni, che pure stentava
a trovare altri punti d'accordo, considerava irrinunciabile la condizione
dell'armistizio immediato. La sua necessità appariva tanto
più evidente di fronte alle reazioni popolari che si erano
prodotte alle notizie dei bombardamenti aerei del 12 agosto a Milano
e Torino, del 13 a Roma, del 15 a Bologna.
A quel
momento l'apparato nazísta aveva già programmato le
quattro operazioni, che costituivano il nucleo del " Piano
Alarico ": la Eiche, volta alla liberazione di Mussolini, la
Student finalizzata all'occupazione di Roma ed alla restaurazione
del regime; poi, nell'eventualità che da parte italiana la
firma dell'armistizio fosse più rapida del previsto, l'operazione
Schwarz intesa a sostituire le truppe dell'alleato con quelle tedesche
sui diversi fronti di guerra, infine la Achse, con l'obbiettivo
della cattura o, quanto meno della distruzione della flotta italiana
14. Rommel, dal suo comando di Atene, era stato immediatamente richiamato
a Monaco di Baviera per curare la realizzazione di tale progetto.
All'indomani
del 25 luglio due divisioni, la 3051 da occidente e la 44 a da settentrione
furono avviate oltre il confine. Al termine della prima settimana
d'agosto le forze germaniche in Italia, che ammontavano quindici
giorni prima ad otto divisioni ed una brigata, erano pressoché
raddoppiate: alle otto originarie, due impegnate in combattimento
in Sicilia, due, la 161 e la 26 ~ dislocate in Calabria, una in
Puglia, due, la 3 a corazzata Panzer grenadieren e la 131 motocorazzata,
disseminate tra Toscana, Lazio ed Emilia, una stanziata in Sardegna
e la brigata impegnata in Corsica, altre se ne erano aggiunte, destinate
al controllo delle vie di comunicazione con la Francia e al settore
tirrenico tra Roma e La Spezia.
Di
fronte a questa situazione i partiti antifascisti, che avevano ottenuto
l'insediamento di Bruno Buozzi alla testa della confederazione dei
lavoratori dell'Industria, proclamavano: " Il Comitato Centrale
delle forze antifasciste, di fronte alla discesa in Italia di ingenti
forze militari tedesche, col palese fine di far sul territorio italiano
l'estrema difesa della Germania hitleriana e nazista, e nel contempo
di promuovere ed aiutare la riscossa dei fascisti ( ... ) invita
i Comitati locali a mobilitare gli spiriti perché il popolo
e le forze armate siano pronti a rispondere all'appello delle correnti
democratiche del Paese, unite in salda concordia per la salvezza
dell'onore e delle idealità della Patria " I'. Pivano,
nominato alla fine d'agosto da Poldo Gasparotto, nuovo presidente
dell'associazione nazionale combattenti, commissario della sezione
alessandrina in sostituzione del senatore Guido di San Marzano,
provvedeva alla riammissione di Giuseppe Piccinini, che divenne
il suo vice, Giulio Pugliese, Anselmo Jona, Amleto Norzi, Aleandro
Borghi, Giuseppe Maranzana, Lorenzo Capriata, Pio Anghilante, Francesco
Barone, Antonio Grattarola, allontanati dall'organizzazione negli
anni precedenti per ragioni razziali o politiche.
Ai
primi di settembre, egli si rivolgeva ai commilitoni, scrivendo:
" Il Direttorio Nazionale dell'Associazione Naz. Combattenti
mi ha nominato Commissario per la Federazione Provinciale di Alessandria.
Ho accettato, perché ritengo di meritare ancora la fiducia
che i Combattenti Alessandrini mi hanno sempre dimostrato, liberamente
eleggendomi loro Capo fino al 1925 ( ... ) Chiedo la serena collaborazione
di tutti per un'opera di solidarietà, per un'offerta di concordia
dedicata alla Patria straziata che troverà in noi, come sempre,
i suoi figli migliori ( ... ). Vi sono nostri commilitoni che combattono
ancora. Prepariamoci ad accoglierli con cuore fraterno perché,
al loro ritorno, sentano che la Patria è la madre comune
( ... ) che riprende il suo faticoso cammino nel consorzio delle
nazioni libere e Civili " 16.
Erano
parole, che riflettevano l'opinione generalizzata di un prossimo
armistizio. Esso era stato firmato segretamente il 3 di settembre.
1 tedeschi controllavano ormai in modo massiccio gran parte della
penisola. 1 valichi alpini erano bloccati: nell'Italia settentrionale
stavano nove divisioni, intorno a Roma due divisioni rafforzate;
in particolare tutto il settore compreso tra Napoli, Salerno, Roma
e La Spezia era controllato da truppe naziste.
In
ossequio all'invito del comitato nazionale delle opposizioni che
già il 2 settembre chiamava alla guerra antinazista 27 i
rappresentanti dei partiti antifascisti di Alessandria fecero un
tentativo nei confronti del generale Grattarola, massima autorità
militare della provincia, in vista di una difesa della città,
contemplando anche la distruzione dei ponti sul Tanaro e sul Bormida.
La proposta fu rifiutata.
All'8
di settembre nella grande Cittadella alla periferia di Alessandria
e nelle altre caserme erano acquartierati reparti del 371 reggimento
Fanteria, del 2' reggimento Artiglieria divisionale, del 2' Autocentro,
oltre ad una compagnia di Sussistenza ed una di Sanità. In
provincia, erano presenti a Casale, accanto ai soldati del distretto
militare, reparti del 2' reggimento del Genio; a Tortona, avieri
della la squadra Aerea ed il 38' reggimento di Fanteria; ad Acqui
un'aliquota del 2' reggimento di Artiglieria sotto il comando del
colonnello Montanari; a Novi il I' reggimento del Genio Minatori.
Si trattava di un complesso di circa diecimila uomini, in condizioni
di armamento tali da consentire un'azione prolungata di difesa contro
qualunque aggressore 21.
Era,
tuttavia, necessario in un quadro generale di allarme, che queste
forze stessero sul campo con ordini precisi. Ogni circostanza adeguata
allo scopo mancò.
La
sera dell'8 settembre, mentre si spargeva la notizia dell'annuncio
radiofonico dell'armistizio, era trascorsa festosa. La banda militare
sui bastioni aveva alternato l'esecuzione di ritmi popolari ad arie
di guerra. Molti cittadini si erano raccolti ad ascoltare. Durante
la notte, mentre al comando Difesa Territoriale, ci si logorava
nella ricerca dell'esatta interpretazione del proclama di Badoglio,
la 73 a divisione Brandeburghese dalle basi di Serravalle e di Novi
si accingeva a realizzare gli obiettivi di sua pertinenza, primo
fra tutti, la presa di Alessandria.
Il
mattino del 9 settembre, alle 8,30, ora convenuta tra gli esponenti
del comitato per una riunione, le prime autocolonne tedesche entravano
in città. Provenivano da corso Cento Cannoni e attraverso
piazza Garibaldi sfilavano per la circonvallazione di corso Crimea;
altre andavano ad attestarsi oltre il cavalcavia della frazione
Cristo all'imbocco della statale per la val Bormida e della provinciale
per Ovada. 1 membri del comitato tentarono di mettersi in contatto
con i comandi militari per ricevere istruzioni ed eventualmente
concordare un estremo tentativo di difesa. Ma gli ufficiali superiori
non rispondevano; finalmente ne fu trovato uno in Cittadella, che
informò di aver disposto alcuni pezzi di artiglieria per
opporre resistenza. All'altro capo della città risultava
che i tedeschi avessero già occupato le caserme indifese
del 2' Autocentro, che sorgevano ai margini del rione Orti, alla
fine della grande piazza d'Armi.
In
Cittadella, alla porta che si affaccia sul Tanaro verso San Michele,
nonostante fossero piazzati due mortai, si parlamentava tra gli
ufficiali italiani e quelli tedeschi. Fu convenuta una tregua di
un'ora. Allo spirare del termine fissato le armi germaniche incominciarono
a tuonare facendo a pezzi i mortai e ferendo alcuni degli uomini
adibiti al loro servizio. Uno di essi, il sergente Pietro Adorno,
cadde colpito a morte 19. Fu immediatamente dichiarata la resa.
La
porta della Cittadella fu aperta ed entrarono pochi tedeschi. 1
militari italiani furono raggruppati dai superiori, che ordinarono
di cedere le armi e togliersi lacci, fasce e stellette. Il comando
fu rispettato con indifferenza; l'unico conforto era il pensiero
di rientrare a casa. Invece durante la distribuzione anticipata
del rancio un gran numero di automezzi fu radunato negli ampi cortili
e gli italiani seppero che sarebbero stati tradotti in Germania.
Qualcuno riuscì ad allontanarsi saltando dagli spalti e dai
bastioni sul terreno reso molle dalla recente aratura. 1 tedeschi,
che pure vigilavano, per quanto armati di fronte a uomini disarmati,
non spararono. Forse per un personale sentimento di solidarietà,
forse perché non volevano mettere in discussione un risultato
così poco contrastato.
Nel
primo pomeriggio la grande massa degli uomini rastrellati, trasportata
alle stazioni ferroviarie, fu avviata verso nord 10.
Nello
stesso giorno a Casale, ad Acqui, Novi, le medesime cose. Il nemico
non trovò resistenza o, al più, gliene fu opposto
un simulacro. Solo a Tortona gli avieri del generale Ranieri Cupini
intrapresero una lotta che si concluse da parte italiana con cinque
morti e numerosi feriti". Valenza cadde il 10 settembre di
fronte a forze tedesche provenienti da est, ma il giorno 9 in uno
scontro di pattuglia perì a Ponte Po Luigi Proietto del 2'
Artiglieria d'Armata, nativo di Genova Molassana I'.
Intorno
a quel 9 settembre scriveva Pivano: " avevo dormito fuori città,
a Felizzano ( ... ). Al mattino del 9 ( ... ) decisi di rientrare
in Alessandria ( ... ) alle 8 del mattino mi trovavo, pilotando
il mio camioncino, in prossimità del ponte sul Tanaro, proprio
mentre i carri armati "Tigre" puntavano i cannoni contro
il portone sbarrato della Cittadella ( ... ). Non restava quindi
che fare dietro front per sottrarsi alla cattura. Lasciai la macchina
a Solero dall'ottimo Generale Gallia e insieme con lui - inforcata
una bicicletta - cercammo di entrare in città ( ... ). Assumemmo
informazioni dai vari cittadini che avevano potuto uscire dalla
città. Non c'era più nulla da fare ( ... ). La mortificazione
dell'ora animava tutte le speranze che la fantasia di molti alimentava
con le voci più strane ed ottimistiche. Gli alleati erano
già sbarcati in Liguria... 1 tedeschi erano intrappolati
nel Savonese da grosse formazioni che avanzavano su Acqui... Da
Spezia a San Remo lo specchio d'acqua formicolava di potenti navi
da guerra e da sbarco... La radio aveva annunciato uno sbarco ad
Ostia... Altri sbarchi a Venezia, a Rimini, a Livorno... Ci aggrappammo
con la forza della disperazione alla notizia che più confortava
il nostro animo: Torino si appresta a resistere! ... La decisione
fu rapida: nulla resta da fare in Alessandria. Andiamo a Torino
" 13.
Colà
giunto, Pivano si diresse al palazzo degli Alti Comandi militari
presso Bernardo Cetroni, il quale, essendo terminati i comizi indetti
dai partiti antifascisti sulle piazze della città, era a
colloquio con il liberale Antonicelli, l'azionista Peccei, il comunista
Capriolo e Burzio, direttore della " Stampa ". A tutti
si unì qualche tempo dopo Marcello Soleri. L'argomento, al
solito, verteva sull'interpretazione del proclama Badoglio, cui
non aveva fatto seguito alcuna successiva istruzione. Al comando
Zona, così come in prefettura da parte del prefetto Ciotola,
si era propensi alla resistenza, ma informazioni poco rassicuranti
giungevano dal diretto superiore di Cetroni, il generale Adami Rossi,
preposto al comando Difesa, il cui atteggiamento reazionario dopo
il 25 luglio aveva avuto molteplici occasioni di conferma, l'ultima
in un incontro avvenuto il 6 settembre con i membri provinciali
del comitato delle opposizioni. In alcuni stava, per quanto inespresso,
come per il comunista Capriolo, il dubbio sull'effettiva possibilità,
in quel momento, di opporsi al nemico, dato il comportamento di
cui si temeva capace Adami Rossi 14.
Fu
decisa, per superare ogni remora dell'alto ufficiale, l'organizzazione
di una manifestazione operaia e patriottica davanti alla sede della
Camera del Lavoro per il mattino successivo. Del nemico mancavano
notizie. Non venivano segnalate avanguardie tedesche, né
sulla direttrice Alessandria-Asti, né su quella Milano-Vercelli-Chivasso,
da cui si pensava sarebbe avvenuta la prima aggressione. Grandi
speranze si appuntavano su un prossino arrivo della IV Armata del
generale Vercellino in fase di ripiegamento dai colli alpini.
L'indomani,
10 settembre, l'adunanza popolare vide una larga partecipazione
operaia, ma l'intero reggimento Nizza di Cavalleria vigilava gli
sbocchi di Piazza Solferino e perlustrava ogni via adiacente. "
Hanno paura di noi " - dicevano gli operai - valutando lo schieramento
di polizia e chiedevano che fossero distribuite le armi, ma gli
oratori potevano esprimere solo la *speranza che ciò avvenisse,
senza aggiungere altro.
Per
rompere i dubbi fu stabilito di inviare una delegazione formata
da Pialtri, Mario Andreis e i fratelli Gian Carlo e Luigi Scala.
Fu discussa la situazione: in alcuni emerse la speranza che fosse
ancora possibile tentare una resistenza a Cuneo, a ridosso dei colli
alpini, con i resti della IV armata. Ai fratelli Scala, che si dissero
disposti a partire, mettendo a disposizione l'auto, si unì
Pivano. Non vi furono difficoltà ad uscire dalla città.
Sulle strade, colonne di soldati si snodavano verso il capoluogo.
Erano ancora ordinate, armate ed efficienti. Mano a mano che ricevevano
notizie degli avvenimenti retrocedevano, di propria iniziativa,
su Cuneo. A notte inoltrata il piccolo gruppo giunse alla meta,
costituita dall'abitazione di Soleri, dove ricevette un'informazione
che appariva confortante; quella cioè che il comandante di
Zona, il generale Costantino Salvi, aveva indetto per il mattino
una riunione in prefettura allo scopo di esaminare con i rappresentanti
dei partiti antifascisti ogni elemento della situazione. Ma il mattino
dell'1 1, nonostante le sollecitazioni alla resistenza, segnatamente
quelle di Duccio Galimberti, il generale, ammettendo di aver perso
i contatti con i propri superiori, annunciò solo la decisione
di rimanere sul posto per affrontare la prigionia con i collaboratori
più stretti. Era, ragionevolmente, la fine di ogni speranza
residua. E, tuttavia, prevalse la volontà più ostinata.
In
un convegno presso Soleri, cui partecipò Pivano con Galimberti,
si risolse di intervenire sul generale Pesenti, residente a Boves,
di cui era nota l'avversione al regime fascista, per invitarlo ad
assumere il comando di tutti gli uomini disposti alla lotta patriottica.
Si pensava di far perno tra i monti, dopo aver lanciato un appello
di Pesenti a tutte le truppe della IV armata ancora sul campo, raggruppandole
come primo nucleo di resistenza. L'alto ufficiale, interpellato,
escluse la propria disponibilità ad assumere il comando di
irregolari, ma accettò di farsi intermediario di una missione
esplorativa presso il generale De Castiglione, la cui divisione
Pusteria risultava ancora schierata lungo il Colle di Tenda del
tutto intatta.
La
notte tra l'l 1 ed il 12 settembre fu lunga di speranze e d'attesa,
mentre si discuteva dell'esito del messaggio affidato a Pesenti.
Sembrava fosse possibile salvare qualcosa dallo sfacelo.
Il
mattino del 12, un intenso cannoneggiamento d'artiglieria, congiunto
al boato delle bombe, scosse la città. Si pensò che
si trattasse di fuoco di sbarramento contro il nemico avanzante,
ma subentrò presto la voce che gli artiglieri, in conformità
agli ordini ricevuti, consumavano le dotazioni in loro possesso
per non farle cadere in mano ai tedeschi.
Isolati
o a frotte, gli ultimi soldati si disperdevano. Alle 10 del mattino
il nemico, preceduto da un solo carro armato, entrava anche a Cuneo.
Tutto dissolveva.
Mentre
Galimberti restava per mettere in atto il proposito che di lì
a poco lo avrebbe portato con Scarnuzzi ed un gruppo di valorosi
ad alzare la prima bandiera di lotta, Pivano con Soleri abbandonava
la città, diretto alla propria casa di Sordevolo (Vercelli)
16. Giunse colà a tarda sera del 12. Soleri si trattenne
presso di lui fino al giorno 15, data in cui si traferì,
sempre a Sordevolo, nell'abitazione di Antonicelli.
Il
16 settembre, Pivano partiva per un lungo viaggio, attraverso l'Italia
centrale, Roma e la Liguria. Esso lo avrebbe posto a contatto con
la maggior parte dell'antica opposizione combattentistica della
penisola occupata.
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